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domenica 9 marzo 2014

La strana coppia. Freddy Hotel di Max Amato, con Nicola Garofalo e Maria Cristina Blu


Nicola Garofalo in Freddy Hotel


Roberto Silvestri


Freddy Hotel di Massimiliano Amato, con Nicola Garofalo e Maria Cristina Blu. Italia 2014.

Al Filmstudio di Roma, alle 2030, questa sera lunedì 11 marzo, anteprima pubblica del secondo capitolo, Freddy Hotel,  di una ‘trilogia dei sentimenti’  iniziata da Exit che Massimiliano Amato, 51 anni, cineasta indipendente e autonomo quanti altri mai, che gira senza troupe ‘pesante’, e imponendosi, anche per necessità del basso costo, tempi lunghi di riprese, ha scritto e diretto nel 2009 analizzando la relazione, soprattutto ‘subcutanea’, tra due fratelli. Cinema di poesia, ellittico, metaforico che si affidava a una linea narrativa non tradizionale e bisognosa di ricezione critica e attiva.    
L’esordio Exit, realizzato dal cineasta romano dopo esperienze teatrali e di scrittura seriale televisiva e due documentari, sul cinema indipendente anzi ‘clandestino’, il primo, e ‘A dream’, corto sulle mine anti uomo, il secondo, vinse a Annecy il premio per l’intepretazione maschile (Luca Guastini) e una  menzione speciale della Cicae.  Un’opera prima fortunata, vista la centralità dell’appuntamento francese per dare ordine critico al nostro cinema emergente, grazie a uno sguardo  ‘distante ma particolarmente esperto’ come quello di Jean Gili e, per tanti anni, del compianto cofondatore Pierre Todeschini.
Freddy Hotel ai svolge ai giorni nostri, tempo di crisi finanziarie e di angoscia esistenziale, di vertigine per il maschio latino, di tragedia incombente, perché al tracollo economico crescente, ai debiti per tutti, non sa più rispondere con il tradizionale cinismo, con il disincanto nazionale e lo sberleffo comico. Prevale l’individualismo celibe, l’incapacità di mettere in discussione il solipsismo assoluto e di aprirsi a soluzioni collettive o almeno partecipate o almeno ragionate. Tutto è vanità e ci si crogiola nel nichilismo. I sintomi sono quelli dei probabili suicidi o dei femminicidi che leggiamo ogni giorno….Oppure la fuga. Diserzione dalla responsabilità. Nel film l’uomo, il Freddy Angi del titolo ( Nicola Garofalo), 43 anni, è sposato, separato dalla moglie, ma la rivede spesso negli hotel, come se la tradisse con lei….  Sempre più disadattato, non fa più conversazione, al massimo veloci combattimenti verbali con il prossimo. Sembra che disprezzi totalmente tutti e che abbia perduto l’amor proprio e l’onore, imitando quelli che dovrebbero dare il buon esempio. O ha finito le sue munizioni di sarcasmo e di derisione. Per esempio con l’agente letterario, che dovrebbe strappargli un buon contratto per la vendita di un romanzo in Francia e che invece lo manda a Parigi tutto solo e alla ventura (ma non esistono i fax?)….L’italiano oggi è sempre più solo, e debole, beve, ha mille avventure a istigazione tossica, ma l’unico dialogo tollerabile è ancora per Freddy quello con Anna, la moglie (Maria Cristina Blu), non si capisce se perché lui la domina o perché lei gli restituisce quell’illusione di equilibrio e di identità…. O perché nella coppia, nel matrimonio, l’egoismo reciproco arriva all’estasi…. Una musica da thriller, quasi un motivetto gelido al piano, stile Dario Argento, sembrerebbe puntare sull’esito cruento, ma si inseriscono altre piste musicali, più d’avanguardia, a raddoppiare il caos esistenziale, o più consonanti, a offrire un barlume di speranza.  
Maria Cristina Blu
Cinema inquieto nel tempo e pulsante nello spazio, famelico di set (Roma, la campagna italiana, Parigi, la periferia di Bucarest, dove termina la paradossale e non stereotipata fuga), a flusso libero e montato a mosaico dadaista, come un puzzle programmaticamente antirealista, con imprevisti flash ‘fuori tempo’, cronologicamente ardui da collocare, anche questa volta, e pieno di citazioni cinefile, come il Bergman iniziale da Scene da un matrimonio. E in particolare quella stessa domanda ‘che ne diresti se tornassi a casa?’ che il marito innamorato, ma in fuga da tempo, rivolge alla moglie, innamorata ma ormai decisa a non permettere ulteriori sovrimpressioni dolorose alla sua autonomia routine domestica. Lei concreta, lui sfuggente. Lei razionale, lui sognatore.     

Mentre si cerca di fissare una storia liquida e complessa che sfugge e scivola costantemente nel ‘fuori campo’, e nei sotto plot (una figlia scopre che suo padre è un altro, come accadeva negli albi dell’Intrepido del dopoguerra) inseguendo quell’ardua relazione, sempre sul punto di spezzarsi, anche intimamente (perché inizialmente la coppia è separata, anche se in stato d’allarme) tra un marito scrittore, errabondo per indole, e una moglie ‘cinematografara’, girovaga per professione (seleziona gli esterni dei film). Noi tifiamo perché si spezzi.
I due si vedono quasi clandestinamente negli hotel perché la passione e l’amore, concordano, sono ancora forti, ma ci sono figli di mezzo, una casa da portare avanti, e siccome l’artista uomo è tutto astratto, immerso a tempo pieno in fantasticherie filosofico-esistenziali, l’artista donna non ne può più. E’ fritta. Lui è un personaggio ispirato al Freddy di Heinrich Boell (E non disse nemmeno una parola) e a Emil Cioran di Al culmine della disperazione’. Ironicamente. Visto che lì è la Germania post bellica e in pratica in briciole il paesaggio. Qui sono proprio i danni di quella Germania risolta, il set. Il film è da scomporre e ricomporre, si richiede l’attenzione attiva del pubblico, come se in una istallazione da video arte qualcuno ti portasse per mano, rispondendo in ogni situazione, ma perché succede tutto questo?