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sabato 10 giugno 2017

Il film del momento. Sieranevada di Cristi Puiu




Sieranevada, di Cristi Puiu

Roberto Silvestri

Sieranevada di Cristi Puiu (Romania)

Pithecanthropus erectus è il titolo di un famoso album anni cinquanta di Charlie Mingus che rendeva omaggio al nostro antenato di Giava, non proprio wasp, capace però di camminare già su due piedi. Avesse avuto anche una cinepresa in mano l’avrebbe probabilmente utilizzata “ad altezza d’uomo”, tanto per marcare qualche differenza di sguardo con gli altri primati, non umani.


Ma il numero dei neuroni interconnessi del suo cervello non era ancora, come adesso dieci alla decima, dieci miliardi circa. Ma solo dieci alla nona……Si viveva nella natura e non secondo se stessi e il proprio estro. E all’inizio lo smarrimento doveva essere stato immenso. Paura da intelligenza eccessiva. Non ci sarà per caso in giro, in questi tempi, un desiderio di regressione che ci porta tra le braccia di Orban o di Trump, della May o di Erdogan, vista la difficoltà di comprensione del mondo, complicatissimo, di oggi?
Esce in Italia un anno dopo aver aperto la competizione di Cannes 69, un film rumeno caratterizzato proprio dalla collocazione “umanista”, in senso fisico, della cinepresa (o della telecamera), fissata come è al soffitto di un appartamento nel centro storico di Bucarest come se fosse il periscopio di un sommergibile, che da lì controlla tutte le stanze dell’appartamento e assiste senza nevrosi alla chiusura e apertura delle porte, facendo non poca ironia sulla sophisticated comedy hollywoodiana.


La macchina da presa del regista dalla grinta rinascimentale è usata come arma deterrente di difesa per tenere a distanza i comportamenti semi-umani, meno umani, preumani e postumani, o le manifestazioni ferine che si moltiplicano attorno a noi. Perfino durante le feste di Natale. E la cinepresa registra anche le risposte alla domanda: “come fa l’uomo, oggi, ad adattarsi ai cambiamenti vorticosi del mondo circostante?”
Ci vuole creatività, rispondono. Creatività non è roba metafisica, slancio extravitale. Ma. Dominio delle regole. Per saperle scavalcare, superare. Essere capaci di eseguire mosse sorprendenti, se il gioco è già noto, oppure saper ideare giochi del tutto nuovi. E poi. Rifiutare la “professionalità” perché la competenza professionale che si richiede è per viaggi in territori sconosciuti, che portano ai confini dei propri set mentali. Dunque l’avventura estetica è assicurata. Se siamo ancora curiosi abbastanza.


Però, basta prendere le cose un po’ alla larga e si può perfino parlare della rappresaglia nazi-islamista contro Charlie Hebdo. Lo fa il film rumeno Sieranevada, scritto proprio così con una erre di meno, per evitare che nel mondo si cambi il titolo, già storpiato a bella posta, del film, ispirato alla neve e alle catene montuose iberiche, ma anche alle orribili e gelide case grigio cemento che edificò Ceausescu negli anni 60-70.

Un ex medico di 40 anni, che preferisce vendere farmaci perché oggi è più redditizio, passa un sabato sera in famiglia, coi fratelli, i nipoti, la mamma, i vicini di casa, per commemorare il papà, defunto quaranta giorni prima. La tradizione rumena vuole che al termine del rito l’anima del defunto che gironzola ancora nella casa finalmente lasci questo mondo, e il suo vestito migliore venga indossato da un erede (con le necessarie modifiche, in questo caso). La scena si svolge attorno e davanti a una tavola che verrà presto imbandita, ma solo dopo che il Pope, che si fa troppo attendere accentuando un nervosismo già esplosivo, avrà compiuto i riti e i canti greco-ortodossi prescritti, e davanti alla tv, poche ore dopo l’aggressione squadrista al giornale satirico parigino. Di cui si discute, mescolando questioni rimosse e persino drammi di famiglia con la guerra nell’ex Jugoslavia; la recita in costume della figlia con il ruolo equivoco di Iliescu, comunista, nella caduta di Ceausescu, comunista; l’intrusione improvvisa di una ragazza estranea, drogata, croata con il ruolo benefico che può esercitare, per la Romania, Obama rispetto al pericoloso Putin. 


Ma soprattutto con quella libagione rituale sempre rimandata (eppure cosa c’è di più caratteristico nel cinema balcanico e dell’est della tavola imbandita a cementare antiche comunità patriarcali? Kusturica non ne è lo specialista?). E ci si concentra su un doppio accapigliarsi acceso sia sulla storia del comunismo reale (i suoi alti meriti, le sue basse miserie) sia sull’11 settembre (è stato o no un complotto di Bush per alterare l’ordine mondiale?) che degenera presto in violento litigio, un tutti contro tutti che finalmente può essere il preludio alla nascita di un individualismo non celibe ma democratico. Mentre una colonna sonora superba riassume il meglio della civiltà musicale occidentale dal settecento a De André, da Blondie a “Il capitalismo dà di matto” di The Mighty Sparrow, star del calypso trinidadiano…


Una baruffa autobiografica analoga è proprio all’origine del film che l’esponente più laico della nuova onda di Bucarest, sulla soglia dei 50 anni, porta a Cannes, dove è stato scoperto dalla sezione Un Certain Regard nel 2005, ed è tra i migliori discepoli del capofila della nouvelle vague anni 70 di Bucarest, Lucien Pintilie (qui produttore, e da cui Puiu eredita una sapiente direzione degli attori, già impeccabili per conto proprio). E’ la quarta sceneggiatura e regia di Cristi Puiu. L’opera è una coproduzione a 5, Romania, Francia, Croazia, Bosnia e Macedonia.




lunedì 3 ottobre 2016

Mungiu ci libera dalle prigioni o ci imprigiona? A proposito di "Un padre e una figlia"



Roberto Silvestri

Un padre e una figlia. Di Cristian Mungiu (Romania, 2016)

Non c’è sfumatura narrativa nei drammi di Cristian Mungiu che non abbia una meticolosa spiegazione. Non c’è comportamento secondario che non abbia una visualizzazione psicologica appropriata. Non c’è intenzione, anche la più oscura, che non venga illuminata dall’azione. Il realismo è full frontal, totale, completo, perfino infinitesimale, quasi in odorama, ancora più implacabile che in un dramma televisivo nordamericano anni 50 alla Paddy Chayefsky. Ma dove iper-realismo regna o si aggredisce con il falso organizzato (Tarantino), politicizzaando l’arte, o si mistifica il vero, articistizzando la politica, come avviene in Un padre e una figlia, la nuova impresa di Cristina Mungiu. 
Il montaggio di Mircea Olteanu, poi, si occupa di rendere concreto, quasi brutale, il passaggio tra quel che si vede e ciò che si rimugina, tra i dialoghi della storia raccontata e il monologo interiore del protagonista che li interpreta, diversificando le piste acustiche: quella mentale (attraversata da settecentesche sonate celesti) e quella “in presa diretta” (rigonfie di cacofonie metropolitane dark). Un grande lavoro, tanto di cappello. Il cinema rumeno per questo motivo è originale e in Europa è il più estremo analizzatore delle forze secolari sotterranee che tengono in pugno un paese,  forze religiose, linguistiche, politiche, morali, generazionali, mitiche, di sangue, e non lo fanno cambiare mai.  
Cristian Mungiu, tra i novissimi di Bucarest, è con Puiu colui che indica, con più animosità e con il dito continuamente, dove è il marcio, ciò che è materia di scontro tra bene e male. Non si sfugge ai suoi elzeviri. E’ un vero Pope, o quasi Pope, o anti-Pope. A seconda delle ricezioni. Non si sfugge alla giustizia di Mungiu.

E’ ancora nelle sale italiane (dal 30 agosto scorso) il suo film che ha vinto il premio per la migliore regia a Cannes 2016 e ha sfiorato quello per il migliore attore protagonista, grazie alla performance di Adrian Titieni, veterano del palcoscenico e dei set illustri di Lucian Pintilie e Dan Pita.
È lui il protagonista della storia, Romeo, cinquantenne, chirurgo modello di una città in Transilvania, marito in crisi, un’amante segreta e incinta (la donna non si farà troppi problemi ad abortire, questa volta, a differenza che in 4 mesi 3 settimane e 2 giorni, del 2007) e padre troppo apprensivo, molto appiccicoso, della diciottenne Eliza (Maria Dragus, già battezzata da Haneke) in partenza  per Londra e l’Università cool, appena avrà il diploma in mano. Lei preferirebbe restare a Bucarest, accanto al suo ragazzo, ma il padre sa cosa è giusto fare. E cosa si può opporre all’Esperienza, alla consapevolezza, così canuta, della vita?
Il paese è marcio. Che i giovani scappino! Le raccomandazioni per ottenere qualunque cosa, perfino un’operazione chirurgica senza aspettare tre anni, o per corrompere magistrati, poliziotti e membri delle giurie d’esame, sono d’obbligo, anche per la generazione che è passata da Ceausescu a Iliescu (come in Italia dalla prima alla seconda repubblica). Si va di male in peggio.
E gli adulti adorano togliersi i giovani dalle scatole. O li mandano in guerra, o li inducono alla ribellione senza speranza così se ne vanno in prigione o li massacrano psicologicamente portandoli alla droga pesante e alla morte prematura. Insomma. Gli anziani sono (in questi ambienti transilvanici, in particolare) dei veri Vampiri che giocano sporco con la pelle dei loro figli per opportunismo, anche se lo mistificano, utilizzando tutte le armi del sentimentalismo. E non si fanno scoprire o non se ne rendono conto.
Romeo, come tutti i padri che si rispettino, ha infatti l’illusione di allevare la figlia in modo che non commetta gli stessi errori che ha commesso lui. Così spiega il film Cristian Mungiu, già autore di  Racconti dell’età dell’oro (2009) e Oltre le colline (premio per la migliore sceneggiatura a Cannes 2012) e aggiunge: “Tutti noi siamo il risultato delle decisioni che abbiamo preso nella nostra vita”. E chi l’ha detto? Dalla generazione punk (che forse non ha mai contagiato Bucarest?) in poi sappiamo che non è così. E anche da prima. Chi ha visto il bel documentario di Ron Howard sui Beatles e sulla loro parabola dal Cavern di Liverpool 1961 al 10 aprile 1970, sa che i teenager sono il risultato delle decisioni che hanno preso gli altri sulle loro vite (anche il doc estremo Liberami è su questo orrore).  Si vedano le manifestazioni di giubilo isterico e di pianto convulsivo, degne delle tarantate, delle teenagers sui palchi del rock mentre rompono in diretta la corazza, sessualmente repressiva, che le ha imprigionate da piccole e non per loro decisione.  Please please me…. Help me… furono scatole erotico-orgoniche di immensa potenza. Nel socialismo reale arrivarono di striscio. 
Già. Non si cresce, non si diventa adulti se non si urla da pazzi. Se non si capisce che bisogna prendere il mano il proprio destino, a costo di essere sfrontati, egemoni e irridenti come i Beatles, e di far scandalo, di rompere i ponti, di rabbiosamente deviare dal “giusto cammino”, aggiungendo all’esperienza ereditata di papà, un’esperienza in più, quella beat della contemporaneità, che gli occhi vecchi non sanno osservare, perché non colgono la modificazione continua dei dettagli del mondo.
Adrian Titieni (a sinistra) e Maria Dragus
Eliza, che come liceale è brillante e ha vinto una borsa di studio per Londra, due giorni prima dell’esame di maturità, è aggredita sessualmente da uno sconosciuto. E’ sotto shock. Come farà a strappare al liceo - senza un aiutino - quella valutazione d’eccellenza indispensabile per l’ok della prestigiosa università inglese? 
Ed ecco che parte la banalità del corrompere tutto e tutti moderno. Lì come qui. E noi che ci identifichiamo con Romeo finiremo in un incubo di coscienza senza fine.