venerdì 24 novembre 2017

Brucia quartiere, brucia. Detroit di Kathryn Bigelow

Kathryn Bigelow sul set di Detroit e con il cappello dei Detroit Tigers 


di Roberto Silvestri 

La democrazia non sempre riesce a nascondere la sua ipocrisia e la sua ferocia vendicativa contro chi vorrebbe renderla sostanziale e non formale. Ma ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidarla. Per esempio ritornando al 1967, ai due decenni di fuoco, anni 60 e anni 70, che fermarono sì il massacro vietnamita ma furono anche l’ultima possibilità sprecata da parte dell’Occidente di cambiare anima e maschera. 



Tra i pochi cineasti che questo coraggio c’è l’hanno, e non solo in America, Katheryn Bigelow, invitata in selezione ufficiale alla Festa di Roma qualche settimana fa. 
Con Detroit (girato in Massachussetts, a Boston, Brockton, Dorchester; e a Hamtranck, Michigan, prima che la film commission del Michigan togliesse gli incentivi alla produzione di film) Bigelow ritorna ai tetri misfatti del Motel Algiers.In questi giorni nelle sale di tutta Italia. 
E per chi è disinteressato a tutto quello che ho scritto finora, e ne ha il diritto, consiglio il film perché nell'innesto tra forma blues e deformazione poliritmica be-bop, costruisce un analogon del R&B. Non a caso si parla molto di Motown, del sound di Detroit. Ovvero si passò in quel periodo sessantottino dal lamento immenso all'egemonia possibile (i bianchi compravano i dischi delle Supremes e di Wilson Pickett). Immagini visive pulsanti e coinvolgenti come quelle sonore. Dalla sofferenza alla speranza di cambiamento fatta vinile (o come in questo caso film). Vi ricordate Spike Lee? Fa' la cosa giusta? Perché ai bianchi piace Otis Redding? Ecco la risposta. E' un film sulla vittoria di tutti al termine della sconfitta di qualcuno. Come, meglio di Dunkirk. Solo chi cade può risorgere. 


le tre vere vittime della brutalita poliesca di Detroit 1967 
Tre giovani e innocenti neri sequestrati, intimiditi, brutalizzati e assassinati da tre poliziotti bianchi e razzisti, di cui due rei confessi,  e uno di questi si chiama Demens, che poi un giudice bianco e razzista e dei magistrati bianchi e razzisti assolveranno da ogni accusa. Aver trovato nel motel due ragazze bianche in stanza con amici african-american aveva mandato ai pazzi i poliziotti del Michigan, perché lo spirito del Kkk non fa danni solo in Alabama e dintorni. Le due ragazze e i nove altri ragazzi neri saranno vittime di torture in quella stessa notte. Ma sopravviveranno. Parleranno e porteranno alla sbarra i tre stupiti piedipiatti. Ma cosa abbiamo fatto di male? Non sono uomini sono niggers.


Nella stanza dell'Algiers Motel 
Dal 23 luglio 1967 la città nera del Midwest era insorta, frustrata dall'odio e dalla separazione razziale dei bianchi, dallo sfruttamento in fabbrica, dai tripli lavori o dalla disoccupazione che colpiva la manodopera più debole, dopo l’arresto ingiustificato di 85 african american che si divertono troppo in un bar senza licenza di alcoolici del ghetto (siamo proprio dalle parti mentali della distruzione in Sudafrica nel 1955 di Sophiatown, il quartiere del divertimento, del jazz e della cultura di Johannesburg). 



Per una settimana l’intera città operaia, ex centro dell’industria automobilistica, organizzata attorno a un nucleo molto forte e politicizzato (la Lega degli operai neri di Detroit) è in pugno agli insorti ma arrivano i carri armati inviati dal presidente democratico Johnson, che nelle piazze di tutto il mondo era chiamato boia, e dal governatore Romney e, con l’esercito, armi in pugno anche la guardia nazionale impone il corpifuoco. 



Entrano nelle case sospette e sparano. Molto sospetta Eloise Spelman, madre di 11 figli, una delle prime vittime, colpita alla nuca. Nel film alle spalle viene colpito un ragazzo che morirà dissanguato e una bambina di 4 anni, scambiata per un cecchino perché spiava dalla finestra. 



Saranno, secondo testimonianze attendibili, più di 80 i giustiziati di quelle giornate (anche se la cifra ufficiale si ferma a 43). Vendetta contro una città che in una settimana di riots si era ripresa, dollaro in più dollaro in meno, ma privatamente, tutto quello che il governo federale gli aveva tolto in spesa pubblica. L’odio per Detroit, per Watts, per Newark e per altre 60 città insorte quasi contemporaneamente quell’estate, resterà imperituro. Basta vedere come è stata ridotta in briciole oggi la ex quarta città degli States, la metropoli della Motowns e delle Supremes, della Grande Musica Nera che esplodeva in tutto il mondo. 


Katheryn Bigelow e lo sceneggiatore Mark Boal

La rivolta è il linguaggio di chi non è ascoltato. La frase è di Martin Luther King e sintetizza bene una parte dello sforzo poetico-politico di Detroit, il nuovo capolavoro sperimentale di Kathryn Bigelow, 65 anni, prima donna a vincere un Oscar per la migliore regia, dedicato alle vittime dei riots di 50 anni fa. Voleva inizialmente fare un film sulla rivolta nel campus di Kent State nel 1970, finita in un bagno di sangue (per lo più bianco) per l’intervento di truppe operative in Vietnam assetate di corpi più facili da massacrare. Progetto fallito, ma un filo rosso collega Kent a Detroit, e anche un filo autobiografico, visto che l’ex artista visiva che dilatava dettagli di Raffaello e di altri maestri rinascimentali, iniziò a fare cinema (spinta da Warhol “è più popolare” e Susan Sontag) proprio in quel frangente politico e con lo stesso spirito combattivo delle coetanee in minigonna. 


L'Algiers Motel 
Attraverso l’anatomia di una traumatica rivolta dal basso, umanizzare un concetto molto astratto (ma sempre più centrale nel nostro quotidiano, basta pensare a quel che sta succedendo nella vicina Barcellona e nel mare Mediterraneo) come il razzismo, non è facile. E senza mai cadere nella retorica e nel sentimentalismo ipocrita. 
Ci ha pensato lo sceneggiatore e giornalista Mark Boal, che scrisse anche Zero Dark Thirthy (un film preso in contropiede, anche nella struttura del racconto, dalla cattura imprevista di Osama Bin Laden) perché si sta concentrando sulla fenomenologia della tortura e rovescia il punto di vista orientalista del Cacciatore. I maestri, anche in questo campo, non sono i raffinati asiatici ma siamo noi rozzi americani. Non temiamo concorrenza. 

Will Poulter nel ruolo del poliziotto Krauss (a destra)
Bigelow ha lavorato quasi contemporaneamente a un corto in realtà virtuale, The Protectors (sugli elefanti in via di estinzione) e questo Detroit che utilizza in larga parte proprio i ricordi delle vittime delle violenze poliziesche diventa via via un kammerspiele che sbatte lo spettatore dentro la stanza della tortura e lo costringe come in un video gioco a prendere, secondo dopo secondo, posizione. Cosa fare. Cosa dire. Come comportarsi per salvare la pelle. Un piacere terrificante. 


Detroit 1967. Foto d'epoca della repressione 

Ma niente retorica né sentimentalismi. E invece. Si dà la parola, e delle magnifiche luci, a chi di solito non ce l’ha. L’operatore Barry Ackroyd ha la grande idea di utilizzare lenti vintage e agili macchine super digitali, rendendo possibile fotografare nella notte senza parco luci aggiuntive, eppure conservando la patina dell’epoca, intrisa di marroni e colori pastello. Un incrocio temporale riuscito. 



E si permette a chi è schiavo del sottolavoro non pagato a muoversi, finalmente, liberamente. A non avere sempre la faccia appiccicata al muro con le mani in alto in segno di resa. A spiegarsi. A mettere con le mani al muro, per una volta, chi non vuole ascoltare. Chi domina. 



Infatti Bigelow trasforma in immagine qualcosa che nel cinema occidentale è pressoché introvabile: la moltitudine organizzata che attacca l’ordine costituito e lo fa retrocedere è un tabù, sia visuale che culturale. Ottobre, La Corazzata Potemkin, La Comune di Parigi di Peter Watkins, i sovversivi drammi corali di Wakamatsu sugli zengakuren, Parco Lambro, Stefano Savona in piazza Tahrir, i progetti mai concretizzati su Toussaint Louverture, che guidò la prima rivoluzione di schiavi vincenti nella Haiti peggio che giacobina, Quilombo, Nat Turner…. Non molto altro. E non parliamo dei sanculotti, trattati nel 700 non come i veri sconfitti della rivoluzione francese ma peggio degli aristocratici, descritta perfino da Wajda in Danton come una massa informe assetatati teste e di saccheggio. 
John Boyega nel ruolo della guardia privata Melvin Dismukes che cerò di placare le violenze durante il sequestro ma poi fu incriminato per omicidio
Qui niente di tutto questo. I guerrieri della notte che tagliarono in quei giorni non le teste dei poliziotti e dei soldati, ma i circuiti interni del cervello d’America, non si vedono all’opera, coordinando e magicamente concertando gli attacchi, al di là del saccheggio dei negozi del ghetto, ma sappiamo che usarono le più moderne tecniche della guerra di guerriglia urbana. 
Ma Bigelow che fece Point Break è specialista nel visualizzare magicamente soprattutto il punto di rottura (di una mina, di un sommergibile, di una torturatrice della Cia, di una droga allucinogena) e qui fa la collezione di “quando è troppo è troppo”: una città che si solleva perché aggredita e obbligata a farsi sentire. Un poliziotto apparentemente normale come il cop Krauss (Will Poulter) posseduto improvvisamente da un sadismo sessuale da basso erotismo paranazista. Una guardia di sicurezza nera come Melvin Dismukes (John Boyega) che cerca di salvare la vita a più fratelli possibile. Un grande cantante di r&b, Larry Reed (l’attore Algee Smith, grandissimo) vittima della repressione che butta nel cesso la fama, la scrittura agognata e la bella vita perché non vuole essere più lo zimbello strapagato dei discografici e dei consumatori, bianchi o neri, di una bellezza che neanche capiscono e finirà nella chiesa battista a guidare i cori spirituali…. 

Effetto vintage di Barry Ackroyd

Ecco che allora Bigelow (premio Fellini tanto tempo fa) utilizza procedimenti di linguaggio sperimentali per agire clinicamente, quasi chirurgicamente - dopo aver fatto l’anatomia della ribellione - sull’immaginario narcotizzato e terrorizzato dai dannati della terra in rivolta. 
Per esempio lampi espressionisti shocking, capaci di sintetizzare in una sola frase o gesto o comportamento interi volumi di agghiaccianti testimonianze umane. E in Detroit ecco la scena stupenda della performance di Carl, l’attore Jason Mitchell, che riesce a spiegare all’Algiers Motel, cos’è il razzismo in una sola stanza e con la scacciacani in mano: “Quando tu sei nero è come vivere avendo una pistola sempre puntata sulla faccia”. 


Algee Smith nel ruolo di Larry Reed, ex cantante dei Dramatics, il cantante di r&b quasi ucciso dalle botte della polizia 

E’ vero che Carl sarà poi il responsabile (ma molto, molto indiretto) della tragedia che accadrà poco dopo nel Motel, ma come tutti gli artisti vede quel che agli altri sfugge, comprende quel che avviene senza parteciparvi, pagherà in prima persona il suo gesto sovversivo e verrà maltrattato dai suoi stessi amici come un indigesto provocatore. Sembra proprio l’alter ego della cineasta, che non ha mai voluto compiacere tutti perché il suo punto di vista è sempre e comunque parziale, estremo, radicale e indigesto. 
Fa quel che nessuno è invitato più a fare oggi: comprendere il succo delle cose, prescindendo dai singoli fatti di cronaca che sono l’ornamento retorico dei media come lo erano ieri del cinema-verità, inventando invece di sana pianta personaggi di fantasia, o dai dettagli grotteschi o surreali, senza fermarsi alla superficialità di ciò che accadde davvero, eppure più reali del reale. 


Green, il paracadutista Green, veterano del Vietnam, massacrato con più violenza
Come mai dopo 8 anni di Obama il rimosso razzista dell’America bianca è riesploso improvvisamente, trasformando spettri antichi e dimenticati nel presidente più truce della modernità come Trump? Quando Mark Boal parla del progetto Detroit a Bigelow sono passate due settimane dal proscioglimento del poliziotto che ha ucciso Michael Brown nel Missouri. La risposta è Detroit. Li vogliamo catturare questi fantasmi in una sorta di Ghostbuster finalmente riuscito, come il primo? Eccovi serviti. 


Will Poulter
Un film diventa un’esperienza estetica radicale quando è metà documentario e metà teatro. Cioè quando un’idea, una storia, un concetto di partenza (tratto dalla cronaca o di fantasia) diventa forma e forza metamorfica, documenta cioé la trasformazione da flagranza ad astanza, avrebbe detto Cesare Brandi, da realtà (il mondo come crediamo che sia secondo la nostra appercezione) a reale (il mondo come è indipendentemente dal nostro sguardo, ma sempre incapace di esprimere di per sé senso) e da reale a vero (il teatro, che è capace di scoprire con ogni mezzo espressivo necessario la sostanza delle cose, come sono veramente, amplificando le emozioni e rendendo irrealistici i particolari empirici secondari, i dettagli). 
I poliziotti che furono incriminati e assolti per i pestaggi e gli omicidi 
E’ piuttosto raro questo processo, perché di solito avviene il contrario, nel cinema contemporaneo, fanaticamente post ideologico cioè disperatamente passatista: invece di politicizzare l’arte, si estetizza la politica. Come succede in Hostiles ovvero C’era una volta Ford che ha inaugurato la Festa di Roma: il quasi western di Scott Cooper spezza lance in favore di…. indiani saggi e consapevoli, famiglie transculturali, decostruzione del machismo e colleziona citazioni, dal genere principe ma desueto del cinema Usa, più calligrafiche che centrate, aggravando le situazioni con dialoghi anacronistici. Esempio: l’impressionante statua di cera, magnificamente truccata, di Christian Bale, l’attore protagonista nel ruolo del capitano dell’esercito alla fine dell’800, ex spietato sventratore di indiani, ma galantuomo con le donne come John Wayne, pre-esistenzialista e pre-problematico. E’ ossessionato, come se fosse un imputato al processo per l’eccidio di My Lai o a Norimberga, dai sensi di colpa e invece di rivendicare come gesto di civiltà e patriottismo l’unificazione del paese e la sua liberazione dal peso inutile di “selvaggi precapitalisti”, continua a scusarsi: “io ho solo eseguito gli ordini”, anche se non li esegue bene affatto, visto che perde tutti i suoi uomini e quasi tutti gli indiani che doveva scortare in salvo dal New Mexico al Montana secondo gli ordini del presidente Harrison (e neanche li esegue come un capitano dovrebbe: subito e senza discuterli). 
Kathryn Bigelow 
Di fronte a un film che invece le buone intenzioni le lascia ben fuori della porta come Detroit, 50 anni dopo, quei crimini si vedono e si sentono sulla pelle, indelebilmente, non ci si moraleggia sopra. La ferocia assassina cinica americana primordiale, southern e wasp, a proposito di sfruttamento, uso e abuso, schiavistico o meno, dell’esercito industriale di riserva african-american (il prologo animato dell’artista Jacob Lawrence lo ricorda perfettamente in apertura proprio come un altro Lawrence, D.H. viene citato in Hostiles con altrettanta perfidia british anti americana ) diventa un road movie mentale e emozionale, una cicatrice interiore esposta in bella vista, e il film ti inchioda alla sedia, inquietandoti come poche altre opere d’arte quest’anno, più splatter degli splatter, più horror degli horror, più politico di uno Spike Lee e di un Ken Loach. 
E’ infatti facile aprire domande con il cinema del reale. Ma non è facile sopportare le risposte che la regista scodella in questo film. Per esempio. Alla domanda cos’è stato il 68, Detroit risponde bene: qualche mese dopo il luglio del 1967, nell’aprile del 1968, anche i quartieri proletari bianchi di Detroit insorsero contro le divisioni razziali. Fino a quel momento, e non solo nel sud, e nonostante fossero passati 13 anni dalla storica sentenza della Corte Suprema, i neri scendevano ancora rispettosamente dal marciapiede incontrando un bianco e gli dovevano cedere il posto sull’autobus (e non perché, come potremmo pensare, noi bianchi siamo parecchio handicappati nel cervello). Questo è stato il 68. La testa del mondo è stata cambiata. E’ costato molto. E’ vero che la polizia spara ai neri innocenti nei suburbi “pericolosi” come prima. Ma la reazione della società reattiva in Detroit è ben sintetizzata dal personaggio di Julie, la ragazza bianca in minivestito succinto amica di Carl che fa impazzire i piedipiatti suprematisti e machisti (è l’inglese Hannah Murray, attrice del Trono di spade che non sbaglia un movimento, un cenno, una espressione e un urlo) perché è per l'amore promiscuo, la contaminazione interraziale. 



Il nuovo film di Kathryn Bigelow è un mosaico di due ore sull’insurrezione, sulla violenza, l’abuso di potere, la corruzione nella polizia e soprattutto sulle vittime di tutto questo, sui malcapitati che essendo testimoni di fatti importanti e determinanti la civiltà, neanche se ne accorgono, in un primo momento, ma quando attraversano con asprezza, quei fatti, la loro pelle e le loro ossa, allora sì. Detroit è già uscito in dvd nel mondo ma è a Roma per la prima volta in Italia senza essere passato a Venezia, perché i suoi produttori (Annapurna, che è anche alla sua prima distribuzione, finora deludente, e First Light, indipendenti in senso vero, visto la durezza di un film che non risponde mai ai desideri gastronomico-ludici di un algoritmo, come spesso accade) volevano a tutti i costi farlo uscire nelle sale Usa il 23 luglio, perché ormai di sacro sono rimasti solo gli anniversari. La cosa non ha pagato in termini di incasso, l'America vuole rimuovere, anche se il responso dei critici, soprattutto non americani (però a Variety è piaciuto molto) è stato favorevole, anche perché la parte “teatrale” è davvero bella perché insostenibile. Bigelow dopo aver interrogato politicamente la storia recente, la deflagrazione sovietica, la guerra in Iraq e in Afghanistan, il terrorismo islamista, torna alle scaturigini dei nostri guai, a quel 23 luglio 1967, che cattura con la precisione millimetrica di chi conosce i ritmi e gli spazi del cinema d’azione (da buona allieva di Walter Hill) e con le sciabolate ultrarealiste di Jonas Mekas che in The brig (1964) intensifica e rende geometrico e dunque ancora più agghiacciante, il gioco tra dominio e sottomissione in un carcere militare. Insomma qui il Living theatre di Julian Beck incontra davvero Stokely Carmichael e Martin Gluberman.

La regista e lo sceneggiatore


PS Vediamola bene in faccia la brutalità e il razzismo della civiltà occidentale. Che sia contro i neri. Contro gli operai in sciopero. Contro i palestinesi. Contro i catalani che il re o il caudillo proprio non riescono a sopportarlo (e non si tratta solo di leghistico spirito sloveno). Contro gli studenti anti-sistemici. Contro i detenuti in Italia che non contano nulla e che possono essere oggetti di sevizie inaudite tanto chi se ne accorge? Chi protesta? La sorella di Cucchi, però, se ne accorge. Protesta. E vince. Ma prima di vedere condannato in Italia un solo carabiniere colpevole bisognerà aspettare chissà quanto tempo. Il prossimo governo Bersani, ho paura. 
E in questi anni sfacciatamente apocalittici di Trump Grillo Orban Babis e Brexit sarà bene tornare a cose antiche e dimenticate. Tornare al 1917, per esempio, e alla rivoluzione d’ottobre. Lo ha fatto, e bene, il comunista Mario Tronti, di fronte alla platea perplessa dall’arrivo di un marziano nella Camera dei deputati. 
Tornare al 1967. Ma chi lavora su quel frangente è perduto. Il film di Kathryn Bigelow è come il Beloved di Jonathan Demme. Il suo film migliore e più rimosso.  
Tornare al 2001. Lo hanno fatto Vicari, Marco Giusti (Bella ciao) e i magistrati europei. E oggi, sedici anni dopo i fatti della scuola Diaz e di Bolzaneto, l’Europa ha finalmente condannato l’Italia a risarcire le vittime, e a vergognarsi moralmente per quello che hanno fatto i suoi poliziotti. Il tutto, pasolinianamente, per colpa di chi li ha comandati e preparò, nei dettagli, la trappola poliziesca di Genova. Quel Gianfranco Fini (premiato immediatamente presidente della Camera dei Deputati e oggi indagato per concorso in riciclaggio di soldi in nero, il suo colore, d’altra parte) che pontificava poi a reti unificate sul G8, vantandosi di fronte al mondo perché il suo polso (e un indefesso servilismo professionista per i potenti) aveva permesso di mantenere l’ordine pubblico. Con la tortura e il massacro di manifestanti disarmati protetti dal silenzio e dall’omertà dello stato (e neanche più dei suoi corpi separati, come negli anni stragisti e bombaroli che tutti ricordano tranne l’equidistante Napolitano, ma del vice presidente del consiglio di Berlusconi, presente nella sala operativa della Questura di Genova a coprire assassinii ferimenti gravi e torture).  44 imputati e tre ministeri avrebbero dovuto risarcire con dieci milioni di euro (perché di noi contribuenti e non prese dalle loro pensioni? Non si potrebbe vendere quella casa di Montecarlo?) le 150 parti civili. Qualcuno ha visto un soldo?