Si è verificato un errore nel gadget

domenica 28 dicembre 2014

“Due giorni, una notte”. I fratelli Dardenne al fianco di Landini. Non si tocca la dignità dei lavoratori. Un horror sula mutazione della classe operaia in forza lavoro....






di Roberto Silvestri



Sandra e le altre (Marion Cotillard)
La ficion/non fiction dei due fratelli cineasti belgi apre ancora una volta uno squarcio sui bassifondi dell'età contemporanea. Profagonista è la fabbrica di oggi, quella post fordista dove chi lavora quasi non conosce chi gli lavora accanto.... 
Non sappiamo se per il fatto di aver conquistato numerose medaglie sulla Croisette, i Dardenne siano i migliori cineasti del mondo. Ma si può affermare, a differenza di quel che scrive il loro più implacabile nemico - ma è francese, pieno di pregiudizi, Eric Neuhoff (di Le Figaro) - che, novelli muckrakers, i due fratelli valloni siano diventati gli idoli dei cinema d'essai. Perché con il loro scrutare inquietante toccano sempre i punti più deboli, i nervi scoperti, del Mito Europa. L'emigrazione e la disoccupazione, la disperazione dei più giovani e il "no future" degli zombies metropolitani, il supersfruttamento delle donne e ogni tipo di marginalità, lo sfaldamento della famiglia, la droga utilizzata come arma anti-sociale...

E la loro ricetta “fiction non fiction”, inventare e registrare, fiabe morali raccontate come se fossero documentari-verità, o cinema diretto, è originale e molto apprezzata da chi cerca al cinema più del pop corn caldo e di una gioiosa, rassicurante visione dell'esistenza. Ma non tollera prediche o monologhi calati dall'alto. I Dardenne non sono militanti politici né boyscout. Si identificano con i loro personaggi. Anzi è come se entrassero nella loro testa, nei loro corpi. Cervello e immaginazione. Infatti. La cinepresa, ineducatamente a ridosso di nuca, è la loro griffe rinomata, di origine controllata, quasi oggetto di parodia. Certo introdursi nelle parti basse del mondo senza dare consolazione populista, non è giocare alla ricreazione.
I fratelli Dardenne e Marion Cotillard
“Il cinema è la vita senza noia”, affermava Hitchcock, e Psycho confermava. “Il cinema è noia, senza la vita”, la disperazione tel quel, la bruta lotta per la sopravvivenza, precisano i fratelli Dardenne davanti a un mondo che è catastroficamente peggiorato dall'epoca Hitch, visto che oggi perfino i comici hanno contratto il virus della rabbia. Anche nel Belgio, zona Liegi, francofonia. Dimostrazione? Rosetta, la sedicenne licenziata, con madre alcolista che si prostituisce, eppure non demorde; L'Enfant, ovvero vendersi il figlio neonato per pagare i debiti; Le silence de Lorna, la giovane albanese sposa che un eroinomane mafioso, sperando poi che crepi di overdose per conquistare la nazionalità belga; Le Gamin au vélo, un biondo teenager delle bandlieu cerca il padre che non vuole proprio saperne di lui...In fondo il loro cinema piace perché è un cinema del “non”. No. Non si può andare avanti così. Non cercano i Dardenne. Danno una risposta. E la risposta è: preferirei di no. Così non va.

Marion Cotillard e Fabrizio Rongione
Negli ultimi tempi quello che ha più interessati i Dardenne, amici e compagni di un altro cineasta impegnato, ma francese, Laurent Cantet, è infatti la fabbrica. Quel che sta succedendo nelle ex roccaforti della difesa sociale contro lo strapotere padronale. Perché e come si stia sfaldando la composizione e la coscienza di classe. Le macerie, perfino morali (pensate all'Ilva) lasciate dopo l'attacco al fronte unito sindacale, soprattutto nelle aziende più piccole. La delocalizzazione all'estero. Il toyotismo, la lavorazione robotica computerizzata, ha reso non solo l'operaio distante e ostile al suo stesso vicino di linea, ma affetto da una serie di micidiali micro o macromalattie fisiche, nervose e mentali che i sistemi di lavorazione Tmc-1, Tmc-2  e Tmc-3, hanno decuplicato rispetto alla catena di montaggio.

Il padrone non si rapisce più come una volta....
Senza considerare lo sradicamento dei quartieri operai, la chiusura dei bar proletari, dei cinema di terza visione, dei negozi di quartiere schiacciati dalle catene, che hanno disgregato nel territorio compagni di lavoro un tempo solidali e che oggi a malapena si conoscono, anzi istintivamente si detestano. Mors tua vita mea. Tranne a Taranto dove la morte è una prospettiva collettiva. 

E' questo lo sfondo, il non detto ben visibile raccontanto in Due giorni, una notte (Deux jeurs, une nuit), il nuovo, geometrico, ripetitivo, seriale incubo dei Dardenne. Sandra (Marion Cotillard), aiutata dal marito cameriere, e da una Ford Fiesta, due bimbi piccoli da far crescere, ha solo un week end per convincere i suoi 15 compagni di lavoro a bloccare il suo licenziamento e a rinunciare a un premio di 1000 euro, bonus che fa gola a tutti. Deve trovare sulle pagine gialle e sul computer gli indirizzi e i numeri di telefono dei suoi compagni di lavoro che già, in un primo turno di votazioni hanno decretato la sua cacciata (niente Facebook in Belgio). Per fortuna il misericordioso padrone concede un secondo referendum. Il primo è stato frettoloso e falsato da allarmismi e panico.



Jean Pierra Dardenne, Fabrizio Rongione, Marion Cotillard e Luc Dardenne
"Ho bisogno di quei soldi, anche se capisco che quei 1000 euro con la crisi che c’è vi fanno gola. Ma lunedì, votate per me”. Lo stesso discorso a tutti. “Mi sento una mendicante” confesserà al marito. Solidarietà elegante di classe o barbaro egoismo? Chi vincerà? Ciascuno dei compagni, donne uomini vecchi giovani maghrebini, reagisce diversamente a Sandra, che si impasticca continuamente, per non mettersi a piangere. E’ reduce da una bella depressione che l’ha tenuta fuori gioco da un anno…Ma ora c'è chi chiede scusa per aver votato contro di lei e assicura la sua lealtà. Chi si nasconde dietro il marito o la moglie per spiegare il suo “no”. Chi cerca di prenderla a pugni. Chi è terrorizzato, un immigrato africano, poi rassicurato dal voto segreto, per esempio. Un tempo avrebbero preso il direttore di fabbrica e, buttatolo giù dalla finestra, avrebbero autogestito l'impianto. Ma adesso non si può più. La globalizzazione impedisce la tutela nazionale dell’occupazione e il controllo del ciclo di lavorazione.
A Cannes!
Dunque Sandra, che esce da una depressione clinica, causata proprio dai modi di produzione, ma utilizzata per farne il capro espiatorio del giochetto sadico padronale, è esposta alla gogna. Ne uscirà mantenendo la sua dignità e quella di tutta la classe operaia? Certo. Lei, che regge interamente sulle sue spalle il film, è una infaticabile Marion Cotillard, determinata come non vedevamo nessuna dai tempi di Miss Murple nella serie di George Pollock. Jeans e canottiera arancione. Imbruttita al massimo, occhiaie sottolineate. Eppure basterebbe spostarla al reparto marketing e i profitti aumenterebbero di colpo.....Anche senza fard.Il segreto dissimulato del film è la sua modernità, contemporaneità visuale. Infatti il racconto si srotola "a montagna russa", è una continua ripetizione di incontri al vertice, Sandra e i suoi colleghi, equivalenza di ciò che nel cinema d'azione è lo scontro cruento, la battaglia campale, il duello all'ultimo sangue. Insomma i Dardenne abbandonano la forma a climax, il salire verso un finale happy, previsto dal codice "asonata". In perfetta sincornia con il design e il procedimento di un altro film toyotista, sebbene più fracassone. Transformers 4.