Si è verificato un errore nel gadget

mercoledì 25 marzo 2015

Il cielo sopra Gian Vittorio Baldi. E' morto il grande poeta di Fuoco! Ovvero il lato B del realismo

Roberto Silvestri




Lydia Biondi e Mario Bagnato in Fuoco! (1968) foto di Silvie Stauffacher (*)

‘Per favore fate silenzio, zitti, io non ci sono più. Sono ritornato nelle stelle’” (Gregorio in Il cielo sopra di me, sceneggiatura di Gian Vittorio Baldi)







Gian Vittorio Baldi (*)
Una parte del suo prezioso archivio è a Cesena, e un'altra parte a Lugo, dove visse gli anni durissimi del secondo dopoguerra.  La sua International Film Academy non ha smesso fino all'ultimo di organizzare seminari e lezioni ovunque nel mondo. 
E' morto a Faenza, l'altro ieri sera, a 84 anni, Gian Vittorio Baldi, l'autore dello stupendo Fuoco! (1968 di data e di fatto), congelamento barocco di una rabbia antagonista perennemente implosa e di forze istituzionali che sanno sempre deviarne l'esplosione effimera, affinché non nuoccia. Era un corto censurato del 1958, Luciano. E' diventato il manifesto metaforico della contestazione generale e del ritardo culturale del nostro paese. E' stato regista, sceneggiatore, montatore, produtture, costumista, perfino attore, romanziere, poeta, pittore, critico e teorico del cinema. 
Era nato a Bologna nell'ottobre del 1930, questo intellettuale e artista più conosciuto all'estero che in Italia, anche se è stato uno dei nostri pochi total filmmaker
Lunedì 30, alle ore 10, il funerale. Dall'obitorio dell'Ospedale Civile di Faenza si andrà a Brisighella, per la tumulazione. Non distante dal piccolo cimitero di Lugo, accanto alla Pieve del Thò, dove riposano i suoi antenati. 


Baldi con Masha Meril sul set di La notte dei fiori (1972)
Baldi alla fine degli anni 50 è stato un giovane esploratore del "cinema diretto", in parallelo telepatico con le sperimentazioni avantgarde (e tecnologicamente ben più avanzate) di Rouch, Pennebaker, Lefebvre, Maysles, Drew e Leacock. Dall'etnografia e dall'antropologia metropolitana marginale diventa il portavoce della "nouvelle vague" italiana. E' il primo, nel 1968, a girare un film (Fuoco!) in 16mm e poi a gonfiarlo in 35. A tenere fuori dalla porta lo spettacolo. E a fare entrare dalla porta una presa diretta registrata tutta fuori dall'appartemento nel quale il film è imprigionato. Nel 1975 ripetizioni, zigzagare nel tempo e ossessiva presenza del suono "live", quella della corriera sgangherata, mettono a dura prova la linearità narrativa di un'opera che si basa sul "documentarismo riscostruito" ed è storicamente identificabile proprio con i mesi del tramonto nazifascista. Lo spazio e il tempo diventano così inquietantemente indefinibili, come scrive Adriano Aprà. E L'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, l'altra sua opera avulsa, perfino nella tematica resistenziale, dal far cinema in Italia in quel tempo, polemicamente attualizzava l'antifascismo contro chi usava i sacri ideali per placare i conflitti. Movimento new wave in ritardo rispetto a Francia Polonia Cecoslovacchia e Gran Bretagna... Che è ancora difficile da cartografare. Il primo Olmi. Tinto Brass. Mingozzi. Sandro Franchina. Lorenza Mazzetti (che vive a Londra, però). Di Gianni. Gianni Amico. Cecilia Mangini. I documentari di Pasolini. Forse I ragazzi che si amano (1962) di Caldana.... 



La notte dei fiori. Da sinistra Dominique sanda, Giorgio Maulini, Hiram Keller e Micaela Pignatelli
Baldi è tra i primi comunque a teorizzare e fare il cinema tutto da solo, come si fa una scultura, come si dipinge un quadro. Artigianato non vuol dire però isolamento e solipsismo. Non posso pensare Baldi isolato. La sua è una rete. L'Office National du Film del Canada. Il terzo cinema, da Glauber a Straub. Labarthes. Wiseman...E senza i suoi collaboratori e i suoi allievi attorno. E se non dentro un movimento di rigenerazione e trasgressione culturale di massa che sconvolge istituzioni, scuola, set, simbologie, pose, preconcetti, accademie, riviste.... o come un pifferaio magico che trascina dietro di sé guardie rosse per nulla fanatiche che sanno di costruire il cinema del futuro. Nella foto vedo infatti Godard, e vicino a lui prima Anna Karina e poi Anne Wiazemsky. C'è Truffaut con Fanny Ardant. E c'è anche Gian Vittorio Baldi con la moglie Macha Meril, l'attrice che della nuova onda francese fu un simbolo, come Charlotte in una Donna sposata di Jean Luc Godard e Renée di Bella di giorno di Bunuel. E che ha vissuto con Baldi dal 1969 al 1978. "Baldone", come lo chiamava affettuosamente Fellini vinse due Leoni d'oro per il cortometraggio. Fu produttore di più di 200 film. Gli sono stati conferiti più di cento riconoscimenti in vari Festival internazionali, ultimo il premio Umanidad, ricevuto al Sao Paolo Film Festival nel 2009. Gli sono state dedicate retrospettive in Francia, Finlandia, Cina, Stati Uniti, Brasile, India e in molte altre parti del mondo...


Tomas Milian a sinistra e Dacia Maraini a destra in L'amore coniugale (1969) foto di Carla Menegol
Ho conosciuto un Gian Vittorio Baldi combattivo e libertario nei primi anni 80 quando ci contattò per proporci una interessante iniziativa transculturale per Riminicinema che, avendo organizzato retrospettive di autori a lui congeniali come Robert Frank, Russ Meyer e Raymond Depardon, e teorizzando una centralità di sguardo post-coloniale, aveva la pretesa di diventare un punto di riferimento alternativo rispetto ai festival istituzionali del momento. 
Era stato proprio Baldi il primo documentarista eretico in Italia. Perché non fareva semplice controinformazione o documentazione ma raccontava "storie indigeste e marginali in presa diretta", anticipando quel movimento planetario di cineasti, oggi egemone (pensiamo a Lav Diaz, Lisandro Alonso, Weerasethakul, Marcello e Frammartino...), che combattono le parola d'ordine travestite da immagini con opere ibride che non stanno né con la Fiction né con il Documentario. I filmaker transgender...
La Biennale di Venezia dell'epoca, Sorrento, Europacinema, Taormina e altri sterminavano infatti, secondo noi, tutto ciò che di sorprendente, vitale e controculturale c'era e c'era stato nel mondo, e soprattutto nei tre mondi, imbalsamando i cineasti più tromboni tra quelli rigorosamente euroccidentali - che si erano arresi allo stato di cose vigente. "Fellini - ci ricordava Baldi - era un grande regista ma non un grande autore: non sarebbe stato un genio, senza Ennio Flaiano. Come Vittorio De Sica senza Cesare Zavattini e Antonioni senza Tonino Guerra".


Micaela Esdra in Fiammetta ep da Le adolescenti (1964)
Ci piaceva il fatto inoltre che Baldi fosse stato scrittore, sceneggiatore, pittore, critico, teorico, insegnante, produttore prima che documentarista, insomma un total filmaker indocile alla poltrona del Regista Accademico; un critico, da sinistra, del neorealismo (per la abietta pratica del doppiaggio, anche se comprensibile viste le carenze tecnologiche del secondo dopoguerra italiano); un precursore delle utopie danesi di Dogma e l'autore nel 1953 di un manifesto importante di realismo cinematografico di tipo estremista-bressoniano, "Tema e dettato" (no alla musica di commento, no al montaggio, luci naturali, presa diretta, via dagli studi di posa, attori completamente spogliati della loro professionalità e mestiere, cioé pure forme plastiche in mano al regista, etc...). Tutto questo lo rendeva particolarmente vicino alla nostra sensibilità (a quella mia, di Meldini, Farassino e Grosoli che formavano la direzione artistiche post Laudadio della manifestazione). Volevamo infatti regalare al nostro pubblico le immagini più "insostenibili" del mondo, come avrebbe detto Solanas. Trasgredire per creare, uccidere la tradizione nota e restituire al mondo cose antiche e dimenticate. La tradizione, infatti, si inventa.


La troupe di Nevrijeme-Il temporale (1999) foto di Chico De Luigi
Secondo noi bisognava così ricominciare da Alberto Grifi, Schifano, Brocani e Baldi. Da Emmanuel Peter Goldman, dal Nac di Jonas Mekas e da Holger Meins filmaker, da Moijca, Tatsumi Kumashiro, Schroeder, Saraceni e dai nuovi videoartisti West Indies di Londra e Harlem, dai neorealisti iraniani come Makhmalbaf che proprio Grosoli aveva per primo scodellato in Occidente, etc. Tramandare cioé la memoria fertile e innestare le immagini sovversive e i modi di produzioni deformanti e antigerarchici che avevano fiancheggiato il sessantotto politico con i loro esiti più coraggiosi del presente. Senza questo ripensamento generale, senza indire coraggiose "commissioni per la verità e la riconciliazione", senza esigere piena luce sul piombo che ha seppellito la meglio gioventù sessantottina e settantasettina, le accademie teatrali e i centri sperimentali continueranno a  scodellare attori falsi e retorici e cineasti di regime. Insomma la miseria del nostro cinema industriale, inguardabile fuori dall'uscio di casa. Reticente, meschino, omertoso ("Ci sono solo due autori interessanti in Italia oggi, Bellocchio e Sorrentino" amava ripetere negli ultimi tempi).  


Dominique Sanda  in La notte dei fiori (1972)
Quella "contaminazione bastarda" che porta oltre, al di là della fiction e del documentario addestrato, terrorizza tuttora l'occidente, più di Bruce Lee. Tanto che Rimicinema fu prima comissariata attraverso una interferenza craxiana nella direzione, poi uniformatisi gli enti locali alla strategia veltroniana di sterminio totale dei piccoli festival rompipalle, cancellata definitivamente dai burocrati del Pci di allora che erano culturalmente e comicamente non dissimili dai vertici del Pd di oggi.  E Baldi non riuscì più a girare lungometraggi dal 1975 al 1988 e dal 1988 al 1999 e dal 1999 al 2015....

Mi dispiace molto per quel mancato incontro professionale come mi dispiace di non aver mai bevuto i vini di qualità del professore, etichetta Castelluccio di Modigliana, azienda altrettanto innovativa e sperimentale, che ha trasformato la produzione romagnola per sempre, fondata nel 1974 (ma che oggi però appartiene alla famiglia Fiore) e si è fatta un nome con il Ronco dei Re,  il Ronco delle Ginestre, Il Ronco dei Ciliegi, e il Sangiovese di Romagna Le More e il bianco Lunaria, frutti dell'Appennino romagnolo, tra Brisighella e Modigliana. Erano, come il suo cinema, d'autore off off, come le sue avveniristiche lezioni di filmologia all'università di Lettere di Bologna del 1977, vini rigorosamente inattuali e post-industriali  che data l'altitudine, la qualità differente del terreno e il pendio dei vigneti dovevano essere trattati in maniera differente. Baldi fu il primo a introdurre il concetto di "cru".


John Steiner  e Macha Meril in L'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale (1974) foto di Csrla Menegol
I titoli dei lungometraggi di finzione di Gian Vittorio Baldi oggi probabilmente non dicono molto se non agli addetti ai lavori: Fuoco!, La notte dei fiori,  L'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, Zen, Il temporale-Nevrijeme... Film da festival, da cineclub o da prima serata televisiva di un paese normale. E sempre con qualche problema di censura. Luciano, una vita bruciata il suo primo lungometraggio del 1963, anticipato da un corto del 1959, era concentrato pericolosamente sull'omosessualità e sulla pedofilia dei preti cattolici. Figurarsi. Lo doveva produrre Fellini che poi ci ripensò e il fim uscì solo nel 1967, sulle ali del movimento... Per non parlare di Fuoco! il cui protagnousta osava sparare alla statua della Madonna il giorno della processione del 15 agosto, però andò in gara a Venezia. O dei film prodotti, Porcile e il documentario militante Anni duri alla Fiat, tratto dall'autobiografia di Giuseppe Dozzo, un confetto avvelenato regalato agli Agnelli di tutti i tempi che andò in onda sul primo canale Rai solo perché fu imposto dall'Associazione Licenziati per Rappresaglia politico-sindacale.  Io li vedevo a Roma, nelle università occupate o al Nuovo Olimpia e al Filmstudio. Ma lui, in Italia era l'anormalità pura. 


Gian Vittorio Baldi
Credo che sia stato il primo a fondare negli anni cinquanta dei club di cinema rigorosamente aperti ai soli documentari, ai cortometraggi e al "cinema libero". Come Aki Karismaki, come F.F. Coppola e come Desire Ecare, e anche come la collega Madonna, Gian Vittorio Baldi era un regista-viticultore. Faceva parte dei poeti che si contaminano con la terra e con i terrestri. In un viaggio in Cina che ho fatto con lui e Tatti Sanguineti, la sua cultura del cibo e del vino (mai sbandierata) ci consentì un contatto inusuale con una cultura culinaria strepitosa. Un bel po' di beat c'era in lui. Sensibilità internazionale. Rispetto e generosità con l'Altro. Aveva seguito scupolosamente, e interpretato genialmente, le direttive del commissario del popolo Lawrence Ferlinghetti:
"Poeti, uscite dai vostri studi,
aprite le vostre finestre, aprite le vostre porte,
siete stati ritirati troppo a lungo
nei vostri mondi chiusi.
Scendete, scendete".  



Gian Vittorio Baldi sul set di "Fuoco!" foto di Silvie Syauffacher (1968)
Baldi scendeva sempre, dappertutto. Uno speleologo dell'immaginario. Che inizia a radiografare l'Italia, e in particolare Roma e Torino, a cominciare dal basso, dai vicoli e dai vicoletti più nascosti, entrando ospite gradito nelle case dei paria: le prostitute di Via dei Cessati Spiriti, 1959; i ladri e i bar dei coatti di via dei Cappellari (Luciano, il corto, 1960), i sottoproletari e le domestiche di Roma (Ritratto di Pina e Via delle Domestiche, entrambi del 1960); gli emigranti del sud a Torino e le loro vite impossibili (Il bar di Gigi, 1961). 


Mario Bagnato in Fuoco! foto di S.Stauffacher
Scende anche indietro nel tempo, fin tra i repubblichini di Salò. Per la Rai realizza dieci documentari sulla storia d'Italia  dal 1898 al 1948, dall'uccisione di un re a quella della Monarchia. Il suo realismo non ha niente a che fare, però, con le real cose. Nell'82 in Anni luce decostruisce la manipolazione della comunicazione perpetrata da Mussolini e seguaci travestiti, tra il 1922 e il 1950, mentre nell'aria si odono già i maneggi P2 di TeleLombardia. Scende anche nel quartiere Zen-Zona Espansione Nord (1988) al fianco di due sacerdoti di Palermo, Suor Chaira e Don Luigi, che si oppongono a violenza, mafia, droga e prostituzione coatta e delinquenza minorile con ogni mezzo necessario. Al di là dei confini geopolitici consentiti scende in Bosnia, nel 1999, nella Sarajevo martoriata e saccheggiata dalla guerra più assurda e invisibile, se mai ve ne fu una non tale. E un usuraio cristiano ortodosso non fa bella figura con i bimbi musulmani orfani di guerra. Baldi si imbrattava, si cospargeva letteralmente di realtà. Realtà era anche, nel 1996, tornare, oltre 50 anni dopo, a Marano sul Panaro, e ricostruire la lotta anti nazista in Memoria della Resistenza (1996). Il Lato A ma soprattutto il Lato B della realtà lo provocava. Altro che neorealismo e necrorealismo e iperrealismo. Lui era un realista dai mille occhi che non considerava mai la realtà sovrana, se osservata da un solo punto di vista. Troppo poco individualista, il suo era un soggettivismo molteplice. Una anima cubista. In Magomax (2003) un tipografo preferisce imprimere non le veline di una realtà inquinata e oltraggiosamente falsata ma i sogni dei bambini e diventa così un mago. E chi è più realista di un prestidigitatore che manipola i desideri e i piaceri e vuole l'impossibile? Lo possono testimoniare non solo i ragazzi del Maggio parigino, ma anche i suoi allievi  dell'università Hypermedia, da lui fondata nel 1999. E che vengono da tutto il mondo. 


Mario Bagnato in Fuoco!
Baldi scriveva, dirigeva, montava, viaggiava, inventava marchingegni tecnologici un po' come Alberto Grifi per risparmiare sul budget (come la cinepresa a periscopio, agganciata al soffitto e maneggevolissima, che permetteva immagini ancora più ferme e selvagge che con la macchina in spalla, e utilizzò nelle concitate rirpese di follia in Fuoco!). E poi produsse, con il marchio I.d.I. Cinematografica, capolavori, senza vantarsene troppo, che oggi ci raccontano del decennio della speranza più di tutti gli special di Mieli: Trio di Mingozzi. Cronaca di Anna Magdalena Bach di Straub-Hilllet. Diario di una schizofrenica di Nelo Risi. L'amore coniugale di Dacia Marainai.  Porcile e Appunti per una Orestiade  africana di Pasolini ( il poeta gentoiluomo" lo definiva Baldi), Vento dell'Est di Godard e Quattro notti di un sognatore di Bresson. ... Stava per produrre anche il Gesù di Dreyer quando, nel marzo del 1968, il grande artista morì cadendo nel bagno. Così come svanirono per un nonnulla il primo lungometraggio che doveva dirigere Bernardo  Bertolucci, Terra em Trance di Glauber Rocha (che poi fu prodotto in Brasile) e Erendira di Gabriel Garcia Marquez che era stato suo compagno di studi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma....


Senza Gian Vittorio Baldi poi non starei qui a scrivere di cinema. Certo, è stato soprattutto un grande cineasta, anche se poco conosciuto dalle giovani generazioni di appassionati. Un documentarista di virulenza demartiniana, prima. Un antropologo della metropoli mutante a 360 gradi. E poi un narratore tragico. Vuol dire che non era fatto per la consolazione né per la predicazione né per i giochini sentimentali. Ma per l'insubordinazione lacerante. Un filmaker inventivo capace di strappare alla falsità della messa in scena, al F for Fake wellesiano, tutta la verità e nient'altro che la verità di una immagine vera e sporca, imperfetta e toccante, mai orpellosa né leccata. Uno Straub-spaghetti? Un po', perchè il rigore etereo con il quale gli Straub catturavano la bellezza e la dolcezza, in Baldi si faceva ironica, dionisiaca e terragna. Era anche un insegnante violentemente anti accademico di cinema vivo che, stimato e ricercato soprattutto fuori confini, feconderà a lungo l'immaginario di tutto il mondo. Ho visto personalmente all'Accademia di cinema di Pechino, dove è stato invitato per una retrospettiva e per tenere conferenze affollatissime, la stima e il rispetto che i registi cinesi della quinta generazione e oltre, come Tian Zhuangzhuang, nutrivano per lui. Un film come Fuoco ! resta un gioiello conturbante che conserva, intatto, anzi contagiante, lo spirito saggio e la temperatura infuriata di quel decennio memorabile e incancellabile di invenzioni, di lotte, di vittorie, e di sconfitte creative. 


Al festival di Syracuse, con Beverly Allen
Ma fu lui, soprattutto, a permettere la fondazione, nel 1966 (e poi a coinvolgere Garzanti e Pasolini affinché la sostenessero), di una rivista mitica di "critica-verité", anche se "più citata che letta", come sostiene oggi uno dei suoi redattori, Luigi Faccini. Parlo di Cinema e Film, di cui uscirono non più di una decina di numeri a cavallo tra i sessanta e i settanta. Pagine oblunghe come le immagini di un film di Xavier Dolan, interventi di Barthes e Jakobson, classifiche dei migliori film dell'anno che sfondavano l'orizzonte eurocentrico e hollywoodiano (la scissione con Filmcritica si era consumata proprio per colpa della improvvisa e presto abbandonata "deviazione consumistico-commerciale", forzata da Armando Plebe, che poi lasciò il Pci per entrare nel Msi, della rivista madre fondata da Edoardo Bruno e Roberto Rossellini nel 1950).  Non mancavano interviste (shock) a Carmelo Bene e interventi spacca testa di Christian Metz che comunque ci aprirono, letteralmente, anche gli occhi. Baldi mi ha raccontato che strappò dagli uffici un Bartleby di genio che ci avrebbe insegnato a dire di fronte alle immagini carcerarie che ci circondano: "preferirei di no". Adesso cerchiamo insieme le immagini libere. Era Adriano Aprà.  

(+) le foto sono tratte dai volumi "Il cinema di Gian Vittorio Baldi" a cura di Antonio Maraldi  Società editrice Il ponte vecchio 2004 Cesena. E da  "Nulle Part - Le cinema di Gian Vittorio Baldi" di Rita Asirelli, 1996 Edition Terreneuve-Rencontres Cinematographiques de Dunkerque


Il dvd delle opere di Gian Vittorio Baldi