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venerdì 14 marzo 2014

Allacciate le cinture. Ma contemporaneamente non fissate le bretelle. Un melodramma novissimo alla vecchia maniera

Ferzan Ozpetek tra porta Napoli e l'obelisco gira alle spalle dell'ex distributore Agip di Lecce

Roberto Silvestri


Si può resistere alla passione canaglia? Un amore tra dissimili resiste per 13 anni? Come lottare contro un destino avverso ed eventi inaspettati? E, soprattutto, cosa succede quando uno dei due partner si ammala di cancro? L’altro fugge o desidera ancora il corpo mutante dell’amata? La commedia può 'fare l'amore' con il melodramma senza produrre acido e nuocere al godimento spettatoriale e all'happy end?

Kesia Smutniak e Francesco Arca
Le domande, fertili per un melodramma, ostili alla commedia, sono certamente di interesse nazionale e culturale. Anche perché Dallas Buyers club è andato bene; la Rai annuncia la “seconda stagione” di  Braccialetti rossi; nella notte più nera c’è sempre la possibilità della risalita e finalmente Ferzan Ozpetek, novello Gregg Araki, promette e scodella, su queste basi, la sua prima love story eterosessuale.

Smutniak, Crescentini e Scicchitano
Anche se un po’ di dubbi identitari crescono quando il macho super palestrato, protagonista del melodramma all’italiana Allacciate le cinture, da ieri nelle sale, è anche un impunito dongiovanni esibizionista.

Insomma il copione è da Sex in the City, ma dopo la revisione di viale Mazzini. E scodella, senza sarcasmo, tutto quel dibattere retorico tra cinici di destra e umanitari di sinistra che sta annoiando il paese.
Apulia Film Commission e Rai Cinema hanno però fiancheggiato un gradito ritorno. Con Allacciate le cinture si è ricomposto il dream team di Le fate ignoranti, il melodramma lanciato dalla Berlinale nel 2001 che fu piuttosto efficace nella lotta contro l’omofobia, innalzando un po’ la sensibilità basic nel paese di Buttiglione.  900 mila euro di fondi ministeriali, di Mibac. 


Nei vicoli del centro storico di Lecce
Un buon avvio di progetto ecologico-umanitario, perché così la regione Puglia è istigata a coinvolgere la camera di commercio e a valorizzare il potenziale turistico-culturale del tacco d’Italia, in attesa di incassi per purificare l’Ilva. Basta chiedere alla scenografa Marta Maffucci di truccare l’ospedale come se stessimo nei paraggi del Dottor Kildare e dissacrare alcuni salotti borghesi intoccabili, copiando la deturpazione commerciale renziana di piazza della Signoria a Firenze. E al direttore della fotografia Gian Filippo Corticelli di lavorare inizialmente sui rossi, sui gialli e sui blu. La tavolozza pop della prima parte deve, come una botta in testa, sfociare nell’ombroso finale. Dal movimento alla stasi. Il grigio è privo di risonanza. Una inconsolabile immobilità…     

Kasia Smutniak
Torna sotto il cielo dalla luce più hollywoodiana d’Italia, tra gli ulivi giganti del Salento, nel cortile del liceo Palmieri di Lecce e a Lido Pizzo di Gallipoli Ferzan Ozpetek (regista e sceneggiatore italo-turco), con al fianco Tilde Corsi (produttrice) e Gianni Romoli (co-sceneggiatore e produttore). Il regista amato anche dalle casalinghe di Voghera ha intanto irrobustito le sue arie mélo con Giuseppe Verdi (Traviata e Aida) e pubblicato il romanzo Rosso Istanbul.

Kasia Smutniak
Ozpetek è ormai di casa nella Firenze del sud  e in piazza Sant’Oronzo, dove ha girato  nel 2010 Mine vaganti,  e dispone in campo - in genere primissimi piani, con la città sfocata in sottofondo, per non cadere nel banale, che ricordano Melissa P. - questi suoi nuovi dodici personaggi in cerca di passioni irrazionali o di emozioni incandescenti, incrociate e trasversali. E’ la stessa architettura barocca fiammeggiante della città, ma spazialmente conservatrice, quel tufo così plastico e ‘vertiginoso’, inebriante e seducente, ma considerato ornamentale, a pretendere di addomesticare le trasgressioni, di trasformare le orge in tenerezza domestica, la rottura omosessuale in prospettiva matrimoniale.  

Kasia Smutniak e il mare del Salento
Al centro dell’intrigo erotico, nel senso di Bataille, di accettazione della vita fin dentro la morte e viceversa, c’è un amore avulso e molesto, nato nella pioggia e consacrato dalle acque trasparenti dello Ionio, tra Elena, la giovane progressista bionda, stufa dell’università e cameriera in attesa del primo business e Antonio, meccanico reazionario bruno e volgare, impresentabile al circolo del tennis. Lei è Kasia Smutniak, lui Francesco Arca.  Molesto perché - più si detestano e più si bramano - non hanno niente da dirsi neppure con le dita. Lei è della Lecce bene (dalla cadenza non sembrerebbe, è proibito il  cadenzar leccese nel film) lui è un maledetto toscano maschilista. Molesto è anche per il pubblico che deve sorbirsi – geniale Romoli -  il manuale Cencelli delle banalità reazionarie e delle ovvietà progressiste. Ovvio che entrambi hanno altri amanti, lei Giorgio (Francesco Scianna) e lui non solo Silvia (una Carolina Crescentini solare e dionisiaca proprio come la coppia sfumatamente lesbica Carla Signoris-Elena Sofia Ricci, affiatata come Gianni e Pinotto) all’inizio della storia, che finirà gonfiando di chili lui e sgonfiando lei. Un sub plot – la cintura di sicurezza del titolo - si rende necessario (è la nascita di un locale da movida) per alleggerire l’atmosfera. Fabio (Filippo Scicchitano) gay come quelli di una volta (e in grande forma nel ruolo dell’amico intimo intimo di Elena) prende su di se la missione impossibile di bilanciare le perturbazioni devastanti della trama con un po’ di saggezza sentimentale, di disincanto, di alleggerimenti sulla fascia e di ironia. C’è dell’Ozpetek dentro di lui. Il sindaco di Lecce Paolo Perrone (centro destra) purtroppo si caracolla, infine, in un cameo da avventore del bar new look alla moda, coi trespoli, fortissimamente voluto dalla nuova imprenditorialità trash-chic impersonata da Fabio ed Elena.

L'ex distributore Agip di Lecce, vicino a porta Napoli
Ps. A proposito del bar ricostruito sulle ceneri di un distributore di benzina. Proprio in quel viale di Lecce, per molti anni prima di morire, un benzinaio licenziato su due piedi dal proprio padrone, a sua volta servo delle sette sorelle, anzi per la verità dall'Agip, continuò ad andare al lavoro come se niente fosse, anche se la pompa di benzina non c’era più.  Ogni mattina era lì. Staccava quando era l’ora di staccare. Uno strazio. Successe prima dei grandi licenziamenti di massa. Era la vedetta salentina che anticipò, come un convitato di pietra, il grande orrore a venire. Ci piacerebbe sapere se Ozpetek, avvertito della atroce storia, anche perché quella costruzione tra porta Napoli e l'obelisco barocco, abbandonata all'incuria, è doventata uno scandalo cittadino, con questo film abbia voluto rendere omaggio al lavoratore ignoto, dedicandogli un festoso bar alla moda. A quando un grande palazzo di Gerhy o di Moss, magari sulla via del mare, con un mega distributore di benzina appallottolato e destrutturato, centro ‘sudista’ d’arte sperimentale e d’avanguardia?