Si è verificato un errore nel gadget

martedì 8 novembre 2016

Il cartoon al "Kubo"



Mariuccia Ciotta

Sarà che il mondo ormai si è disincarnato e i corpi live sono composti di carne e pixel, certo è che il cinema d'animazione occupa i primi posti nei programmi degli Studios e del box office internazionale, ma perlopiù con prodotti ibridi incasellati nel genere “per famiglie”, cioé spuntati, senza azzardi né artistici né narrativi. Lontani gli esperimenti Pixar che sconvolsero lo schermo nel 1995 con Toy Story, adesso John Lasseter sforna gli odiati (una volta) sequel e piazza al primo posto nel botteghino Usa 2016 Alla ricerca di Dory, numero 2 sbiadito di Alla ricerca di Nemo con circa 486 milioni dollari di incasso. Clamorosa l'inversione di marcia: non è più il padre alla ricerca dell'avventuroso figlio perduto, ma è il figlio lacrimoso a caccia dei genitori assenti, leit motiv ossessivo in molte produzioni recenti.
E c'è ancora chi si chiede con sospetto perché Walt Disney prediligeva personaggi orfani quando in tutte o quasi le fiabe classiche, si sa, il bimbo parte per conoscere la paura e per vincerla. Mentre adesso l'appello e lo sguardo è rivolto ai parenti in sala, “non lasciate soli i vostri bambini”, come fa la madre in carriera del francese Le Petit Prince di Mark Osborne (2015), sostituita per fortuna da un vecchietto lunare e visionario. O in Cicogne in missione di Nicholas Stoller (Usa, 2016) dove la macchina fabbrica-bambini si è inceppata e l'happy end consiste nel rintracciare migliaia di mamme e papà. O in Pets che sostituisce i ragazzini con petulanti animaletti e i genitori con “padroncini” da ritrovare a ogni costo perché il divano è meglio della libertà.
Per non parlare del vero disastro emotivo e creativo della Disney/Pixar, Inside Out che permette a chiunque di psicanalizzare i film d'animazione e indicarne il valore morale e artistico. Quanta letteratura sulla desolata bambina intenzionata a fuggire da padre e madre insensibili che si ritrova telecomandata nel cervello da un branco di sentimenti contrastanti, e rivalutati come la “tristezza” che farebbe tanto bene ai piccini al pari della“felicità” - si sa la vita è fatta di alti e bassi - e soprattutto riconduce alla strada verso casa. Banalità del fiabesco. Animazione rozza, personaggi piatti, solo gag. Incassi stellari e premio Oscar.

In questo scenario paludoso, privato del vagabondare fantastico, si affermano così i cartoni animati del reale. Con poche eccezioni, il promettente La mia vita da zucchina di Claude Barras, produzione franco-svizzera, scritto da Céline Sciamma, l'autrice del sessualmente ambiguo Tomboy, e di certo non allineata, in uscita il primo dicembre.
E prima di tutti, sugli schermi italiani in questi giorni, Kubo e la spada magica, titolo storpiato dall'originale significativo e poetico Kubo and the Two Strings, le due corde dello shamisen, strumento musicale giapponese, una specie di liuto che accompagna il teatro Kabuki. Opera di grande bellezza etico-estetica che fa dell'antica stop-motion una tecnica futuribile coniugata com'è con il digitale in modo da rendere fluidi i movimenti dei “burattini”, fotografati 145.000 volte. E' un film che vanta il più grande personaggio animato a passo uno, uno scheletro gigante che ha richiesto 19 mesi di lavoro, un film impossibile da concepire per una major (compresa la Disney/Pixar), paragonabile alla fabbrica disneyana delle origini quando, tavola dopo tavola, una schiera di disegnatori, animatori e inchiostratori plasmava storie e personaggi. Infatti, a produrre Kubo è la Laika Entertainment di Travis Knight (figlio del boss della Nike) studio specializzato in stop-motion e arrivato al suo quarto film, dopo Coraline (2009), ParaNorman (2012) e Boxtrolls (2014). Un laboratorio creativo più vicino al lato dark di Walt e a Tim Burton che ai sedicenti disneyani di oggi. 

Un'avanguardia a rischio dal momento che Kubo and the Two Strings figura al 60mo posto nella classifica degli incassi di quest'anno mentre l'insostenibile Pets è al terzo.
La figuretta stilizzata del ragazzino giapponese che alla spada magica preferisce lo shamisen è intarsiato in sfondi dalla purezza geometrica e attorniata da grandi “caratteristi”, la vecchina salace, la bimbetta impertinente, l'uomo esultante... tutti ad ascoltare Kubo, benda da pirata su un occhio, che strimpella in mezzo alla piazza del paese. A ogni vibrar di corde i suoi fogli colorati lievitano e modellano samurai, uccelli, mostri che saettano nell'aria e raccontano storie senza un finale. Origami. Vivi. Sublime effetto del disegnatore davanti alla creatura uscita dalla pagina, carta trasformata in esseri viventi, tocco divino che anima l'inanimato, fa dimenticare la morte e risorgere i morti, lanterne lucenti affidate al fiume.
I protagonisti di Kubo hanno tutti una memoria evanescente, non sanno neanche chi sono veramente, come la scimmia-mamma e lo scarabeo-papà, perché preferiscono la metamorfosi, dimenticarsi di sé e rinascere. Kubo è contro la tradizione, contro gli antenati dominanti, contro suo nonno, il perfido signore della Luna, e le zie-streghe, presenze spaventose con il viso coperto da una maschera di porcellana bianca. Loro gli hanno rubato l'occhio, e vogliono anche il secondo, in modo da impedirgli di vedere nell'altro l'umanità.
Kubo in viaggio sfida le forze oscure, lo scheletro gigante e i parenti immortali che gli chiedono di unirsi a loro e lasciare la terra tormentata e piena di dolore. Ma lui no, affronta perfino un vorace dragone di luce, alias il nonno crudele che ha scacciato sua figlia traditrice, innamorata di un umano.

Dal tono solenne, il film passa alla commedia con dialoghi effervescenti e situazioni surreali per poi esplodere nella sequenza sottomarina con i bulbi sbarrati di sguardi ipnotici, sirene-polifemo che trascinano giù il bambino. E genera stupore con la costruzione meravigliosa di una grande nave fatta di foglie, altra impresa titanica della Laika e dei suoi animatori che sui titoli di coda mostrano mani frenetiche impegnate a muovere le cose come già in Boxtrolls. Le foglie gialle chiamate dalla musica di Kubo si assemblano e prendono forma, anche qui a mimare il lavoro stesso di Travis Knight, una sequenza che mostra il processo seriale e rimanda a certe silly simphonies dove la fabbrica di elfi assemblava i giocattoli per Santa Claus.
Kubo e la spada magica è l'unico tra tutti a sprigionare l'incanto nell'animare qualcosa che prima non c'era, i fantasmi delle persone amate e quei vertiginosi passeri azzurri di carta in gara con un uccello “vero”.
Il regista chiama a modello Akira Kurosawa e Hayao Miyazaki.