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giovedì 3 marzo 2016

Morte a Milano. Ovvero quando si perde la parola e la pazienza. Il bell'"Antonia", un film di Ferdinando Cito Filomarino, al cinema Mexico di Milano (unica sala in Italia)






di roberto silvestri

“Vivo della poesia come le vene vivono del sangue”. L’ha riscoperto Marina Spada nel 2009 il poeta Antonia Pozzi, in un film ibrido, documentando una fiction, Poesia che mi guardi, dal titolo di una sua raccolta, pubblicata come tutte postuma, inventando un gruppo di guerriglia immaginaria, nella Milano di oggi, che diffonde poesie di 80 anni fa per tutta la città, attaccandole ai muri. Crea scandalo, il film, anche alla mostra di Venezia, perché fare cinema-poetico-sulla-poesia risulta troppo ambizioso e fuori moda e perché “delle cose note si ignora spesso l’esistenza” come scrive Tronti. E poi perché la poesia, una potenza tellurica che mette a soqquadro il linguaggio che ci parla e che parliamo, è già di per sé politica sfrontata e eccessiva, messa in movimento delle cose. Riappropriazione della lingua, un prendere la parola senza chiedere permesso. 

Linda Caridi in "Antonia" è Antonia Pozzi
Parole è il titolo del primo libro pubblicato nel 1939, un anno dopo la morte a ventisei anni, della scrittrice che più piaceva a Eugenio Montale e che fu anche attaccatissima alla vita, troppo, come molti suicidi: era stata fotografa, alpinista valsassinese, innamorata e viaggiatrice in Europa (anche in bicicletta) oltre che filologa classica. La sua tesi? Flaubert. La ricchezza culturale la circondava, come l’agiatezza, nobile e borghese. Ma quegli uomini, amici e suoi professori, pur di primissima fila, vedevano (e ammirano tuttora) d’istinto soprattutto il proprio sesso, per loro la donna è comunque da guardare, ma senza ombra e senza corpo interiore. Anna Banti direbbe senza anima. Eppure Antonia Pozzi prende “la langue” e la mitraglia con parole immateriali che sanno trattare, come meritano, le cose vere.



L’elite intellettuale dell’epoca era tutta lì, ma non sente più: Antonio Banfi, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni e Vittorio Sereni, l’amico intimo di una grande donna… Ma il grande uomo che c’è dietro davvero dietro questa grande artista, si chiama Ferdinando Cito Filomarino, ed è troppo tardi. Il giovane cineasta nato e cresciuto a Milano, ha già dato prova nei suoi corti d’amosfera e misteriosi come ballad di Charlie Haden di essere un narratore originale e non scontato (anche nei suoi film c’è conflitto e flusso dinamico tra le unità minime narrative sprovviste di significato, come il primo piano - che usa parcamente e quelle provviste di significato, come il piano sequenza)  e qui ha il coraggio di riprendere il testimone e di rilanciare Antonia Pozzi. 

Ferdinando Cito Filomarino, il regista dal nome che è già un verso poetico
Il titolo del film, Antonia, non so se è casuale, è proprio lo stesso di un documentario militante, realizzato nel 1974, e dedicato a un’altra superdonna, l’artista di orgini argentine nata a Rotterdam Antonia Brico, professione direttore d’orchestra, addestramento in California, un pamphlet polemico politico diretto da una regista femminista drastica, l’americana Jill Godmilow. Antonia Brico fu la prima donna a dirigere, nel 1930, la Berlin Philarmonic. Quando aveva 28 anni e dirigeva già la Metropolitan Orchestra saltò la terza replica perché il sopravvenuto baritono, sciovinista, di quell’opera, John Charles Thomas, si rifiutava di essere diretto da una donna. Anche se tra i fan della Brico c’era Sibelius… Succede spesso che dietro una donna apripista ci siano molti sommi uomini. E, è lapalissiano, c’è Wagner, c’è Mahler, c’è Richard Strauss, dietro Miss Brico, che Godmilow trasformò in icona d’epoca (anche se qui nessuno se ne accorse).

Anche qui, nel film di Filomarino, c’è Wagner, c’è Mahler e c’è Richard Strauss, alle spalle, nel fuori campo, nel ritmo delle immagini (di Sayombhu Mudkeeprom per luci, temperatura e colori e di Bruno Duarte per i mobili, le auto, i giardini, le ville, gli interni e la polvere d’epoca), nei costumi (di Ursula Patzak, che utilizza Fendi, esaltata dalla possibilità di vestire i milanesi, anche le comparse, e bene, e ovunque, anche sui tram e nello sfondo delle strade e sui corpi dei bimbetti), dei dialoghi (scritti da Filomarino con Carlo Salsa senza una virgola di troppo), delle voci fuori campo, dei movimenti di macchina, delle attrazioni asimmetriche o magnetiche di montaggio (Walter Fasano, il più sincopato tra i ritmatori, qui cerca di dare le rime al film). 
Antonia Pozzi alpinista
Un disegno orchestrato da Luca Guadagnino che coproduce assieme a Marco Morabito, con soldi anche Rai e greci, di una complicata semplicità. Dove tutto  comunica perché la concentrazione è massima, come se a contribuire all’armonia (espressionista, storta e vacillante) di questo far cinema cromatico, ci fosse la complicità perfetta degli attori. Linda Caridi, Filippo Fini, Federica Fracassi, Alessio Praticò, Perla Ambrosini, Maurizio Fanin, Herve Barmasse, Luca Lo Monaco, Francesco Meli, Alberto Burgio. Attori che non interpretano parti nelle quali si immedesima né indicano un copione in cerca di finish dal pubblico. Sono loro stessi il pubblico in campo, sullo schermo. Come se si girasse un documentario sulla messa in scena di un copione. 


Non siamo nei territori praticati dai soliti casting italiano (le leggi vigenti obbligano a usare sempre gli stessi attori, i finanziamenti tv gli stessi cliché da prima serata e qui no) e soprattutto è vietata l’obbligatoria “melodia” con strofe ritornelli rossiniani che deve circondare il pubblico e consolarlo con tot risate a tempo. L’italianità è qui più nordica e viscontiana. I colori sono naturalmente Hayez, davvero. Non come in Martone, che pure li rifà a fatica in Noi credevamo. La soddisfazione è togliere dal centro dell’immagine Dirk Bogarde e metterci l’esordiente Linda Caridi alla ricerca frustrata del suo introvabile Tazio evocato in versi trasparenti e leggeri, che uccidono.  Peccato che noi memorizziamo più  facilmente solo i nomi dei campioni uomini, a cominciare dalle figurini Panini dell'infanzia (e dei mondiali). 



Per esempio. Quasi tutti i divi di Hollywood vennero scoperti dal fiuto erotico-intellettuale delle cineaste del muto, che erano tante e brave, e poi furono cancellate dalla storia, come Marion Francis o Mabel Normand…Pola Negri si chiamò così perché adorava Ada Negri, ma Ada Negri che muore nel 1945, era stata la “poetessa del quarto stato” e delle suffraggette, in altri decenni, più rossi e creativi e femministi degli anni trenta. Ma nei libri di storia del cinema sono i tycoon a vantarsi, creduti, di aver creato loro i Rodolfo Valentino e i Chaplin. Il neorealismo? Anticipato da Elvira Notari. Il new american cinema? Prima ancora del lituano Jonas Mekas, l’ucraina Eleonora Derenkovskaja, ovvero Maya Deren, la trotzkista indocile alla IV Internazionale. Ma chi se la ricorda? Warhol, certo, lui sì lo abbiamo memorizzato. E il Free cinema britannico ? Lorenza Mazzetti, ma è messa un po’ in disparte rispetto a Anderson e Richarson, come anche Agnes Varda tra i precursori della nouvelle vague e Jackie Reynal (del gruppo Zanzibar) tra quelli del cinema del maggio parigino. Ma per noi è solo Philippe Garrel o Pierre Clementi o Eustache. Il cinema africano? Safy Faye e Sarah Maldoror non diranno niente a nessuno… Per non parlare di Storia e Politica. Mussolini senza Margherita Sarfatti sarebbe arrivato mai così in cima? E quando l’avventura etiope si fece imperiale ecco che l’ex socialista ebrea scappo via. Siamo nel 1936. Mentre sui ring di New York e Las Vegas furireggia una radiocronista di boxe, Kate Mantilini, a cui a Los Angeles è dedicato un delizioso ristorante, le donne in Europa, e perfino in Urss, vivono il loro decennio peggiore del secolo scorso. Si sente in Europa che la meglio gioventù non c’è più. 10 milioni di morti nelle trincee della Grande Guerra riducono anche il peso politico delle ragazze. Gli uomini fanno solo un fischio per averne tre, dieci, in quantità Jean Gabin.

Antonia Pozzi, poeta senza qualità, ha 24 anni. Milanese figlia di un avvocato potente e della contessa Sangiuliani, nipote dello scrittore Grossi, del cenacolo manzoniano, vive l’angoscia della prigione familiare che riproduce il clima dittatoriale generale. Qui Filomartino non ha neanche bisogno di citare. C’è tutto Il conformista bertolucciano in quei corridoi e in quei vetri delle porte. Matrimonio ben congegnato come programma minimo? Edo ecco allora la contromossa: fuga, deriva e approdo verso l’individualità radicale. L’approdo lesbico è tutto interiorizzato. Fu l’orizzonte teorico delle donne europee. Gertrude Stein e Alice Toklas non furono eccentriche eccezioni americane. Così ci prova con il suo più anziano e gentile insegnante di latino e greco che la introduce alla vitalità modernista dell’antichismo. Gli stoici, soprattutto. “Non c’è altro dio all'infuori di te”. Ma il matrimonio per la borghesia è solo aumentare il gruzzolo familiare. Niente altro. Il prof Cervi è cacciato di casa nel 1933 in malo modo da papà. “Vuoi solo i nostri soldi”. Tremendi eppure sempre carissimi, perché i poeti vedono le cose da molti punti di vista. Antonia avrà altri 5 anni di vita. E il film racconta i suoi ultimi dieci. Ha già scritto versi, tra nazismo, fascismo e falangismo, anticipazione in lingue indoeuropea dell’Isis a venire. Poi arrivano le leggi razziali. “L’età della parola è finita”. Poco prima di Benjamin.


“Triste orto abbandonato l'anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi” 

Il film notevolissimo e da vedere inseguendolo e pretendendolo nelle sale perché la distribuzione sembra debole, è stato presentato in prima italiana solo al festival di Torino, evidentemente rifiutato da Venezia. Ha avuto la prima mondiale a Beirut e poi a Haifa, e il primo premio a Karlovy Vary (menzione speciale della giuria).  Meno male che Renzi da’ un miliardo di investimento alla cultura. Servirà a educare gli esperti di Venezia? Oppure Barbera che gestisce Venezia e, senza dare nell'occhio, sostanzialmente anche Torino, come direttore del Museo del cinema che presiede a tutti i festival della città, lo aveva già smistato, nei suoi disegni sotto la Mole?
Infatti lo recensiamo perché tutti lo aspettavano al Torino Film Festival in anteprima nazionale. Dove, si dice, la sala era turbolenta. Bene, un film che divide. Sono i migliori. w la differenza. Meglio Teseo che la Bompiani sotto Marina Berlusconi a controllare il 35% del mercato senza che l'autorità anti trust intervenga. C'è bisogno di fare qualcosa. Chiediamo a Antonia Pozzi. Lei sì che è nacora viva. 


che la mia poesia ti fosse un ponte,

sottile e saldo,

bianco –

sulle oscure voragini

della terra.

E qui Antonia si congiunge con l'altro film poetico dei nostri tempi. The Walk. Di Zemeckis.