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sabato 6 febbraio 2016

Remember, ricorda il (dolce) domani.





mariuccia ciotta



Atom Egoyan, armeno cresciuto in Canada, attiva un viaggio morale su giustizia e vendetta, tema ricorrente del suo cinema, da Un dolce domani (1997) a The Captive (2014), rivolto  specialmente ad Ararat (2002) sul genocidio del suo popolo, in sovrimpressione con la Shoa.

In concorso alla Mostra di Venezia 2015, Remember è uscito nei giorni dedicati alla memoria, come Il figlio di Saul di Laszlo Nemes. Qui però il regista impone una conversione a “u” nel viaggio emozionale dello spettatore. E gli provoca uno shock. Come è successo con l'intensa fiaba giapponese The Sea of Trees di Gus Van Sant, l'unico film fischiato a Cannes (ancora senza distribuzione in Italia) dove la tensione si schianta nell'epilogo e la sospensione dell'incredibilità precipita ai piedi del monte Fuji nella “Suicide Forest”. E come è capitato a Luca Guadagnino per A Bigger Splash, con la sua conclusione disorientante. In comune i film hanno il percorso di una detective story che alla fine devia e dà ragione a Brian De Palma: un bravo regista riesce a fare al massimo due o tre buoni finali nella vita.

Dopo il primo sconcerto, però, il finale deviante è uno di quei tre. E vale anche per Remember che si riavvolge su stesso, riparte dall'inizio e ti mostra i dettagli resi invisibile da una luce abbagliante. 

Il film sembra la risposta a This Must Be the Place di Paolo Sorrentino che per punire l'ex SS ormai decrepito gli impone un atto umiliante – farsela addosso – per ristabilire l'equilibrio con suo padre, detenuto nel lager nazista. Egoyan, in un capovolgimento radicale di senso, ripete il gesto, ma lo fa sui pantaloni dell'anziano ebreo Zev, un vertiginoso Christopher Plummer. Zev ha paura della bandiera uncinata esibita sulla parete di una casa americana, ha paura del pastore tedesco che gli si scaglia addosso, ha paura del poliziotto nazistoide che conserva la divisa del padre. Non ricorda l'umiliazione, ricorda la paura.  
Christopher Plummer e Martin Landau
 

Affetto da demenza senile, Zev si dimentica le cose, come la morte della moglie Ruth, invocata a ogni risveglio, però è caustico e bizzarro, ha senso dell'humour, gioca con l'infermiera che lo crede rimbecillito, e trama con l'amico del ricovero di lusso per anziani (sotto la barba e la maschera d'ossigeno, si nasconde il mitico Martin Landau). Un intrigo spericolato hitchcockiano ai confini della realtà (Egoyan ha diretto alcuno episodi di Twiligh Zone e di Alfred Hitchcock presenta), una missione per conto della sua famiglia (e dell'amico) sterminata ad Auschwitz. Zev dovrà rintracciare e uccidere l'uomo che si fa chiamare Rudy Kurlander.



Il viaggio del novantenne scappato dall'ospizio in cerca dell'ufficiale nazista ha un coté tarantinesco, dovuto probabilmente al giovane Benjamin August, direttore di casting e produttore, che firma la sceneggiatura. Spavaldamente irrealistico, una cavalcata tra i paesaggi americani, puntata d'obbligo in Canada, il road movie annota i dettagli del cambio di stagione e della smemoratezza collettiva con un piglio pop. La parola nazisti non si riesce a pronunciare, i bambini vedono e ascoltano tutto sui loro iPad ma non sanno chi è Mickey Mouse e neppure Hitler. Le pistole si vendono anche ai fuoriditesta nonostante il decalogo Fbi. Zev ne avrà una da far invidia alla guardia giurata di un grande magazzino, organizzato in filari di abiti, allucinato panorama di divise paramilitari.
Christopher Plummer



Il vecchio ebreo, che ha tatuato l'infame numero sul braccio, ricorda il Jake Nicholson di A proposito di Schmidt e Bruce Dern di Nebraska , entrambi persi nel vuoto della civiltà e accompagnati in un mondo scomparso da Alexander Payne.
Zev è “l'uomo che sapeva troppo” e ora non sa più nulla, nemmeno chi è e chi è stato. Sa, però, che sono quattro i Rudy Kurlander da scovare. Uno di loro è il colpevole.

 Zev segue la lettera di istruzione che gli ha consegnato l'amico, e va da Reno al Lago Tahoe, ai confini tra Nevada e California, sulle tracce del nemico. La fragilità e la tenacia dell'anziano smemorato si declina in una sublime parata di sentimenti nel volto di Plummer che coinvolge sempre più con un bizzarro sense of humour a ogni incontro con il nazista sbagliato,  il figlio del seguace del Fuhrer, agente di polizia orgoglioso della svastica, l'omosessuale in fin di vita con cui scambia un affettuoso abbraccio...

In bilico sulle gambe incerte, Zev avanza in cerca di vendetta.

Strano, però. Zev non si regge in piedi ma ha una mira infallibile, è un ebreo ma gli piace Wagner (e lo sa suonare), ed è un virtuoso allievo di Moritz Moszkowski, compositore e pianista (ebreo) polacco. E' stregato dalla musica proprio come l'ufficiale tedesco di Roman Polanski (Il pianista).
Egoyan ci porta fuori pista e nella sua caccia al “mostro” ci avvolge in feroci dubbi etici, uccidere o no a distanza di settant'anni i responsabili dello sterminio? Troppo tardi per processarli, troppo presto per lasciarli impuniti.

Il coup de théatre lascia attoniti, ed ecco che lo spirito di Bastardi senza gloria allinea le pistole e impone una soluzione anti-diegetica. Siamo fuori, amaramente, dal sentimento empatico per Zev.

Non si tratta di ricordare, ma di guardarsi intorno. Egoyan, l'armeno, ci riporta al presente, ai nazisti mimetizzati lungo le frontiere europee, alle facce mascherate dei gerarchi. Essi vivono.
Atom Egoyan