martedì 6 aprile 2021

Viaggio nell’inconscio coloniale italiano. Fino al 7 aprile, sulla piattaforma Adessocinema "All’aldilà di qua" di Alessandra Cianelli e Opher Thomson.

di Roberto Silvestri
Le canzoni vincenti erano “Guaglione”, “Vurria”, “Marechiaro Marechiaro”… L’orchestra era diretta da Cinico Angelini o da Giuseppe Anepeta. Tra gli interpreti cult, indimenticabili e imbattibili, Aurelio Fierro, Sergio Bruni, Mario Abbate, Nunzio Gallo, Maria Paris, Giacomo Rondinella… Erano i protagonisti, negli anni dal 1952 al 1963, di memorabili Festival della Canzone Napoletana che venivano teletrasmessi in diretta dalla Rai, su palchi inondati di fiori, come a Sanremo. Nunzio Filogamo, Nino Taranto e Mike Bongiorno, i presentatori, ci salutavano dal teatro Mediterraneo e così tutti scoprimmo dietro quelle melodie orecchiabili e quei testi enigmatici (senza sottotitoli) la “Mostra d’Oltre Mare”, un complesso fieristico di 720 mila metri quadri nel quartiere (sventrato) di Fuorigrotta, ma dal nome piuttosto oscuro se non sinistro. Era stato progettato infatti nel 1938 da Marcello Canino, esponente del razionalismo italiano meno esibizionista e monumentale (rispetto all’Eur di Piacentini) ed era stato inaugurato il 9 maggio 1940 dal re Vittorio Emanuele III, in occasione della I mostra triennale delle Terre italiane d’Oltremare. Tema? "Celebrare la gloria dell'impero italiano nell'Africa del nord e nel Mediterraneo". Intento? Fare di Napoli la riverita e floreale capitale dell’Italia dell’al di là. Come? Mentre Mussolini (che mai andò a Adis Abeba, per fifa) veniva esportato in Libia, in quell’“altrove selvaggio”, circa 60 beduini venivano importate dalle colonie perché animassero lo “zoo umano” della Triennale mostrando agli italiani la propria “tipica e inguaribile arretratezza”. Insieme a loro, il regime fece importare migliaia di specie vegetali da trapiantare esoticamente (palme, tamarindi, papiri), animali da esibire orientalisticamente (fenicotteri, scimmie, leoni, elefanti) e qualsiasi oggetto fosse utile a simulare l’ambiente naturale in cui vivevano i “nuovi sudditi”. Un parco a tema. Un mese dopo l’anteprima di un dramma di Metastasio allestito da Silvio D’Amico, il complesso venne chiuso per la guerra e poi distrutto dai bombardamenti alleati nel 1943. Nel 1948 dopo il breve triennio felice di epurazioni (ahimé fallite) e di rieducazioni (impossibili), si ricostruì e in parte se ne riattivarono alcuni edifici, anche dopo il terremoto del 1980. Dal punto di vista ideologico l’attenzione si spostò sull’esibizione del “lavoro degli italiani all’estero” fingendo di dimenticare il passato mentre Niccolò Carosio, dagli stadi, insegnava a chiamare Eusebio “negretto”. Ma molte zone fieristiche oggi giacciono in stato di abbandono, tra muri crollati, calcinacci e sterpaglie. E la “vitalità delle macerie” è proprio la sostanza conoscitiva di un piccolo grande film dalla formulazione di immagine sorprendentemente innovativa. Il 10 maggio 2014 l’Ente Fiera mise 62 ettari a disposizione di associazioni e aziende tramite bando di concorso per rilanciare la fiera Monumentale (e così alcuni ricercatori come Ian Chambers misero mano all’archivio) trovando conferme (celate) a tutto quel che in questi decenni, inascoltati, gli studiosi Del Boca, La Banca, Rochat, Triulzi scrivevano mettendo in discussione un presunto colonialismo italiano “dal volto buono”. All’aldilà di qua, realizzato dall’artista, esploratrice e cineasta Alessandra Cianelli con lo scrittore, fotografo e regista Opher Thomson è un viaggio sorprendente e fantastico, nella mente e nel paesaggio (tra landscape e mindscape ci sono legami estetici e poetici intrecciati, come scrive l’antropologa Marina Brancato) nella storia di questo monumento mal ripulito e nel nostro immaginario, istituzionalmente razzista (la Bossi-Fini cos’è?), che ha lo scopo di ricostruire e reinterpretare il nostro “inconscio coloniale” senza muoverci troppo da casa. Anche perché, dato il covid 19 ammazza-vecchietti, non ci si sposta più così facilmente. E le nostre esperienze schermiche stanno diventando sempre meno collettive. Vediamo i film al computer o in tv o sul cellulare, da soli o in famiglia. Come nelle gallerie d’arte trattiamo ormai ogni opera come se fosse un’installazione a cui dare finish “privato”. E questo film pare proprio rendersi conto di questa mutazione, nella narrazione e nella ricezione. A molti della mia età verrà in mente, vedendo il film, il proprio incontro familiare con lo zio o il bisnonno di paese che ha edificato in casa il suo piccolo museo coloniale fatto di foto con le “negrette nude”, la lunga pelle del serpente srotolata in corridoio, lance e maschere infide appese alla parete e misteriosi nomi e frasi rimaste insondate: Adua, «È successo un Ambaradàn». «Che fine ha fatto la Regina Taitù?». Qual è la lingua di Menelik? In streaming on demand fino a domani sulla piattaforma Adessocinema, vi consiglio dunque di vedere questo cortometraggio anticolonialista già selezionato al Torino Film Festival 2020, che fa parte di un più approfondito progetto di ricerca sulle nostre disastrose imprese coloniali, iniziato nel 2008, che si intitola Paese delle Terre d’Oltremare. Stanno collaborando al progetto artisti, teorici, ricercatori, autori e filosofi. E le prime due uscite sono state nel 2017, a Berlino, con una performance radio-live presentata a Documenta 14 Radio, e nel 2018, con una video installazione già parte della mostra “War is Over”, al Museo MAR di Ravenna. Prodotto da Dormire Fondazione, il film ne è il capitolo più recente ed è stato realizzato anche per festeggiare gli 80 anni di quel gigantesco progetto fascista destinato alla crescita e allo sviluppo del sud. Si parte però da una piccola scoperta autobiografica. Da emozioni e ricordi forti, ma squisitamente personali. La co-regista Alessandra Cianelli racconta, in prima personal singolare femminile, in voce off, una storia di famiglia. E’ sulle tracce del nonno materno, Saverio Rossi, partito dall’Irpinia, arruolato nella fanteria reale, salpato da Napoli per la “quarta sponda del Mediterraneo” e scomparso in Cirenaica nel 1940, forse combattendo, forse disperso nei campi di prigionia inglesi del mondo, di cui restano solo due lettere e qualche cartolina che Alessandra ha ritrovato. Il dolore privato di quel “vuoto” diventa metafora di un “vuoto organizzato” che sospende la riflessione critica sul nostro passato, il processo al razzismo istituzionale che tutela monumenti abietti e protegge orrori storicamente provati. Lo stato ha bloccato ogni finanziamento pubblico a film che ‘rimestassero’ su quel passato e mettessero in discussione la retorica patriottica e l’onore dell’esercito, della marina e dell’aviazione patria, purificati miracolosamente da ogni contaminazione fascista. “E’ la democrazia, bellezza!” E ha attentamente tenuto ai margini della distribuzione e dell’esercizio ogni opera di controinformazione. Il caso della censura a Omar Moukhtar il leone del deserto, il rigorosissimo kolossal di Akkad con Anthony Quinn sulla repressione e impiccagione del leader della resistenza libica a Graziani, è emblematico. Per esempio chi ha visto Inconscio italiano di Luca Guadagnino? Neanche il “governo più di sinistra della storia italiana” ha mai preteso in prima serata su Rai1 i film di Gianikian e Ricci Lucchi sull’iprite sparsa in Etiopia. Ma questo film è stranamente “fermo in moto”. Il viaggio è in tempi e in spazi infiniti. Cioè non si parte per la Libia in cerca di una verità da reportage. Ma si resta in Italia, a Napoli. Cosa pensava il nonno? E’ partito convinto? Obbligato? Alienato? Questo il tema della meditazione in voice over. Si sentono canzoni d’epoca, spezzoni di una cronaca audiovisiva già preventivamente stipata dal regime in “formine” ad hoc, per esaltare bambinescamente lo slancio dei “nuovi legionari che portavano la civiltà al mondo barbaro”. Ma alle quali Cianelli e Thompson ridanno vita e vera forma adulta. Nessuna critica o perplessità o ironia era consentita al cinegiornali Luce. E nessun altro filmò. E chissà quanto materiale ortodosso ma comunque scomodo nei decenni è andato distrutto scientemente. La rimozione del passato razzista, imperiale e coloniale è stata scientifica. Il protagonista del film diventa dunque la grande struttura della Mostra delle Terre d’Oltremare di Napoli, il polo fieristico che, dal porto verso il Mediterraneo coloniale, doveva rievocare il mistero esotico di quei mondi da scoprire. E qui ci si incanta davanti a piani fissi e ipnotici dei muri che diventano sempre più inquietanti. Ci si fa imprigionare dagli spazi vuoti, urbanisticamente e architettonicamente sopravvissuti e anacronistici, della metafisica concezione fascista del mondo che della nuda vita se ne fregava. Facciate, scalinate, ex teatri di un razionalismo comunque prepotente anche se non monumentale, preda della vendetta vegetale. Ci sentiamo come quel sudafricano a Roma, all’epoca dell’apartheid, che gironzola per il Foro italico come in preda ad allucinazione. Un’esperienza di teletrasporto atomico alla The Fly di Cronenberg: si sente riportato a casa, a glorificare la stessa estetica razzista, quei nudi atleti ariani dello stadio dei marmi e le geometrie disumane, di spazialità vettista, che invece di omaggiare il Dux (grazie alla colonna tuttora fallicamente esposta sul lungotevere) si prostrano davanti alle statue di Paul Kruger o ai monumenti afrikaner in onore dei riveriti leader post-hitleriani (perché anticomunisti) Daniel François Malan e Johannes Gerhardus Strijdom. Un cineasta anti apartheid di allora, Stefano J. Moni ne fece un bellissimo documentario che anticipava proprio questo tipo di geografia emozionale, di esperienza tattile con la storia. Utilizzando quel procedimento da detective del paesaggio, che sa far parlare anche i muri, utilizzato dalla cineasta Lee Anne Schmitt in Purge this land, per spiegare agli americani del nord i loro crimini razzisti conla stessa forza emotiva di John Brown. Anche questi muri vibrano di suoni, odori, profumi, orrori. «Intrecciando echi e suoni, oggetti e tracce, dotati del potere favoloso di aprire mondi nascosti, scomparsi o mai esistiti, ci siamo spesso persi nella nostra antichissima, amatissima città, scoprendo pezzi segreti di aldilà nell’aldiqua. Abbiamo percorso migliaia di chilometri su e giù, tra il tempo che fu (forse) e il tempo che (forse) sarà, alle radici del nostro sé coloniale», racconta Cianelli. Dura meno di mezz’ora ma arriva just in time All’aldilà di qua,anche perché il nostro presidente del consiglio dei ministri proprio oggi è a Tripoli, prima sua visita ufficiale all’estero, per ritessere rapporti politici e economici deteriorati dalla guerra civile con una Libia che sembrerebbe quasi riappacificata e l’ex primo ministro ha appena replicato con vigore su La Stampa a un editoriale del suo direttore molto critico sulle mosse degli ex governi gialloverde e giallorosso rispetto a Tripoli e agli Emirati Arabi Uniti e, secondo Conte, pieno di falsità, sorprendenti per un giornale così autorevole. L’Occidente è molto preoccupato – vedi colpo di stato in Giordania - di perdere la sua influenza su indispensabili “alleati strategici e energetici”, anche se continua a rimuovere il più possibile il suo passato imbarazzante, non sempre basato sull’attuale reciproco rispetto. Neanche Mattarella chiede scusa. Dopo il rifiuto del governo Zanardelli, oltre un secolo fa, fu il governo Crispi ad aprire l’Italia all’avventura militare coloniale, alimentando un razzismo “imperialista” diventato oggi quasi automatico e endemico, sulla quale poi il generale fascista Graziani, sia in Libia che in Etiopia, scrisse le pagine più nere e criminali, fatte di lager, rapine, repressioni, bombardamenti proibiti e rappresaglie che per esempio dimezzarono a Adis Abeba metà della stessa chiesa cristiana etiope. Tra il silenzio dei mass media, degli storici ufficiali e della scuola. Ah, dimenticavo. Si costruirono strade e chiese e scuole e bei quartieri eleganti, per gli italiani dell’altra riva e per spedire più in fretta possibile in madre patria tutto il maltolto. Come la stele di Axun, che almeno ricordava qualcosa del passato. E che ora non c’è più.

sabato 13 marzo 2021

Malebolge in Brasile. Bolsonaro riletto da Pier Paolo Pasolini. Un film sul web di Regiana Queiroz

Roberto Silvestri “La società consumista ha come destino il consumar tutto, anche i propri escrementi, cioè sé stessa”. Oggi, se Pasolini aveva ragione, 46 anni dopo Salò, e nel settimo centenario dantesco del 25 marzo, siamo catapultati fino al collo nelle Malebolge, canto XVIII, ottavo cerchio dell’Inferno, tra il versetto 111 e 116. E dall’insostenibile e dantesca lettura-invettiva pasoliniana delle 120 giornate di Sodoma come metafora del fascismo, la più alta espressione narrativa delle radici del male esposta nel libro del divin Marchese de Sade. Costruzione ambiziosa e riuscita quella di un film italo-brasiliano diretto da Regiana Quieroz, che prende il titolo da Dante Alighieri e l’ispirazione dal rapporto tra Sade, Pasolini e quel Brasile ancora una volta attratto dalla soluzione dittatoriale. Quei dannati, talmente sporchi di sterco, infatti, che non si capisce se siano laici o chierici, cioè i ladri, falsari, ipocriti, adulatori, consiglieri fraudolenti, seduttori, maghi e ruffiani oggi, da Salò, si trasferiscono nei quartieri blindati di Rio de Janeiro, dove il quartetto malefico e perverso, presidente, vescovo, duca e magistrato hanno il nome di Jair Bolsonaro (Il presidente); Magno Malta, il deputato fondamentalista cristiano, ex senatore autore del progetto di legge per criminalizzare l’aborto sempre e comunque (il vescovo); Sergio Moro, avvocato ed ex ministro della giustizia, il magistrato che incriminò un innocente (Lula) e frodò un’elezione presidenziale; Paulo Guedes, banchiere e ministro dell’economia che dal vicino di casa Pinochet ha appreso come arricchire i ricchi e impoverire i poveri e ucciderli se necessario (il duca, simbolo di quella aristocrazia delle poche famiglie che da sempre controllano il paese e impediscono la riforma agraria a costo di sterminare di intere comunità, come quella religiosa di Canudos alla fine dell’800, episodio di messianesimo rivoluzionario che ha segnato la nascita del cinema novo brasiliano degni anni 60). Al loro fianco, le signore che hanno eccitato le loro più diaboliche macchinazioni: Tanaina Paschoal, il deputato di stato che ha guidato la crociata anti Djlma Roussef; Damares Alves, la ministra della famiglia che ha strumentalizzato il suo essere vittima di molestie sessuali da bambina per diventare la Giovanna d’Arco dei feti, la guerrigliera antiabortista, la nemica di Darwin e dell’insegnamento scientifico nelle scuole; Alexandre Frota, l’ex porno star poi esperto in protesi sessuali maschili e grande difensore in tv degli abusi sessuali sulle donne e il filosofo Olavo de Carvalho, convinto che la terra è piatta perché come sappiamo il neo-sofismo è la nuova professione redditizia e truffaldina degli intellettuali opportunisti.
Così, mentre Jair Messias Bolsonaro, presidente del Brasile, è stretto oggi in triplice morsa, tra pandemia negata ma devastante, magistratura in minaccioso avvicinamento e incubo Luiz Inacio Lula da Silva - riabilitato dopo i processi farsa il leader del PT è pronto a defenestrarlo nel 2022 - esce in rete (gratuitamente per due settimane fino al 28 marzo) questo film di 74 densi minuti che decostruisce, con profondità e originalità estetica, acume psichiatrico e micidiale umorismo, l’ennesima ascesa dell’estrema destra autoritaria in Brasile. Terrorizzata dai 15 anni di politiche sociali avanzate, i padroni secolari di Brasilia e la classe media, perfino intellettuale, che ormai vive le tasse come il patibolo sono infatti riusciti, con ogni mezzo necessario, a capovolgere miracolosamente la situazione. Come hanno fatto? Tensione sociale aizzata dopo il crollo del prezzo del petrolio. Macchina del fango contro Dilma Roussef, “la guerrigliera presidente”. Si usarono gli stessi trucchi e fake news che Rede Globo aveva spacciato anni prima per far fuori il pericoloso Brizola. Se i ragazzi del funky si allenavano sulla spiaggia alla capoeira eccoli trasformati con destrezza di montaggio in pericolose bande assalta-turisti e rapina-bagnanti in prime-time tv. E poi l’impeachment. E vedremo le commoventi sequenze della autodifesa di Djlma, dal documentario Il processo di Maria Ramos, ma non le immagini dei suoi accusatori, le più imbarazzanti mai viste da chi crede che democrazia parlamentare non sia sinonimo di talebana Inquisizione religiosa. Deformare dunque i principi garantisti della democrazia per imprigionare Lula e impedirgli di essere rieletto nel 2018 – era irraggiungibile nei sondaggi - attraverso una macchinazione tra il giudice istruttore Moro e il pubblico ministero e quel teorema car-wash che ci ricorda tanto il nostro funesto ma indiscutibile Teorema Calogero… Il giurista italiano Luigi Ferrajoli lo commenta, nel film, già come tipico processo inquisitorio, privo del requisito di imparzialità e di separazione tra giudizio e accusa, fatto che pochi giorni fa è stato riconosciuto anche dalla magistratura federale brasiliana che ha dichiarato rieleggibile Lula.
Inventare successivamente un attentato all’arma bianca al candidato Bolsonaro, più o meno protetto dalle sue guardie del corpo e non senza qualche dettaglio andato a male (con ricostruzione chirurgica di un ano sintetico e di una “borsa” esterna a far da intestino). L’attentatore di Jair Bolsonaro, amico del figlio di Bolsonaro, Eduardo, fu assolto senza che alcuno facesse ricorso…. E qui si usano le immagini di A falada no Mito, anonimamente scaricate per riflettere su You Tube sui dettagli mediatici che ci sfuggono. Utile gioco. Ma nel frattempo il candidato, più oligofrenico e paranoico appariva, più saliva nei sondaggi, del 30% dopo la ferita all’addome. Anche questo è un sequel: nel 1989 per incolpare il PT era stato sequestrato a fine sondaggi Abilio Diniz. Ma si dimentica tutto. In Italia ci si dimentica perfino di Pinelli. E infine l’uso dei predicatori evangelici per aizzare in tv e sui social all’omofobia e all’odio dei “pro aborto” lapidati come “assassini seriali” di cittadini-feti, assecondati da una nuova star dell’immaginario demenziale, l’astrologo Olavo de Carvalho, nouveau philosophe della destra global. E poi, da presidente eletto, l’arresto a Siviglia di un collaboratore di Bolsonaro con 35 kg di cocaina nella valigia diplomatica (si andava a un G20). Il ministro dell’economia e banchiere (ipnotizzato dalla scuola di Chicago) Paulo Guedes, adoratore e nostalgico senza pudori dell’Atto costituzionale n.5 che magari sarebbe da reintrodurre. E’ l’Atto che nel 1968 ratificò la svolta fascista della dittatura militare dando carta bianca al presidente Medici per sospendere i diritti politici, permettere l’uso della tortura e l’esecuzione dei prigionieri, censurare la stampa, mettere fuori legge i partiti….Da cui, corollario, l’elogio funebre al generale Carlos Alberto Brilhante Ustra, condannato come tortuatore e esecutore di prigionieri, ma poi liberato e morto nel 2015 in ospedale non in cella. L’importanza di un club esclusivo di killer, amici dei cittadini più “al di sopra di ogni sospetto”, camuffato da poligono di tiro, e pronti alla bisogna… Ci racconta questo e altro un film che ha ben assorbito la lezione comica di Michael Moore (sono sferzanti e grottesche le vignette a forti tinte di Jota Camero che non perdono un solo episodio della storia) e tragica di Pier Paolo Pasolini. Rimettere insieme cose che si vuole tener separate. Dare un senso spazio temporale all’apparente “non senso” di fatti sparpagliati. Essere sorprendenti e comunicativi. “La morte infatti - scriveva Pasolini - non è nel non poter comunicare, ma nel non più essere compresi”. E per potere essere compresi bisogna dimostrare di essere estranei al “meccanismo di corruzione” vigente e che il qualunquismo afferma permeare tutto e tutti. Allora bisogna mostrarsi “poveri nello spirito”. Come era Pasolini, nonostante le sue fuoriserie e pratiche desideranti scandalose, persino per Glauber Rocha come si legge a inizio film. Oppure dichiararsi esule politico, “un patriota tradito dalla patria”, come Chico Buarque de Hollanda tra il 1968 e il 1985. E così è oggi Regiana Queiroz, che firma questo incubo horror. Ed è fuggita in Italia per poterlo finire e dopo serie minacce di morte. Dalla mezzanotte di oggi 13 marzo 2021 è in anteprima mondiale, in visione gratuita e “politica” sul web vi consiglio di non perdere Malebolge di Regiana Queiroz. Questo è il link, https://vimeo.com/511955024. La scelta della data di uscita del film non è casuale. La notte del 14 marzo 2018, esattamente tre anni fa, Marielle Franco, consigliere comunale i Rio, militante del Psol (Partito Socialismo e Libertà Brasiliano), sociologa, impegnata nella difesa dei diritti umani e sessuali, è stata assassinata da un commando armato. Le indagini sulla spietata esecuzione, nell’ottobre 2019, hanno coinvolto pesantemente (e nell’ultima parte del film verificheremo le prove e l’autodifesa di Jair Bolsonaro) lo stesso presidente della repubblica. Quali erano gli intollerabili “crimini” di Marielle Franco? Essere sfrontatamente lesbica e lavorare nelle favela nord di Rio con una tattica e una strategia opposta a quella glorificata in Tropa de elite, il dittico campione di incassi di José Padilha del 2009 e 2010: gli squadroni della morte sono l’unico deterrente necessario per proteggere l’ordine e sconfiggere droga e piccola criminalità. La nostra sicurezza in realtà è messa in crisi dalla criminalità grande (per esempio il Brasile, ex capitale del tropicalismo musicale oggi lo è dei morti per Covid), ma nessuno se ne deve accorgere. Perfino i critici cinematografici brasiliani di sinistra inneggiarono a Padilha, regista “all’americana”, magari dopo aver criticato Clint Eastwood e l’ispettore Callahan di Magnum force (Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan) che ci metteva in guardia già dal 1973 dai fascisti travestiti da poliziotti e fieri di esserlo e di farsi inquadrare, come il narciso Derek Chauvin. Malebolge è un’opera poliedrica e di furia dantesca. Ma non è come sembra “un film di parte”. A meno che La signora in gallo e il commissario Colombo, di cui Queiroz condivide la stessa passione indagatrice, siano considerati propaganda manichea. Che i fatti debbano aprirsi, come un fiore, e non bloccarsi sul fermo immagine, è la lezione di Rossellini che Queiroz conosce. Non si fanno documentari per accumular domande e fare i cerchiobottisti, ma per dare risposte, aprire dialogo, con chi dialoga. Così Malebolge ha la grinta di un implacabile documentario di controinformazione, come quelli della sinistra statunitense negli anni 80, in opposizione alla prepotenza neoliberista che impoveriva gli americani, fermava rivoluzioni (Grenada, Nicaragua…) e assassinava in Centro America (El Salvador, Costarica, Panama…). Adesso sono i complotti e i maneggi criminosi ma efficaci della potente famiglia Bolsonaro da combattere e mettere in feconda prospettiva. Cucendo come fa Blob materiali tv e del web provenienti da una ventina di emittenti e spiegando, in stile cubista, davanti, dietro, alto e basso dei fatti attraverso analisti ed esperti, cosa che il populismo imperante troverà scandaloso. Si ricostruisce così con precisione e ritmo incalzante il ruolo dei 4 “Bolso” (lui di origine italiana, padovano per parte di padre, e i tre figli Jesus, Eduardo e Flavio) coprotagonisti del mosaico sulla controffensiva conservatrice globale. Anche lì come qui il commesso viaggiatore Steve Bannon, munito di kit reazionario da vendere al miglior offerente, ha addestrato gli adepti al mantra virale: visto che le ricette economiche di Marx sono fallite la sinistra utilizza Gramsci e la scuola di Francoforte per scatenare un “marxismo culturale” che ha l’obiettivo di distruggere la famiglia tradizionale anzi unica, quella composta da mamma e papà. La necropolitica giallo-oro esige, nello specifico, dosi tossiche di machismo, misogina, omofobia, militarismo e razzismo. E poi. Ristabilire l’onore della dittatura militare 1964-1984 perché si è opposta al comunismo terrorista ma non lo ha fatto con la radicalità necessaria, e dunque fermare subito chi indaga su torture e assassini di prigionieri avvenuti in quegli anni. Scatenare la macchina del fango contro il nemico, che assicura sempre alti indici di ascolto e introiti pubblicitari a tv e siti commerciali. Per esempio nel caso di Haddad, l’avversario di Bolsonaro alle presidenziali, trasformarlo in pedofilo e fondamentalista gay, bersaglio prediletto dei predicatori evangelici e stampa taboid. Si è fatto lo stesso contro Hillary Clinton “prona ai poteri forti e implicata in un fosco giro di pedofili internazionali, oltre che moglie di un impresentabile marito”. Per contro. Non criminalizzare mai il lavoro minorile e schiavistico. Distruggere l’Amazzonia in nome degli interessi agro-business: “assassinare gli indios non è reato”. Legalizzare i pesticidi letali. Censurare media, cinema e stampa. Scatenare l’intolleranza religiosa. Erodere i diritti delle donne, per esempio proibire l’aborto di ogni tipo e scherzare in prime-time tv sulla dilettevole arte dello stupro. ”Qui si violenta solo chi se lo merita”. Il sesso come obbligo e bruttezza, gerarchia dei poteri, merce muta, non parola che costruisce intimità e libertà fifty-fifty. La sequenza tv dello “stupratore felice” Alexandre Frota, ex porno star, poi deputato federale di destra, infine traditore di Bolsonaro, è un’ottima sintesi di come sono diventate oggi le tv pubbliche o private, del mondo. O non la guardate la tv il pomeriggio? Pasolini è passato invano.
Già. Malebolge è anche un crito-film su Salò di Pasolini, ovvero un saggio critico scritto con le immagini e non solo con le parole, sul più indigesto dei capolavori del cinema, dalle consonanze strutturali e narrative profetiche (ne vedremo le sequenze chiave) rispetto a un paese che il regista, assieme a Maria Callas, aveva visitato in piena dittatura, nel 1970. E che probabilmente ha molto influenzato quel passaggio dalla “trilogia della vita”, Decamerone, Il fiore delle Mille e una notte e The Canterbury’s Tales (una redenzione che passa attraverso l’esaltazione del sesso nelle culture pre-capitaliste, come espressione diretta e carnale di un desiderio non ancora obbligato e mercificato) alla trilogia della morte, interrotta dalla morte del poeta al primo capitolo. Le più truci perversità scodellate in un gioco al massacro sado-masochista per vedere ben in faccia il potere che è fatto di soggiogati e di soggiogatori. Le violenze indicibili del film non sono come “fatti reali”, quelli di cronaca che si vedono nei Tg, ma sono meccanismi, costruzioni artistiche, che agganciavano il passato sadiano e il lontano passato dantesco al futuro genocidio culturale, alla mutazione antropologica che viviamo oggi, quando sentiamo che una regione del nord Italia vaccina solo chi è utile alla prostituzione dimenticando gli ottantenni o vediamo giocondi ragazzini in assembramento che se li chiami assassini restano muti, in silenzio, non capiscono. Pasolini ci addestrava insomma a vedere i tg del futuro. Quando il sesso è la soddisfazione compulsiva di un obbligo sociale non un piacere estraneo al dovere e alle convenzioni sociali. Ecco perché la sovrimpressione tra inferno dantesco, libro maledetto di de Sade, film di Pasolini e neo-conservatorismo riesce perfettamente. E’ il silenzio dei brasiliani che si vede in primo piano, più assordante delle musiche nel soundtrack, Monteverdi, “fischia il vento e infuria la bufera” o la musica popolare. L’egemonia del consumismo è analoga al silenzio delle vittime di de Sade, cui viene letteralmente proibito di parlare, perché solo imbavagliando (libri, stampa, cinema) si esercita potere. Come personaggi wagneriani i brasiliani (e non solo loro) accettano il destino crudele come necessità, identificandosi con gli aggressori. Come Nietzsche potrebbe commentare: “Le esperienze atroci ci costringono a speculare se colui che le prova sia anche egli qualcosa di atroce”. Regiana Queiroz, cineasta brasiliana, nata a San Paolo, cresciuta nell'atelier di pittura della madre, laureata in giurisprudenza (specializzazione in psicopatologia), si è diplomata alla Scuola di Cinema Televisione e Nuovi Media di Milano, dove ha vissuto per qualche anno dal 2005. E’ tornata in Brasile dove ha realizzato una decina di documentari, tra i quali Las Penhas (sulla violenza alle donne) e As Machonistas, una velenosa serie tv sulla borghesia paulista. Ma nel 2019, dopo le ripetute minacce di morte legate alla produzione indipendente di questo suo nuovo lavoro, è rientrata in Italia.

mercoledì 20 gennaio 2021

sabato 31 ottobre 2020

Bond, James Bond.E fu Walt Disney a scoprirlo


di Roberto Silvestri 




Si sa tutto di Sean Connery?
 E' stato visto rivisto e adorato dalle generazioni maschili e femminili degli anni 60 (i Bond), dei 70 (i Milius, Lester e Huston); degli 80 (De Palma degli Intoccabili, Il nome della Rosa di Annaud e Indiana Jones e l'ultima crociata di Spielberg); dei novanta:  i due Highlander, Caccia a ottobre rosso, Entrapment, The rock, ovvero McTiernan, Mulchay Michael Bay e Joe Amiel. 
E così anche i millennial lo hanno scoperto e voluto imitare, magari anche senza saperlo, visto che rifiutò di fare Matrix, Harry Potter e Il signore degli anelli ("non l'ho mai capito"). Perché il suo fascino, unico, è contagioso. Alto, bello, muscoloso. Voce possente, in Italia quella di Pino Locchi, sopracciglie folte e scure (anche troppo, poi aggiustate), sguardo astuto e sardonico, gestualità  dal coordinamento sempre tecnicamente perfetto. Come il suo gin Martini, shaked not stirred, agitato non mescolato. Nel 1988 vince l'Oscar per Gli intoccabili (strappandolo al protagonista, Kevin Cosnter). Nel 1999 quando ha 69 anni lil settimanale popolare People lo incorona "l'uomo più sexy del mondo". Del 2000  è un film da lui prodotto, Scoprendo Forrester, di Gus Van Sant, che sintetizza una intera, lunga carriera, la sua egemonia schermica. Agire da duro (senza barba) o da saggio vecchio, o come ladro o come re (con la barba grigia) - ha fatto 4 film come King da Agamennone dei Banditi del tempo a Riccardo cuor di leone in Robin Hood di Kevin Reynold -  ma con la morbidezza scaltra del politico, i tempi perfetti del ballerino,  l'ironia del commediante di classe e la femminilità del giocatore di calcio che rispetta e conosce e non ignora mai il corpo e i movimenti, anche più impercettibili, dell'avversario. Mai maschilista. Mai egocentrico.  Semmai preda, oggetto del desiderio.
Sean era un proletario che ha fatto in gioventù mille mestieri. Mamma domestica e papà camionista, di Fountainbridge (che sarà il nome della sua casa di produzione, e ha tatuato sul braccio "Scotland forever" mai esibito in un film e "Mam and Dad") ha perfino lucidato le bare per sopravvivere. Come O'Toole Michael Caine e Peter Ustinov non ha fatto né il liceo né l'università, solo l'università della strada. Ma, contemporaneamente, lasciava la scuola prima del diploma, giocava benissimo a calcio, andava a scuola di danza e si presentava al concorso per Mister Universo Gb arrivando terzo. Il suo idolo? Un altro duro, un altro attore scozzese di traboccante mascolinità, Stanley Baker.  
Ma forse qualche cosa ce la siamo dimenticata, visto che  "Big Tam" si è ritirato a 74 anni, 16 anni fa, dal grande schermo. Vegano. Ecologista. Nazionalista scozzese, si è esiliato dalla Gran Bretagna, prima a Marbella, in Spagna e poi a Nassau, Bahamas perché sarebbe tornato solo in una Scozia indipendente e in una Edimburgo non più monarchica: "sogno che potrebbe realizzarsi perfino durante la mia vita", sperava. Nella lista nera della NRA, la società che tutela gli interessi dei venditori di armi da fuoco statunitensi, perché finanziava con i dollari americani guadagnati sul set potenti  campagne contro la caccia e la vendita di pistole e fucili, e si meravigliò quando Hollywood, la cui struttura e politica aveva attaccato tutta la vita, gli conferì premi alla carriera e la regina Elisabetta gli conferì la più alta onorificenza del Regno Unito (che accettò forse come Bond più che come Connery). 
Si era ritirato ma non poté rinunciare a prestare la sua voce, così profonda e unica, al videogioco di 007 dalla Russia con amore che dei "7 magnifici Bond "che ha girato è sempre stato il suo prediletto. 
Ma forse abbiamo dimenticato lo splendido film che ha fatto prima di diventare famoso, quando era ancora poco più di un caratterista, I piloti dell'inferno di Cy Endfield 1957. Era una storia che riguardava i camionisti salariati d'Inghilterra sottoposti a ritmi di lavoro schiavistici con conseguenze cruente (come i motorboy di oggi). Per Sean era un soggetto quasi autobiografico, vista la professione del padre. Il regista americano di quel film era stato sbattuto fuori dagli Usa perché comunista, coinvolto nelle epurazioni maccartiste. A proposito di film politici radicali ricordiamo anche - dimenticatissimo -  I cospiratori di Martin Ritt del 1970, sui Molly Maguires, organizzazione segreta anarco-sindacalista di fine ottocento piuttosto clandestina, molto, molto "cattiva" come direbbero i migliori commentari calcistici di Sky, con Sean Connery che cerca di aizzare alla lotta i minatori supersfruttati con ogni mezzo necessario. 
Ovviamente ricorderei anche il bellissimo, magico e poetico film prodotto da Walt Disney in Irlanda, Darby O'Gill e il re dei folletti (1959) diretto da Robert Stevenson (Connery ha partecipato anche a una puntata della serie Disneyland,  sempre del 1959) che potrete vedere sulla piattaforma Disney Plus. E' un momento importante nella sua carriera, anzi l'attimo fatale. Sean veniva dal teatro e dagli sceneggiati tv (un Macbeth, e il conte Vronsky in Anna Karenina). Fu infatti proprio vedendo quel film tutto fate gnomi e spettri che il produttore Albert Broccoli (e sua moglie), architetto con Harry Saltzman della più famosa saga cinematografico della storia, gli  007, si accorse di un attore di secondo piano, poco più di un caratterista, che nel ruolo di Michael McBride simpatizzava con il re dei folletti che doveva invece sfrattare dalla sua fattoria e nella scena finale fa a cazzotti con il teppistello del paese e lo massacra. "E' un duro, ma sa muoversi con grazia!". Alto bello muscoloso e dalle folti ciglia scure proletarie era il Bond perfetto anche se in un primo momento Ian Fleming restò male, era "troppo grezzo, un rude e sardonico scozzese dalla voce possente. Non è meglio Cary Grant"? Poi si auto-criticò. Non va sottovalutato il fatto che Harry Salzman  (che poi ha avuto due cani, uno di nome James e l'altro di nome Bond) assieme a John Osborne aveva precedentemente prodotto opere come Ricorda con rabbia e fondato una sua compagnia, la Woodfalls Films, assieme a Tony Richardson, finanziando un film manifesto del free cinema inglese  Sabato sera domenica mattina. Veniva insomma dal cinema arrabbiato d'arte. 

Non si può comprendere l'esplosione di Connery e Bond nel 1962 senza considerare che in quel momento Londra era la capitale dell'arte mondiale, non solo del cinema, anche dell'arte rivoluzionaria (Bertrand Russell aveva guidato oceaniche manifestazioni pacifiste contro la bomba atomica e per fermare l'aggressione in Vietnam il movimento studentesco inglese non sarà meno drastico dei Weathermen o come si dice con maggiore rispetto e per rispetto alle donne combattenti dei Weather Underground) . Teatro (Osborne e gli arrabbiati, Peter Brook e Glenda Jackson ), moda (Mary Quant, Twiggy... Carnaby Street), arti plastiche (Richard Hamilton e la pop art inglese), design, musica popolare (Beatles, Rolling Stones, Who...), musica colta (Britten) formavano un tessuto pulsante di idee, contenuti e forme ricche ed esplosive. Mentre Hollywood viveva il momento peggiore della sua storia, il manierismo cool e pretenzioso e rigido dei suoi kolossal pompeur, l'Europa aveva conquistato i mercati mondiali con opere a basso costo, e alta naturalezza, super erotismo e spregiudicatezza anarchica. Lindsay Anderson, Tony Richardson, Richard Lester, Edgar Reisz, Lorenza Mazzetta si avvalevano di testi radicali e di "forze della natura" performative. Pensiamo solo ai magnifici undici attori (con Sean Connery) del momento: Peter O'Toole, Michael Caine, Oliver Reed, Albert Finney, Alan Bates, Richard Burton, Richard Harris, David Hemmings Dirk Bogarde, Stanley Baker e Tom Courteney (in panchina David Warner). I "rudi" anti borghesi (Harris, Finney, Reed) e i "morbidi" dalla sessualità ribelle (OToole, Bogarde) e lui, l'ago della bilancia. Il duro che si muove con grazia, che colpisce con classe come Cassius Clay e diventa un oggetto di spietata caccia sessuale femminile. Il contrario dei playboy dell'epoca, da Porfirio Rubirosa Maurizio Zanfanti, il latin lover della riviera romagnola. Pinewood oltretutto si avvale dell'esperienza delle "leggende viventi di Hollywood" come Joseph Losey, Jules Dassin, Ben e Norma Barzman, Donald Ogden Stewart, John Barry e Cy Endfield che il fanatismo bigotto dei conservatori Usa gli aveva regalato. E anche dell'eccellenza tecnologica dei suoi studi che attirerà presto la nuova generazione di Lucas e Spielberg, in cerca di attrezzature adeguate al loro "pensiero sensibile", alla materializzazione della loro fantasia sconfinata e galattica.       



Ma i 7 007 a parte - 3 di Terence Young, 2 di Guy Hamilton, uno di Lewis Gilbert e di Irvin Kershner -  che con Marnie di Hitchcock e La collina del disonore  di Lumet completa la sua filmografia degli swinging sixty, la capacità di non farsi schiacciare da Bond si vede dalla crescita espressiva del decennio 70 e 80, sempre all'inseguimento di progetti anticonformisti e di qualità. Zardoz di Boorman (1974), Il vento e il leone di John Milius (su Roosevelt Theodor e l'Africa, del 1975), L'uomo che volle farsi re di John HustonI banditi del tempo di Terry Gilliam, Robin e Marian di Richard Lester  (1976). E ancora con Lumet Rapina record a New York del 1971 e Assassinio sull'Orient Express con Albert Finney nel ruolo di Poirot (1974). A volte si pentirà di un film, Avengers per esempio. A volte si entusiasmerà, per Entrapment, di Joe Amiel del 1999 anche perché toccherà lì il suo cachet record, 20 milioni di dollari. Se pensiamo che per Dr.No (007 Licenza di uccidere) aveva guadagnato solo 20 mila dollari, e 1.250.000 dollari per il suo ultimo Bond, Mai dire Mai (Never Say Never Again) del 1983, quando la calvizie di un 53enne (ma aveva iniziato a perdere i capelli fin dall'età di 17 anni) dovette essere nascosta da una parrucca costata ben 52.000 dollari. La distribuzione United Artists garantiva un budget di lusso.  

Il miglior saggio su James Bond, anche come icona della controcultura lounge scriverà Francesco Adinolfi in Mondo Exotica (2000), è quello di Alberto Abruzzese in Contropiano, pubblicato nel 1968 sul numero 1 della rivista marxista/operaista/trontiana. Il sociologo della comunicazione ci raccontava (scandalizzando tutti a cominciare da Cinema Nuovo, Cinema Sessanta e perfino Filmcritica) che la saga britannica è finalmente l'esempio riuscito di cinema politico, non reazionario o anticomunista come si crede (come pensava perfino Ian Fleming: "il mio personaggio letterario è un orrendo fascista maschilista, esecutore immorale di ordini superiori") ma che scavalcando quel tipo di dicotomia è proprio rivoluzionario (almeno per come l'ho interpretato io): "Il futuro di Bond ha notevoli affinità con il futuro di Marcuse. La lotta di classe diventa una dialettica di generazioni". La prova è che si chiamerà proprio The Bond (l'unione) il primo giornale underground dissidente stampato all'interno delle truppe di terra americane in Vietnam nel 1967. La fonte è il saggio di James Lewes Protest and Survives: Underground G.I. Newspapers during the Vietnam War. 2003. Greenwood editore.

I Magnifici Sette Bond sono piuttosto precoci nell'annunciare scenari geopolitici futuristi come lo scontro a venire tra democrazia e complessi militari industriali globalizzanti e totalitari (la Spectre non si può sovrapporre a Urss e Cina e al bipolarismo, piuttosto a conglomerati transnazionali dagli oscuri disegni apocalittici o predatori, guidati dai Bezos di allora, gli Adolfo Celi o i Gert Frober. In fondo la bomba atomica l'aveva sganciata la democrazia occidentale, no Mr.Truman?). Insomma è vero che Bond si scontra con una realtà futura tecnocratica per riaffermare la realtà presente della democrazia, ma apre un campo di tensioni "consumistiche", di desideri individuali possibili e inauditi e incontrollabili e destabilizzanti che molto si collegano alle elaborazioni di Marcuse e perfino di Roberto Rossellini nel magnifico saggio Utopia Autopsia 10 alla decima (Armando editore 1974). Lo sviluppo tecnologico raggiunto permetterebbe di risolvere ogni problema di fame nel mondo e di riduzione del lavoro planetario se solo si consentisse al cervello umano di svolgere in pieno la sua potenza, chiusa ancora nel segreto dei suoi dieci e più miliardi di neuroni, crescita che si vuole ritardare di parecchio per puntare alla sola crescita Pil, continuare a sottosviluppate i tre mondi e mantenere al potere assoluto l'1% del mondo.  Il "cinema politico-civile" di quegli anni (i Rosi, i Petri, i Taviani i Gavras) era per noi piuttosto "moderato e cantabile": il linguaggio era ricalcato sul cinema commerciale popolare e si asservivano le immagini alla disciplina di una ricezione obbligata di massa (il messaggio umanista, lavorista e progressista) ma non produttrice di altro senso erotico eretico e utopico. Volevamo tutti, non più solo Cererentola il principe azzurro. La fantascienza stava davvero per esplodere. Invece quei film politici doc erano chiusi al presente, non aperti al passato e al futuro. E parlavano al "pubblico" massificato e non allo spettatore singolare maschile o femminile, a corpi generazionalmente nuovi, quelli della "soggettività desiderante" come la chiamava Oshima. Quella fuori dalle Chiese e dai Partiti, sciolti dal giuramento. La generazione del 'vogliamo tutto e subito'. Del "Niente di meno, di più". Del sex prismatico, delle drugs benefiche e del rock'n'roll non bromurizzato. Della tensione tecnologica-fantascientifica. Infatti Bond è un "nuovo linguaggio", che non ha più bisogno di stile né di bellezza (è ,piuttosto macchina di desiderio erotico irresistibile)  come non saranno dopo di lui molti super eroi 3d Marvel, più giocondi e pedanti (Guardians of the Galaxy e Black Panther esclusi). Vince sul reale, contro una macchinazione che vuole peggiorare il presente (che già non è un granché) con una prospettiva futura assurdamente anti umanitaria. Un po' come i film western degli anni trenta-cinquanta, come spiegava Glauber Rocha, che elogiavano quella generazione selvaggia che conquistò il l'Ovest reinventando il mondo ma facendo piazza pulita (criminalmente come nel genocidio indiano) anche di un certo passato orrido (feudale, 'europeo', superstizioso, gerarchico) per riaffermare un altro presente. L'individualismo democratico, orizzontale.  

Non accademico. Thomas Sean Connery nasce nel 1930, figlio di un camionista e di una domestica, nella Edimburgo della grande crisi tra disoccupazione, povertà e fuga dalle campagne per una vita migliore in città. Il fratello fa lo stuccatore. Da piccolo si rimbocca le maniche consegnando il latte, facendo il macellaio e lavorando nelle miniere di carbone, disposto a tutto per aiutare economicamente la sua famiglia. A 16 anni si arruola nella Royal Navy (poi esonerato per motivi di salute) e al rientro scopre i mondo del teatro. Dunque è un attore che non fa il liceo né l'università. Qualcosa che lo accomuna a grandi attori formati e laureati nell'università della vita, un ateneo più esclusivo di Harvard e Yale. Come vediamo dal palmares. Ci sono gli attori, più che i divi, che consideriamo più profondi e colti: Roger Moore, Melina Mercuri, Al Pacino, Peter O'Toole, Gene Hackman, Lee Marvin, Elaine May (sic!), Cary Grant, Jerry Lewis e Dean Martin, Rod Steiger, Peter Ustinov, Michael Caine, Charlie Sheen, Ellen Burstyn, Robert Mitchum, Jim Carrey, Uma Thurman, Johnny Depp perfino Robert Downey jr., Anthony Quinn, Richard Pryor, Drew Barrymore (sic!) Keanu Reeves, Carrie Fisher, Nicholas Cage. Nessuno di questi si è diplomato alla high schoool. Certo molti di questi performer sono stati educati "privatamente", a differenza di altri non diplomati celebri come Gerard Depardieu, Sidney Poitier, Steve McQueen, Tom Cruise, Brigitte Bardot, Sophia Loren, Sonny Bono e Cher, Danny Aiello, John Travolta e Olivia Newton John, Quentin Tarantino, Prince, Mike Tyson, Ringo Starr, Michael J.Fox, Bo Derek e Laurence Fishbune, Rob Lowe, Courtney Lowe.


Con il toupe. La Warner Bros ha speso 52 mila dollari per creare l'acconciatura irresistibile di James Bond in Neve Say Never Again (Mai dire mai) diretto da quel beatnick di Irving Kershner nel 1983. Insomma è una questione di soldi il sex appeal? Se vediamo chi ne ha fatto uso a Hollywood ci viene questo dubbio: Bogart, Gary Cooper, Henry Fonda, James Stewart, John Wayne, Frank Sinatra, Burt Reynolds, Gene Kelly, Charlton Heston, Kevin Costner, ... Andy Warhol... Bé sono artisti, animali da palcoscenico, f for fake ... Bruce Willis no: "è un monumento all'architettura cranica" e può permettersi di essere pelato.



Il tatuaggio. Ovvio che si è tatuato sul braccio "Scotland forever" e "Mum & Dad". Quello di Robert Mitchum non sono riuscito mai a vederlo, la leggenda vuole che sul braccio abbia inciso una oscenità innominabile. 

Gli amici. Pochi tra i colleghi. Roger Moore, Michael Caine e Richard Harris 

Cachet. 10-13 milioni di dollari a film, dopo il boom del primo Bond, sarà il suo cachet medio. Come Clint, che arriva a 15.

Era tirchio? Sì, scrivevano i giornali scandalistici e reazionarii. "Notoriamente avaro" come Clark Gable, Cary Grant, Steve McQueen, Babs Streisand (sono considerati al contrario molto generosi De Niro, Streep, Clooney, Mirren, Stallone e Sharon Stone. E anche Mike Tyson). Ma non era affatto  tirchio come prevede il luogo comune. Utilizzava la maggior parte dei super cachet in edificazione di scuole a Edimburgo per i poveri (lui era stato costretto a lasciare la scuola a 13 anni), per lotte ambientaliste e ecologiste (e, finché gli fu possibile, per finanziare il partito indipendentista scozzese), per la cultura (è stato un magnifico supporter dei festival scozzesi del cinema e del teatro). Non approfittava del suo crescente successo divistico per ritoccare in alto i suoi introiti (come si legge nell'autobiografia di John Huston a proposito di L'uomo che volle farsi re, dove oltretutto dà prova sul set di una tecnica recitativa pressoché perfetta).   

Manesco? Solo nei ricordi della prima moglie, Diane Cilento: "L'ho lasciato dopo che mi ha incupito la faccia di pugni" . Ma quando si tratta di divorzi con celebrity meglio non dare ascolto ai pettegolezzi, chissà il suo avvocato cose le ha ordinato di dire. Ma, in una celebre e famigerata intervista televisiva disse a Barbara Walters che usare le mani con una donna quando se lo merita è più che giusto. Forse è per questo che il Saturday Night Life ne fece la caricatura, trasformando l'impeccabile agente segreto di Sua Maestà in un imbranatissimo partecipante a un telequiz...

Rimpianti. Doveva girare Vestito per uccidere con Brian De Palma... 

 

venerdì 4 settembre 2020

L’importanza di Gianni Serra nella storia del cinema occidentale

La ragazzi di via Mille Lire di Gianni Serra (1980) 

Roberto Silvestri 

Nel 1980 vennero presentati nella sezione Controcampo italiano della Mostra di Venezia La ragazza di via Millelire di Gianni Serra e Razza selvaggia di Pasquale Squitieri. E ci sono state alcune divergenze tra il compagno Alberto Farassino (l’indimenticato maestro della critica e co-fondatore delle Brigate Rossellini)  e noi. Tra Repubblica, dove scriveva Farassino e il manifesto. 

Fu a proposito del bel film di Serra, non amato da una sala misteriosamente astiosa forse perché stanca di Mirafiori sud come i 35mila colletti bianchi e forse di nuovo fiera della "razza padrona". 

Farassino lo amava “quel poema dai contenuti ribaldi ma dalla metrica classica”. A noi però piaceva del film di Serra proprio la metrica ribalda, i contenuti classici e un’immagine pop street pre-Bansky, ovvero un pro e prefilmico denso e profondo, le analisi socio-antropologiche e le consulenze sociolinguistiche del fuori campo, le inchieste preliminari con il videotape su come veniva gestito e perché e da chi il traffico dell’eroina, i personaggi reali che recitano se stessi, la propria miseria e la propria bellezza. Insomma quasi una applicazione del disinteresse rosselliniano per i trucchetti del cinema-spettacolo. Squitieri, tra i pochi firmatari di un manifesto di pro-arrestati del 7 aprile, era stato solo in quella occasione politicamente corretto - in politica si fanno compromessi - ma aveva poi confuso le cose: in quel film ci sembrava pronto al compromesso estetico e presto in politica ci apparve glacialmente opportunista (sfruttando Tatarella, Petacci e Berlusconi).


Gianni Serra in Africa sul set di Progetto Atlantide (1988) 

Nel reportage dalla Mostra di Venezia La Repubblica, e in parallelo anche Guido Aristarco, appoggiò dunque Razza selvaggia, che sempre della Torino degli immigrati e degli emarginatissimi trattava (ringraziando però entrambi il sindaco Pci Novelli), accontentando i palati melò del grande pubblico (non a caso produceva la Titanus pre-berlusconiana). Invece il manifesto si schierò con Gianni Serra, e con il piccolo film no budget, anche se condividevamo i limiti delle produzioni povere “statali e televisive, protette da tante mamme e funzionari”. Serra pensava più ai palati popolari delle generazioni future, a quello di un altro popolo possibile, a venire. Il film “duro” di Serra fu poi invitato dal più rigoroso London Film Festival mentre quello “sconcertante ma mai timido e insipido” di Squitieri dal più brezneviano Moskow Film Festival…. 

Erano gli anni in cui, parola di un caro collega di Gianni Serra -  l’altrettanto militante ex documentarista Rai Antonello Branca - viale Mazzini effettivamente censurava la sostanza e i dettagli delle cose vere, e perfino la parola cancro non si poteva pronunciare nei servizi (meglio zuccherarla con “il male incurabile”, come imponeva il ligio responsabile Angelo Guglielmi). Ma di cose vere si poteva trattare. 

Il quotidiano del futuro partito unico della sinistra, la Repubblicascalfariana, comunque ebbe la meglio. Di Gianni Serra non si parlò quasi più. E proprio di cancro è morto Gianni Serra il 3 settembre 2020. 




Gianni Serra? Ma chi era costui? E Stavros Tornes oggi ci dice qualcosa? E Gioia Benelli? Cinema del secolo scorso,  troppo pericoloso. Da nascondere, cancellare. Eppure qualcuno ricorderà, almeno vagamente, Z l’orgia del potere.  E che nell’Europa moderna e fiera di essere nella Nato era intollerabile il fatto che si potessero tranquillamente tollerare i colonnelli golpisti di Atene e i loro fetidi agenti segreti del Kyp. L’anticomunismo è ancora merce benedetta, e non solo da Padre Pio.

Uno dei tre, 1970, film d’esordio cinematografico del comunista Gianni Serra,  regista visivamente colto e eticamente coraggioso, oggi totalmente espulso dalla memoria, raccontava un misfatto di cronaca vera. La morte drammatica di un antifascista greco fuggito in Italia. L’inchiesta su quello strano suicidio-non suicidio. Il padre che arriva da Atene. I depistaggi, l’ambiente della sinistra non parlamentare… Lo stile era spoglio, severo, rosselliniano. La costituzione d’oggetto seria, meticolosa, fattuale, mai ideologica. Gianni Serra non a caso veniva dall’alta scuola del giornalismo di inchiesta televisivo, da TG7. Oltre che dalla Domenica sportiva, Campanile sera. Aveva lavorato e apprezzato le qualità comunicative di Mike Bongiorno e di Enzo Tortora. Aveva portato nelle sue immagini gli isotopi della pittura e della moda moderna più segretamente conturbante (anche grazie alla costumista Stefania Benelli).  Da tanti film tv d’impegno : Primo trimestre (167), Un caso apparentemente facile (1968); La rete (1970), Progetto Norimberga (1971), Dedicato a un medico (1973), Diario di un no (1974), Il nero muove (1977). Fascismo, ospedali, divorzio, scuola, tragedie storiche. Fatti, ma trasformati in cinema, fatti immagine. Nessun orpello, nessuna pornografia espressiva, nessuna rappresentazione di un testo. Videotape e nagra avevano azzerato il dibattito sul realismo. Nei nuovi documentari non erano gli esperti a spiegare, come oggi in tv. Era la vita e le pulsioni dal basso molto ben articolate in un “corpo superiore”. Nulla restava - in quel film politicamente realizzato, e scritto con la compagna della vita e cineasta Gioia Benelli - del fascino ipnotico, spettacolare e coinvolgente (che allora consideravamo pericolosamente autoritario) di Costa Gavras, geniale nell’aizzare a forza di semplificazioni popolari alla dicotomia da stadio, al “noi contro loro”.  No. Serra-Benelli si rivolgevano invece a spettatori, non al “pubblico” delle curve. Come Bergson ci ha spiegato che lo spirito è prodotto dalla materia, così Serra, Benelli e Stavros (il regista indie greco esule in Italia che in quel film era attore e consulente) che lo schermo produce mutazione, spesso crudele, nell’incontro/scontro con l’immaginario dallo spettatore, mai piacere zuccherato iniettato a forza di format nell’occhio alienato. L’amico e sceneggiatore di Serra, l'ex architetto e assistente teatrale di Giorgio Manganelli  Tomaso Sherman, avrebbe applicato lo stesso rigoroso metodo in Ho visto uccidere Ben Barka  (1978), su un altro delitto di stato, ad avvertirci sull’estremismo fanatico dei moderati (in questo caso arabi). Straub-Huillet avevano estremizzato quel procedimento nell’analisi del riarmo tedesco d’epoca Adenauer.  Gioia Benelli (nipote di Sem Benelli, La cena delle beffe)  estremizzò quel procedimento nell’analisi delle stratificazioni esiziali famigliari. Cuore di mamma, 1987, è un gioiello sepolto del nostro cinema. Il primo Vintemberg non è andato molto oltre. 

Fortezze vuote (1975) 

Infatti Gianni Serra, morto ieri a Roma a 86 anni, è un cineasta importante, coltissimo, schivo, dimenticato, ma di bruciante attualità. Esordisce nella regia in un anno maledetto ma cruciale per il cinema italiano, il 1972. E non solo per il cinema. Mentre nel fuori campo internazionale Nixon sta bombardando la Cambogia clandestinamente, e senza che nessuno lo fermi (Trump non è un Lex Luthor inedito), facendo diventare pazzo Pol Pot, e il Cile di Allende è sotto stretta osservazione, che succede in Italia? Contestazione generale. Femminismo. Smantellamento del codice fascista Rocco. Divorzio. Aborto. Piazze furenti che terrorizzano i potenti. Perfino Il Corriere della Sera diventa (ma sarà miracolo effimero) quasi leggibile tanto che Indro se ne va. E l’odiato nemico di classe cosa fa? 

Oltre ai licenziamenti nelle fabbriche indocili delle teste più calde. Oltre alle stragi à gogo pianificate dall’Innominata vestale del plumbeo e maccartista decennio precedente (1948-1958). Oltre alle denunce e ai processi a valanga per reati di opinione (che colpiscono già, non a caso, Potere Operaio e il direttore Tolin). Oltre all’uso della manovalanza nazifascista nei licei e nelle scuole,  come in Furore di Steinbeck e Ford, per picchiare, provocare, schedare, arrestare e intimidire la moltitudine ribelle o depotenziarla, deviandola verso il vicolo cieco BR. Oltre alla diffusione capillare di droga (prima leggera, poi pesante) per confondere le acque e barattare con qualche dose di lisergica distrazione, porno e coca una tregua sociale. Oltre alla ramificazione della Gladio di Kossiga in ogni prefettura e questura (che film politico sull’Italia è stato Magnum Force ovvero Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan, scritto nel 1973 da Milius e Cimino!), il periodo che va dal 1972 al 1978, fase finale della ‘dittatura del proletariato’ in Italia iniziata nel 1968, è stata la distruzione tattica del cinema italiano. Bruciare gli esordi con ogni mezzo necessario. L’art. 28 ne manderà al macello tanti. Bloccare la produzione di documentari e film sperimentali. Bloccare l’università popolare di scienza delle comunicazioni anarchiche e libertarie di Trastevere, dove tra Carmelo Bene, Grifi, il Filmstudio, Brocani, Braibanti, il teatro sperimentale e la musica concreta era tutto un fuoco d’artificio di creatività, era come vivere al Greenwich Village.  Bloccare per estinzione dei finanziamenti (solo 32 milioni il budget annuo!) gli Sperimentali Rai2 che Italo Moscati impone in prima serata tv e che provocheranno la messa al bando degli “indici di gradimento” perché se si scopre che si gradisce di più un no budget firmato Gianni Amelio tutto il sistema mangia soldi a tradimento che vivacchia ai confini di un colossal tv, che fine farà? L’invenzione di Berlusconi e di quella tv commerciale non sarà affatto un non sense.   Che film sono quelli Sperimentali? “Sono pellicole - scrive Moscati -  che parlano di ragazzi in istituti di correzione, di giovani operai nei quartieri dormitorio, di adolescenti nelle metropoli in sviluppo, di sognatori che aspirano a creare nuove condizioni di vita, di fanciulle che scoprono la realtà dei nuovi regni dei consumi, di persone che amano le armi…”. Fortezze vuote del 1975 girato in un ospedale psichiatrico (sempre assieme a Gioia Benelli) diventa una bomba spirituale di immensa potenza lanciata nell’immaginario perché la riforma Basaglia vada a buon fine. Sono film imposti dal contropotere sociale di quel decennio, ideati e diretti dalla generazione di artisti che vengono dal Csc, ma soprattutto dalla pittura o da altre arti, da scuole di cinema straniere o virtuali, come la scuola Trastevere-Campo de’Fiori (in Italia il cinema è pericoloso, considerato arte extraparlamentare, non si studia ancora all’Università o nei licei…). Romano Scavolini, fotografo di guerra in Vietnam,  Mario Schifano, Giosetta Fioroni e Sandro Franchina, ovvero, la scuola di piazza del Popolo, Peter Del Monte è californiano ma viene dal Csc rosselliniano come Franco Brocani, Tinto Brass invece direttamente da Langlois, Maurizio Ponzi dalla più sofisticata rivista di cinema italiana, Cinema&Film, Bertolucci ebbe come istitutore privato Godard e Pasolini… 

Gianni Serra che era nato a Montichiari (Brescia) il 14 dicembre 1933 aveva abbandonato gli studi universitari di giurisprudenza e di filosofia alla Statale per dedicarsi alla pittura. Nei primi anni 50 pittura vuol dire Parigi. A Parigi frequenta il pittore ed ecologista viennese, anzi “medico dell’architettura”  Friedensreich Hundertwasser (1928-2000) e il cineasta ed ex partigiano George Franju (1912-1987), cofondatore della Cinémathèque Française, che lo incoraggiano a imbracciare la macchina da presa per "filmare la terra dal cielo", tema di molti suoi dipinti, il primo, e a trattare il fantastico come i neorealisti facevano con la strada e le sue tragedie, per non lavarci le mani di fronte ai massacri inauditi e “fuori dal mondo” che avvengono nel mondo, il secondo, maestro di Leos Carax e Gaspar Noè, maestro del cinema come arte sovversiva. Ecco cosa i decenni successivi hanno cancellato. Film come Sang des betes, il documentario della crudeltà, insostenibile, sui mattatori di Parigi (1949). La violenza che c’è non è né finta né eccitante, ma reale, bunuelliana. Si veda il controverso Una lepre con la faccia da bambina (1988), con Franca Rame, Amanda Sandrelli e Lydia Alfonsi, dove Gianni Serra e il romanzo della scrittrice e poi senatrice Pci Laura Conti non vuole e non può dimenticare il (rimosso) disastro di Seveso, la nube tossica, gli orrori pianificati del capitalismo reale (si può vedere su You Tube) e si piazza come un intruso fertile in pieno decennio di edonismo reaganiano (si vedano le furibonde polemiche che ha suscitato sulla stampa reazionaria) . O, del 1984, l’ affascianante Progetto Atlantide, con Daniel Gelin, Paolo Bonacelli e Marpessa Dijan che utilizza il tono patafisico di Alaister Crowley per un’incursione profetica tra i Tuareg, i servizi segreti, il nord Africa turbolento e i fanatismi religiosi a venire. Insomma. Se il nostro cinema fosse stato in grado di coniugare Serra e Squitieri, forse saremmo stati competitivi con Lucas e Spielberg, che quanto a sostanza storico-scientifica forte dei loro film non hanno rivali. Un esempio personale. Un giorno Gianni Serra che veniva spesso a trovarci al manifesto mi confessò desolato che dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo e  Guerre stellari il cinema europeo non aveva futuro. Tutto è finito. Il matrimonio tra Enrico Fermi e Mario Bava qui non era avvenuto. In California sì. Era però ben consapevole della sostanza conoscitiva e culturale spessa dell’epopea lucasiana. Come Elias Canetti aveva spiegato in Massa e potere andava decostruito al cinema il mito dell’eroe, la metafora del capitalista che diventa sempre più forte sul sangue del lavoro vivo che il mercato cannibalizza. E George Lucas aveva ben spiegato che bisognava farla finita con quel tipo di eroe, che dietro il mito appare la maschera della morte nera. 


 


Gioia Benelli, cosceneggiatrice compagna di Gianni Serra