martedì 9 novembre 2021

MERCOLEDì 10 NOVEMBRE A ROMA ORE 18 UN FILM DA NON PERDERE BEFORE THE DYING OF THE LIGHT . ALI ESSAFI, RICOMINCIAMO A STUDIARE GLI ANNI 70. NON SOLO IN MAROCCO.


Before the dying of the light di Ali Essafi

di Roberto Silvestri



Focus sul Marocco al Med Film Festival. Da Faouzi Bensaidi a Ali Essafi

Dal ricco programma del MedFest romano (fino al 14 novembre) e dal focus sul cinema marocchino (sei film) che caratterizza questa edizione, aperta da una master class del cineasta più rappresentativo della nuova “nuova onda” del terzo millennio, Faouzi Bensaidi, che si può rivedere sui canali social del Medfilm Festival, vorrei segnalare il documentario di Ali Essafi, Before the dying of the light del 2020 (Sala 1 Savoy, mercoledì alle ore 18 e da giovedì 11 novembre on line su MyMovies.it), dello stesso autore di Crossing the Seventh Gate (al Forum di Berlino e poi Medfilm Festival 2017). 

Si tratta di due esempi, particolarmente acuti, di crito-film, ovvero di film-saggi sul cinema.

E’ interessante il fatto che molti cineasti della giovane generazione come Ilaria Freccia (La rivoluzione siamo noi) e Walter Fasano (Pino) in Italia, ma anche Aleksej German in Dovlatov, o Goran Olsson sulla tragedia delle Pantere Nere crivellate di piombo, stiano facendo nuova luce sugli anni della contestazione generale e soprattutto sull’intreccio inestricabile tra rivolta artistica delle forme e quella delle forme politiche e sociali.  

Il cineasta Ali Essafi


Gli anni di piombo furono quelli prima del 68 

Before the dying of the light – dedicato a tutte le vittime della censura e dell’oppressione - ha già una illustre carriera: vinse il premio per sostenere i costi di post-produzione a Vision du réel e al festival di El Gouna (in Egitto, sul Mar Rosso) del 2019; è stato presentato al Moma di New York nell’aprile scorso (al Doc FortNight Festival, la “Quinzaine” del Moma, assieme a 17 altri documentari, nessuno italiano) dopo l’anteprima mondiale nel novembre 2020 all’Idfa - il festival del documentario di Amsterdam - uno dei più prestigiosi al mondo, dove è stato premiato. Erano 6 i doc marocchini in Olanda, segnale di crescita qualitativa imponente della produzione di quel paese e anche di una crescente libertà di indagine e di crescente aiuto produttivo di stato. 

Before the dying of the light dedicato alla preistoria involontariamente sulfurea di quella arte industriale (i primi lungometraggi marocchini sono stati realizzati nel 1968), è una perfetta introduzione al cinema e alla lotta politica di questo paese, così originale, e non solo rispetto al Maghreb, visto che Ali Essafi, il cineasta che l’ha concepita - in forma di mosaico narrativo utilizzando brani di film dell’epoca, lungometraggi o cortometraggi diretti dai pionieri maltrattati del cinema di Rabat, el Manouni, Bouanani, Reggab e Souheil Ben Barka - è anche uno storico del cinema. Nel film infatti si parla anche, tra le vittime della feroce repressione del regime di Hassan II, di due artisti scomparsi nel nulla, l’attrice Leila Shenna, la femme fatale di Moonracker, un James Bond del 1979,  svanita nel nulla negli anni '80 e, qualche anno prima, nel 1974, il leader fondatore del gruppo Nass El-Ghiwane, Boujamil. 

"Before the dying of the light" (2020) di Ali Essafi. Le manifestazioni in Marocco degli anni 70

Ali Essafi, attualmente vive a Casablanca ma è nato a Fes nel 1963
, è regista, produttore, video artista. E’ stato per tre anni, dal 2006 al 2009, dirigente televisivo pubblico della SNRT. E’ sceneggiatore e direttore della fotografia. Ha studiato psicologia in Francia e dopo aver lavorato come aiuto regista ha firmato molti documentari, sia in Francia che in Marocco, selezionati nei festival internazionali più importanti.  5 si possono vedere sulla piattaforma Mubi, ma non General nous voilà! sui soldati marocchini che hanno combattuto agli ordini della Francia durante il protettorato (1912-1956), del 1997. E neppure il corto realizzato per la televisione a 36 anni, Paris, mois par moi (1999) e un interessante excursus sulla gioventù ribelle e perseguitata ferocemente degli anni 70 perché troppo influenza dal free jazz e dal Black Power, Wanted cioè Al-Hareb (2011).

Su Mubi ci sono film marocchini

Sono disponibili invece Ouarzazate Movie (del 2001), realizzato per France3, sugli studi cinematografici situati in una piccola città nel sud del paese, a un passo dal deserto, utilizzati soprattutto dalle grandi compagnie hollywoodiane per realizzare kolossal mitologici, storici e fantascientifici (da Lawrence d’Arabia ai Predatori dell’Arca perduta a Guerre stellari) ma che qui diventano il set di storie meno appariscenti e non sempre entusiasmanti, quelle delle comparse e del personale tecnico operaio locale. 

Nel 2004 ha firmato Sheikhates Blues sulle anziane folk singers che tramandano antiche storie d’amore e di lotta popolare. Ha sceneggiato per Daoud Aoulad-Syad nel 2007 Aspettando Pasolini, su Thami, una comparsa che aveva lavorato sul set di Edipo re nel 1966 ed era diventato amico di Pier Paolo Pasolini. Quaranti anni dopo una troupe italiana inizia le riprese di un film in Marocco e Thami pensa che sia tornato il suo caro amico. Del 2011 è Fuite!, 29’. Nel 2014 Ali Essafi ha prodotto Rabbi Hood road movie intimo parigino-nordafricano sul padre “mago”, Max, dall’insolita carriera di rabbino e nello stesso tempo fuorilegge con il suo mondo di mendicanti, avvocati, truffatori. Del 2015 è Le Cosmonaute, 80’; e Nos sombres années 70, 75’.

L'importanza del poeta e cineasta Ahkmed Bouanani

Del 2017 è Crossing the Seventh Gate, intenso ritratto di uno dei più importanti documentaristi e video artisti del Marocco, Ahmed Bouanani (1938-2011), regista, poeta, pittore e scrittore di Casablanca, ma vissuto decenni a Rabat, studi a Parigi, 32 anni di lavoro negli archivi del CCM, il centro cinematografico marocchino,  che ha segnato, assieme alla moglie Naima Saoudi (scenografa e attrice), li chiamavano gli Straub-Huillet marocchini,  la storia di quella cinematografia, grazie ad un solo lungometraggio (Assarab, Mirage, 1979, affascinante fiaba metaforica ambientata nel 1947 ma molto consapevole delle tragedie future), ad alcuni corti come 6 e 12 , ritratto modernista di Casablanca in 18 minuti, ripresa nelle 6 ore del mattino su una colonna sonora be-bop (1968); Le quattro fonti (1974) un uomo in un viaggio surreale attraverso i misteri del folklore e i segreti del deserto, l’unico suo film a colori. Importante anche il contributo alla letteratura di Bouanani (il cui padre nazionalista era stato assassinato dai francesi durante i moti cruenti che portarono alla indipendenza del paese quando l’artista aveva 16 anni), per il successo dei suoi racconti e delle sue poesie pubblicati dalla rivista modernista Souffles e delle decine di romanzi e sceneggiature, racconti, diari, strappati alle sue mani da amici e ammiratori. I suoi romanzi  dove si intrecciano autobiografia, mitologia, teologia, profezia, adesso sono finalmente pubblicati: L'Hôpital, pubblicato a Rabat nel 1990, Les Persiennes (1980), Photogrammes (1989) o Territoires de l'instant (2000). 

Il poster del film Before the dying of the light di Ali Essafi 

Bouanani ha trascorso la sua vita da emarginato e censurato e, a volte, persino dato per morto.
Nel 2006 un incendio di origini misteriose gli ha distrutto mezza casa e l'archivio, molti manoscritti inediti, il computer fu liquefatto, metà libri e le bobine dei suoi film svanirono… Bouanani lascia Rabat e va a vivere lontano. Un artista che ha pagato a caro prezzo, fino alla fine dei suoi giorni, il suo spirito indipendente, la sua integrità e il suo lavoro di salvaguardia della cultura popolare e cinematografica. L’artista e cineasta Touda Bouanani, figlia di Ahmed, ha dedicato al padre un fondamentale film di 20’  Fragments of Memory nel 2014. La Septième Porte è il titolo di un suo saggio inedito di 300 pagine sulla storia del cinema marocchino dal 1907 al 1986. Tre anni prima della morte di Bouanani, Essafi ha incontrato e intervistato il regista e, utilizzando materiali di repertorio, fotografie e altri documenti, ha delineato l’universo poetico di questo grande artista dimenticato. Infatti il suo primo film sulla storia anticoloniale e la “guerra del Rif”, Memory 14 (1971), titolo tratto da una sua poesia, frutto di molti anni di ricerca, quando era stato schiaffato in archivio per punizione perché ribelle, indisciplinato e coi capelli lunghi, fu montato in maniera anti-cronologica e fu ridotto dalla censura da 108 a 24 minuti ed è l'unico film indipendente marocchino esistente basato sul found footage, fino alla produzione di Before the Dying of the Light. Il motivo della censura fu la proibizione, nel processo di arabizzazione imposto da Hassan II e di censura di tutto quel che era successo nel paese prima del 1956, di occuparsi del movimento popolare anti spagnolo e anti francese che nel 1921 aveva portato alla creazione della Repubblica del Rif, guidata dall'editore Abd el-Krim e soffocato nel sangue dalle potenze europee con uso di armi chimiche (poi ereditate dal fascismo italiano in Etiopia). 

"Memory 14", il film proibitissimo di Ahmed Bouanani

Questo nuovo lungometraggio del 2020 di Ali Essafi, Before the dying of the light,
è una costola di Crossing The Seventh Gate e prosegue il lavoro storiografico sul cinema nazionale Racconta come fu completamente distrutta dal regime reazionario e criminale di re Hassan II la scena artistica e politica degli anni 70, ricca, avanzata e evidentemente molto pericolosa per l’ordine pubblico. E come fu bloccato lo sviluppo del cinema marocchino. Dal 1965 violentissimi furono i moti studenteschi e popolari (e l’assassinio selvaggio di Medhi Ben Barka fu la risposta del monarca) ma fino al 1971 gli atti di guerra civile proseguirono (un attacco armato durante un fallito colpo di stato, contro una sontuosa festa di Hassan II finì con oltre 100 morti tra i festaioli, ma il re fuggì). La repressione fu mostruosa e nel carcere di Tazmamart finirono centinaia di prigionieri politici, tra questi il fondatore della rivista Souffles, Abdelatif Laabi, il cui arresto nel 1972 pose fine alla testata.  

Ali Essafi offre, in affascinante montaggio soggettivo di foto e materiali d’archivio rarissimi su cinema, pittura, musica, graphic novel, teatro sperimentale dell’epoca, un commovente omaggio ad artisti e collettivi che furono boicottati, arrestati, torturati e anche uccisi in quegli anni, come il leader del gruppo musicale folk-rock Nass El Ghiwane, musicisti molto influenzati dalla ritmica sub-sahariana e ostili alla dittatura dell'arabesque egiziano, che in quegli anni venivano definito in Occidente i Beatles o i Rolling Stones del Maghreb, di cui si parlerà in Trance di El Manouini nel 1981, un  film selezionato a Cannes e oggetto di culto per le giovani generazioni ribelli berbere, che verrà restaurato anni dopo da Martin Scorsese. 

"Su alcuni eventi senza importanza" di Mustafa Derkawi (1975)

Al centro di questo mosaico oltre a Trance, c’è soprattutto un film del 1974 di Mostafa Darkawi, Su alcuni eventi senza importanza, classico che si credeva scomparso e che è stato presentato al Moma nella sua integralità assieme a Before the dying of the light. Tutte le copie positive erano infatti state distrutte dalla censura, proprio come è avvenuto in Italia con Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972), uno dei tanti film “maledetti” degli anni 70. Per fortuna una ricercatrice marocchina di Tangeri (CDT) ha trovato il negativo del film di Darkawi nella cineteca di Barcellona, messa sull’avviso proprio da Eli Essafi che durante le riprese di un altro suo documentario sul cinema marocchino dedicato al pioniere Ahmed Bouanani di Crossing the Seventh Gate, ricevette in dono proprio un vhs del rarissimo film di Darkawi. Restaurato il film è stato ripresentato alla Berlinale 2019.

“Ho iniziato a fare ricerche su questo film 10 anni fa", ricorda Ali Essafi - anche se ha dovuto lavorare molto per accede ai materiali perché in Marocco non abbiamo accesso normale agli archivi nonostante un accordo bilaterale del 2003 con l’Unione Europea imponga la socializzazione anche del nostro patrimonio cinematografico. Ma ho avuto la fortuna di conoscere un cinephile, un ingegnere in pensione, che ha fatto della sua casa una fantastica cineteca privata e un archivio di giornali e riviste straordinario”. 

Il gioiello era proprio la copia in vhs di About Some Meaningless Events, che, all'epoca, era l'unica al mondo. E quando la Biennale d'Arte di Sharjah ha commissionato a Essafi un cortometraggio nel 2011, Wanted, ne fece un cortometraggio su Derkaoui, che ora ha più di 80 anni, usando frammenti della copia VHS per parlare del regista, che era stato condannato a 33 anni di carcere dopo aver completato il film (e rilasciato solo dopo 11 anni). 

“Guardando indietro – ha dichiarato Essafi - , ciò che è notevole del cinema marocchino negli anni '70 sono gli sforzi straordinari che i registi facevano per realizzare i loro film, nonostante l'enorme rischio personale per se stessi. 

Nel suo film, Essafi racconta abilmente la storia delle proiezioni segrete e del divieto di About Some Meaningless Events, intrecciando materiale d'archivio con la narrazione di Derkaoui, che ha girato solo tre film dopo. Nel 1982 Le Jour de Forein. Nel 1984 Titre provvisoire e nel 1993 un episodio di La guerra del golfo... e dopo. 

Con la sua colonna sonora jazz, i filmati trovati, i cartoons e le clip dei cinegiornali, il documentario di Essafi ha un'estetica simile al documento del 2011 di Göran Olsson The Black Power Mixtape 1967-75. È un film che Essafi ammira molto e che la musica jazz collega ciò che stava accadendo negli Stati Uniti con gli eventi in Marocco. “Il modello per i giovani rivoluzionari in Marocco era l'emancipazione degli afroamericani, quindi il jazz era una parte importante di questo; era una musica di libertà. I giovani fino all'inizio degli anni Ottanta ascoltavano molto jazz e free jazz».

Il lavoro di Essafi si affianca a quello di due cineaste della comunità ebraica marocchina, la documentarista d’inchiesta Simone Bitton e l’antropologa e etnomusicologa Izza Genini, che cercano di restituire al paese una memoria e una cultura molto più vasta e eccentrica di quel che l’arabizzazione forzata di Hassan II ha cercato di imporre. 

Ahmed Bouenani (a sinistra)

Il caso Ben Barka

L’assassinio e la scomparsa del corpo del leader nazionalista e poi socialista internazionalista Medhi Ben Barka nel 1965 è stato l’evento chiave, il più ‘significativo’ della storia di questa monarchia semicostituzionale. Condannato a morte come responsabile del poderoso movimento di massa che aveva messo in pericolo Hassan II e che durò fino ai primi anni 70, e fuggito in Svizzera, Ben Barka (di cui il cineasta italiano Tomaso Sherman narrò per primo la vicenda nel 1978) fu assassinato a Parigi da agenti del ministro dell’interno marocchino Moamed Oukfir, addestrati dalla Cia, ma portato a Parigi, alla brasserie Lipp di St. Germain des Pres, dai servizi deviati francesi, complice il Mossad israeliano che ne aveva scoperto l’indirizzo, ed era grato al Marocco per averli informati su importanti segreti militari egiziani, che sarebbero stati cruciali per la successiva vittoria militare nella guerra dei Sei Gironi. 

Lo ricordo sia perché quell’omicidio è rimasto impunito (anche se causò una rottura diplomatica con la Francia presto sostituita dall’ingerenza statunitense nel paese) la qual cosa mi fa pensare all’affare Regeni. Sia perché la colpa indiretta di quell’assassinio ricade sul cinema, su un ignaro cineasta francese, George Franju esponente di punta della nouvelle vague, tirato in ballo dai congiurati Figon e Bernier (militanti dell’estrema destra) che avevano contattato Ben Barka, promettendo quell’illustre nome come regista di un film-intervista da girare con lui sull’opposizione a Hassan II. 

 “Ho visto uccidere Ben Barka” è il titolo del film di Sherman riutilizzato in un film francese con Jean Pierre Leaud nel ruolo di Franju, Charles Berling e Matheu Amalric in quella dei due provocatori neonazi, realizzato solo nel 2005 da Serge Le Peron e Said Smihi. 

Nel 2001 un ex agente di Hassan II aveva rivelato a Le Monde e al quotidiano marocchino Le Journal, che il corpo di Ben Barka era stato trasportato a Rabat e sciolto nell’acido come si usava abitualmente fare per sbarazzarsi dei corpi di prigionieri e oppositori politici pericolosi e ingombranti. Secondo Ahmed Boukhari, l’ex agente segreto, decine di corpi erano stati sciolti nel bagno acido per ordine di Oufkir e del suo braccio destro Ahmed Dalimi, a Dar El Mokri, nelle celle dove erano state istallate dal ‘colonnello Martin” (già consuente dello Scia di Persia) caldaie speciali prodotte a Casablanca e finite più tardi presumibilmente nei sotterranei della mafia siciliana (per sbarazzarsi del corpo di Mauro Di Mauro, giornalista ficcanaso?). Un film sulle esecuzioni sarebbe stato visionato dallo stesso re, poco cinefilo, Hassan II. Molti di coloro che hanno preso parte al rapimento e all’esecuzione di Ben Barka sono stati successivamente eliminati dalla mafia marsigliase, compreso il generale Oufkir. La dice lunga il fatto che il documentario di Simone Bitton, che ha realizzato numerosi doc filo-palestinesi, Simone Bitton, su questa vicenda, Ben Barka, l’équation marocaine  non compaia nell’enciclopedia del cinema IMDB e che i redattori di un settimanale israeliano Bul ormai defunto furono arrestati per aver raccolto la testimonianza di Meir Amit, capo del Mossad negli anni 60 che confermava la partecipazione del Mossad nell’operazione Ben Barka. La cosa era stata resa pubblica in Israele addirittura prima della guerra dei sei giorni.  

Solo 7 anni dopo la realizzazione del primo film marocchino della storia, che per alcuni è Il figlio maledetto, western cult di Mohamed Ousfour e per altri è il melo musicale all’egizian Vincere per vivere di Ahmed Mesnaoui e Mohamed Ben Abdelwahid Tazi, che sono i pionieri di questa cinematografia, Mustafa Darkawi ha firmato un lavoro collettivo dall’ironico titolo  Intorno a qualche avvenimento senza significato che entra nel vivo del grande dibattito di quel tempo su quale cinema politico, o che politicizzasse, si dovesse realizzare contro Hollywood, Mosfilm, Cinecittà ma anche contro il cinema intimista, autoreferenziale e borghese d'autore

Si tratta del più radicale e sessantottino dei film rivoluzionari, internazionalisti, “terzomondisti” come si diceva in piena era guevarista, e poteva mettere, se fosse stato visto, il Marocco all'avanguardia della ricerca sperimentale, al fianco del cinema novo brasiliano, delle opere di Solanas, Yilmaz Guney, Chris Marker, Sanjines....    

Sia il cinema militante che il cinema commerciale in quel  decennio furono obbligato dallo stato delle cose a realizzare film politici (pensiamo in Italia sia al lavoro di controinformazione sulla strage di stato sia ai paralleli film commerciali di Scola, Monicelli, Petri, Pirro, Loy, Lizzani sulla contestazione generale e sulle lotte in fabbrica). In questo caso si trattava di un gruppo di cineasti e artisti militanti, un collettivo indipendente (tutto il cinema marocchino lo era perché in quegli anni lo stato non finanziava assolutamente film) a stretto contatto con un potente movimento di lotta studentesco, operaio e contadino, che impose irreversibili cambiamenti nella società araba. Anche se pagò con arresti, torture, morti e nel campo artistico esili e censure, quella formidabile insorgenza e anche se i suoi frutti si vedranno solo 25 anni dopo, all’inizio del terzo millennio con il passaggio di consegne tra l’autoritario re Hassan II morto nel 1999 e il più liberale re Maometto VI che su quei crimini ha aperto inchieste, promesso risarcimento e verità.

Questo documentario di Ali Essafi è un omaggio proprio a quel film e in generale all’ambiente artistico cosmopolita di quegli anni, alle ricerche e allo sperimentalismo estetico nel campo della musica, della letteratura, del teatro, della pittura, ma anche della vita che si voleva completamente cambiare nei comportamenti e nei valori. 


Ben Barka (a sinistra) dal film di Simone Bitton "Ben Barka - The Maroccan Equation" (2001)