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martedì 17 aprile 2018

Cratere. Non reale, ma inverosimile plausibile










Roberto Silvestri

Un vero manifesto teorico, forse troppo esplicito e gridato (l'intenzione sembra buona: indicare un sentiero per uscire dalla morsa “verismo, naturalismo, realismo, neo-neo realismo e cinema del reale” che paralizza il nostro immaginario) era stato scelto dalla gang della Settimana della critica per aprire provocatoriamente la sezione di frontiera della Mostra di Venezia. E in questi giorni esce nelle sale italiane questo Ufo, Il cratere. Usiamo in senso affettuoso il termine "Gang" per definire gli esperti raccolti da Giona Nazzaro, come l'avrebbe detto Nagisa Oshima. Ricordate quando il cineasta giapponese mai riconciliato affermava che fare un film è sempre “compiere un atto criminale”? Si riferiva anche a una industria chiusa a riccio intollerante a tutto ciò che la mette in discussione. E non parliano poi di farne la critica. Cosa c'è di più criminale che fiancheggiare un crimine con  una argomentazione retorica (e dunque ingannevole)?    
Il cratere (niente a che fare con il Vesuvio, come sembrerebbe) è opera di coppia, diretta, prodotta e scritta con straordinaria strafottenza narrativa e spettacolare, anche nel rapporto tra finzione e documentario, da Silvia Luzi & Luca Bellino.  


Girata in digitale nei veri luoghi dell'azione (suburbi poveri di Napoli e Senigallia), è la radiografia implacabile, a camera sfacciatamente intrusiva, di un rapporto di coppia estremamente strano. Tra un padre che vende alle fiere pupazzetti in lotteria e la figlia adolescente, talento canoro naturale, una Maria Nazionale in erba, che potrebbe essere la soluzione di ogni problema finanziario ed esistenziale (se non psicotico). Sharon, sempre perseguitata dal padre, come Jerry Lewis in Quel fenomeno di mio figlio, tratta però il suo dono come qualcosa di giocoso non di professionale, vista la sua giovane età. Incide dischi, va in tv, certo, ma qualcosa non funziona ancora. La ragazza è troppo distaccata, non mette tutta se stessa nell'interpretazione, non arriva al cuore delle persone. Bisognerà addestrarla. Si distrae troppo. E allora. Niente amiche. Niente gioco con le palle. Va seguita. Va addirittura controllata con quattro telecamere.... A questo punto dovrà diventare invisibile, proprio come Cratere (che è una costellazione che, propio a causa della sua esagerata luminosità, svanisce alla vista) per sfuggire alla prigione edipica in cui lei e lui sono invischiati...


Padre e figlia sono gli stessi interpreti, Rosario Caroccia e Sharon Caroccia, indivisibili, inseparabili. Ma in maniera differente dal film, più convenzionale nello sviluppo narrativo, e molto meno perverso, che fu bocciato a Venezia due anni fa ma poi fece indigestione di premi perché le gemelle siamesi erano mozzafiato. 
Già la prima scena di Il cratere, infatti, svela tutto. Sharon, allo specchio, ripassa, ma danzando come fosse in uno show tv, la lezione di italiano e di francese: cos'è il verismo? cos'è il realismo? 
Verga e Flaubert (e Balzac, Zola, Courbet, Grosz, Stroheim, De Sica, Visconti... 
L'oggettività della raffigurazione, il non prendere posizione, da una parte, privilegiando la marginalità, la povertà e l'oppressione (che se non ci fosse bisognerebbe inventarla). Palazzeschi direbbe la "bellezza del derelitto".  E, dall'altra, lo scavo psicologico del personaggio tipico, che ci introduce fin nelle parti più intime della sua interiorità o spiritualità e invita a prendere posizione. E nel fuori campo uno pensa già alla contrapposizione tra tipi sociali, alla lotta di razza e di classe, ai cambiamenti epocali reali, ovvero al cinema “europeo” che gira sempre attorno al concetto di realismo (da Aristarco a Lars Von Treir, passando per Bazin), contrapposto al cinema dei Miti, dei modelli ideali, che, dall'antica Grecia, Hollywood classica ha saputo così bene riciclare in più generi, fino ai Marvel, per affermare, back to the future, alcuni concetti trascendenti, ereditati dalla cristianità, per esempio i valori irrinunciabili ed eterni della libertà (anche di sfruttare) o della sacra proprietà privata (da difendere armi in pugno)..
Che il mondo immaginario dell'arte possa produrre un forte effetto di realtà è l'obiettivo delle numerose tendenze realiste (o che ne subiscono l'egemonia, astrattismo compreso), tutte, contraddittoriamente, tese all'idealità (il rispetto per ciò che si “sfrutta”, la non-manipolazione visiva, la tensione problematica, la serietà oggettiva, il fastidio per l'intrusione degli elementi comici e satirici alla Michael Moore...) per dire qualcosa sulla realtà non solo momentanea (ed ecco il “realismo socialista” e il “realismo poetico”) e non solo “umanistica”. 
Insomma mi pare che Cratere prende di petto sia il cinema della trasparenza, estremizzazione realistica che inneggia al piano sequenza e al “montaggio proibito”, perché trufferebbe il senso di realtà - il cinema del reale in realtà, se è fuori norma, è solo quello nel quale il regista guarda guardarsi, e ci mette lo sguardo, in maniera che lo spettatore possa giudicarne la moralità -  sia quello di chi afferma che il mondo ha la virtù di parlare da sé (il cinema diretto). 
Dunque non siamo solo dentro un labirintico intrigo di editing, ma anche in pieno “regime cristallino”. Se si rompe il tempo cronologico, se non è il movimento senso-motorio che fa andare avanti la storia, ma “situazioni sonore ottiche” esplorano il tempo e lo rendono visibile, ecco apparire il carattere, almeno duplice, del presente, che è sempre passato nel momento in cui sembra “just in time”. L'immagine-cristallo è la metafora di questa coincidenza tra reale e virtuale. Trattare tutto questo con umorismo partenopeo e serietà Farocki è fecondo.


sabato 24 settembre 2016

Venezia 73. L'ultimo, il film tunisino di Ala Eddine Slim che ha vinto il premio come migliore opera prima


Jawher Soudani in The Last of Us di Ala Eddine Slim, vincitore del premio per la migliore opera prima a Venezia 73


Roberto Silvestri

Nei luoghi macabri dove si aggira la morte… andiamo a cercare un controcampo: la vita
(Hassen Ferhani, documentarista algerino contemporaneo) 

In un vecchio film arabo, credo che fosse Stars in Broad Daylight (1988) di Oussama Mohammed, regista siriano oggi esule a Parigi, una casa di campagna è circondata nella notte dai lupi minacciosi. L’uomo baffuto e barbuto, a letto, non sa proprio che fare, la moglie invece si alza e urla, più agghiacciante di loro e li zittisce d’ un tratto, mettendoli in fuga.  
il regista tunisino Ala Eddine Slim
I lupi (e le lupe) come genius loci – che nella metafora non sono solo i capitalisti che portarono l’America alla Grande Depressione, o i neo-razzisti occidentali come Trump o semi-occidentali come Putin, o gli agenti sinistri di Assad lo sciita e dell’Isis wahabita, ma perfino i Wolfen della mitologia nativa d’America cari a Haidegger - vanno addomesticati o sconfitti, se si vuole fondare una umanità nova adeguata alla globalizzazione (dal basso), trasformando in occasione preziosa (per il “bene comune” delle moltitudini contro lo spirito  passatista della comunità) l’esodo biblico tragico di questi giorni, maneggiato con ben altre intenzioni rapaci (manodopera schiavizzata a costo zero) da multinazionali e banche mondiali.
Per questo è prezioso il contributo delle donne profughe o in fuga obbligata, doppiamente colpite, anche sessualmente, durante le traversate desertiche, marine e nelle kafkiane e non meno sadiche trafile burocratiche d’Europa (si legga il bell’intervento di Helen Pankhurst, discendente della suffragetta e nipote di un anarchico italiano sfuggito al fascismo, sul Guardian del 19 settembre scorso). Anche se, nel miglior cinema nordafricano sull’argomento, non viene sbandierato, ma va scoperto spesso nel fuori campo, nelle allusioni a ricche e antiche mitologie di lotta (non tutta la tradizione culturale è proprio oppressiva e da buttar via) poco chiare per l’occidentale.  Per esempio il mito di Mamy Wata, la madre acqua, a cui il nigerino Moustapha Diop,  nel 1989, dedicò un fondamentale film. Si tratta dell’elemento magico che interviene prima o poi e cambia il corso della storia. Insomma è piuttosto pericoloso, a giudicare da quel film profetico, lasciare morire nelle acque comuni tra Europa e Africa, centinaia di migliaia di esseri umani. Alla maledizione di Mamy Wata e alla moltitudine errante e umiliata è stato eretto nel 2010 un altro monumento filmico che andrebbe fatto vedere giornalmente nelle scuole italiane (dura solo 18'), The Leopard di Isaac Julien, filmaker anglocaraibico che per primo ha irpreso i morti del Mediterraneo come fantasmi che iniziano ad affollare i nostri incubi, spettri di Marx, direbbe Derrida.


Ma ecco che un altro film proveniente dalla Tunisia riprende quel filo, The Last of Us di Ala Eddine Slim. Che non è il videogioco di sopravvivenza postapocalittico della Sony (semmai il suo perfezionamento, come La signora che partì perfeziona, capovolgendolo, il piacere delle infinite serie tv), ma un film poetico di sopravvivenza che non teme le ambiguità, anzi le moltiplica, che devia dalla “retta strada” del film fabbricato per i festival, fa un “detour” imprevisto perfino dentro la controcultura sessantottina più lisergica (il sogno hippie della natura incontaminata, la vitalità dello sporco, il ricominciare con il ciclo vitale base, il puntare alla rigenerazione spirituale totale, e non solo alla rivoluzione sociale, “verso la follia e oltre”) e dunque richiede una breve contestualizzazione.

Il premio a Venezia 73
Aveva 26 anni l’ambulante tunisino Mohamed Bouazizi che, cristallizzando la rabbia e la disperazione della sua generazione, genererà con il suo suicido i moti e le rivoluzioni mediterranee del 2011. Aveva 28 anni il dosoccupato Ridha Yayaoui, che si è suicidato bruciandosi con i fili dell'alta tensione, il 19 gennaio 2016, 5 anni dopo la Rivoluzione, a Kasserine, nella regione centro occidentale della Tunisia, manifestando contro le modifiche ministeriali alle liste di assunzione del ministero dell'istruzione. Un professore che volevano spedire chissà dove o che avevano depennato dall'assunzione. 

Fame nera, disoccupazione o sottosalario salari, mancanza di tutele e zero welfare (che poi non è altro che speranza di felicità), elezioni truffa (lo sono ancora, in Marocco) maneggiate dai governi che preferivano controllare le liste e far “votare” i milioni di morti iscritti, piuttosto che i milioni di giovani mai iscritti….  


I proletari stagionali di El Gort  (2013), film del tunisino Hamza Ouni, ambientato durante gli anni di piombo del governo Ben Alì, membro dell’Internazionale Socialista, eppure dittatore, formulavano la stessa alternativa fatale: o immigrazione clandestina o suicidio, finendo per mettere in pratica quella dicotomia, non sempre antitetica. Scrive su Trafic (n.98, estate 2016) Marie-Pierre Bouthier che, già molto tempo prima della Rivoluzione per la libertà e la democrazia (gettate nel cesso l’espressione colonialista rivoluzione dei gelsomini), “i giovani maghrebini  si considerano zombie, morti viventi, motivo ricorrente dei graffiti che la giovane cineasta Intissar Belaid ha svelato al mondo in una serie di fotografie indimenticabili”.
Ecco perché al Cairo, ma anche a Ouagadougou quando hanno detronizzato l’altro dittatore coccolato dall’Europa, Compaoré, andavano tranquillamente incontro ai carri armati (e ai cammelli di Mubarak). Non c’era, non c’è, proprio più niente da perdere.
Il documentarismo maghrebino contemporaneo, e in particolare quello tunisino (pensiamo anche a Ismael, Youssef Chebbi che con Ala Eddine Slim hanno firmato Babylon, nel 2012) punta alla co-creazione, al rapporto completo. Full frontal, si potrebbe dire utilizzando il gergo del porno, tra personaggio e filmmaker. Miscelando gioco dell’immaginario con nude testimonianze, non si finirà forse finalmente per “inventare un popolo” invece di “saperla già lunga su quel che vogliono i cittadini”, secondo la gioconda presunzione dei partiti reazionari alla moda?     
Questo film di finzione si colloca in questa scia. Ma non è facile da consigliare con entusiasmo perché, un po’ come ha fatto Pippo Delbono in Vangelo, non è un film apparentemente partecipativo o liberatorio, e non sembra che il registi lasci al suo unico protagonista (che oltretutto è un nero che viene dall’Africa equatoriale) la possibilità di riappropriarsi non dico del suo destino ma neppure della sua immagine. Anzi, sembra proprio il contrario. Si respirava un certo disagio in sala…
E’ quasi un mese, dunque, che ci penso, perché  non è facile scrivere su The Last of Us, un film panafricano “tutto maschile”, ma alla maniera di Robert Aldrich della Sporca dozzina, senza farsi prendere dagli automatismi orientalisti, arroganti e paternalisti. Si parla spesso di rapporto difficile tra maghreb e sub-Sahara, di un certo tipo di razzismo che permea anche le società arabo-musulmano del nord rispetto alle popolazioni nere del sud (che nei secoli si collaborò, in combutta con i bianchi, a schiavizzare). Un esempio di questo rapporto ostile viene sviscerato in Le siestes grenadine (1999) di Mahmoud Ben Mahmoud.  Il film, o forse i due film di cui è composto The last of us (il primo e il secondo tempo non si parlano) è infatti tutto tunisino, di cast e troupe, Jawer Soudani, il protagonista, a parte. Il soggetto non è inconsueto. Si tratta del destino fatale di un migrante che viene dall’Africa subsahariana. E che però ci conduce, improvvisamente, fuori dai binari abituali di un’opera realistica, di un film che spezza lance in favore di, del pamphlet sovversivo, della fiaba compassionevole… Niente di tutto questo. Piuttosto il film diventa minaccioso, misterioso, buffo perfino e dalla mille possibilità interpretative. E forse è questo groviglio emozionale che ha avvinto la giuria internazionale di Venezia che lo ha premiato come migliore opera prima. A meno che non si vogliano condividere le lamentele eurocentriche dei reazionari che vedono nei premi, eternamente extraoccidentali della Biennale, non il segno di un primato e di una originalità artistica extraeuroamericana, ma la prova della psicopatia infantile della Mostra che preferisce, snob, opere per “happy few” che nessuno vedrà. Sciocchezze. Se si eliminasse il 90% della televisione che si fa qui e la si sostituisse con il 90% di televisione che si dovrebbe fare, pubblica e commerciale, tutti avrebbero la conoscenza, l’interesse e le tecniche per decifrare con passione ogni racconto, da qualunque parte del mondo provenga e a qualunque scuola stilistica appartenga. Ci sarebbe più educazione, rispetto e piacere schermico, qui attorno. 
Non c’è stato a Venezia, per esempio, film più avvincente, a suspense e fordiano (nel senso di John) del filippino La donna che partì di Lav Diaz.   E di suspense anche qui ce n’è in abbondanza, sempre. Passo dopo passo.
The last of us, L’ultimo, è più o meno autoprodotto dal giovane regista trentaquattrenne, che è anche sceneggiatore e montatore, ed è interpretato sostanzialmente da due personaggi, N e M (Jawher Soudani e Fathi Akkari). Ma se non ricordo male i titoli di coda, qualche soldo è arrivato anche da fondazioni festivaliere, Doha compresa. E quando sento wahabiti mi irrigidisco sempre. Non mi piacciono gli stati confessionali. Cristiani, ebraici, musulmani e pure atei. Impongono assurdità teologico-ideologiche prima di emettere gli assegni per la cultura. Ma se un cineasta indipendente rifiuta i soldi pubblici del proprio stato, e in certi casi il gesto è già di per sé rivoluzionario, non ha molte altre scelte, soprattutto se, altro gesto eccentrico, qui Parigi (e i suoi standard imposti) non c’entra più per niente. Si tratta di limitare i compromessi. Come ha cercato di fare per tutta la vita Arthur Penn anche se, a fine carriera, ha dovuto ammettere di avere perso sempre contro Hollywood.
Tutto il mondo è paese.
Si potrebbe anche dire che il film segna un ritorno di interesse benigno per il cinema muto , insomma gioca tutte le sue carte sull’aspetto visivo, accentuato da una immagine sonora molto raffinata e materica, alla Edgar Varése, alla quale contribuiscono  due maghi dell’orecchio, i fonici Moncef Taleb e Yazid Chabbi e l’autore della partitura musicale Tarek Louati. Un po’ come nel Che di Soderbergh la natura è coprotagonista viva. Prima parte, il deserto e la città, a narrativa orizzontale. Seconda parte (la foresta) a immaginario più verticale, a suggestioni più circolari, alla Brakahage. 


Prima parte. L’attraversamento del deserto di due migranti. Si sopravvive a stento, si incontrano brutti ceffi arabi, uno di loro sparisce, forse viene ucciso  da una banda di balordi, l’altro, N, fugge. Arrivo in Tunisia, che tra l’altro non  è, a differenza della Libia, sulla strada dell’emigrazione organizzata dall’Africa Nera. Tunisi dunque, città tentacolare e gelida. N ruba barca e motore. E' un individualista drastico. Non sopporta le gite turistiche. Il mare aperto, la fine della benzina, il mare mosso, la barca si rovescia… E, seconda parte, l’approdo quasi miracoloso, quasi onirico, in un posto geograficamente misterioso, non l'Italia, non la Grecia, non la Spagna, ma una foresta, anche pericolosa non fosse per M, un uomo molto anziano, forse il passato del mondo, forse il futuro di N, che resiste allo strapotere dei minacciosi lupi, cacciando per mangiare e per vestirsi, come se si tornasse all’epoca preistorica. E insegna tutti i suoi segreti a N, e, quando muore, N, ne eredita le tecniche e, come un bodisatthva, come un santone beat, ecco che va incontro alla cascata della purificazione (fino a quel momento la voglia di lavarsi era estranea a N) e al nirvana, all’assoluto, alla vita eterna, alla comunione con la sostanza primordiale, all’estasi. Siamo nel dopo morte? Siamo nel Limbo? 


Piuttosto che una scomparsa  sembrerebbe finalmente un ingresso, dopo purificazione,  nel mondo dei vivi. Forse un ingresso meno accondiscendente, questa volta, più concreto e battagliero (l'Africa ha fatto troppe guerre fratricide, finora...). 
Era prima invisibile, N, ora che è scomparso forse sarà più “concreto”. Avrà un nome finalmente. Vero. Ricordate Peter Weir? Le ragazzine che spariscono dopo il Pic Nic ad Hanging Rock?… Sparendo le studentesse finalmente conteranno qualcosa.  
Fino al momento dello svanire di N la linea dell’orizzonte e il cielo quasi non lo avevamo visto. O perché tutto era nero e dark o perché la telecamera digitale, tra mezzi primi piani e piani americani, non aveva in campo che tronchi e foglie e dirupi da inquadrare.    
Dodeskaden o Bambi, per la centralità della foresta dark o della località sperduta? Tre centimetri al giorno, per il coté panteista e la frantumazione atomica del corpo umano? La guerra del fuoco, perché anche qui è il linguaggio non verbale che conta? Attila con Abatantuono per i vestiti di pelli animali più ridicoli che selvaggi, segnaletica dello stato di natura? Continental Divide con Belushi, per un cast così minimalista e l’inno gioioso all’ecologia? O piuttosto Kubick e Malick, per la metafora filosofica ambiziosa (chi siamo e dove andiamo lo sappiamo, ma: perché non possiamo andare ovunque e perché non siamo rispettati per quello che siamo? Questo è il problema)? O soprattutto rinnovare quel filone di cinema tunisino che si ricollega a Taieb Louichi, Mahamoud Ben Mahomoud e Nacer Khemir, al primato dell’immagine sul segno/parola d’ordine, della poesia sulla prosa, della metafora sulla metominia?  
Così il requiem sulla semplice e tragica fuga di un clandestino, l’ invisibile per eccellenza, dall’Africa verso il nord dell'Europa, giocata sui non colori, i neri della notte e il bianco-grigio del deserto,  diventa, grazie al tono surreale e alla delocalizzazione fantastica, un marcia trionfale sul ritorno, cromaticamente perfetto, alle tonalità verdi-beige scuro della giungla e della montagna, quelle dell’habitat nativo. Ma non c’è niente di reazionario in questo back to the future. Appena N recupera il suo corpo (e per la prima volta lo lava) ecco che scompare.  La soluzione non  è il ritorno al sud di profughi e clandestini istigati ad esserlo, come spera la destra Ue. Ma una geografia economica che cancelli per sempre nord e sud, sviluppo e sottosviluppo, corpi neri e corpi bianchi. 

Dopo la Mostra di Venezia, The last of Us  è stato presentato a Milano e a Roma in questi giorni e continua a suscitare un dibattito critico interessante.
E’ un’opera scoperta dalla Settimana della critica.  
Al Lido vince (quasi) sempre la Settimana. E anche quest’anno il premio assegnato dalla Mostra di Venezia alla migliore opera prima di tutte le sezioni è andato a questo cineasta che viene dalla videoarte e ha diretto e prodotto finora corti e doc prima di questo (titolo originale) Akher Wahed Fina,  presentato, nel catalogo della Settimana, da uno dei nostri giovani critici più radicali, Luigi Abiusi (la dinamo del web magazine Uzak), membro della band coordinata da Giona Nazzaro. I selezionatori della settimana sono diventati ormai i migliori segugi degli esordi speciali, sia introversi e cool (come in questo caso) che estroversi e hot, secondo le indicazione (più popolari?) del gruppo precedente di critici Sncci, coordinato da Francesco Di Pace e che privilegiavano la commedia fatta un po’ strana. Ma qui di commedia non c’è nulla. Meno che mai di commedia egiziana, quella freneticamente gesticolata e chiacchierata, insomma tutta radiofonia. No qui il potere è dell’immagine (le luci sono di Amine Messadi e scovano perfino cose che non si vedono), altro che icoloclastia araba, e l’unico dialogo è tra il protagonista e il mondo, il deserto prima, poi la città, il mare, la foresta e l’atmosfera.  L’umorismo è segreto.   Ma come nei Tre porcellini anche qui i lupi cattivi verranno sconfitti. Mamy Wata, lo spirito animista, a lungo andare sconfigge sempre le divinità maligne, le entità jinn. Quegli spiritacci che, benedetti dal Papa cattolico nei secoli, hanno imposto le monoculture, costretto i contadini a pagare i brevetti ogm, distrutto ogni possibilità di crescita economica autonoma, rubato le acque e i preziosi minerali africani da 4 secoli, pagato governi asserviti, organizzato colpi di stati (la Francia da sola si vanta di averne finanziati e diretti 64 nel dopo “indipendenza” per togliere di mezzo qualunque presidente ostile ai suoi interessi), assassinato i leader nazionalisti più ostinati e pericolosi, si sono crogiolati a lungo e beati del governo razzista di Pretoria, mandato alla fame un intero continente e oggi si chiedono come mai quel continente gli stia intasando le strade, le piazze e i cervelli. E’ Mama Wata all’opera. Ci racconta Ala Eddine Slim.        

sabato 15 febbraio 2014

Registi fuori dagli sche(r)mi. A Bari il mucchio selvaggio del cinema europeo antagonista


Roberto Silvestri 

I film americani sono più narrativi. Quelli europei più contemplativi. Non è un luogo comune, sono fatti. I primi sono veloci, i secondi lenti. I primi eccitano e tolgono il respiro. I secondi sono macchine visuali umaniste che adorano la profondità di campo. Hollywood gioca al postumano e al primo piano, sfocati gli sfondi, ma è individualista. Parigi & Co. si vanta di lasciare la ricezione del pubblico più libera, ma è sotto tutela dello stato. 

Entrambi gli standard, formalizzatisi già oltre un secolo fa, tra la spettacolarità di Cabiria e l'incalzante dinamicità di Intolerance, possono essere luminosamente penentranti ma si danno regole ferree e sistemi di tabù molto ben controllati da osservare. Pena l'emarginazione. C'è però
Medeas di Andrea Pallaoro (Italia-Messico)
anche chi riesce a svincolarsi dalla sudditanza integrale al profitto con tutti i mezzi necessari  o alla propaganda degli alti valori di civiltà (di cui solo l'Europa sarebbe depositaria) e fa guerriglia d'immaginario nei rispettivi sotterranei.  


Le quattro volte di Michelangelo Frammartino
Poi c'è di tempo in tempo qualche cineasta (e artista visivo) che riesce a sovrapporre agevolmente i due asincroni e asimmetrici 'approcci all'immagine in movimento'. Uno di questi ha inaugurato una importante rassegna di cinema contro, altro, autonomo, che si svolge in Italia. Nei suoi film il paesaggio, i campi, il cielo, il gregge, una capretta, la foresta, la tempesta e un pastore dai misteriosi sistemi di cura, sono personaggi equivalenti ed espellono dal primo piano gli umani impegnati nei soliti prosaici drammi di potere o di sentimento, come se vivessimo in un sorprendente road movie. Il ritmo sembra lento, invece è zen, infatti quel che avviene, l'azione interna, il movimento obliquo è incalzante e l'esperienza ricettiva è paragonabile a quella scatenata dal ciclo epico di Guerre Stellari o da una Silly Simphonies di Disney. 

Mirko Locatelli, I corpi estranei
Proprio il suo ultimo, per ora, capolavoro, Le quattro volte (2010) ha aperto giovedì scorso al Cineporto Bari (all'interno della Fiera del Levante) la terza rassegna I registi fuori dagli she(r)mi, che quest'anno si svolge dal 13 febbraio al 27 marzo in diretta screaming anche nei Cineporti di Lecce (nella manifatture Knos) e Foggia (nel centro Comtainer, ex Mediafarm). 

 La rassegna è organizzata dall’Apulia film commission (che gestisce i Cineporti) in collaborazione con la rivista Uzak ed è curata da Luigi Abiusi, che al tema ha dedicato il libro scritto a più mani Il film in cui nuoto è una febbre. Registi fuori dagli sche(r)mi pubblicato nel 2012 da CaratteriMobili. Sono stati invitati a Bari sei cineasti quasi tutti europei (per questioni di budget), i cui film fuori scherma hanno difficile vita nella normale distribuzione anche televisiva italiana, pur se affascinano i festival di prima fascia mondiale e conquistano l'interesse della critica di tendenza, dei circuiti universitari e dei cineclub più spregiudicati. E altrettanti critici cinematografici (chissà perché tutti e dodici maschi) che dialogheranno con i filmmakers e il pubblico. 

I'm not him di Tayfun Pierlimoglu
Esploratore magnifico dei sentieri vergini dell'immaginario Michelangelo Frammartino (che sta scandagliando i confini tra cinema di realtà e di irrealtà anche nella forma documentaristica più ortodossa, vedi Soldat di Der Unfertig che ha vinto la sezione Cinemaxxi all'ultimo festival di Roma) ha parlato giovedì scorso di schemi, schermi e scherma (con lo spettatore) assieme al critico Matteo Morelli

Seguiranno il 20 febbraio «Der Unfertige» di Jan Soldat (Germania 2013), interviene Giona Antonio Nazzaro, documentario su Klaus Johannes Wolf, un sessantenne che ha deciso di vivere come uno schiavo gay; il 27 febbraio il film, di lentezza provocatoria, che ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al festival di Roma 2013, una meditazione impetosa su ciclicità e ripetizione, tra Kaurismaki e Kieslowski, «I’m not him» di Tayfun Pierlimoglu (Turchia/Francia/Grecia/Germania 2013), interviene Luigi Abiusi (lui e lei lavorano in una cucina a Istanbul, il marito di lei è in prigione...). 

Les rencrontres d'après minuit di Yann Gonzales
Il 6 marzo «Medeas» dell'italoamericano Andrea Pallaoro (Italia/Messico 2013), interviene Giulio Sangiorgio), una riproposizione della tragedia ambientata 'fuori dai tempi' in California e anche qui il paesaggio si 'mangia' gli umani; il 18 marzo «I corpi estranei» di Mirko Locatelli (Italia 2013), con Filippo Timi, interviene Luca Pacilio (sulla malattia, l'ospedale e i rapporti inter-etnici tra proletari) e infine il 27 marzo «Les rencontres d’après minuit» di Yann Gonzalez (Francia 2013), con Eric Catona, uno dei migliori film dell'anno secondo i Cahiers du cinema, di drammaturgia più rococò. Interviene Vincenzo Rossini. 

Eric Cantona in "Les rencontres d'apres minuit" di Yann Gonzales
Inizio alle 20.30 e ingresso sempre libero. Info 349.183.10.46 e www.apuliafilmcommission.it.