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venerdì 23 settembre 2016

"La vita possibile", e anche il cinema, italiano



Mariuccia Ciotta

Ai confini geografici ed emozionali, La vita possibile di Ivano De Matteo ha quel profumo assente in molto cinema italiano, qualcosa che mette in circolo pensieri e immagini transnazionali, senza frufru gergali, tutto nella storia di Anna (Margherita Buy) colpita al cuore, non metaforico, di un marito visto solo di spalle, anonima presenza da cronaca nera.
A Torino con vista sulla Francia (produzione italo-francese, distribuzione Teodora) il regista di Gli equilibristi e I nostri ragazzi (invitato alle Giornate degli autori di Venezia 2014) tesse una trama sospesa nel tempo di un tredicenne, Valerio (Andrea Pittorino), perduto sotto i portici della città fredda - i due fuggitivi vengono da Roma – in cerca di un rifugio per un alieno, un ragazzo invisibile che neppure la squadretta di quartiere invita a giocare. Valerio, bello e biondo, se ne va in bicicletta come Le gamin au vélo dei fratelli Dardenne in cerca di un padre che potrebbe assomigliare al ristoratore francese Matthieu (Bruno Tedeschi) un tipo fascinoso e dal passato oscuro, ex campione di calcio nel Toro.
A consolarlo della perdita c'è poi Valeria Golino, Carla, attrice di teatro, sprizzante gioia di vivere, battute allegre e perforanti, permissiva con il tredicenne quanto la madre è angosciata a ogni suo ritardo. Carla ha accolto l'amica nella casetta torinese dove non c'è la televisione (“scusate, ma la odio”), si sa, è un'artista... così non si possono vedere le partite. Allora Valerio scende al bar del francese barbuto per il derby e mangia trash-food, beve CoCola e un po' si confida.

Il suo vagare per le strade di Torino, lungo il parco del Valentino segna il ripetersi dell'allucinazione, la scena di uno shock, suo padre è un mostro e sua madre una vittima colpevole che gli nasconde la lettera di pentimento del genitore recidivo.
Margherita Buy è una nebulosa nel “pieno” del razionale, presenza angelica e confusa di fronte ai sentimenti distorti degli umani, i suoi occhioni celesti attireranno sempre molestatori violenti. Per vivere, andrà a lucidare le vetrate postindustriali di uffici enormi e sontuosi, Cenerentola notturna che, finito il lavoro all'alba, porterà un croissant caldo al figlio prima della scuola, come la protagonista di Anche per te di Lucio Battisti, “per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffè... per te che metti i soldi accanto a lui che dorme e aggiungi un po' d'amore a chi non sa che farne”. Valerio non sa che farne né della madre né del suo dolce preferito, è pieno di rabbia, odia la calma apparente di quei giorni torinesi. I neuroni-specchio si attivano e riflettono il lutto inconsolabile del ragazzino sulla bicicletta che De Matteo guida verso un nulla carico di misteri, dentro la città magica. Ma, succede nelle favole, Valerio incontra la faccia affusolata e ringhiosa di Caterina Shulha (magnifica), la piccola bielorussa che si prostituisce nelle ombre del parco. Ogni volta che la ragazza bruscamente lo caccia - non è posto quello per un bambino -Valerio si consola. Si sente uguale a lei, con un buco dentro. E finiranno per innamorarsi, per andare al Luna park e a fare shopping, una maglia della Juventus per il figlio lontano di Caterina, una del Toro per Valerio. Passeggiate quasi parigine nei boulevard degli anni sessanta. L'uscita dai canoni sentimentali, lo scandalo di una relazione inconcepibile, il rovesciamento dell'aberrazione pedofila. Il tredicenne e la signora.

La vita possibile è un film raro per l'Italia della commedia e dello stereotipo, un “miracolo possibile” che alla fine convince anche i supponenti monelli torinesi, finalmente pronti a chiamarlo in squadra. E sgela perfino i principi dell'attrice off-off, comprerà la tv.

L'imprevisto motore del cambiamento, fuori campo, fuori famiglia, nello sguardo della sconosciuta dove si intravvedono prospettive altre.

venerdì 20 maggio 2016

Cannes 69. Pericle il nero di Stefano Mordini. Sade alle prese con il machismo

Roberto Silvestri

Solo il machismo aiuta dove il machismo regna...Dunque se si vuole abbattere, nel profondo, un nemico maschio che ha commesso uno sgarbo, piccolo ma fastidioso, il posto giusto dove infierire, almeno a Napoli, è proprio quello. The Back. Il fondo schiena. Per mettere alla berlina, per avvertire l’infame, affinché non esageri, bisogna umiliarlo sessualmente. Colpirlo in ciò che ha di più caro, la virilità presa per il culo.
Proprio di questo si occupa un piccolo pesce della camorra, che non a caso nei ritagli di tempo frequenta i set dei film pornografici, dove il suo attrezzo si alza a comando, e senza alcun problema di pastiglia o di siringa. Ma sui set del porno si è sempre una pedina in mano agli altri.
E allora. Perché non diventare “regista del proprio film”? Perché non diventare il produttore della propria vita? Da subalterno e servo a soggetto a padrone?
Di questo passaggio non facile tratta Pericle il nero, titolo del nuovo film, un mix acido di seriosità e cazzeggio, di Stefano Mordini, un cineasta di talento che viene dal documentario dark (si è occupato anche di arbitri di calcio) ed è abituato alle grandi vetrine internazionali. Dopo un esperimento di erotismo subliminale e contorto, Provincia meccanica (Berlino) e un racconto romantico femminile dal set siderurgico, Acciaio (Venezia), eccolo a Cannes, al Certain Regard, alle prese con un romanzo allegorico, quasi sadiano, ambientato nella Napoli della Camorra e dei vicoli scuri, che Mordini ha avuto l‘astuzia di delocalizzare in Belgio, nelle zone francofone care ai fratelli Dardenne (che coproducono, lasciando come al solito libertà totale ai loro registi).
Taricone, poi prematuramente scomparso, doveva essere il protagonista del primo progetto di film, tratto dal manoscritto di Giuseppe Ferrandino, scrittore a autore di fumetti partenopeo, che per anni ha sceneggiato Dylan Dog, che non lo aveva ancora pubblicato e già era stato opzionato da un nostro produttore di fiuto, Rosario Rinaldo. Il progetto, passando poi alla Buena Onda di Valeria Golino e Riccardo Scamarcio, ha infine trovato un corpo ancora più giusto, quello appunto di un attore/produttore, capace di incarnarne al meglio il tragitto esistenziale del succube che diventa autonomo. Come fa Pericle a trasformarsi da ligio impiegatuccio di Don Luigi, che a Liegi controlla un giro di prostituzione e pizzerie, utilizzando una palla di sabbia per colpire le sue vittime e poi sodomizzarle, in un essere umano a tutto tondo? Sbagliando bersaglio e uccidendo per caso una donna appartenente a un altro clan (durante una scena quasi sacrilega per il cinema italiano: si trattava di punire in primissimo piano un sacerdote!). La fuga in Francia fa crescere Pericle, ormai condannato a morte. Certo, l’amore capovolge e traumatizza. Ma anche il fatto di trovarsi proprio a Calais, quel nervo scoperto dell’Europa, la frontiera che segna per molti profughi di guerra e non solo, il confine tra una morte certa per fame e la speranza di una vita migliore. Natasha, commessa di panetteria con due figli e molti libri da leggere, sconvolge i set mentali e immaginari di Pericle. Ma bisognerà tornare in Belgio per uscire dal cerchio e scoprire tante cose del proprio passato che Pericle ha forse volutamente rimosso o sepolto. Piuttosto acuto e di sottile ironia il lavoro sul noir che Stefano Mordini e le due co-sceneggiatrici, Valia Santella e Francesca Marciano, (entrambe ottime registe) hanno compiuto, complicando la matassa e sciogliendola, senza dimenticare di disseminare di ulteriori misteri la biografia interiore di Pericle. Il trio riesce a innestare Chandler dentro “don Cutolo”, ma anche a lavorare obliquamente sul “machismo” (e sugli almeno 50 gradi di grigio di approssimazione che ne fanno una forma di femminilità perversa) di un manovale della criminalità che il montaggio perennemente cool jazz di Jacopo Quadri e le immagini a luci slavate di Matteo Cocco, promosso a luminista vallone ad honorem, accompagnano con puntualità dando ritmica pulsante al racconto. Per esempio. Quando Scamarcio ha le idee chiare e si muove a comando si dirige da destra a sinistra. Quando “si accorge dell’inganno” e freme di ribellione preferibilmente da sinistra a destra. O almeno così mi è sembrato.

sabato 12 settembre 2015

I premi. W il nuovo Venezuela (nonostante tutto)

Roberto Silvestri

Venezia

Ha stravinto il cinema dell'America Latina. Con due bei drammi grondanti sangue e vita nuda, come in un affresco di Masolino, striate da profonde metafore storico politiche, ma sottopelle, con una capacità di fabbricare suspense aritmica, estranea a ogni canone di genere. Giuria, ben fatto. Anche se il Rabin di Gitai durerà più a lungo nei ricordi. Ma quel che inebria i festival di categoria super A sono proprio le commedie e le tragedia, fatte strane, diversamente, i film civili ma con un certo non so che.  Come il film turco che ha vinto il premio speciale della giuria. Imperfetto, dark, affilatissimo.
E a film così sono stati assegnati tutti gli altri premi: a un cartone animato atipico, a un melodramma sessualmente capovolto come quello di Gaudino (mattatrice Valeria Golino, ai livelli delle sue stravaganze con Pee Wee e della sua prima coppa Volpi, che Citto Maselli le cucì addosso), a una commedia che consacra Fabrice Luchini, sicuramente l'unico al mondo che riesce a ricreare in tutte le sue sfumature e contraddizioni, perfettamente "Fabrice Luchini", che incarna da 30 anni - con un sarcasmo al vetriolo identico a quello dell'attrice che ha presentato la cerimonia di chiusura -  tutta la crudeltà e la misantropia, il calore e la sensibilità, il cinismo bonario della civiltà euro-latina. Il suo giudice è un grande mostro.
Insomma Venezia 72 ha rispettato il progetto. Indica una "seconda via" per riempire le sale commerciali di opere competitive con il cinema mainstream e di genere locale o con Hollywood, e non con film troppo difficili e fuori generi (i documentari rigorosi, per esempio, o i film esplicitamente da galleria d'arte, o gli home movie, per quanto ci scortichino vivi  come quello di Laurie Anderson).
Dunque. Leone d'oro a Da Lontano di Lorenzo Vigas, venezuelano, 48 anni, documentarista e cortista scoperto a Cannes, Leone d'argento a Pablo Trapero che invece fu consacrato a Venezia, Settimana della Critica (circa venti anni fa, quando Silvana Silvestri scovò Mondo Grua che vinse). E per la prima volta scopriamo l'esistenza di un cinema venezuelano. Mai approdato a Venezia e, in fondo, neanche a Cannes (se non come produttore). Noi credevamo che il cinema di Caracas si fermasse a Franco Rubartelli.... Merito di Chavez che ha sviluppato finalmente una cinematografia nazionale proibita dalle dittature liberali, proprio come Castro fece con quella cubana? Merito di un film aspro, ma non troppo, pasoliniano, ma non troppo, che in fondo ci spiega sotto traccia (il racconto si focalizza su un uomo traumatizzato da violenze domestiche subite in gioventù che cerca di ritrovare faticosamente, senza riuscirci, una strada di redenzione e d'amore) come il Venezuela ha cercato di distruggere i suoi figli, oggi ribelli; come la borghesia corrotta e servile ha impedito per decenni con la forza e con la repressione militare di far vivere decentemente e dinamizzare tutto il paese. Di politici che hanno istigato alla guerriglia urbana e rurale, ottimo escamotage per allargare i profitti. E ci avvicina a un paese vivo che se oggi si ribella, anche maldestramente, è anche per colpa di antichi traumi che ne hanno deformato a lungo la psiche collettiva. La presenza del direttore della fotografia dei film di Pablo Larrein (Tony Manero in particolare) conferma la volontà di fare di questo film un manifesto di nuovo cinema latinoamericano: "E' vero, abbiamo molti problemi nel nostro paese . ha detto il regista ricevendo il leone d'oro -  ma stiamo cercando di risolverli. E' vero che il Venezuela è anche infelice ma è un paese meraviglioso". Ovvio che solo un cineasta latino americano poteva affascinare i suoi colleghi spiegando il perché delle loro good vibrations vedendo il film. Un cineasta messicano, emigrante di lusso a Los Angeles, dove è arrivato con le sue scarpe, Alfonso Cuaron che deve avere ipnotizzato i suoi colleghi della giuria. Quando una personalità forte non ha rivali il verdetto accontenta quasi tutti. Chi meglio di lui poteva spiegare le complesse metafore che si nascondono dentro un film su problemi e tragedie del sottosviluppo sudamericano? 
Per il secondo anno consecutivo abbiamo la sensazione di non aver visto i due migliori film del festival. Il palinsesto della Mostra di Venezia deve essere organizzato proprio male. E qualche errore nella lista dei film in gara e dei film fuori gara è stato commesso.
I film della sezione Orizzonti, infatti - affidati poi a una supergiuria guidata da Jonathan Demme e Charles Burnett, ovvero i migliori cineasti statunitensi della generazione anni 70 e della Black Renaissence californiana - sono inseriti in modo tale nel programma che se anche si vedono tre film al giorno e ci si scrive sopra è difficile imbattersi in Free in deed (Libero di agire) il film super indie e a basso costo diretto dal neozelandese Jake Mahaffy (e coprodotto dagli Usa perché Mahaffy ha vinto premi al Sundance e al Sxsw, il festival di Austin Texas che sta crescendo di interesse e di importanza di anno in anno) e in The childood of a leader , di un altro gioiellino del Sundance, il newyorkese Brady Corbet, 27 anni. A Cannes molti film del Certain Regard, la sezione qui più o meno fotocopiata, sono inseriti in maniera da essere visti. Per esempio la proiezione stampa della mattina è unica. Certo, è più faticoso per i critici (e la sala è zeppa, mentre a Venenzia sembra che sia semi deserta perchè è raddoppiata subito dopo). La qualità di Orizzonti è confermata da un film che i cinefili certo hanno visto perché il brasiliano Gabriel Mascaro, qui premio speciale a conferma della superiorità delle immagini latino-americano a Venenzia 72, aveva vinto l'anno scorso il festival di Locarno. Il suo atteso (ma non dagli esperti di Barbera) Boi Neon conferma non solo la qualità di narratore orginale e antropologicamente ben radicato dentro il road movie che ha originato e scatenato (l'ambiente è quello dei cowboys dei dintorni di Recife e dei rodei delle Vaqueiadas) ma anche la definitiva metabolizzazione del cinema novo che non è più il codice da evitare e da cancellare, il cinema "di papà", per quanto pazzoide, di cui fare a meno se si vuole crescere con le propie gambe, ma un serbatoio di immensa suggestioni e passioni etiche, estetiche e erotiche da repuperare, e maneggiare ormai senza alcuna soggezione. 

Ecco i premi di Venezia 72

Premi Ufficiali della 72. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica


Da Lontano (Desde allà) di Lorenzo Vigas
VENEZIA 72 La Giuria di Venezia 72, presieduta da Alfonso Cuarón e composta da Lynne Ramsay, Diane Kruger, Elizabeth Banks Emmanuel Carrère, Nuri Bilge Ceylan, Pawel Pawlikowski, Francesco Munzi, Hou Hsiao-hsien dopo aver visionato tutti i 21 film in concorso, ha deciso di assegnare i seguenti premi:

LEONE D’ORO per il miglior film a: DESDE ALLÁ (FROM AFAR) di Lorenzo Vigas (Venezuela, Messico)

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a: Pablo Trapero per il film EL CLAN (THE CLAN) (Argentina, Spagna)

GRAN PREMIO DELLA GIURIA a: ANOMALISA di Charlie Kaufman, Duke Johnson (Stati Uniti)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a: Valeria Golino nel film PER AMOR VOSTRO di Giuseppe Gaudino (Italia, Francia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a: Fabrice Luchini nel film L’HERMINE (COURTED) di Christian Vincent (Francia)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a: Abraham Attah nel film BEASTS OF NO NATION di Cary Joji Fukunaga (Stati Uniti)

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a: Christian Vincent per il film L’HERMINE (COURTED) di Christian Vincent (Francia)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a: ABLUKA (FRENZY) di Emin Alper (Turchia, Francia,
Qatar)

LEONE DEL FUTURO - PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” La Giuria Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” della 72. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, presieduta da Saverio Costanzo e composta da Roger Garcia, Natacha Laurent, Charles Burnett, Daniela Michel assegna

il: LEONE DEL FUTURO - PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” a: THE CHILDHOOD OF A LEADER di Brady Corbet (Regno Unito, Ungheria) ORIZZONTI nonché un premio di 100.000 USD, messi a disposizione da Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore.

PREMI ORIZZONTI La Giuria Orizzonti della 72. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, presieduta da Jonathan Demme e composta da Alix Delaporte, Paz Vega, Fruit Chan, Anita Caprioli dopo aver visionato i 19 lungometraggi in concorso e i 14 cortometraggi in concorso, assegna:

il PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM a: FREE IN DEED di Jake Mahaffy (Stati Uniti, Nuova Zelanda)

il PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE REGIA a: Brady Corbet per THE CHILDHOOD OF A LEADER (Regno Unito, Ungheria)

il PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ORIZZONTI a: BOI NEON (NEON BULL) di Gabriel Mascaro (Brasile, Uruguay, Paesi Bassi)

il PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE O FEMMINILE a: Dominique Leborne nel film TEMPÊTE (LAND LEGS) di Samuel Collardey (Francia)

PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO a: BELLADONNA di Dubravka Turić (Croazia)

il VENICE SHORT FILM NOMINATION FOR THE EUROPEAN FILM AWARDS 2015 a: E.T.E.R.N.I.T. di Giovanni Aloi (Francia) PREMI VENEZIA CLASSICI la Giuria presieduta da Francesco Patierno e composta da studenti di cinema provenienti da diverse Università italiane: 25 laureandi in Storia del Cinema indicati dai docenti di 12 DAMS e della veneziana Ca’ Foscari, ha deciso di assegnare i seguenti premi:

il PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO SUL CINEMA a: THE 1.000 EYES OF DR. MADDIN di Yves Montmayeur (Francia)

il PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR FILM RESTAURATO a: SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA di Pier Paolo Pasolini (1975, Italia, Francia)

LEONE D’ORO ALLA CARRIERA 2015 a: Bertrand Tavernier

JAEGER-LECOULTRE GLORY TO THE FILMMAKER AWARD 2015 a: Brian De Palma

PERSOL TRIBUTE TO VISIONARY TALENT AWARD 2015 a: Jonathan Demme PREMIO

L’ORÉAL PARIS PER IL CINEMA a: Valeria Bilello

venerdì 11 settembre 2015

Mi piace Gaudino. Franco Maresco e Jacopo Quadri, Davide Barletti e Claudio Caligari, i film del Maghreb, quelli che mi ero dimenticati, quasi un pezzo finale dalla Mostra di Venezia

Vincerà Luca Guadagnino?
Roberto Silvestri
Venezia
Adesso che il concorso è finito bisogna recuperare qualche film di cui non abbiamo scritto in questi giorni concitati. Mentre la giuria che, Cuaron, Hou Hsiao Hsien e Munzi a parte, non ci sembra troppo affidabile, sta redigendo l'attesa (?) pagella dei buoni e dei cattivi, dei vittoriosi e degli sconfitti. La Mostra di Venezia non sarà il Wal-Mart dei cinefestival come Toronto, si fa bella anzi scodellando come a Cannes quasi solo quello che piace ai francesi, e molti artisti profughi delle arti visive, come Laurie Anderson o Zhoa Liang, ma alla fine il suo palmares dovrebbe concentrarsi su Sokurov, Trapero, Vigas, Alper, bocciando la troppo libertaria linea Anderson, Guadagnino, Doremus, , Egoyan, con Skolimowski talmente ago della bilancia tra i due gruppi che alla fine potrebbe spuntarla. Il nostro premio e Amos Gitai.
Non abbiamo parlato di un film australiano, Looking for Grace di Sue Brooks, che si ispira indirettamente e involontariamente al noto F for Fake di Orson Welles, estremizzandone il bersaglio. Non è solo l'arte che ha a che fare con l'illusionismo e la “magia” perché la falsità è la sua unica verità. Ma è la vita stessa, così confusa così imprevedibile e così disordinata, che è bella se si riesce a godersela nell'istante, la morte è sempre in agguato, e ad aggiungere un po' di caos nell'ordine, a condire di bugie le verità, a moltiplicare segreti su segreti, aprendo false piste... forse solo così si catturerà il segreto di un film sull'amore, sull'incontro ipotetico, e sempre pronto a sciogliersi, di due solitudini. Quel sentimento che ti rassicura, anche se non tutto torna mai. Perché nessun essere umano riesce a sfiorare l'amore assoluto. Che sia una specialità divina doc?
Siamo dalle parti di Perth, nell'estremo occidentali del continente oceanico attraversato da treni e giganteschi pullman. Un misterioso autista ha come passeggero un bimbo. Che stranezza. Non sarà mica Damien? Una sedicenne, la biondina Grace, scappa di casa per partecipare a un concerto hard rock con una amica coetanea. Non ne sentiremo una nota. Sulla strada Grace passa la notte con un ragazzo cool, ma forse malefico, che la deruba in hotel con affetto. I genitori, Dan e Denise, inseguono Grace nella piatta e desertica pianura senza fine. Anche perché la piccola ha poco prima svaligiato casa. Non si sa mai, le servissero soldi nel viaggio. 16 mila dollari. Un buffo, troppo anziano, investigatore privato, viene incaricato di affiancarli. Con umorismo e freddezza, bandita ogni profondità psicologica, si inquadra il tutto con stile nouveau roman, per esempio il passato della coppia. Il lavoro, il negozio, l'erotismo, qualche timida ipotesi di tradimento di lui con la segretaria, mentre il tono è indefinibile. Sarcastico? Umorismo nero? Giansenistica resa ai disegni indecifrabili dell'assoluto? Il minimalismo aussie aspira alla grazia. La grazia gliela può concedere solo il pubblico. Vedremo se la giuria farà questa grazia. I disegni del divino sono imperscrutabili.
Il premio per la sceneggiatura a Benjamin August è già moralmente assegnato, qualunque sia il verdetto della giuria. Bellissimo Remember di Atom Egoyan , ne scrive Mariuccia Ciotta a parte, ma per chi considera grande cinema tutto Russ Meyer, The Great Rock'n roll Swindle di Julian Temple, Lo sbirro e la madama di Burt Reynold, John Landis soprattutto del primo episodio di Ai Confini della realtà e di The Blues Brothers che di quello spirito antinazi è impregnato, è un capolavoro assoluto. Non ammette se e ma. Christopher Plummer qualunque giuria composta da esseri umani dovrebbe essere portato in trionfo per la sua performances double body. L'SS e l'ebreo in un corpo solamente. Chi mai li aveva interpretati? Fantastico.
Ci sono film che fanno fare un giro imprevisto in più, e gratis, alle nostre teste. E le smuovono e le sconvolgono un po' (Guadagnino, Gitai, Kaufman, Skolimowski...). E altri che, come fa Salvini con il suo popolo, stanno molto attenti a non spostarle, quelle teste. Che restino dove sono (Sokurov quando fa, poco saggiamente, “cinema saggio”).
Un esempio del primo tipo è anche Per amore vostro di Giuseppe M. Gaudino, set Napoli oggi, quella più povera ma che si affaccia spudoratamente, però, sul lungo mare più bello del mondo, come fossimo in una favela di Rio. E' un film sperimentale ad alta sensibilità umana, grondante fino alla nausea purificatrice di pezzi di popolo gettavo via come roba vecchia sulla strada, di religiosità pagana misteriosa ma consolatrice, di mostruosità e felicità domestiche, di Gomorra quotidiana qualunque, il tutto scodellato, tra Hitch e Carmelo Bene, attraverso effetti speciali affettuosi, loop horrro, distorsioni, cromatismi lisergici improvvisi e soprattutto svisate scratching sonore (di Mac Guff più Epsilon Indi alle musiche). Non ci fossero i sottotitoli inglesi non capirebbe un'acca, come ai tempi di Troisi il non partenopeo. La lingua non è quel napoletano tv che va molto al cinema. Masaniello parlava così, suppongo. Il film, poetico politico, è scritto, o meglio imbastito di luci e parole e sangue assieme a Isabella Sandri, come sempre, ma anche a Lina Sarti. Ed è un'altra performance di attrice solista. Se Valeria Golino non funzionasse, buffa, tragica, sentimentale, ringhiosa, paurosa, rapace, unghiuta, tremante, materna... il film non ci sarebbe, né nel suo avanzare “realistico” in bianco e nero né nel suo retrocedere temporale o onirico, a colori. Il film invece c'è. Lei è la “Mortiz Moszkowski” del nostro star system. Nel senso che riesce a rappresentare l'intero gamut della tecnica recitativa (e qui mi riferisco a quando Igncy Paderewski affermava che “dopo Chopin era stato Moszkowski a scrivere per il piano abbracciando l'intero gamut della tecnica”. Egoyan non a caso lo rievoca). Perché, come diceva Chalers Laughton non si recita mai al cinema con gli occhi, l'orecchio e la bocca, ma con le mani. Sono roche le dita. Rock, non le tonalità. Attenti al primo giudizio sommario. L'armonia è dissonante, l'orchestrazione visiva è post wagneriana, ma la strumentista solista riesce a riportare tutti al di là, a una nuova consonanza, alla melodia semplice, al demenziale, dionisiaco ritornello offenbachiano o se preferite neomelodico. Suggeritrice di un set tv, madre ipersfruttata di tre figli di cui uno sordo muto, in rotta con il marito usuraio che per troppo tempo ha tollerato (opportunista, per superiori interessi familiari), Anna decide di confessarsi a se stessa, di farla finita con il bruto usuraio assassino che sta nel suo letto e di scollarsi da lui anche sentimentalmente non sapendo in che avventura si sta, ancora più pericolosamente, gettando. Tra le braccia infide di un nuovo amante, la bomba sexy di una sorta di “Un posto al sole”. Il suo salto nel vuoto ricompone il film miracolosamente, altro che San Gennaro, facendolo diventare la sinfonia lugubre una melodia flautata anti cammorrista. Che molto deve a Andres Serrano (per il coté necrofilo) e al Quartetto Cetra (per l'umore dissacrante), a Rossellini di Stromboli e a Peter Weir per i toni apocalittici, e soprattutto a Suspicion e a Ingrid Bergman per il clima generale. La donna che regge il gobbo, la stunt woman finale. In un rovesciamento delle gerarchie di un set dove gli ultimi saranno i primi. Non solo. Gaudino affida a Valeria Golino quel testimone femminista lasciato da Stefania Sandrelli suicida in Io la conoscevo bene, affidando a lei il controllo simbolico dell'intero film, cosa che alle donne del cinema italiano è ancora precluso, come fossimo in una moschea dell'Islam reazionario. Ma come Lucia Mannucci qui Valeria Golino è leader. Fa parlare perfino i sordo muti. A costo di qualunque travestimento e sbaglio.
Abluka (Frenzy) cioé Follia di Emin Alper (Turchia) nonostante il titolo hitchcockiano non è un thriller politico sulla Istanbul di Ergdogan, novello Demirel che sa giocare con le bombe, i terroristi, i servizi deviati, gli islamisti, i curdi , l'esercito e lo sbattere i mostri in prima pagina. Non cinema d'azione ma un composto alchemico metaforico, di densa materia scura, marrone, nera, maleodorante (di immondizia si occupa il protagonista), che trova il suo baricentro nella doppia schizofrenia di due fratelli accomunati da un tragico destino e dunque in un traballante procedere per incanti, ellissi, ripetizioni, sogni, ritorni all'indietro, incubi di cani feroci, fughe in avanti che rendono il tessuto narrativo incerto misterioso e pauroso. Il Potere e la sua capacità di distruggere gli uomini semplici, di manipolarli e utilizzarli per schiacciare qualunque nemico sia esso un cane randaglio sia un sovversivo. Ci si compiace molto, troppo, certo involontariamente, di come un potere autoritario possa mandare in paranoia i suoi sudditi meno attrezzati. Però è un film che resta nel ricordo. Non a caso ne ho già scritto e me ne ero dimenticato.
Desde alla, Da lontano del venezuelano Lorenzo Vigas, film per soli uomini, monoerotico, soprattutto autoerotico, ha fatto una certa impressione sul tessuto medio festivaliero. Perché il narratore è un po', per esprimerci grossolanamente, alla Pablo Larrain. Il più secco e gelido radiografo del Cile di Pinochet. Anche se il direttore della fotografia di questo film, Sergio Armstrong, ha certamente ristudiato se stesso in Tony Manero, per dare quanta più disumanità possibile, ombre inquiete e decolorazione ghiaccia, alla metropoli tentacolare e sotto incubo. La Caracas oggi. Che ne esce a pezzi. File dal panettiere. Crisi economica. Il petrolio sta ai minimi, Maduro sembra che regga ma il popolo no, soffre, si arrangia, ruba quel che può. Perfino specchietti retrovisori. Intanto i ricchi ridono. Ovvio che il film osserva altro. Dentro la storia. Dentro la società. Dentro i corpi. Nella psiche. Nella psicopatologia di massa del fascismo. Che, come si sa dall'epoca di Wilhelm Reich, compie disastri anche quando la tensione è più socialisteggiante che nazionalista, vedi nella Urss di Stalin, dal 1930 in poi....Armando, odontotecnico benestante, molestato dal padre da piccolo, immaginiamo traumaticamente e ripetutamente, “lo odio lo vorrei morto”, vive solo e non si è mai sposato. Adesca giovinetti per denudarli e mastrurbarsi, ma senza mai avere contatti sessuali. Una sorta di critica pacifista del padre? Finché non trova un ragazzo violento, un macho affascinante che più lo deruba e lo ferisce, più lo tenta. Elder, capo teppa, inizia a frequentarlo sempre più spesso, dapprima per interesse. Lascia la sua ragazza mulatta, si fa pessima fama nel suo ambiente maschilista, che lo scarica, viene perfino cacciato di casa dalla madre che ha saputo da un pettegolezzo che quell'opportunistica relazione (a Elder servono i soldi per trasformare un ferrovecchio in automobile) si è trasformato in amicizia a tutto tondo, poi in amore, vero e folle, addirittura carnale, era ora. Ma fino a conseguenze devastanti. Armando scoprirà che quel che insegue in Elder, nelle sue zone dark e inconfessabili, è proprio la crudeltà criminale del padre. A questo punto rifiuta la sua soggettività desiderante. Torna nell'incubo. Un happy end che non è happy per nulla. Atroce.
C'è qualcosa di Wakamatsu e delle nouvelle vague anni sessanta, in un bellissimo film maghrebino che descrive come ormai il lavaggio di cervello effettuato dai predicatori letteralisti che deformano l'Islam dal tubo catodico e lo fanno diventare una sorta di catechismo nazista, stia trasformando in peggio anche gli algerini meno riconciliati. Come il duro, criminale, ladro, violento, borseggiatore, irrequieto, solitario, adolescente di nome Omar il protagonista biondastro di Madame Courage di Merzak Allouache (Algeria), un regista che sta raccontando l'evoluzione interiore del suo paese, vista dagli adolescenti, da oltre trent'anni. Qui siamo fuori concorso. Il quartiere in cui vive Omar, alla periferia del centro turistico balneare di Mostaganem, è solare e ha un bel lungomare, ma lui sta in una baracca puzzolente senza acqua con la madre che è meglio perderla che trovarla. E' un continuo maltrattarlo e minacciare “ti caccio di casa perché non mi porti mai un soldo”, anche perché sta sempre davanti alla tv religiosa a farsi lessare il cervello con le più ridicole sciocchezze sessuofobiche e omofobiche ripetute come mantra. Omar perde la pazienza. “Un giorno prendo la tv e te la spacco in testa”. La madre Coraggio del titolo non si riferisce affatto a Brecht, ma è il nome di una pasticca, di una sostanza psicotropa che va molto tra i giovani algerini perché è a basso costo e ad alta resa. E comunque basta rubare il portafoglio a una vecchietta o la collanina con la mano di fatma a una ragazzina e il viaggio verso la felicità è assicurato. D'altra parte, come sopravvivere ad Algeri oggi nei quartieri cui tutto è stato tolto, non c'è lavoro, e anche la speranza è fuggita via? Un giorno però Omar strappa la collanina e si innamora perdutamente del collo e del volto della giovanissima proprietaria. La segue, restituisce il maltolto, la molesta per giorni finché il fratello di lei poliziotto non lo caccia, poi lo minaccia , poi lo arresta, poi lo fa picchiare. A questo punto Omar, cha ha introiettato “naturalmente” la logica del taglione tanto di moda tra i coetanei dell'isis acquista una scimitarra al mercato nero, castra con un solo colpo ben assestato il pappa della sorella, ovviamente costretta a prostituirsi, ma oltretutto pestata come un colabrodo, e si avvia verso la casa della “sua ragazza” per far fuori il piedipiatti, unico ostacolo a un amore ancora non corrisposto. Di Wakamatsu c'è questo finale cruento e poetico con Omar che organizza per lei un incredibile spettacolo di fuochi d'artificio. Il suo ultimo colpo gli ha fruttato una fortuna......
Una ragazza che vorrebbero far diventare medico ma che invece vuole cantare musica rock con il suo gruppo, ispirato dal folk maghrebino, è la protagonista di un film ambientato a Tunisi prima della rivoluzione “per la libertà e per la democrazia”. Uno scossone salutare che, nonostante i profeti del malaugurio, sta andando avanti per la sua strada irreversibilmente. Appena apro gli occhi di Leyla Bouzid, figlia d'arte (Giornate degli Autori), è la versione femminile del film di Allouache. Lo scatenamento della soggettività desiderante crea resistenza in famiglia e fuori, anche se chi agisce non è costretto, come nel caso di Omar, alla criminalità individuale o organizzata. Lei canta. Bellissime canzoni d'amore e micidiali song di lotta. Ma la questura non vuole. Chiudono i locali dove si dovrebbero esibire, costringono chi gli affitta le cantine a cacciarli. I genitori non vogliono. E perfino un membro della band, che è in realtà un poliziotto travestito, perché di informatori della polizia era infarcita tutta la società incivile di Ben Alì. Fino a che perfino la nostra eroina rischia per gelosia di mandare tutto a monte perché litiga con l'altro leader della banda. A quel punto la polizia segreta rapisce la ragazza e le dà una di quelle lezioni che avranno gli effetti boomerang che conosciamo. Rivoluzione. Questo film “apre gli occhi” dello spettatore occidentale infatti sulla difficile lotta di quella generazione che si è trovata di fronte una dittatura dall'aspetto vellutato e dalla realtà micidialmente attenta a reprimere ogni anelito di libertà. In fabbrica nei campi, nel commercio, nelle scuole, nelle strade. C'erano le elezioni? Bastava non mandare le schede elettorali alle persone tra i 18 e i 30 anni e il gioco era fatto per il partito al potere, membro dell'iInternazionale socialista. Oppure. Vogliamo parlare del sesso? Oppure, più semplicemente. Vogliamo andare al bar a berci una coca? Non era così semplice, almeno per una ragazza, con il velo o con i jeans strappati. Lo vedremo nel film questo penetrare nella notte negli spazi occupati dai soli uomini. E vedremo come si riesce a liberarli. Grazie alla musica. Il “musical” tocca punte hard insospettabili. E fa capire che sono stati questi ragazzi i veri eroi che hanno capovolto il mondo. E che facevano bene a reprimerli, i metallari, i rockettari e i folk singer del maghreb e del mashreq, perché stavano, stanno sconvolgendo il mondo islamico e sono i veri nemici dell'Isis.

Si mette a fuoco molto meglio dall'ottica maghrebina l'importanza del film di Claudio Caligari, di una sceneggiatura scritta nel 1995 e diventata film solo adesso. Anche se il montaggio non è stato realizzato dall'autore ma si sono accuratamente eseguiti i suoi voleri, come se si trattasse della seconda parte di un dittico, dopo Amore tossico, set lo stesso, Ostia. Gli spettri aleggianti di Pasolini. O meglio di Derek Jarman, che al delitto più orrendo del secolo scorso, si trattava di un poeta, dedicò un magnifico poema visivo. Non essere cattivo, il film postumo di Caligari, uno dei pochi registi scampati allo sterminio per "droga prigione e esilio" di una generazione (è stata la tecnica utilizzata in Italia, paese dove non era il caso di stipare sovversivi in aereo e buttarli vivi giù di sotto, Ustica ingombrava). Caligari era capace di catturare la sostanza profonda dei tempi e i suoi conflitti interiori (vedi La parte bassa o Amore tossico), proprio come pochi altri sopravvissuti al decennio incandescente, come Tonino De Bernardo o Alberto Grifi. E per questo è stato messo in grado per anni di non nuocere. Emarginato. Niente finanziamenti. Tra L'odore della notte, penultimo film, e questo, passano non a caso 17 anni e senza l'intervento prepotente e autorevole di Valerio Mastrandrea neanche questo progetto anni 90 del cineasta di Arona avrebbe mai visto la luce. Due amici della piccola malavita locale. Spaccio, furti, traffici vari, molta 'madre coraggio', i rapporti con il boss della zona, le ragazze, poi si cresce, che ne dite di tornar normali? Il lavoro, i cantieri edili (Mastrandrea ne sa qualcosa), e le due vie che si aprono: facciamo ancora i cattivi fino all'ultimo respiro o diventiamo buoni e tranquilli? Casa moglie figli? Uno resiste. L'altro no. Uno crolla. L'altro vacilla. L'ultimo colpo.... La tragedia di due emarginati ridicoli. Però che strano. Questo film compatto e corposo, un po' alla Romanzo criminale televisivo è piaicuto moltisssimo. Celestini invece è stato più criticato. Eppure quest'ultimo non divide comea a scuola buoni da cattivi. Li mescola. Trovà bontà nella cattiveria dell'illegalità. Qui è come se i due mondi non fossero mescolabili. Celestini inquieta di più. Caligari postumo di meno. Strana la vita.

Anche Franco Maresco mi ha stupito. E' magnifico ricordare la vita e il teatro di Franco Scaldati nel documentario “Gli uomini di questa città non li conosco” (Fuori Concorso), con rari filmati delle sue messe in scena, delle sue apparizioni cinematografiche e delle interviste di Raitre. Visto che, dall'inchiesta firmata dallo stesso Maresco al teatro Biondo, che vediamo alla fine del film, oggi in città nessuno lo ricorda e lo conosce. Ma non riesco a trovare lo spirito anarchico di Maresco, nel film. Scaldati, attore, regista, autore di capolavori scenici insostenibili come Il pozzo dei pazzi, filologo di parte popolare, colui che ha restituito profondità poetica a una lingua siciliana biodegradata dalla media e piccola borghesia, non riconciliato mai con i poteri forti e oscuri della sua città, punto di riferimento centrale del lavoro beckettiano di Cinico Tv, viene analizzato attraverso gli interventi dei suoi amici, collaboratori, uomini di cultura siciliano o meno (Letizia Battaglia, Roberta Torre, Goffredo Fofi, Emiliano Monreale... perché non c'è Gianfranco Capitta?), nella sua nichilistica opera di smantellamento dei valori estetici e etici dominanti. Eppure sotto traccia c'è uno strano risentimento, più di Franco Maresco che di Franco Scaldati. Non lo hanno celebrato. Non lo hanno amato. Non lo hanno dotato mai di uno spazio degno del suo valore. E meno male, no? Franco poi non può raccontare la storia del rapporto di Scaldati con le lotte degli anni sessanta e settanta come fosse un inserto di Repubblica. “finite le forzature ideologiche del sessantotto”. Ma cosa dici?

Ben altro clima si respira in Danimarca. Dove Jacopo Quadri e Davide Barletti sono andati a trovare Eugenio Barba in occasione del cinquantenario di vita dell'Odin Teatret, festeggiato da circa 500 artisti venuti da ogni parte del mondo (a loro spese) per realizzare uno di quegli scambi artistici (se io balinese canto e danzo tu keniano canti e danzi e tu danese pure, e tu brasiliano anche) che hanno reso celebre la “teoria del baratto” messa a punto dal gruppo del drammaturgo e antropologo salentino (e scopriamo anche tagliatore di alberi con tanto di sega elettrica da film horror) teorizzatore ante litteram della contaminazione culturale (i pulcinella che fanno mangiare gli spaghetti alle danzatrici indonesiane snodabili è uno spettacolo nello spettacolo). Il paese dove gli alberi volano – Eugenio Barba e i giorni dell'odin racconta proprio la fase organizzativa della grande festa all'aperto dell'estate 2014, con acrobati, pupazzi, danzatori classici, bande musicali, lottatori di capoeira, ragazzi venuti da Nairobi, artisti di ogni tipo, piccoli e grandi, diretti come fosse Butch Morris da un super regista dai tentacoli giganteschi, di comunicativa immediata, grande charme, precisione di fraseggio e dal corpo miracolosamente giovanile. Holstebro, la piccola cittadina danese dove l'Odin risiede da 48 anni, dopo i due iniziali a Oslo, reagisce con pudore e presenza calorosa alla grande festa. Ma. “Dove sono le persone? Qui sembra che non ci sia nessuno. Anche se è tutto magicamente pulitissimo” affermano gli ospiti keniani, i ragazzini delle periferie povere di Nairobi che sono dei ballerini pazzeschi e mai sono stati in Occidente.

Due film che speriamo siano recuperati a Venezia a Milano e Venezia a Roma sono il brasiliano Boi Neon di Gabriel Mascaro (orizzonti) e Montanha del portoghese Joao Salaviza (Settimana della critica). Speriamo che li premino. Ne riparleremo.
Venezia


sabato 23 novembre 2013

Armida Miserere e il carcere in Italia. Come il vento di Marco Simon Puccioni, con Valeria Golino. Con un post scriptum a proposito del caso Cancellieri.

Valeria Golino, "Come il vento" di Marco Simon Puccioni


Roberto Silvestri

Una corsetta mattutina, con un collega. C'è qualche oscuro presentimento. Una donna forte ma infelice. Non chiamatemi direttrice, chiamatemi 'il direttore'. Flashback. Un omicidio imprevedibile, nel 1990 le strappa l'uomo della sua vita. Reagisce con ostinazione. Una carriera in salita. Con la tuta mimetica sempre addosso. Ma nel 2003 Armida Miserere, tarantina di origini siciliane, criminologa, direttore di carcere, fin dall'età di 28 anni (a Parma, poi a Voghera, Pianosa, Ucciardone, Torino, Ascoli Piceno, Spoleto, Lodi, San Vittore), soprannominata dai suoi detrattori 'il colonnello', in quel momento responsabile del penitenziario di Sulmona, si uccide con un colpo di pistola alla, testa nella sua casa, a pochi metri dall'ingresso del carcere. Una pallottola calibro 9, 21. E' in pigiama. Il suoi due cani lupo le sono accanto. Lascia una lettera. Contro chi "le ha rovinato la vita".

Filippo Timi a destra e Valeria Golino
Molta azione, per essere un film d'atmosfera. E venti anni di storia d'Italia (di mafia, di pericolose discese in campo con spintoni, di risacca terrorista) pesano nel fuori campo di questo film. Ma. Minimalismo stilistico, quasi astenia registica, per essere un film legato a tematiche sociali e politiche così complesse (e sappiamo come altri punteggino vistosamente di "pornografia espressiva" le loro lezioni di storia più o meno conformiste). Sobrietà di fraseggio (grazie anche all' impeccabile lavoro sul copione di Heidrun Schleef e Nicola Lusardi), invece. A chi pensiamo come modello stilistico? Alan Pakula? Robert Mulligan? Robert Bresson? Un po'. Ma il film è italiano, carezza il paesaggio come solo i nipotini del neorealismo sanno fare (e nonostante gli studi serissimi alla CalArts disneyana di Los Angeles del regista). In un film italiano, poi, c'è sempre un cane (e Armida li aveve e da battaglia) e un prete. Che in carcere non manca mai. 

Armida Miserere
Certo è un film d'attrice. One woman show, come è un film d'attore Il venditore di medicine di Antonio Morabito. La camera digitale tutta gettata lì sui primi piani del chimicamente strafatto Claudio Santamaria, one man show, qui su Valeria Golino, mattatrice, coi capelli biondi, fuma ininterrottamente super senza filtro. Una donna manager, dura, impossibile da intimorire, eppure di fragilità segreta, che si può distruggere in un fiat, come Achille, se la macchina del fango sa colpire nell'unico punto letale. La dignità. Qualcosa che i suoi nemici malavitosi - i lettori del Giornale, Libero, La Padania ? - fraintendono e chiamano onore, e maneggiano piuttosto bene. Ma c'è qualcosa dietro. C'è un non detto. C'è un mistero. Non tutto esce fuori da questo film introverso, a levare. Vanno avanzate ipotesi. Bisogna catturare indizi. Come nella Signora in giallo.

Armida Miserere
Come il vento è tutto girato sul corpo di Valeria Golino. Sul suo viso, i suoi gesti, le sue intenzioni, la sua voce dalle sonorità ctonie, autospeleologiche,  le sue corse mattutine, le sue ire, i suoi amici e amiche, le sue bevute e avventure, i suoi piaceri, i cazziatoni i giochi di letto e i suoi pensieri intuibili e reconditi. Cosa rarissima nel nostro cinema più che sessista, perché neanche si accorge di esserlo, un personaggio così a tutto tondo e non del tutto afferrabile. Valeria Golino ce lo indica, ne esce e ne entra continuamente, è dentro ed è fuori ad ogni cambio di parrucca dorata. Ci porta inquieta dentro e fuori dal film, come ogni performer destabilizzante. C'è un tragitto lineare, una storia ridotta all'osso, quasi senza troppi dialoghi. Paradossalmente si tratta di un film di evasione. Di fuga. Di deriva. Da questo mondo a un altro. Verso il vuoto. L'eroe è vittima della propria inerzia. Ma, come nel capolavoro di Bresson le intenzioni di fuga sono molto più esistenziali (nel condannato a morte è fuggito il protagonista è già in carcere e non si sa bene perché, e quando fugge non sappiamo bene se lo prenderanno)...I muri che Armida deve scavalcare sono evidentemente metafisici e non fisici. Si pensa più a Duel, Punto zero, Runaway train, Gravity. Credo che il film parli molto profondamente ai ventenni di oggi.

Armida Miserere
Il film è girato a Lodi, Milano, nella famigerata e paradisiaca isola di Pianosa, in Sardegna, a Sulmona, e si svolge tra il 1989 e il 2003. Ed è un'opera che si potrebbe considerare di genere carcerario, ma capovolto. Anche se è è più che altro una storia d'amore impossibile, un mélo.  La presenza di un commentatore dei sentimenti fini e sottili come Shigeru Umebayashi alla colonna sonora, lui che è il simbolo musicale del cinema di Wong Kar-wai, ne è la migliore prova.

Genere carcerario capovolto. Già. Non ci sono rivolte come in Rivolta al blocco 11 di Don Siegel. Non si sono, apparentemente, fughe rocambolesche come in Un condannato a morte è fuggito di Bresson. Non ci sono direttori del carcere particolarmente sadici e fascisti, come in Quella sporca Ultima meta. Non ci sono esecuzioni capitali come in L'impiccagione di Oshima, né violenze sessuali nei bagni, come in Fuga da Alcatraz. Non c'è la vita noiosa dentro la cella e la strategia di sopravvivenza di un recluso debole che Jacques Audiard ha celebrato in La Promessa.   

Il regista Marco Simon Puccioni e Valeria Golino
La banalità del quotidiano concentrazionario, e qualche tocco di banalità del male giudiziario, però entrano nella pelle dal quasi fuori campo. Ecco le perquisizioni improvvise. Lo schiaffar in isolamento. La richiesta pesante di favori. Le rivelazioni dei pentiti alla sbarra. Le cappelle dove intrigano, trattano, tramano e tremano quelli della 'ndrangheta (Pino Calabrese, fa perfettamente il Joe Pesci traditore, consapevole di essere presto annichilito). La messa in riga degli appuntati che sgarrano. L'impressione che si sia messi alla gogna a causa di qualche strana intercettazione telefonica mal contestualizzata. Miccoli come Miserere.

Il genere carcerario è capovolto perché il film ha il punto di vista del direttore del carcere, per una volta autoritario - non è una donna è un generale ci verrebbe di dire usando il simpatico modo che aveva Raul Ruiz di descrivere il presidente del Cile, speriamo rieletto tra breve, la signora Bachelet. Dura, ma a fin di bene, incorruttibile e giusta. Anche se molte organizzazioni umanitarie la  criticarono per la sua inflessibilità. Addirittura ligia alle leggi, ma pronta a migliorarle, capace di formularne e proporne di nuove, organizzando convegni, incontri e conferenze stampa. Sbilanciante.  
"I trattamenti risocializzanti sono boiate", disse in una intervista scandalosa a Ddonna, poi cambia idea. Certo che le carceri non sono hotel, basta paragonare le piscine,  ma bisogna saper restituire alla società questi cittadini che hanno sbagliato, e cambiati.  Quasi sempre in peggio, però.

Filippo Timi
Non l'ho conosciuta direttamente la signora Miserere, ma nei primi tre anni di mia direzione del Sulmonacinema Film Festival, dal 2000 al 2003, l'associazione culturale che cura il festival (il prossimo, il 31°, si svolgerà dal 18 al 21 dicembre) ha portato nel penitenziario tutti i film che hanno vinto l'Ovidio d'oro, opere prime e seconde italiane, grazie al suo interessamente. Abbiamo verificato che organizzava corsi scolastici anche per i detenuti di alta sicurezza e che favoriva visite culturali esterne di ogni tipo. In una di quelle occasioni Armida ha conosciuto Valeria Golina, che era stata premiata per Respiro di Crialese. Una foto le vede insieme, ma non riesco a trovarla. Proiezioni aperte ai detenuti, con dibattito finale, che sono proseguite anche dopo la sua morte. E il 18 dicembre prossimo, in tarda mattinata, Marco Simon Puccioni sarà nel carcere a presentare questo film. E speriamo che ci siano anche questa volta i detenuti, perché difficoltà burocratica per ora consentono la proiezione interna alle sole guardie carcerarie (che hanno partecipato però alle riprese del film). In fondo è un film d'amore.   



Fa più pensare a Un chant d'amour di Jean Genet o a Via col vento, Come il vento, perché la love story tra Armida e Umberto Mormile (Filippo Timi, la più tenera delle spalle, questa volta) è centrale nel film, anche se dura poco. E' intensa, rapsodica, interrotta, prosegue nonostante i problemi. E' ostacolata, sia da ragioni logistiche (lui lavora a Milano, dentro San Vittore, lei a dirigere Lodi), sia da ragioni biografiche, lei figlia di un militare, lui un artista, sia da ragioni burocratiche (lei è durissima ma riformista, troppo comunista per non essere invisa a molti detenuti e molti burocrati del ministero) sia da una inquitudine profetica dei sentimenti.  Lui pure è comunista come tutti i loro amici (anche la rediviva Chiara Caselli nel cast). Come se i funzionari di stato che applicano la legge, che fanno bene il loro lavoro, e dunque sono fuori schema, decidano di collocarsi in un limbo, nel fuori gioco. Avventurista Aldo Moro. Avventurista Facone. Avventurista Borsellino...Chi è che diceva: lui se l'è cercata, no?  Andreotti su Ambrosoli.

Ed ecco che Umberto, ignaro, invece prepara spettacoli, scopre talenti sepolti nelle celle, cerca di aiutare come può i detenuti e quando non può non sa neanche cosa lo può attendere. 

Ma l'amore dietro le sbarre finisce d'un tratto, d'un colpo (di pistola). Umberto viene trovato bucherellato nella sua automobile. E quel che prosegue poi, e che filtra dalle spesse mura interiori di una funzionaria di stato, che, ancora più gelida di prima, sbaraglia la concorrenza maschile (o sarà stato per merito dei ministri di quel tempo, Diliberto e Fassino?) e avanza nella carriera, è il vuoto assordante di chi, nemica delle mafie e delle camorre, rischia di finire colpita una seconda volta. E'  questa la parte migliore, misteriosa e più commuovente del film. E ci dice tra le righe. Se cambia il vertice al ministero si è fritti. To', guarda chi arriva a via Arenula nel 2003. Proprio Roberto Castelli, un leghista, il fine politico che paragonava, per eccesso non per difetto, i penitenziari italiani agli hotel di lusso a 5 stelle.

Valeria Golino e Chiara Caselli
Sono problemacci seri, anche per chi dirige i carceri, con Castelli, e non solo per chi è recluso. Mentre lui, il suo amore, Umberto Mormile, cercava di aprirlo al mondo quel buco nero, attraverso un serio lavoro di animazione teatrale e di educazione culturale (attività sulla quale già i cineasti Davide Ferrario e i fratelli Taviani si sono recentemente occupati con successo) d'eccellenza vera. Quando lo ammazzano c'è il socialista Vassalli al ministero della giustizia. E per gli anni a seguire Martelli. Non si dannano per arrestare gli assassini....Ma la magistratura, si sa, è completamente indipendente dalla politica.

Ma qui qualcosa di strano a un certo punto succede. A Sulmona.  Solo 11 anni dopo, nel 2001, in relazione a un maxiprocesso contro ndrangheta e camorra a Milano, emergono rivelazioni che porteranno i responsabili dell'omicidio di Umberto a un rinvio a giudizio presso la Prima Corte d'Assise di Milano prevista per il maggio 2003.Armida si uccide prima.

E cosa ci viene in mente quando sentiamo parlare di carcere di Sulmona, peraltro uno dei più moderni che abbiamo?  Niente di bello. 

Molti, troppi i suicidi che la cronaca nera ci ha segnalato in questi ultimi decenni. Di detenuti per lo più. E si ingoiano i vetri e ci si inietta il latte nelle vene, come altrove per saltare le udienze e far avvicinare la 'scadenza termini'. Forse a Sulmona si internano anche troppi ex ricoverati in ospedali psichiatrici, chissà perché smistati lì.  Lavoro? Poco e mal pagato. Secondini che si fanno chiamare superiore. Posta e giornali censurati...L'ideale anche lì, è non vederli mai in piedi i detenuti. Stesi. Disperati. In brandina. Il metodo cattolico del pentimento continuo. Meglio mai al lavoro. 

Quando ho accompagnato in carcere il film che aveva vinto il festival di Sulmona nel 2008, Chris and Dan - A love story di Guido Santi e Tina Mascara su Christopher Isherwood, in lingua inglese coi sottotitoli scritti piccoli piccoli - era la storia d'amore omosessuale dello scrittore di Cabaret  che conviveva a Los Angeles con un minorenne, tra lo scandalo generale della California degli anni 50 - un detenuto anziano se lo vide dall'inizio alla fine, nonostante seri guai alla vista e la stampella per sorreggersi. Alla fine commentò: "Certo, avrei preferito vedere l'Ubalda tutta nuda e tutta calda". Ma rimase per tutto il film e per tutto il dibattito. Nonostante preferisse di gran lunga Mariano Laurenti ai due documentaristi italo-americani. E in piedi. 

Certo, sono i mali comuni e speciali delle nostre carceri, che vengono periodicamente segnalati e sanzionati in sede Ue, e che riguardano tutti i penitenziari del paese e i supercarceri. Edifici in genere secolari e fatiscenti. Sopraffollamento ovunque (a cause di leggi davvero scellerate come quella contro le droghe leggere o la Bossi-Fini), assistenza sanitaria ridicola, soprattutto rispetto alle crisi di astinenza dei drogati, sadismo mai dimostrabile nel trattamento del detenuto - forse circola ancora quella carne argentina congelata decenni fa che mi toccò di ingurgitare a Regina Coeli - e "reclusione nella reclusione" (e proprio nel paese di Cesare Beccaria!) nel senso che solo da ieri, per decisioni del ministro della Giustizia, e grazie allo scandalo suscitato nell'opinione pubblica dalle intercettazioni telefoniche che hanno smascherato i due regimi differenti di trattamento tra noi dominanti e loro domitati, piccolo insignificante dettaglio che a Letta, Renzi, Cuperlo e Civati (e sono i migliori) sfugge, le ore d'aria passeranno forse prima o poi da 2 a 8 al giorno, quando ovunque nel mondo chi sta dentro circola liberamente nelle ore diurne nel carcere, lavora, studia, gioca a pallone, fa palestra, ha cose da fare quasi per tutto il tempo, e non viene murato vivo come da noi a fine aria. 

Non che gli altri carceri in Europa non abbiamo i loro problemi soprattutto nei momenti emergenziali (nell'Inghilterra dell'Ira, nella Francia della Corsica turbolenta, nella Spagna dell'Eta, nella Germania della Baader-Meinhof)... ma l'Italia, nonostante il palliativo della legge Gozzini, ha una leadership sinistra anche in questo ambito e indipendentemente da ogni situazione d'emergenza.  Le nostre rivolte, e non solo dell'Ucciardone, Marassi, Poggioreale, Trani... sono sempre state le più condivisibili del mondo. Il partito radicale è l'unico che radiografa questi orrori tra il disinteresse generale.

Ma a Sulmona, la cittadina dei confetti e di Ovidio, è successo qualcosa di più sconvolgente. Si è suicidato perfino un direttore del carcere. Anzi una delle prime direttrici di carcere in Italia, dopo avere gestito colonie penali,  supercarceri di massima sicurezza e i più affollati penitenziari metropolitani. Ha preferito uscire di scena piuttosto che essere sopraffatta da uno scandalo che la voleva coinvolgere - attraverso il suo uomo - in un giro di favori attuato nei confronti dei detenuti da cosca. Conscia che nelle alte sfere dei ministeri c'era qualcosa che lei non poteva controllare e che la stava ormai molto bene controllando. E che voleva vendicarsi di qualcosa. Il film di Marco Simon Puccioni non lo dice esplicitamente. Ma lo fa capire. 

Ps. Abbiamo visto in tv ieri sera Valeria Golino all'Onu, rappresentante di una parte d'Italia, quella radicale impegnata (le altre due erano ben intepretate da Maria Grazia Cucinotta, la popolana indignata, e Serena Dandini, la politicante consapevole) partecipare con grinta e passione alla Giornata mondiale contro la violenza alle donne. Armida Miserere ne è stata una delle tante vittime. La calunnia è un venticello... E come se l'avessimo vista, per un attimo, rinata, al Tg3 Notte.

Come il vento uscirà nelle sale dopo che l'eco del caso Cancellieri si sarà spento. Potrebbe sembrare il tipico film del post hoc ergo propter hoc. Ma ovviamente non è così. Gli artisti (non a caso in Giappone li chiamano leggende viventi) prevedono le cose, leggono in anticipo sui tempi, osservano quel che noi altri ignoriamo. Non perché sono maghi, o profeti. Semplicemente perché utilizzano in altra maniera i metodi scientifici (il calcolo delle probabilità, i sondaggi, le statistiche, per esempio), con sensibilità spiazzante: non sono ostacolati da giuramenti di parte, hanno un surplus di responsabilità etica. Politicizzano l'arte, non estetizzano la politica, direbbe Benjamin. 

Due donne, responsabili istituzionali della giustizia in Italia, hanno interpretato differentemente il concetto di dignità. Una si è dimessa, in maniera tragica, l'altra no. 

In attesa che si chiarissero i fatti che avevano offuscato la sua immagine e quelle dello Stato, quel colpo di pistola indicava alla società civile un cancro vero, da curare, nel funzionamento delle nostre istituzioni. 

E' vero che se un Ligresti va in carcere il trattamento cui viene sottoposto non è lo stesso del lavoratore senegalese clandestino. Viene messo in cella singola. Ma ci si scusa così: se no lo massacrerebbero di botte gli altri detenuti. I padroni e i politici d'alto rango in galera sono considerati peggio dei pedofili, come si è visto all'epoca di Mani pulite... Ed è anche vero che lo spostamento di un camorrista da un carcere all'altro può essere una maniera per salvargli la vita, vista che i regolamenti di conti tra clan e tra infami di vario genere avvengono facilmente sia dentro che fuori le mura di clausura.

La differenza è che solo una delle due donne ha riconosciuto la colpa di non aver saputo attenersi al principio della "Legge uguale per tutti". L'altra no. Probabilmente perché l'ex prefetto, oggi guardasigilli, è convinta che si debba attenere a un principio giuridico superiore. La targa con la scritta “La legge è uguale per tutti” fu infatti sostituita nelle aule dei tribunali, per volontà del ministro Roberto Castelli, nel 2002, con la più berlusconiana: “La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano". E se un popolo vota un mafioso, un magnaccia, un faccendiere espertissimo in frodi fiscali e d'altro genere premier costui diventa intoccabile. E se va in galera toccherà al guardasigilli tranquillizzarlo. "Non ti preoccupare, presto uscirai".       

Ps2. Roberto Castelli, pur nella sua eruduzione magistrale, non deve avere mai visto il film di Dino Risi In nome del popolo italiano. Se no non avrebbe fatto questo errore sacrosanto che lo ha riempito di ridicolo e ha segnato per sempre il destino del suo padroncino. 

sabato 18 maggio 2013

Vieni dolce morte. Miele di Valeria Golino


Roberto Silvestri

CANNES



Jasmine Trinca
Irene (Jasmine Trinca), universitaria romana di oggi, è costretta a lavorare per mantenersi agli studi. E siccome il lavoro non c'è, e non c'è ancora il reddito di cittadinanza, le borderline delicate di oggi (più affascinanti delle ciniche opportuniste di ieri) sanno inventarsi un business etico, con ogni mezzo e rischio necessario, meglio se autonomo, esplorando gli interstizi della legalità (Hollywood nacque proprio così, e anche il network commerciale televisivo in Italia). Si chiama 'start up', adesso.
Un coetaneo infermiere (Libero di Rienzo) la coinvolge nell'affare illegale dell'eutanasia (di cui nulla deve sapere il padre, o l'amante o le amiche): non deve essere più redditizio, negli ospedali, scommettere sull'ora di morte dei pazienti gravi.... Irene, un'ombra di dolore nello sguardo, diventa così 'Madame Morte'.
Si tratta di procurarsi, e poi iniettare lentamente, un barbiturico introvabile dall'autopsia e sul mercato (se non in Messico, il paese degli scheletri danzanti), e aiutare - semplice il rito - i malati terminali consenzienti, che presto saranno ridotti allo stato semivegetativo a passare a migliore vita se pure la famiglia è d'accordo.

Una professionista in carriera, questa enigmatica se non nell'ostinazione Irene, capelli da maschietto, con la carta Millemiglia sempre pronta e un codice d'onore immacolato. E anche la regista del film raddoppia il pudore: come nella tradizione del western classico non vedremo mai in campo, nella stessa inquadratura, chi spara e chi muore, l'avvelenatrice e l'avvelenato cadavere. Solo i preliminari.
Ma un giorno Irene, pseudonimo di lavoro Miele, che vede nel frattempo sbriciolata la sua vita privata, sarà costretta a fare i conti con la propria coscienza - l'eutanasia in fondo è permessa in alcuni stati del nord Europa e ci si sta dividendo anche in Italia sulla sua legalizzazione - perché un cliente, il signor Grimaldi (Carlo Cecchi), architetto di fama, non è affatto malato, sta bene fisicamente, solo ha deciso di svanire. E la depressione non è contemplata nel decalogo di Irene. Libero di uccidersi lui, libera di salvarlo con ogni mezzo necessario lei. Che ha volontà di potenza da vendere. E che sa declinare un raggiante sì alla vita senza esserne una apologeta frivola.
Tratto liberamente da un recente romanzo, attualizzato da tragici, recenti suicidi illustri l'incastro emozionale è doloroso e penetrante, e viene accentuato dalla fotografia dolce e fredda di scuola esteuropea (Georgely Poharnok), da una cinepresa innamorata di Miele quanto di Irene, dal montaggio schizofrenico (Giorgio Franchini), a volte addirittura sfrontato, più che semplicemente nervoso (il passaggio tra Città del Messico e una piazza di Forlì è piuttosto ardito ma efficace) ma anche capace di fluidità romantica.
Esordio felice nella regia della nostra attrice più cosmopolita e formalista Valeria Gollino - smarcatasi, come Quadrado, dal nostro cinema medio affogato da una nera poltiglia nauseabonda di personaggi femminili subdecenti - questo Miele ha un design adeguato al mercato internazionale, è al Certain Regard di Cannes dopo una uscita brillante in Italia, perché non spettacolarizza la morte ma problematizza l'individualità senza aura di una operatrice sanitaria anche se clandestina.
Perfetta la performance di Jasmine Trinca, al massimo della concentrazione doppia, e talmente magnetica nel ruolo di 'morte al lavoro' da farsi carezzare amorevolmente tutto il tempo dalla macchina da presa con microaffondi arditi, che ne segnalano o ne imprimono soprassalti, paure, indecisioni, distrazioni. Neanche fosse Isabelle Huppert.
Autoprodotto dalla sua (e di Riccardo Scamarcio) Buena Onda e affiancato nella scrittura da un duetto non conformista (Francesca Marciano e Valia Santella), solo a tratti (il finale islamico, con il volo del foglietto) riportato all'ordine del racconto, il film di Valeria Golino gioca tutto sulla apparente contraddizione tra “miele” e “morte”, tra luce e buio, tra leggerezza e tenebre. Questo legame tra l'eccessivamente dolce, solare, silvestre acquatico (gli esterni privati di Irene) e la putrefazione interiore dei cadaveri, analizzato con rigore da filosofi e antipsichiatrici estremi (Deleuze, Guattari, Cooper) in un magnifico documentario di Alberto Grifi (“A proposito del dolce”), dallo straordinario, stoico suicidio di George Sanders (che non era neppure depresso 'dopo una vita così felice”) e dalla proliferazione sconvolgente di suicidi kamikaze politico-religiosa (con ingresso glorioso e agevolato nel paradiso dei beati) trova qui una sintesi visuale di sconvolgente bellezza, partecipazione e candore. A parte una strana battuta di Cecchi che alluderebbe al fatto che tra depressione e non avere figli ci potrebbe essere un nesso causale, post hoc ergo propter hoc...
Valeria Golino