venerdì 4 gennaio 2019

Roma, Messico e nuvole



Il testo è una rielaborazione di quello pubblicato da Alfabeta2  

Mariuccia Ciotta

Roma, nome di un quartiere della media borghesia di Città del Messico dove si svolge l'azione, nella casa del regista, mobili, librerie, soprammobili autentici e anche, meticolosamente viscontiano, il contenuto dei cassetti. Alla ricerca del tempo perduto che torna in un folgorante presente. Il filo narrativo lo tiene in mano Cleo (Yalitza Aparicio) la domestica della “famiglia felice” con quattro ragazzini e un cane. Sguardo sbilenco e anti-celebrativo, prospettive dalla cucina, ai margini della storia, così inanellata emozionalmente da inventare una realtà già passata.
Cleo e la signora Sofia (Marina de Tavira) vedranno i loro uomini dissolversi nella polvere messicana. Uno con la sua macchina over size, che entra a malapena nel cancello di casa, se ne andrà con l'amante ad Acapulco, la città perversa di La signora di Shangai, l'altro abbandonerà Cleo incinta. Due facce nere del Messico di Echeverria, da un lato il “padrone” e dall'altro la manovalanza a servizio della borghesia, il “fidanzato” di Cleo, Fermin (Jorge A. Guerrero), cultore delle arti marziali, arruolato nelle fila dei Los Halcones, i Falchi, gruppo paramilitare di estrema destra, sostenuta dalla Cia, che il 10 giugno 1971 replicherà il massacro degli studenti avvenuto nel '68. La polizia non intervenne, più di 100 studenti uccisi. Il giorno di El Halconaro è ricordato dal bambino Alfonso, dieci anni, in un negozio di arredamento, quando Fermin e i suoi camerati inseguirono uno studente e gli spararono in testa. Cleo lo guarda uccidere, Cleo partorisce una bambina morta, Cleo salva dall'annegamento i bambini. E tutto passa nei suoi occhi, presenza oscurata dalla vita degli altri e che Cuaron restituisce alla centralità del racconto, unica verità nella penombra. Lei, la “sguattera” india, come la ricorda il bambino che sarà il visionario regista di Gravity, ispirato da Abbandonati nello spazio di John Sturges, visto allora in un cinema di Mexico City. Da astronauti si vestirono tutti i bambini, quel carnevale, i poveri se la cavavano con uno scatolone in testa.
Roma (Leone d'oro 2018) ricorda Y Tu Mama Tambien, quel vagabondare tra le cose ai margini, insignificanti dettagli di un'esistenza senza carta di identità. Sono le cosiddette “code” o “stasi”, si inquadrano soli oggetti, senza umani, ed è ciò che caratterizza tra l'altro - ci spiega Paul Schrader - lo stile trascendentale. E anche il lavoro da cameriera. Quando Cleo è ricoverata in ospedale per il parto nessuno conosce i suoi dati anagrafici, nemmeno il suo vero nome, che la figlia non avrà mai, cadaverino immobile in secondo piano, sullo sfondo della camera operatoria. Yalitza Aparicio non sa che il copione le ha tenuto nascosto la morte del neonato, e che il livido corpo sfocato è stato cancellato dalla storia. L'emozione passa così nel riflesso dello sguardo annichilito di Cleo. Lo stesso accade nella corsa sospesa tra sabbia e cielo verso le onde che hanno travolto i bambini della signora Sofia. Cuaron la riprende mentre corre con l'espressione mutevole in un progressivo orrore senza mai inquadrare il mare e spinge l'occhio nella frenesia della possibile scoperta, i cadaveri galleggianti, fino alla messa a fuoco quando Cleo come un'apparizione fatta di nuvole, presenza divina, circonda i naufraghi e li salva. Tra quei bambini ce n'è uno che si chiama Alfonso e che ha visto quella corsa dal mare verso la terra, l'orizzonte capovolto come lo è l'omaggio di Cuaron non alla “buona serva” ma a quella parte del Messico che è la sua.