Si è verificato un errore nel gadget

giovedì 3 marzo 2016

Suffragette, le terroriste delicate. Un bel film di Sarah Gavron





Roberto Silvestri 

Durante l’aggressione in Vietnam anche in Inghilterra furono non pochi gli attentati terroristici, incruenti, o sanguinari solo per sbaglio, a basi militari americane o a residenze (vuote) di politici britannici favorevoli all’escalation dei bombardamenti nel sud est asiatico.
Un episodio poco noto, che i media del Regno Unito attribuirono genericamente agli irlandesi dell’Ira, ma che si ispirava alle tecniche di resistenza violenta delle suffragette, l’ala radicale di un movimento emancipazionista più ampio e possente, raggruppate nell’ Unione politica e sociale delle donne (Wspu) , borghesi e proletarie, che, all’inizio del 900,  esaurito ogni mediazioni parlamentare, indissero sfrontate manifestazioni di strada, si difesero dai manganelli della polizia, affrontarono le prigioni del re, spaccarono vetrine, sabotarono linee elettriche e cassette delle poste e fecero esplodere con la dinamite la dimora estiva di un ministro  contrario al voto e ai dirittti politici delle donne che pure producevano ricchezza, sottopagate, nelle fabbriche, e per 13 ore al giorno. 
Queste azioni di guerriglia incruenta a fin di bene (il voto alle donne si ottenne, anche se parziale, nel 1918, come si sconfisse Nixon in Vientam) sono al centro e sullo sfondo di un anticonformista film politico in costume che festeggia anche il suffragio universale conquistato in Italia, grazie alla Resistenza, proprio 70 anni fa. Si intitola “Suffragette”, cast, troupe e spirito femminista, regia di Sarah Gavron,  copione scritto dalla storia e rielaborato da Abi Morgan. Non manca la leader in clandestinità, Emmeline Parkhurst (Meryl Streep), la farmacista bombarola Edith Ellyn (che è Helena Bonham Carter), il maschio operaio che perde la ragione quando si mette in discussione la sua centralità e superiorità “simbolica”,  la “traditrice opportunista” che però prefigura una più equilibrata classe operaia restia allo slogan qualunquista “fatti e non parole” e insensibile al fascino dell’atto emblematico, isolato e risentito; la martire Emily Davison che si gettò sotto il cavallo del re durante il Derby del 1913 scioccando il mondo e la ricca moglie di un parlamentare, Alice Haughton, che chiede pari salario mentre gli operai maschi la sbeffeggiano (“ma tu non hai mai lavorato!”) e ha la fierezza indomita ed egemonica di Mary Poppins. Manca solo il finale della storia, con la Parkhurst interventista liberal che inneggia alla guerra patriottica. Erano soprattutto riformiste umiliate, non socialiste rivoluzionarie, le suffragette. Ma che  coraggio. E' vero che per convincere Lloyd George a firmare la legge che concedeva il voto alle donne maggiori di 30 anni (e senza che si potessero presentare candidate, per il momento) furono anche movimenti femministi meno radicali e abili tessitrici dell'accorto tra Labour Party e liberali, contro i conservatori. Ma senza qualche dimostrazione di forza robusta, come sempre, i centristi moderati proprio non riescono a muoversi.