martedì 27 febbraio 2024

Notizie da filmare. Come sono e come dovrebbero essere i film sul giornalismo

DI SAMUEL FULLER (1)
Svezzato a Park Row, in coppia con la giornalista Rhea Gore (madre di John Huston) per il mio primo caso di doppio suicidio considerai il definitivo passaggio da giornalista a cineasta come una naturale transizione dalla messa a punto dell'impaginazione di un giornale al ritocco di un trucco facciale. La Prima Pagina e lo Schermo sono fratelli di latte. Lavorare all'obitorio e girare un film sono cose che suggeriscono continuamente immagini. Un titolo ha l'impatto di un primo piano, la carta e la pellicola vergine costringono la lunghezza di un articolo e il metraggio di un film, l'incipit di una notizia è l'inizio di un film. Goudy 8 punti, schermo panoramico, corpo 12, moviola – il giornalista e il regista spillano sangue dallo stesso campo di battaglia emotivo, da ciò che è fatto per venire stampato e da ciò che è fatto per venir filmato. Il pendolo del “non puoi” e del “non devi” oscilla dai fatti in nero su bianco alle fantasie in technicolor. Il “vero” del giornale è l'”immaginario” del cinema che hanno in comune forbici macchiate di sangue, colla, prove, adesivi, taglierina, copie di lavorazione, generano le urla di battaglia gemelle del riscrivere, rifare, rigirare, ridoppiare, e arrivano a maturazione con la macchina da stampa e da proiezione. Il mio primo contatto con un giornale fu come strillone del “Worcester Telegram”, del “Boston Post”, del “Boston American” a Worcester. A New York dall'età di 11 anni, a 12 vendevo giornali al Ferry della 125esima strada. Quei tempi gli strilloni acquistavano i giornali dal reparto distribuzione. Ebbi un colpo di fulmine per il “New York Evening Journal”, al 238 di William street, verso Park Row, a un isolato dalla Bowery, di fronte alla Casa dello Strillone, sponsorizzata da Al Smith. Il guercio e sordastro Tom Foley, direttore del reparto stampa del “Journal” mi introdusse nel Paese delle Meraviglie, mi mostrò le rotative in azione, il canto delle linotypes che componevano, e infine il tesoro: la stanza della cronaca cittadina al settimo piano.
Le grida di “una copia, ragazzo”, e i giovani sotto i venti anni che correvano, arrotolavano i giornali e li sparavano attraverso tubi pneumatici, erano elettrizzanti. Al diavolo lo strillonaggio! Quello di lavorare in un giornale divenne un'ossessione. Di lavorare al “Journal”. “Dichiara il falso” mi disse il direttore amministrativo Joseh M. Mulchay, per avere il libretto di lavoro digli che hai quattordici anni. Allora ti farò lavorare come fattorino”. Fattorino semplice al “Journal”, fattorino personale di collegamento di Arthur Brisbane, fattorino capo (e unico fattorino) al “New York Evening Graphic”, cronista di cronaca nera al “Graphic”, al “Journal”, al “San Diego Sun”, corrispondente per quotidiani, settimanali, quindicinali, in giro per tutto il paese, fu un accumularsi di personaggi, di aneddoti, di emozioni contrastanti, senza la minima idea di realizzare un film. La prima scaramuccia con Hollywood avvenne quando rifiutai l'offerta di cinquemila dollari dalla Metro Goldwyn Mayer (perché inventassi una soluzione fittizia dell'insoluto caso di doppio suicidio di cui avevo scritto), quando il comune di New York offrì 25.000 dollari per la soluzione vera, con tanto di nomi. I due omicidi sono ancora oggi insoluti. I cadaveri erano quelli del ricco spilorcio ottuagenario Edward Riley, dalla barba bianca, e del suo segretario. Il mio titolo era Chi ha ucciso Babbo Natale? Perché Ridley amava cancellare le ipoteche in occasione del Natale. Non rimpiango di aver rinunciato a quei 5.000 dollari. Un giorno il film Chi ha ucciso Babbo Natale? sarà il mio contributo cinematografico a un caso di omicidio che resiste ai tentativi di soluzione e conserva ancora la sua suspense per l'ignoto epilogo.
Alla domanda “Da dove prende le sue idee per i film?” non è difficile rispondere. Occupandomi di un'esecuzione...quando un uomo che ha fatto a pezzi la sua famiglia con un coltello da macellaio in una chiatta sul fiume Hudson mi disse che gli rincresceva se aveva fatto loro del male...ascoltando i problemi sessuali di uno che sta per buttarsi giù dal cornicione a trenta piedi d'altezza ed cadendo schiaccerà come un moscerino uno sfortunato passante...riuscendo a farmi dire le generalità di una bionda nuda con una paresi che canta l'inno nazionale a cavalcioni di un idrante perché il suo nome è Frances Key...osservando i cronisti che all'aeroporto di Teterboro nel New Jersey rifiutavano di aiutare Lindberg a far ruotare la coda del suo aereo perché offesi dal fatto che a tutte le loro domande egli rispondeva “Volete sapere qualcos'altro?” ...trasmettendo la notizia della morte di Jeanna Eagles dopo aver scoperto il suo cadavere alle Pompe Funebri Campbell...posando per il “Graphic” per un montaggio fotografico in modo da apparire con gli aviatori francesi Nungesser e Coli nel loro aereo schiantatosi nello sfortunato volo transatlantico giusto per sconcertare mia madre che non riusciva a capire come mai, visto che il fotografo era così vicino, gli aviatori non fossero stati tratti in salvo...accompagnandomi a un giovane poliziotto del distretto 24 a seguito di una normale chiamata e finendo per imbattermi nel cadavere di un individuo ucciso in un gabinetto sotterraneo...riuscendo a ottenere un'intervista da J. P. Morgan solo per vedermela distruggere dal redattore-capo della cronaca cittadina sicuro che J. P. non avrebbe mai potuto concedermela...assunto, licenziato, riassunto dal grande Gene Fowler nel giro di 5 ore quando, mentre facevo la cronaca di un discorso di un ammiraglio, a miglia di distanza, presso il ristorante di Lum Fong a Chinatown scoppia il caso del brutale assassinio di un vagabondo della Bowery...telefonando da un negozio di sigari in diretta la cronaca di una rivolta razziale...usando le edizioni domenicali dei giornali come coperte e cuscini, mentre viaggiavo di nascosto sui treni merci in compagnia dei profughi della Depressione...lavandomi i piedi con i vagabondi nei truogoli di latte confiscato...disegnando vignette contro i monopoli commerciali per un settimanale di Rochester il cui direttore ed editore era candidato alle elezioni governatoriali nel Minnesota e vi raccolse sette voti....ritraendo le prostitute di San Francisco mentre seguivo lo sciopero generale nel corso del quale i soldati spararono sugli scioperanti di fronte al palazzo del Ferry.
Ogni giornalista ha questo pozzo degli orroriu trarre ispirazione. Ogni giornalista è potenzialmente un cineasta. Tutto quello che egli/ella deve fare è trasferire le emozioni della realtà sullo schermo, spruzzandole di fantasia. Tutto ciò non si applica ai critici. Un giornalista riferisce i fatti ribollendo internamente di emozioni che devono rimanere personali. Un critico narra l'accaduto dall'esterno, specificando ciò che di esso gli è piaciuto e ciò che non gli è piaciuto. Ogni fatto è diverso dagli altri. Il critico generalmente suona sempre la stessa musica con la sua macchina da scrivere. Pochi di essi sono passati a dirigere film. Peter Bogdanovich è uno di questi pochi eletti, ma egli era più che un critico. Egli analizzava i film nel modo in cui un giornalista analizza le emozioni. Si tirò fuori dalla platea degli spettatori per divenire un creatore.
Il mio unico film sul giornalismo, Park Raw era ambientato nel 1886 perché la mia passione per quella strada mi impose di realizzarlo. Ebbro dei colossi del giornalismo che vissero prima del mio tempo, il bighellonare nei pressi della farmacia di Doc Perry nell'edificio del “World” dove un tempo Pulitzer comperava le sue medicine, il lavorare dove allora questi giganti lavoravano, passeggiavano, mangiavano, bevevano, sognavano, combattevano, ridevano e piangevano, mi procurò eiaculazioni solitarie mentre giravo il film nel teatro di posa che riproduceva quelle pietre miliari del giornalismo. Col passare degli anni ci sono stati altri film ispirati al mondo dei giornali. Anche alcuni buoni. Five Star Final, del 1931, scritto da Louis Weitzenkorn, si ispirava a Emile Gauvreau, direttore del “Graphic”.
Gauvreau diede a Wichell la sua prima opportunità. A quel giornale di sinistra moderata collaboravano anche Jerry Wald (redattore capo della rubrica radiofonica), Norman Krasna (critico teatrale), Artie Auerbach (fotografo che divenne poi Mr. Kitzel, la spalla di Jack Benny nel suo show televisivo) e John Huston cronista. Weitzenkorn venne dal “World” a sostituire Gauvreau che andò al “Mirror” a tormentare Winchell che non lo poteva soffrire. Il cambio degli zar fu macabro. Gauvreau se ne andò con un piede slogato, Weitzenkorn subentrò con un braccio rotto. Lasciato Pulitzer per toccare il fondo della pornografia nel “Graphic” di Bernard MacFadden, Weitzenkorn coniò un gioiello della drammaturgia: l'entusiasmante carriera di Gauvreau.
Il direttore di Five Star Final era un personaggio reale. Gauvreau ripescò veramente un vero omicidio, promise rivelazioni sensazionali che avrebbero reso nota la vera identità dell'assassina – già prosciolto dall'accusa – e la terrorizzo'. Riultato: il suicidio della donna e di suo marito. Il mio ruolo in questa zuppa persecutoria fu di condirla con fatti sui figli dei due suicidi. Nel film il personaggio si trasformò nella figlia. Gauvreau si lavava sempre le mani, dopo una storia disgustosa. E così fa Edward G. Robinson nel film diretto da Mervyn Leroy. Anni dopo quando scrivevo la sceneggiatura di Gangs of New York (poi film nel 1938 diretto da James Cruze), ebbi l'ironica sorte di imbattermi in Weitzenkorn che stava scrivendo un copione intitolato “Il re degli strilloni”, King of the Newsboys che diventerà film nel 1938, per la regia di Bernard Vorhaus.
La prima teatrale di Prima pagina (The Front Page), cui assistetti con Kermit Jaediker del “New York Daily News”, ci commosse entrambi perché in Lee Tracy vedemmo ciò che non eravamo ma che avremmo amato essere. Era emozionante. Dopo che il sipario calò tornammo in Sala Stampa (che di giorno era il negozio di un idraulico) di fronte alla stazione di polizia della 47esima strada e alla vicenda di un escavatore che finalmente tirò fuori dai rifiuti dell'Hudson il corpo di un ragazzo di 5 anni. Le gocce d'acqua sulle ciglia del ragazzo morto mi fecero venire in mente le gocce di sudore che imperlavano la fronte del povero bastardo nascosto della scrivania di The Front Page.
Raccontano che quando Howard Hughes decise di filmare The Front Page egli ordinò di “scritturare l'uomo che interpreta Hildy Johnson a teatro”. Nell'allestimento di Chicago il ruolo era interpretato da Pat O'Brian. Hughes lo convocò pensando di convocare Lee Tracy. Vera o falsa che sia, è una bella storia e Lewis Milestone, che dirigendo il film nel 1931 fece un lavoro di prim'ordine, è l'uomo che può confermare o smentire l'aneddoto. La signora del venerdì (1940) costituì una superba variante al femminile di The Front Page con un incalzante ritmo da mitragliatrice. Dopo la seconda guerra mondiale, il film mi divenne più familiare tramite Howard Hawks.
Il mio romanzo, The Dark Page (essenzialmente uno studio psicologico di un direttore di giornale che scatena una caccia a se stesso estesa a tutta la città dopo avere ucciso la moglie, abbandonata venti anni prima) fu scritto prima del secondo conflitto mondiale. Lascia la prima stesura a mia madre che m'informò, quando mi trovano nell'Africa del nord, nelle vicinanze del passo di Kasserine, di avere speso l'anticipo avuto per la cessione del libro agli editori Duel, Sloane and Pearce. Una copia del volume mi raggiunse in Francia, presso Saint-Lo, un'offerta di Hollywood mi mancò per poco a Mons, in Belgio, e nella foresta di Hurtgen, in Germania mi informarono che Howard Hughes aveva acquistato i diritti del libro per 15 mila dollari per un film con Bogart e Robinson. Egli li rivendette alla Columbia. Il film, con Broderick Crawford, si intitolò Ultime della notte (diretto da Phil Karson nel 1944). Quel film non ha nulla a che fare con il mio libro.
L'asso nella manica di Billy Wilder (1951) è il ritratto più fedele di un figlio di puttana di giornalista. Non risparmia un colpo. Un giornale – come una chiesa, un bordello, un raduno delle Figlie della Rivoluzione Americana, un congresso politico, le adunate del K.K.K., una sinagoga, una biblioteca pubblica - è un carattere vivente, rifuso di ora in ora con una dialettica di sfumature altamente presenti in ogni uomo o donna che vi scrivano. Fare un film veritiero sul giornalismo è altrettanto difficile che fare un film veritiero sulla guerra.
Il censore non è la sola barriera. La gente che acquista i biglietti ed entra in un cinema per sgranocchiare i popcorn sedendo in soffici poltrone è stata abituata attraverso gli anni al giornalismo come appare sullo schermo. Drogati, ingannati, delusi, essi sanno cosa aspettarsi e non accetterebbero un film di guerra che mostrasse indifferenza per le atrocità, con vecchi combattenti che sacrificassero dei mocciosi in un campo minato, godendo della disumanizzaizone, con ufficiali impudenti che riferendosi a corpi decapitati li chiamassero “i miei ragazzi”, stando nelle retrovie a letto con le loro donne; con bollettini di guerra falsati per raggranellare voti, far soldi, sventolare bandiere, vendere armi, trafficare al mercato nero con cadaveri sventrati e bruciati.
La gente non accetterebbe un film sul giornalismo con atrocità politiche e assassini ben preparati e prezzolati di personaggi i cui nomi corrispondessero a nomi reali; non accetterebbero le astuzie della Direzione che sparge una cortina nebbiogena davanti agli occhi di un cronista sul punto di denunciare un Presidente, di colpire un inserzionista, di mandare in galera un giudice federale, di smascherare una squadra del buon costume. Non accetterebbe di vedere l'Fbi coinvolto in un ricatto perché l'Fbi è lo stesso pubblico che sgranocchia il popcorn. Non accetterebbe editori in combutta con politicanti, editori prostituiti ai banchieri che ricevessero prebenda dall'alta finanza mentre pubblicano lettere aperte prive di senso contro i loro finanziatori.
Cento anni fa gli uomini politici di Washington non avrebbero concesso interviste ai giornali se non a pagamento. Oggi essi pagano scrittori-ombra che confezionano le loro biografie destinate a diventare dei film. Queste autobiografie non raccontano mai fatti compromettenti. Fino alla fine del diciottesimo secolo il Senato vagliava le denunce dei giornali, tuonando “la discrezione è il nemico della democrazia”. Oggi i giornali, alcuni giornali, pubblicano segreti riguardanti il Senato che vorremmo poter vedere sullo schermo.
Il processo condotto sulle colonne di un giornale si usa ancora. Tutte le notizie ritenute impubblicabili, tutte le scene ritenute non adatte a venire filmate costituirebbero uno splendido film sul giornalismo. Esso conterrebbe fatti, personaggi reali, humour, emozioni, azione. Sarebbe spettacolarmente rivelatore. In esso il linguaggio dei caratteri di stampa si incarnerebbe. Si vedrebbe l'ardore della parola stampata diventarci immediatamente familiare sullo schermo. Andrebbe al di là della Bibbia, del giornale, del teatro. Darebbe vita alle parole, in emozionanti primi piani. Trasferirebbe da Gutenberg a Griffith, dai caratteri tipografici allo schermo, una precisa, vibrante sensazione di movimento visto con gli occhi, udito con le orecchie e ritenuto per sempre con il cervello. La vera storia di Edgar J. Hoover (2) potrebbe diventare un magnifico film, Non nell'anno 2000. Oggi. Per poter fare un film del genere sul giornalismo io darei la mia linotype destra. Forse un giorno …. presto
Questo articolo è stato pubblicato in Italia dal Mystfest a cura di Giorgio Gosetti nel catalogo di cui pubblichiamo la foto qui sopra
(1)DA “AMERICAN FILM” VOL.1 N.1 OTTOBRE 1975. TRADUZIONE DI PIERO TORTOLINA
(2) Clint Eastwood ha girato J.Edgar solo nel 2011. E non so se sia la vera storia.
questo bellissimo autografo con disegnino è proprio di Sam Fuller, una dedica che mi ha fatto nel corso di una intervista del 1983 pubblicata sul manifesto. La cosa fu resa possibile grazie a Federico De Melis perché suo padre era l'editore musicale di Ennio Morricone e Fuller era a Roma per la colonna sonora di Thieves after Darkcon Bobby Di Cicco e Veronique Jannot. (r.s.)

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