Si è verificato un errore nel gadget

lunedì 24 marzo 2014

Irv, fuori legge e me ne vanto. Due o tre cose su 'American Hustle', qualche mese dopo

Jennifer Lawrence, Jeremy Renner, Amy Adams, Bradley Cooper e Christian Bale in "American Hustle"


Roberto Silvestri 

Salutiamo con interessa il ritorno ossessivo agli anni 70 e al suo cinema sex drugs and rock'n'roll. Dopo Booglie Nights, di Paul Thomas Anderson, Blow di Ted Demme e Almost famous di Cameron Crowe e Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam... ecco American Hustle. Ma qui siamo verso il punto di rottura, all'orlo del declino di quei formidabili frangenti. Se il più gentile e charming dei rapinatori di banche anni settanta, Charlie Varrick, l'ultimo degli indipendenti, ritratto da Walter Matthau in un celebre capolavoro di Don Siegel del 1973, era il Dottor Jeckyll, questo truffatore febbrile e isolato che si chiama Irving "Irv" Rosenfeld (Christian Bale) è infatti il suo (ritardatario) Mister Hyde. Narcisismo, opportunismo e cinismo. Questi lo sfondo sentimentale del suo nuovo modus operandi, della performance, dell'assolo. La band non c'è più.

Truffatore nel senso tragico, passivo, non comicamente, egemonicamente attivo, del termine. Pura sopravvivenza nel sistema, non più antitesi al sistema. "L'arte della sopravvivenza è una storia che non finisce mai", nel senso che Irv - sue quelle parole -  proprio come la sua compare Sydney, è costretto solo alla legittima difesa più strenua, sotto padrone Fbi addirittura, in una società capitalisticamente corretta, dove il più forte truffatore mangia perennemente il più debole, deformazione borghese delle nobili intuizioni evoluzioniste e mistificazione ideologica di una distopia, il libero mercato. Nascondere la calvizie, aprire tutte le fessure necessarie nei vestiti, uno spreco industriale di bigodini, per contrastare le onde del destino nei capelli. Ogni marchingegno seduttivo di superfice va utilizzata per deviare lo sguardo dalla vera posta in palio.

Insomma non di simpatici giochi d'astuzia individualistici si parla in questo film, come nella Stangata o in Paper moon, o in Bonnie and Clyde, ma del senso stesso, piuttosto immondo, della società capitalistica finanziaria 'pura', senza stato sociale rooseveltiano a correggerne le iniquità macroscopiche, senza rete di protezione pubblica, che dai ruggenti anni venti riemerge, d'un tratto sul suolo americano, per spazzare via tutto ciò che intralcia il big business, i grandi interessi. Già si sente nell'aria gialla e maleodorante di questo film la puzza del neoliberismo, di Reagan, del doppio Bush, dei subprimes...E dell'oggi si tratta, come in ogni film in costume.   Come se Obama, negli Usa di oggi, contasse come Kathami nell'Iran degli ayatollah. Quasi niente.

Christian Bale come Irv Rosenfeld
Togli dunque la coscienza politica di Varrick, perché nel 2014 è ormai un patetico reperto preistorico, e cosa rimane? Malinconia. Un mostriciattolo, più o meno simpatico, che cerca di sopravvivere tra i ripugnanti Veri Mostri Affamati. L'ennesimo mito diffuso nell'ottocento nelle dime-novel di Horatio Alger, riproposto. Sei povero? Sei caduto nel fango? Solo se sei abbastanza cattivo e ce la metti tutta ce la farai. Gli immondi, come Horatio Alger, risorgono....

Amy and Duke
Il compositore Danny Elfman rivestirà dunque le sue gesta di resistenza di armonie sufficientemente sardoniche (sarcastiche e tristi, a volute introverse e estroverse, come i capelli posticci di Irv). Sono proprio le musiche del film - altro che commento, altro che sfondo altro che raddoppiamento sentimentale - il punto di vista etico da assumere, per inquadrare e giudicare meglio i fatti, le intenzioni e le melodie, spesso nefaste, della vita di Irv & Co.

Bradley Cooper
Ben confezionato allora questo personaggio dell'anti-eroe, ben truccato, nonostante la pancetta, ben mascherato, soprattutto nei capelli, ben simulato nel paesaggio dell'America di Jimmy Carter che ritrova l'onore dopo l'orrore dalle presidenze Nixon-Ford. Meglio di niente. Come era stato orrendamente mascherato, invece, quel criminale di Richard Nixon, il massacratore clandestino di cambogiani e laotiani... Il vero americano.  Il nostro film si ambienta, infatti, nel dopo-Watergate, nel dopo-Vietnam... Negli Stati Uniti d'America dove nella lotta alla corruzione si metabolizza la sconfitta bruciante in estremo oriente. E' guerra seria, a forza di napalm, tra un tipo di politici corrotti, i vincenti, contro un altro tipo di politici-corrotti, i perdenti.

Christian Bale e Jeremy Renner
Ed è ancora nelle sale, forse, American Hustle. O speriamo che la Eagle lo riproponga. E' un'opera complessa, da rivedere, recuperare e ridiscutere. Il titolo, poi, è bellissimo visto che ha a che fare con la frenetica aggressività americana del fondatore, nel 1974, di Hustler, rivista porno per 'soli uomini non ipocriti', il combattente Larry Flynt, che certamente - lo abbiamo apprezzato nel film di Milos Forman, Nixon non lo ha mai votato.

Siamo nel 1978, allora. Due piccoli truffatori niente male, che adorano all'unisono il Duke Ellington di epoca 'Bubber Miley e Tricky Sam Nenton', perché vivono nella new jungle metropolitana, costretti a far troppo male dunque anche ai poveracci incauti e alle loro tasche, cioé l'imbolsito Irving Rosenfeld e la seducente, forse nobil donna inglese, Sydney Prosser (Amy Adams), eternamente quasi amanti, sono smascherati e utilizzati dall'Fbi per eliminare un sindaco italo-americano del partito democratico del New Jersey, scomodo perché troppo populista, e alcuni senatori da rottamare e affidare il business di Atlantic City e dei suoi casinò in ben altre mani (non meno mafiose)... 

Jennifer Lawrence e Amy Adams
Sbuca fuori perfino un agente Fbi che sembra onesto anche se ambizioso, Richie DiMaso (Bradley Cooper) e quel sindaco ambizioso, malandrino, ruspante ma simpatico perché 'di parte operaia', come Carmine Polito (un travolgente Jeremy Renner, lo voterei anche io). Le cose per fortuna non andranno proprio come tutti gli scagnozzi di Edgar J. Hoover, in attrito tra di loro, c'è Jimmy Carter che rompe, hanno previsto... 

Bradley Cooper, Amy Adams, Christian Bale, Jennifer Lawrence e Jeremy Renner
Sullo sfondo (ma preme parecchio) un fatto di cronaca vera, lo "scandalo Abscam" (o Arab Scam o Adbul Scam), sei congressisti, un senatore e un sindaco arrestati, uno dei tanti ripulisti di politici corrotti che accomunano la storia del New Jersey a quella del comune di Brindisi, con tanto di finto miliardario saudita però, qui sguinzagliato. Il che, coinvolgendo Robert De Niro in un cameo da mafioso politicamente corretto, precursore del manager moderno che parla fluentemente l'arabo, trasforma una smagliante screwball comedy della migliore tradizione Howard Hawks-Cary Grant-Rosalind Russell in una aggiornata, cupa farsa all'italiana, quasi ridipinta alla Martin Scorsese. Uno stranissimo mix.  
Il regista David O. Russell sul set

Ma di questo denso e disincantato 'dramma metropolitano' veloce e pieno d'humor sulla corruzione municipale e senatoriale Usa, un crime drama che al culmine del suo potenziale comico, mirerebbe, sotto sotto, al risarcimento morale dell'Fbi, insomma di American Hustle, ci ricorderemo allora tra qualche anno solo per il virtuosismo recitativo, tr Jean Harlow e Judy Holliday come scrisse il New York Times nel dicembre scorso, di Jennifer Lawrence


Jennifer Lawrence e Bradley Cooper
Lei è una futura 'married with the mob' che tanto deve a Michelle Pfeiffer e a Mercedes Ruehl. Ma per dare vita alla sua illegally blonde Rosalyn - la moglie indocile e inquieta di Irving Rosenfeld - ha incorporato una sensualità diversamente perturbante, istintivamente intellettuale, perché gironzola nel film per conto suo, del tutto avulsa da testo e contesto, come Marilyn in Niagara. Sempre al suo fianco un libro di Wayne Dyer, "Power of Intention", che, scritto nel 2004, ma Rosalyn precorre i tempi, sembra il manuale del giovane attore emergente, da Sean Penn in poi. Anticipare le mosse del nemico per abbatterlo. mai più i manuali kennediani, ormai inservibili, quelli del tenore: come conquistare gli amici, come avere successo ispirando simpatia...E Rosalyn divora e metabolizza quel libro, peggio che Anna Karina Brecht in un film-saggio di Godard.

Jennifeer Lawrence
Insomma è l'incrinatura, l'anarchico detour rispetto a una sceneggiatura dagli incastri fluidi e dai dialoghi consequenziali e ferrei (particolarmente spettacolare data la presenza, ben intrecciata e coordinata, degli altri ben 167 attori!) - che sembra ispirata a una 'sensazionale inchiesta' del Village Voice - a fare la forza strana e un po' malata di American Hustle? O siamo in pieno 'laboratorio attoriale' dove solo i personaggi e quel che da dentro trasmettono 'elettricamente' all'ambiente circostante, contano e il copione è solo un canovaccio di cui non tenere alcun conto? 

Christian Bale
No. Attenzione. L'apparenza inganna. Come ci ricorda il sottotitolo italiano di questo strano oggetto, analogo, anche per l'atmosfera malinconica, ad Atlantic City (1980) di Louis Malle (i colori inaciditi di allora, le luci fantasmatiche del belga Richard Ciupka, che strano, redivivo oggi dopo 30 anni di inattività, sono quelli glaciali dello svedese Linus Sandgren), anzi quasi il fuori campo  di quel film sulla mafia dei casinò nascenti della costa east, a cui il copione di David O. Russell (anche regista) e di Eric Warren Singer aggiunge due o tre cose autentiche sul malaffare locale precedente. Speculazioni edilizie, mazzette, inquinamenti mafiosi al Congresso, misteriosi traffici Fbi...

Jennifer Lawrence e Amy Adams
Dunque di American Hustle è bene scrivere con cautela. Anzi è proprio stato difficile scrivere. Lunga la pausa di riflessione. Da quando, molti mesi fa, il film è uscito. Da quando apparve quel parrucchino imbizzarrito ma trattato con le mani da gourmet sulla testa semicalva di Irving Rosenfeld (un Christian Bale ingrassato, imbruttito, deturpato, perché così vanno di moda le star maschili di oggi o estremamente scarnificati, o frustati a morte o imbolsiti). Da quando il film ha partecipato alla notte dei Golden Globe (3 premi: Jennifer Lawrence, Amy Adams e migliore commedia), dei Bafta (3 premi: trucco, sceneggiatura originale e Jennifer Lawrence) e degli Oscar, 10 candidature (non alla fotografia...) e nessun premio. Da quando iniziò quella storia, il 26 o il 28 aprile (dalle scritte del film non è chiaro) del 1978. Da noi la Cia si interessava, con malignità, al rapimento Moro.

Amy Adams sente Duke Ellington, periodo anni 50-60
Infatti ci sono contenuti importanti incastonati in questo omaggio alle forme del cinema che fu, alla 'new Hollywood', al cinema di personaggi indocili e 'contro', non di copioni embedded. E al clima politico post-sessantottino che dalle grandi battaglie ideali generali più o meno vinte (Vietnam, pacifismo, sessualità libera, droga che dilata la coscienza, femminismo, agricoltura biodinamica contro fast food....) intraprendeva da allora la 'lunga marcia dentro le istituzioni', cercando di conquistare potere politico, anche locale, e uscendono sempre, più o meno, sconfitto, da Eugene McCarthy a McGovern a Harvey Milk in poi.  Ma aprì quel sentiero imprenditoriale, legale e illegale, per la 'soggettività desiderante' che avrebbe trasformato il compagno in ristoratore alternativo, il supermercato in Farmers Market, soprattutto nei dintorni di Berkeley; l'individuo americano in lotta contro tutti in lottatore specifico: da beat a broker, da studente a barone (rosso); da hippy felice a yuppy feroce, da hobo a bobo, da rivoluzionario materiale riempito di botte in ribelle immateriale riempito di bot. Chissà se migliorando. Look a parte. 

Jennifer Lawrence
Conosciamo l'antipatia generazionale di oggi per la moda maschile fine anni settanta, pantaloni a zampa d'elefante, stivaletti Beatles, collettoni sulla giacca stretta e maglioni norvegesi bianchi a tessitura larga, in primis.Però, a un certo punto, si entra allo Studio 54, usciamo da Casino e Godfellas e siamo già dalle parti di Badham e nel bel mezzo della Febbre del sabato sera. Ci si trasforma, come Sydney in Lady Edith Greensley. Una frase vittoriana come: "Tu non sei niente per me finché non sei tutto", dopo quel decennio così promiscuo, spersonalizzato, de-individualizzato, zen e in trance da acid-test, ha il sapore geniale di una invenzione romantica. Quasi di un recupero di Fitzgerald dopo tanto Hemingway-Kesey. Perché il sogno di una generazione vincente è essere qualcosa di diverso da ciò che si è. Perché nuovi compiti esigono corpi differenti. Protesi nuove. Tecnologie incorporate. Altri romanticismi. La mutazione è in corso da trent'anni. Attenzione.
American Hustle