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sabato 23 gennaio 2016

Se permettete parliamo di Scola braccio destro di Veltroni




Sul manifesto del 22 gennaio 2016 leggiamo, ripubblichiamo e commentiamo un toccante intervento-ricordo dell'ex ministro della Sanità del governo di sinistra francese, amico di Ettore Scola. Prendiamo spunto da questo scritto e dal ruolo che ebbe Scola, cineasta ma anche militante attivo del Pci (poi dei Ds e del Pd) nella definizione di un sistema radiotelevisivo più articolato e democratico, per  discutere della politica culturale del Pci in questo settore, dalla discesa in campo di Berlusconi alla fine del monopolio pubblico all'apertura delle pay tv, in rapporto ai nuovi scenari del mercato audiovisivo globale. 


di Jack Ralite *

Sei del mattino. Accendo la televisione. Alle prime immagini scoppio in lacrime. Ettore Scola, il grande, l’immenso regista italiano del quale ho avuto la gioia di essere amico è morto. Il suo cinema è indimenticabile. Capolavori come C’eravamo tanto amati e Una giornata particolare hanno nutrito il pensiero critico. Negli anni hanno eroso le certezze della società italiana. Sono stati una zattera di sopravvivenza politica. Ettore era membro del Partito Comunista italiano.
Ci siamo incontrati per la prima volta a Parigi, nel 1981, all’ospedale Saint-Antoine dove era stato ricoverato per un problema cardiaco. All’epoca ero ministro della sanità, ero andato a trovarlo; da allora non abbiamo mai smesso di vederci. Quando è uscito dall’ospedale ci siamo ritrovati a mezzogiorno per una salutare passeggiata nei Giardini di Lussemburgo.
Una volta guarito, Ettore è tornato a Roma per girare a Cinecittà Ballando Ballando. Mi ha invitato sul set e insieme abbiamo partecipato a un programma della televisione francese senza il conduttore, che era Yves Mourosi e aveva perso l’aereo da Parigi.
Ci siamo rivisti al Festival di Cannes, a Strasburgo, in Grecia. Era un amico degli Stati Generali della Cultura e ha combattuto molto per l’eccezione culturale e la pluralità del cinema europeo. È stato lui a far firmare la Dichiarazione dei Diritti della Cultura (tradotta in 14 lingue) da molti cineasti e artisti italiani come Fellini, Rosi, Marcello Mastroianni.
Ricordo una trasmissione alla radio di Jean-Claude Braly su uno dei suoi film. Nel corso del programma sono arrivati due ospiti a sorpresa, Mastroianni e Ugo Tognazzi, trasformandola in una scampagnata di risate. Alla fine Scola mi dice del suo dispiacere. Era stato invitato per il dessert a un pranzo di intellettuali francesi e stranieri organizzato da François Mitterand e detestava l’idea di abbandonare i suoi amici. «Andiamoci tutti e quattro» gli ho detto. Così siamo arrivati al Train Bleu, alla Gare de Lyon, dove il Presidente ci ha accolti molto amichevolmente. Era un piacere per lui conversare con i tre artisti italiani e con uno dei suoi quattro moschettieri comunisti, come mi chiamava.
Ricordo spesso una telefonata di Ettore:«Jack, vengo domani a Parigi a trovarti». Ci siamo dati appuntamento al suo albergo, vicino al Senato. Lui è andato subito al punto: «Jack sto per iniziare un nuovo film, Maccheroni, insieme a Marcello. Vorrei che tu interpretassi il secondo personaggio». Abbiamo discusso per tre ore: lui insisteva, io non osavo e non ho cambiato idea. Lui era molto dispiaciuto. Dopo ho visto che mi ha sostituito con uno molto più bravo di me, Jack Lemmon.
Ci vedevamo sempre quando veniva a Parigi invitato dall’allora sindaco, Bertrand Delanoë, di recente per l’inaugurazione del cinema Le Louxour a Barbés. Mi ha detto:«Allora come stai? Sai che ti ho sempre considerato come un vero attore?». Il film che presentava, e che è diventato il suo ultimo film, era su Fellini.
L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato a Roma, a casa di Luciana Castellina, un’altra grande militante comunista italiana del primo gruppo de «Il manifesto», con la quale ho lavorato a lungo ai Rencontres Cinématographiques de Beaune dove ci siamo distinti tutti e due. È insieme a lei che abbiamo vittoriosamente lottato contro l’Ami (Accordo multilaterale sugli investimenti) che ora si sta ripresentando nel dibattito internazionale.
Luciana aveva organizzato un piccolo pranzo con Ettore. Nel pomeriggio io e lui abbiamo assistito alla consegna della Legione d’onore da François Mitterand, ministro della cultura in Francia, a Luciana.
La cena è stata un ritrovarsi tra amici pieno di allegria e di calore. Oggi penso molto a lui, ho talmente amato quest’uomo e il suo cinema, una vera opera di «democrazia insorgente» direbbe Miguel Abensour.

 * Ex ministro della sanità (1981), sindaco onorario di Aubervilliers, animatore-fondatore degli Stati 







Roberto Silvestri



il ricordo, piuttosto interessante, oltre che doppiamente commuovente, pubblicato dal manifesto è  scritto da un ex ministro della sanità francese, amico di Luciana Castellina oltre che del grande regista di C'eravamo tanto amati, Una giornata particolare e Ballando Ballando.Si esalta però in questo ricordo soprattutto l'aspetto meno interessante e più discutibile di Scola, affascinante narratore di storie con la penna del cinema, capace di dosare sempre in modo impeccabile umorismo e commozione, tanto da riuscire sempre in zona Cesarini a ribaltare la commedia in nube esplosiva di emozioni  (un segreto che Checco Zalone deve avergli rubato da fan acuto), ma militante politico molto meno brillante nel battersi (come ministro ombra prima e poi come responsabile cinema e consulente di Veltroni ministro dei beni culturali), da intellettuale (lo chiamano ancora organico? consapevole? illustre?), contro i monopoli e le ingiustizie televisive e cinematografiche, globali e nazionali.
Per esempio a livello televisivo Scola (che la televisione ha sempre considerato periolosa, un "oggetto colonizzatore" il che è lecito ma ne fa un improbabile specialista di audiovisivi contemporanei) lotta per limitare il peso della pubblicità nella trasmissione di film all'interno delle tv generaliste. Giusto. E vince pure. Ma se contemporaneamente lo slogan "non si ferma un'emozione" serve soprattutto (ad altri) per far passare al ribasso la pay tv (Canal Plus, prima e oggi Mediaset Premium e Sky) non troppo controllata come dovrebbe essere qualunque servizio pubblico (per esempio a livello di rispetto delle differenze culturali: quanti film africani o mediorientali o israeliani o thailandesi trasmette all'anno Sky?), senza tassarla troppo, dividendo così il pubblico in prima classe, senza pubblicità dentro il film né Marzullo fuori dal film (pay); seconda classe (tra il primo e il secondo tempo, e a metà del primo e del secondo tempo), tv generalisti; e terza classe (sei costretto a vedere film interessanti sulla tv pubblica che si vede male quasi ovunque nel paese, e solo alle 3 e alle 4 di notte), la cosa ci piace molto molto meno. Raitre. Ma non eravamo per l'estinzione delle classi? Oppure restava in Scola un residuo da possidente di Trevìco?
E poi Scola, alto dirigente Anac, sindacato autori cinematografici. Non registi, ma quelli che si autoeleggono (nel caso di Scola il reference system comunque garantisce) autori. Dunque Scola-Anac si occupa anche di politica cinematografica nazionale. E non riesce neanche a migliorare la legge Corona del 1964, con quel sistema di finanziamenti pubblici che non vanno (come negli Usa) alla preproduction e alla post production, ai laboratori e alla ricerca, allo sperimentalismo e alla educazione transartistica dei giovani, ma direttamente ai film. Perché? Questo sistema iniquo non rende autonomo il settore, ma lo incatena al governo e al parlamento, smanioso di finanziamenti a pioggia che andranno ripartiti, grazie alle scelte di commissioni ad hoc nominate dai partiti, ad autori di sinistra doc (per fortuna di più e più bravi) e ad autori di centro e di destra doc (per fortuna pochissimi e disinteressanti), ma tutti sempre più lontani dalle esigenze cangianti dei desideri schermici e del consumo più creativo.Tanto sono come statali, hanno il posto assicurato. Alla faccia delle grandi lotte contro gli sprechi, il clientelismo e le corporazioni.
Inoltre a livello internazionale, di trattative Gatt per il libero scambio, l'articolo ci dice che Scola si batte per tutelare l'eccezione culturale e per il rispetto delle differenze. Il cinema è merce diversa, giusto? L'arte non è trattabile e contrattabile come le arance. Belle parole, concetto sacrosanto, l'Europa fa bene a proteggere il proprio cinema, con soldi pubblici se necessario, in fondo anche gli Usa lo fanno (meglio e più di nascosto) e dunque non rompano. Ma questi concetti sacrosanti andrebbero "applicati creativamente alla situazione specifica" (come si diceva un tempo nelle sezioni Pci, per inchiodare i settari stalinisti, bordighisti, operaisti, economicisti, trotzkisti, individualisti, capitolardi, anarcoidi, nichilisti e soprattutto estremisti di sinistra, come il manifesto, che poi fu espulso, anche Luciana Castellina, mentre Scola a giudicare da alcune scene di suoi film faceva salti di gioia). L'Italia non ci riesce a liberarsi dalla tutela di Washington. Non può. Mica è Alliende Mister Berliguer e succedanei. Intanto gli Usa non permettono al paese post fascista, sconfitto nella seconda guerra mondiale (qualche diktat imperialista e glielo concediamo, no? SARCASMO) di autofinanziarsi utilizzando parte del costo del biglietto di ingresso nei cinema (anche dei film hollywoodiani) per sostenere economicamente il settore (che dovrà dunque sempre elemosinare in sede di finanziaria per non morire, lottando per agguantar briciole). Andreotti prima e Veltroni-Scola dopo non sono riusciti a convincere Hollywood a lasciare la presa. Forse non volevano neppure. Un cinema non controllato dai politici non sarà per caso troppo libero e pericoloso? Magari estremista e un po' trotzkista? I finanziamenti gestiti da un centro autonomo potrebbero perfino andare ai Frammartino, ai Contento, ai Ferraro, alle Ianigro, ai Misuraca di domani invece che ai "grandi registi" di oggi (che sono anche peggiori di Virzì, Maselli, Scola....). Ai creativi da cuccioli e non ad autori talmente autorevoli che in realtà non dovrebbero avere problemi a farsi finanziare un film da quei privati intraprendenti che tanto sono amati dai post Pci. Con il tax credit Fellini e Andreotti avrebbero realizzato tutti i suoi progetti. Perché non glieli hanno voluto farglieli fare? Era più semplice zittire gli artisti perturbanti senza ricorrere ai metodi usati con Pasolini. Un po' parodiato, non elegantemente, in Brutti sporchi e cattivi. Tutti ricorderanno certamente le sprezzanti e spiritosissime battute di Scola, poi diventate slogan virziani, contro l'esterofilia, i film noiosi, i film ombelicali, i film "dello sguardo", le cose che piacciono a Filmcritica e a Cinema & Film, come se i suoi film fossero invece dispositivi ludici di immensa potenza alla Guerre Stellari ("non sono uno che filma la propria immaginazione, i propri sogni, le proprie fesserie, e fumisterie" dichiarà. Invece Lucas, facendolo, ha inventato mondi, non ha copiato il mondo, affinché restasse sempre lo stesso e sempre, ugualmente, deprecabile e sarcasticabile). L'Italia dunque non può fare quello che fa la Francia e perfino la Colombia. Contrariamente alla Francia che gestisce ormai da decenni il mercato mondiale del d'essai (quel 10% del big business è tutto suo, se lo è conquistato a forza di finanziare i migliori cineasti radicali del mondo e le loro fumisterie, di competenza, intelligenza, storia economico-politica, rapporti commerciali con Le Monde, stratificati, Cannes e Cnc, Centro nazionale di cinema gestito da burocrati che non spariscono ogni cambio di governo, ma che sanno fare il loro lavoro, non come i nostri Mister Rocca di turno). E Hollywood ha tutta la convenienza di lasciar fare perché vivacizza il mercato e gli lubrifica i blockbuster). E' un paese che a differenza dell'Italia conosce e sa capitalizzare le altre culture e esaltare le cinematografie altre, il World Cinema (sono critici e produttori francesi i maggiori ammiratori dei cineasti italiani, a cominciare da Scola e Moretti, da Comencini e Monicelli, da Gianikian e Ricci Lucchi a Frammartino) - e per "altre" intendo non solo Belgio e Danimarca, ma anche africa, medio e estremo oriente, oceania e america latina, oltre che gli indipendenti veri di tutto il mondo anche nordamericani). La Francia li tutela sia nell'informazione (vogliamo parlare dei tg?) sia nel cinema sia nella televisione pubblica. Dunque il braccio destro di veltroni, trasformando il nostro paese in una subcolonia di Hollywood e della francia, chiudeva al mondo extra- occidentale. Se per tutelare le opere europee noi imponiamo a hollywood una quota di ingresso al mercato, facciamo il 49% questo significava in Italia espellere completamente ciò che non fosse americano, italiano e un po' francese. Alla faccia della cultura, della diversità e del rispetto. 

mercoledì 15 maggio 2013

Eccezione culturale, Atto secondo


Roberto Silvestri
CANNES
Cannes sotto la pioggia, e non solo per il gran galà di The Great Gasby che apre il festival n.66 (da oggi al 26 maggio). Così  dicono i meteorologi. Ma tempeste minacciose si annunciano anche sul cinema francese, che si considera il terzo al mondo, dopo Hollywwod e India e dimostra ogni anno proprio sulla Croisette la sua potenza planetaria e la leadership nel settore 'film d'autore'. Ma Amazon, Google, You Tube e Netflix e la possibilità di scaricare e diffondere gratuitamente i contenuti cinematografici in tempo reale, stanno mettendo rapidamente a soqquadro le regole del gioco, la 'chronologie mediatique', la filiera finora immutabile che scandiva i tempi di uscita su ogni comparto (sala, dvd, tv a pagamento, tv generalista...) e ridisegnano la geografia del business, mettendo a repentaglio la tranquillità di nicchia aurea che Parigi si era costruita negli ultimi 30 anni, a partire da Jack Lang. La Francia ha una architettura produttiva e distributiva invidiabile che si basa sulla possibilità di tassare gli incassi cinematografici anche dei kolossal americani (una mossa che, per colpa o per merito dell'irreversibile fermezza di Giulio Andreotti, in Italia non è mai stata possibile, bloccando ogni nostra ambizione industriale e trasformandoci in appendice della Francia), ma anche sui preacquisti dei canali a pagamento, su una trasparente politica di film commission, sulle coproduzioni internazionali di qualità, su un forte prodotto medio, sull'intelligente e mirato utilizzo di finanziamenti privati e bancari (il sistema Sofica). Ma adesso l'intero business va ridisegnato. Così Pierre Lescure, 68 anni, giornalista, presidente di Canal Plus dal 1994, da cinque anni direttore del Théâtre Marigny (nonché nipote del fondatore delle Éditions de Minuit) ha presentato lunedì scorso al presidente Francois Hollande, che lo aveva incaricato nell'agosto 2012,  il suo piano per adattare l'intero sistema audiovisivo esagolale. La Francia si appresta dunque a varare una impopolarissima  tassa su tablet e telefonini, iphone e simili, e un'altra sui lauti profitti dei server, per finanziare la produzione culturale. Il voluminoso rapporto, 500 pagine, 80 proposte e 2,3 chilogrammi di peso, per rispondere al pericolo Internet afferma la  necessità di un altro tipo di regolamentazione. Si tratta di  mettere al passo con i tempi l’«eccezione culturale», cioè l’idea difesa per la prima volta dalla Francia durante i negoziati dell’Uruguay Round (1993) che i prodotti culturali non possano essere considerati una merce come le altre. Restano opere 'a parte' anche se sono trasmesse sotto forma di file digitali. Lo stato ha dunque il diritto di intervenire con legislazioni protettive, al di là del 'libero scambio', cercando di mettere nella rete la Rete, per difendere con forza, nei negoziati commerciali bilaterali e multilaterali, la specificità di trattamento dei servizi culturali. E' la conservazione del diritto d'autore nell'era digitale il cuore della missione Lescure.  Hollande e il ministro della cultura, Aurélie Filippetti, avevano chiesto a Lescure di tenere testa alla rivoluzione digitale con criteri meno repressivi rispetto alla questione 'pirateria', che Sarkozy, fautore della legge Hadopi combatteva «staccando la spina» al terzo download illegale. Dunque cancellazione della legge Hadopi, come primo punto. Scartata l'ipotesi di un prelevamente di 5 euro sui 24 milioni di abbonati a Internet (se ne ricaverebbe solo 1 miliardo e 44 milioni di euro che non servirebbe neppure a compensare l'abbassamento degli introiti di vendita del solo settore musicale che si aggira sui 2 miliardi di euro), il rapporto Lescure opta, secondo punto importante, sulla tassazione degli apparecchi connessi. Si tratta di 8,6 miliardi di euro. La multa per gli 'scaricatori' clandestini  si aggirerebbe invece sui 60 euro, pari a un anno di abbonamento al servizio streaming musicale Deezer): sarebbero i giganti Apple, Samsung, Google, Amazon e gli altri produttori di tablet e telefonini, dunque, i finanziatori del cinema della musica e della editoria francese. Lescure sostiene che molti utenti esitano ancora a comprare legalmente un cd o un dvd a 9,9 euro mentre sono pronti a spendere da 300 a 800 euro per iPad o smartphone. Una scommessa senza precedenti al mondo, a parte l'ipotesi, poi bocciata, dell'allora ministro dell cultura brasiliano Gilberto Gil di finanziare la produzione culturale paulista, carioca etc...tassando gli spot televisivi. (r.s.)
Pierre Lescure, presidente di Canal Plus