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mercoledì 11 settembre 2013

It boy. Tutto Jerry Lewis alla Viennale



Roberto Silvestri


“Cento minuti di risate e divertimento sono già di per se’ un messaggio” (Jerry Lewis – “Scusi dov’è il set”)

Tutti a Vienna dal 18 ottobre al 24 novembre. L’occasione è speciale, una retrospettiva – sottotitoli tedeschi - dedicata dalla Viennale (quest’anno interessata anche al cinema etnografico, asiatico e allo spagnolo Gonzalo Garcia Pelayo, www.Viennale.at) a Jerry Lewis, l’unico artista americano che piace soprattutto ai critici marxistien francesi (che sono i migliori). Vedremo oltre 30 lungometraggi, produzioni televisive e una serie di documentari. Grazie a Hans Hurch, il direttore della Viennale. A Truffaut, Godard, Robert Benayoun, Giuseppe Turroni, etc... non sfuggiva la profondità e la efficacia artistica di ogni sua gag… erano gli studiosi che hanno sempre contrattaccato le opinioni della critica più addormentata.

Odiato infatti ancora da gran parte della critica statunitense mainstream, nonostante una carriera di successo cinematografica, televisiva, teatrale e musicale, in coppia e da single, come attore, come fenomeno e come regista, mai un insuccesso, mai un flop, da Bell boy a Telethon, cose che nell’ America per bene contano quasi come un giudizio di dio, eppure Jerry Lewis, nato in New Jersey 87 anni fa,  dovrebbe essere invece disprezzato o almeno frainteso o incompreso, soprattutto dalla cultura europea, spesso spassosamente trombona. Anche perché il comico si vanta da sempre di essere un operaio, un fabbro dell’intrattenimento estremamente particolare, specializzato  nel ‘far scemenze’. Si può essere auteur anche in questo ambito. Questione di stile, aroma, dettagli, “mondo” unico. 

Lo afferma lui stesso delle sue performance, anche se non in senso dispregiativo (e aggiunge: “non c’è niente di più drammatico, infatti, della comicità”). Sempre dalla parte del torto, degli ‘ultimi’, dei diseredati, degli idioti, dei bambini, degli infelici, dei travestiti tristi, dei Keaton, dei distrofici muscolari di Telethon, delle minoranze, dei perdenti, degli spettatori-massa, dei diversamente abili... Perché? Avete mai visto un ricco che fa il comico? Impossibile. La comicità è per i poveracci, per gli ebrei, per i neri d’America e oggi per gli arabi e per i palestinesi (Elia Souleiman)… 

Forse perché il principio della comicità, ciò che fa ridere, e molto, è l’uomo drammaticamente inguaiato che butta palle di neve contro il ricco col cilindro. Il più piccolo contro il più grosso… ‘Quando recito ho sempre nove anni e a quell’età è possibile ferire, ma non si raggiunge mai la bassezza morale’. C’è violenza e violenza, come cerca di spiegarci molto più rozzamente perfino “Romanzo di una strage”. Noi siamo per la violenza più efficace, quella dei comici, vero teatro della crudeltà. 

”Come quando W.C. Fields spaventa a morte l’odioso ragazzino in banca: “Ti strozzerei con le mie stesse mani, se tu avessi il collo pulito”. O come Clifton Webb, quando, con un gesto di eccelso charme didattico,  rovescia la tazza piena di fiocchi d’avena al pargoletto che ha ‘in cura’ o Chaplin quando pesta il piede malato di un passante con la gotta  (The Cure, 1917) e fa precipitare da una collina un uomo con la carrozzella, o prende a pedate la signora grassa dopo aver dato da mangiare al cagnolino di lei il suo ultimo pezzo di sandwich… 



Ma Jerry è un Chaplin o un Laurel - che erano ‘molto più duttili degli altri perché si occupavano sia di cose serie che di sciocchezze’ - nato nell’epoca del flipper e dei teddy boys e cresciuto durante la fine della Hollywood classica, quando si assiste al ricambio generazionale dello studio system e al reclutamento di attori a basso costo post-maccartisti, di quella chiamata alla leva per le guerre in Corea e nel nord est asiatico;  svezzato nella coloratissima e sorprendente, buffa e luccicante cultura pop. 

E che trova nello ‘sguardo sconfitto’ una bellezza e luccicanza speciale, e in technicolor. La potenza costituente di un mondo a venire ‘altro’, capace di rovesciare le gerarchie e non irridere chi è schiacciato ma di ridere con lui, essere contemporaneamente lo ‘schlemiel’ e lo ‘schlimazel’: chi rovescia la coca cola e i pop corn e chi se li ritrova addosso.

 E che pratica, negli anni degli hippies, di Led Zeppelin e del Black Panther Party, la soggettività desiderante, obiettivo: un mondo capace ‘di non reprimere ciò che ti fa venire la pelle d’oca, i sogni, le stelle cadenti, i desideri, i soldi nella fontana, le utopie’. E tutto questo a forza di risate a crepapelle, di ruzzoloni clowneschi da spaccare la schiena - bomba atomica d’immensa potenza spirituale -  che hanno modificato davvero in meglio i rapporti di forze tra i prepotenti e gli indignados. Nascondendo sempre il messaggio, però, l’osservazione a carattere sociale. Ma prestandosi, qualche volta, a un feroce gioco di allusioni, prima durante e dopo la gag.
Per esempio. L’egualitarismo sul set. Con un capovolgimento sottolineato (anche troppo comicamente) dell’assetto gerarchico della troupe e dei modi di produzione. 

E’ celebre la presenza negli studi dove si girava un film di Lewis di una tribunetta per far assistere ai bambini alcune riprese; e di un tavolo con 150 tazze da caffè, ciascuna ‘personalizzata’ con i nomi di battesimo di tutti i componenti tecnico-artistici-operai dei film. 
E l’ossessione del ‘lavoro’, analizzato nel celebre saggio di Dana Polan”Working Hard, Hardly working” (2002), che ripercorre un po’ tutti i personaggi-lavoratori ‘nel presente’ dei film diretti da Lewis stesso o da Tashlin: “The Bellboy”, “The Nutty professor”, “The errand boy” e cioè l’impiegato d’albergo, l’insegnante, il cartellonista, e poi ancora il porta mazze da golf, il pilota d’aerei, il clown, il fotografo, il disegnatore a fumetti, il gangster, il detective, il disoccupato che diventa factotum, il porta cani d’hotel, il cameriere, il postino, l’infermiere… 

A differenza di Scorsese o Eastwood Lewis non predilige l’affondo storico di profondità o l’analisi del passato storico attraverso i suoi protagonisti più illustri (“Scusi dov’è il fronte”, stravagante satire dell’hitlerismo, e l’incompiuto “The day the clown cried” sui campi di sterminio nazisti, a parte). Ma affronta sempre il presente del lavoro alienato degli umili e lo scontro tra avidità e arroganza dei padroni e corpo indocile a qualunque disciplina e ritmica obbligatoria (da cui la tecnica dello ‘slow burn’ del lento esplodere della rivolta, o almeno di un moto di indignazione furibonda, nel suo personaggio, rispetto alla situazione di sfruttamento subito sempre meno indocilmente).

E poi. Il coautore della sceneggiatura di ‘Jumping Jacks’ (1952), il sesto film di Dean Martin & Jerry Lewis, è Robert Lees, un black listed. E anche un altro scrittore comunista Alfred Lewis Lewitt, collaborò con Jerry Davis, il battutista di Jerry Lewis a Las Vegas negli anni più bui dello spettacolo Usa quando, come si evince da molti sketches lewisiani, la mafia ormai poteva mettere le sue manacce sporche sull’affare show business, per tenere più bassi possibili i salari dei performer, perché i sindacati di classe erano stati sconfitti definitivamente, e non senza colpe strategiche dei loro leader come Sorrel, dopo lo sciopero Warner del 1947.  
Inoltre. Se la scatenatissima ‘it girl’ degli anni dieci e venti aveva modificato per sempre l’identità della donna americana (e non solo), scaraventandone il corpo fuori dal puritanesimo vittoriano e sciogliendola da ogni legaccio e da ogni ‘busto’, materiale e immateriale, che ne impedivano i movimenti liberi e autonomi, la stessa sublime cosa avvenne nel secondo dopoguerra, e oltre, anche per il maschietto, wasp o meno, grazie soprattutto alle performance comiche eccezionalmente, irresistibilmente divertenti ed ‘en travestì’ di questa grande icona pop, di una ‘Clara Bow dai capelli a zero’, di quel pericoloso ventenne longilineo di Newark,  suffragetta incontenibile, e sosia di Carmen Miranda, che utilizzò il night club, la radio, la televisione, il cinema, un partner eccezionalmente usato e adorato, il comics, il musical e la canzonetta per compiere un’operazione di iconoclastia iconofila radicale, sofisticata, colta e complessa, anticipando la rivoluzione copernicana dei transistor, degli ‘acidi lisergici’ (The Nutty Professor) e del sesso polifunzionale. 

Prima della controcultura, del ‘camp’, di Timoty Leary e di Elvis c’era solo Jerry a dilatare la coscienza e a svitare i corpi slegandoli da ogni comportamento ‘automatico’ e dogmatico. Senza di lui avremmo difficoltà a comprendere l’America traumatizzata dalla morte di F.D.Roosevelt e che passa, in un continuum horror, da Truman a Nixon, dalla Corea alla Cambogia al Cile,
dalla bomba atomica fatta esplodere per sadismo geopolitico sul Giappone già sconfitto ai due Kennedy, Malcolm X e Martin Luther King assassinati, dal maccartismo a Jules Feiffer, dal Borsalino obbligatorio per tutti alla fine definitiva del ‘cappello da uomo’ e forse perfino del ‘maschio’ come lo conoscevamo dall’antica Roma…Buon lettore di Adorno e Horckheimer, e ben prima di Barthes, Jerry Lewis ha messo a soqquadro tutti i miti consumistici californiani decostruendoli con furia catastrofica e apocalittica, non senza deviazioni feticistiche e concessioni alla qualità del design, dall’automobile dalle lunghe ali al frigorifero, dal football alla piscina, da Hollywood al materasso d’acqua, dagli astronauti al baseball, dalle carte di credito al drive-in, dal mall al cocktail, dal boeing al country&western, alla televisione a colori e alla cosmesi estrema.
Che l’uomo ‘più sexy di Hollywood’ (Marilyn Monroe) sia anche stato – finché è riuscito a girare e mostrare i suoi film a tutti - il cineasta ‘più rivoluzionario d’America’ (Jean Luc Godard), e non solo per l’uso sperimentale delle tecnologie d’avanguardia come il nagra e il monitor tv sul set,  non fa che traghettare una stessa definizione bifronte che ben si addice a Lewis, attore, total film-maker e intellettuale mai riconciliato, dagli anni 50, quando si covava negli Stati Uniti la rivolta, dei costumi, dei linguaggi, delle forme estetiche e dei valori, agli anni 60, quando i tumulti totali divamparono davvero ovunque e furono così devastanti da ben meritare la repressione più svitata e picchiatella: prigione e morte ai most wanted, la devastazione sociale per tutti i ceti deboli, la fine del welfare, dell’assistenza, dell’istruzione e della sanità pubblica, l’orrore dei ghetti e degli slums,  la droga pesante capillarmente introdotta per ordini superiori…Un paesaggio difficile da percorrere per chi era abituato alla delizia, seppur apartheid, dei burbs infiocchettati. E invece.

Il Vietnam, l’orrore di una invasione ingiusta, esito però di quasi cento anni di massacri, sfruttamenti e crimini interni, e il ‘Vietnam domestico’, quando il crash razziale divenne il campo di battaglia per una soluzione finale capace di ottimizzare i profitti delle ipercompany. Lewis rispetto a quel mondo cambiato, fin dagli anni 80, da Reagan e Bush sr., ha compiuto un tragitto di esodo e di fuga. Dal 1965 al 1978 ha sofferto di dipendenza da psicofarmaci dopo una frattura alla spina dorsale e anche per tragedie familiari legate alla morte di un figlio in guerra (su est asiatico appunto).  Come Jesse Owens 30, 40 anni dopo l’alloro di Berlino certo non si muoveva più agile e ‘tagliente’, pesce nell’acqua, come allora.  
Jerry Lewis a Cannes 2013
         
 A Lewis piaceva molto una gag di Harpo Marx, che sta appoggiato a un edificio di dieci piani. “Che fai lo tieni su?” gli dice il poliziotto. Harpo annuisce. Il poliziotto dice: “Togliti di lì”, Harpo se ne va e l’edificio crolla. E’ vero. E’ l’ America che fa crollare i suoi stessi edifici e monumenti più giganteschi… Tutta la carriera di Jerry Lewis è il racconto dell’ auto distruzione catastrofica di questa America.