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giovedì 29 gennaio 2015

Anche su Raitre "Hannah Arendt" o le banalità sulla "Banalità del Male" di Margarethe von Trotta

Barbara Sukova è Hannah Arendt
Mariuccia Ciotta





Giovedì 29 gennaio su Rai 3 alle ore 21,05




La dimensione di un tempo interiore nelle stanze dell'appartamento così poco newyorkese di Hannah Arendt – austerità berlinese - ombre avvolgenti e sagomate da luce calda, il dentro e il fuori, il luogo del pensiero di sé e, lontano, oltre i vetri delle finestre, la scia d'acqua dell'Hudson, o chissà di quale fiume (il film è stato girato in Westfalia, Lussemburgo e Israele).

Immagini alternate di una coscienza che tenta sempre di scappare e che Margarethe von Trotta rende visibile nel travolgente film che porta il nome della filosofa tedesca.

Hanna Arendt


Barbara Sukova abbandonata sul divano, sigaretta accesa, pensa, mentre il telefono squilla, grido del caporedattore del New Yorker in attesa del reportage sul processo al nazista Adolf Eichmann (dovrà aspettare quasi due anni!), che Hannah ha seguito, inviata speciale a Gerusalemme tra le ironie dei giornalisti. Ma come una filosofa in sala stampa!

Già, più che articoli di cronaca giudiziaria, verrà fuori un trattato sul Male, un testo “oltraggioso”, ancora oggi travisato. E' di qualche giorno fa la dichiarazione, a Parigi, di Claude Lanzmann, direttore di Les Temps Modernes, cineasta, amico di Sartre, sostenitore del governo israeliano, “La Banalità del Male è una delle più gigantesche idiozie mai concepite”. 

Sukova-Hannah nella sala stampa del processo Eichmann
 


Von Trotta ci condurrà a scoprire il perché di tanto accanimento che da allora, 1961, data del processo Eichmann, a oggi colpisce Hannah Arendt, l'ebrea che “non ama il suo popolo”. Risposta: “Io amo solo i miei amici”, sentimento al di là dell'appartenenza e dell'identità perché “la politica non è occuparsi degli uomini ma occuparsi insieme agli altri delle cose del mondo”. E allora eccola Arendt a scrutare la faccia accartocciata di Eichmann nelle riprese già rimontate da Eyal Sivan, regista israeliano eretico, in Lo specialista (1999), storia per immagini della requisitoria contro il nazista, rapito da agenti del Mossad in Argentina, dove si era rifugiato dopo la fuga dall'Europa (imbarcato a Genova), con l'aiuto di molti tra i quali il papa Pio XII.



Von Trotta alterna i fotogrammi in bianco e nero del processo con la fiction (fotografia di Caroline Champetier) in un duetto campo contro-campo che sbalza la memoria e pone lo spettatore di fronte allo stesso interrogativo di Hannah.

Chi era Adolf Eichmann? 

Adolf Eichmann durante il processo
 

Un ometto mediocre, uno zelante burocrate, un inconsapevole o un demonio? Ed è qui che si innesta la banalità interpretativa della Banalità del Male, o meglio la strumentalità colpevole di molti nomi autorevoli.

Arendt non diminuì le responsabilità di Eichmann ma rivelò i meccanismi del “disumano” annidato in uomini “normali”, e presenti non solo nei regimi totalitari.

Quando il dialogo con la propria coscienza si interrompe, quando si smette di “pensare”, quando, come dice lo stesso Eichmann, si produce una “scissione consapevole” tra la realtà esterna - e, direbbe Henri Bergson, la durata, il tempo interiore - l'umanità si perde.

La “banalità” sta qui ed ora nei tanti che ubbidiscono, in tempi di pace, a un ordine sociale, politico, emozionale ingiusto e criminale che premia i sudditi devoti.

Eichmann era spinto dalla volontà di piacere alla Germania di Hitler, di conformarsi alle regole, di farsi pedina indispensabile al piano di sterminio. Senza mai alzare una mano contro gli ebrei, ma ottimizzando i viaggi in treno verso Auschwitz. 
 

Margarethe von Trotta
Hanna Arendt racconta questo nella suspense di un film concentrato dal movimento “lento non troppo”, dialoghi scintillanti e precipitazione nell'impasse di fronte alla macchina da scrivere, alle spirali di fumo, ai flash-back con l'amante Martin Heidegger, il maestro affascinato dall'“uomo divino”.

Scene di relazione complice con l'amica scrittrice Mary McCarthy (Janet McTeer) e amorosa con il secondo marito Heinrich Blucher (Axel Milberg), comunista, ebreo e filosofo, con cui fuggì a New York nel '41, dopo il lungo soggiorno a Parigi dove approda nel '33, l'anno di Hitler, per poi ritrovarsi nella Francia occupata e nel campo di detenzione di Gurs.

L'America? “un paradiso”. Insomma. Arendt dopo la pubblicazione dei suoi scritti sul New Yorker sarà espulsa dalla comunità ebraica, respinta da colleghi universitari, additata come arrogante e senza cuore per aver osato accusare i capi ebrei di gravi responsabilità nel corso della Shoah. Molti si sarebbero salvati se non fosse stato per loro, interfaccia dei nazisti, intenzionati a “minimizzare il danno”, come fece, per esempio, Benjamin Murmelstein, "capo" di Terenzin, il campo di “lusso” per ebrei benestanti voluto da Eichmann, un luogo di accoglienza dalla facciata armoniosa, belle case, lavoro, allegria filmati a beneficio dell'opinione pubblica mondiale. In realtà, Eichmann in accordo con Murmelstein stilava regolarmente le liste dei destinati ai campi di sterminio.

Lanzmann e Murmelstein nel '75 a Roma


E qui torniamo a Claude Lanzmann e al suo documentario L'ultimo degli ingiusti, apparso per un attimo nelle sale italiane dopo il passaggio a Cannes. Film “invisibile” come quello di Margarethe von Trotta, uscito nel giorno della memoria, il 27 gennaio, e rimasto in programmazione per due giorni soltanto, nonostante il grande successo internazionale, folla pressante alle porte del cinema Farnese di Roma, molti rimasti fuori. Un caso di imperdonabile censura più che mercantile intellettuale.



Un film importante L'ultimo degli ingiusti, ovvero Benjamin Murmelstein, intervistato da Lanzmann nel 1975 nella sua dimora romana, ritenuto responsabile di intelligenza con il nemico, isolato da una parte della comunità ebraica e all'epoca ritenuto indesiderabile da Israele.

Lanzmann dopo la settimana di colloquio con il capo del consiglio ebraico di Terezin, campo di concentramento cecoslovacco, ritenne opportuno chiudere a chiave il filmato dove emergevano chiaramente le responsabilità di Murmelstein, che si giudicò innocente in quanto costretto a scendere a patti con Eichmann. Ma nel 2012, il regista di Shoah (1985), riprese in mano il materiale girato e in un intervento conclusivo assolse Murmelstein dalle accuse di collaborazionismo.



Sta di fatto che il disprezzo per La banalità del Male dichiarato nei giorni scorsi da Lanzmann ha radici proprio lì, nel racconto di Hannah Arendt sul processo ad Adolf Eichmann, spogliato della figura di Demone, e ridotto a un “uomo che non sapeva pensare”.

L'idea del nazismo diabolico era fondamentale per lo stato neonato, contro l'ostilità pressante dei paesi arabi, e a favore dell' “unico baluardo contro il Male assoluto”, Israele, l'unico luogo sicuro per gli ebrei di tutto il mondo.

Ben Gurion, primo ministro, orchestrò il “processo al Mostro”, e mise in ombra i crimini contro l'umanità da parte di un uomo qualunque ubbidiente al Furher, il folle pianificatore di morte, sostenuto dai tanti, sottomessi, Eichmann.

Impensabili di conseguenza le accuse ai capi ebraici, impotenti di fronte all'”incarnazione del diavolo”. Quel “diavolo” di Eichmann, come si vede nel film di Sivan, avrà la sua condanna a morte (fu impiccato nel maggio del '62) solo quando scoprirà la sua coscienza negata. “Ho visto fontane di sangue” dirà davanti al giudice, e la sua faccia contorta in una maschera aliena si distenderà nel volto sofferente dell'uomo.

Eichmann sapeva, le SS sapevano, i tedeschi sapevano. Ma scelsero di congelarsi l'anima e di eseguire gli ordini.
Sukova-Arendt nella sua casa newyorkese



Von Trotta, che firma la sceneggiatura insieme a Pam Katz, illumina nel suo film il pensiero di Arendt, grandissima filosofa dei nostri tempi, passata nella divulgata storica come insensibile agli orrori del nazismo, intrappolata nel suo essere tedesco, e invece massima indagatrice delle perversioni umane, passate e presenti.

Hannah, nel film, si autocritica per una sola cosa, aver definito “radicale” il male. “Solo il bene è davvero radicale”.