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domenica 26 febbraio 2017

Notte degli Oscar. Fuocoammare ha già vinto, anche senza statuetta




Roberto Silvestri 


L'allora primo ministro Matteo Renzi lo distribuì in blue-ray ai 27 colleghi d'Europa. Meryl Streep ne ha fatto una promozione formidabile. I critici londinesi lo hanno premiato come miglior documentario dell'anno. Così l'Europa. 
Anche se perde questa notte non si può dire che Fuocoammare, questo piccolo film di 114 minuti a colori, già insignito dell'Orso d'oro 2016, non abbia comunque già vinto la sua scommessa, e conquistato artisti, colleghi, critici, politici e grande pubblico. Infatti è uscito dappertutto, proprio come succede alle opere (qui nascoste) di Michelangelo Frammartino e a pochi altri cineasti italiani: in 23 nazioni, Giapppone e Hong Kong compresi. Per ora.
Ma cosa ha di speciale? Possibile che sia solo stato merito del buon uso di una videocamera, la ARRI Amira, che permette di catturare tutte le sfumature del buio, perfino senza il lume di candela usato da Kubrick per restituire il 700 senza elettricità di Barry Lyndon
Sarà perché, dopo lo spettro di Fellini evocato da Sorrentino, il mondo è stato riconquistato dalla "classicità-neorealista delle immagini belle, misteriose e commuoventi" di Gianfranco Rosi, come scrive The Guardian? O è per quello che ha scritto Hollywood reporter: "dove il giornalista sparisce, ecco che arriva Fuoammare".... Perché il cinema dimostra di avere occhi che penetrano perfino dentro i corpi, le rocce, i suoni, le acque e l'invisibile indicibile?

In pieno Mediterraneo, a un passo dalla Tunisia, nelle terre lontane e nei mari che solcò Ulisse, l’isola di Lampedusa, 200 chilometri a sud della Sicilia, 6000 abitanti, è l’avamposto della cattiva e della buona coscienza europea. 
In 14 anni quel mare è diventato il cimitero assurdo per 24 mila cittadini sprovvisti di visto. Centinaia di migliaia le persone accolte. 400 mila negli ultimi 20 anni. I pescatori pescano come da secoli, in barca o, in apnea, e staccano ricci dalle rocce. 
Un dottore (Pietro Bartolo) non si abitua all’orrore. Dentro e fuori il suo studio medico. Tra i superstiti, divisi in classi, i più poveri arrivano ustionati e soffocati. Gli schiavisti di una volta rispettavano di più la merce. 

Le donne del luogo spiegano il senso delle canzoni popolari, che una radio trasmette, con dedica. La marina militare si ferma a 20 miglia dalle coste libiche… Il corridoio umanitario è proibito dall’Europa. Esistono anche i crimini di pace. Non ci si può esimere dal darne testimonianza filmata, per quanto insostenibili siano certe immagini. E' l'alta lezione morale lezione recentemente traghettata da Ciprì e Maresco.
Il malessere di un dodicenne dal nome biblico, Samuele (Samuele Pucillo), è come la metafora di tutto questo. Non respira bene, ha paura del mare, ha un’occhio pigro, odia l’inglese e ama appassionatamente solo la fionda e il desiderio di vedere meglio e diventare maturo. Lo farà anche l’Europa? Che, come lui, gioca intanto alla guerra. Samuele nel frattempo cresce e diventa amico intimo degli uccellini nei boschi…Capispo trasformava tutti gli uomini che le si avvicinavano in porci e bestie feroci. Non si sa mai.


Il poster tedesco del film
Il “cinema del reale”, molto storpiato e strattonato rigeometrizzato perché non diventi un'ideologia estetizzante (e ciò irrita solo i fondamentalisti della critica), rovescia la formula del cinema commerciale (rubandogli però tutti i pregi): utilizza il procedimento documentaristico - rigorosamente senza voce fuori campo a spiegare e addomesticare ciò che si vede - che permette una conoscenza approfondita e microscopica di un territorio.  Suscita così una narrativa emozionale densa e non convenzionale, una drammaturgia raddoppiata dall'intevento attivo, anzi disputante, dello spettatore. E scodella sullo schermo (il cinema non è stilizzazione radicale di tipo teatrale) personaggi della vita di tutti i giorni, con effetti strepitosi di naturalezza. Edoardo Bruno direbbe che "abbatte la prigione della realtà, il cinema del reale, allargando i confini del reale sino al margine bianco dei sogni". Quattro fonici catturano ogni sussurro di quegli spazi e Jacopo Quadri al montaggio crea l'effetto visuale heavy metal, una potenza crescente implaccabile e implacabile.
Il lieto fine è catturare il sapore autentico di un luogo (il procedimento che adotta Jim Jarmush in Paterson, parodia del cinema-film-commission) . Non riprende la grafica dell’eroe che supera prove di fuoco quasi insuperabili e indifferenti al set, via via sfruttato, per arrivare all’happy end. 

Esperto in geografia emozionale e tra i migliori esponenti di questo genere, Gianfranco Rosi dopo l’India, Ciudad de Juarez, il deserto californiano, il raccordo anulare di Roma (che gli è valso un Leone d’oro) ha girato a Lampedusa un anno intero. L'idea questa volta non era stata sua ma, di Carla Cattani, la funzionaria che smista con perizia i nostri film in tutti i festival del mondo, e da anni. Ma di tempo in tempo un film popolare su commissione (coproduzione Rai Cinema, Arte, Cinecittà: Del Brocco e Palermo, ma anche i francesi, Oliver Pére, Martin Saada) si può trasformare in una miracolosa visione da "commissario del popolo" (la mitica figura di tutela e controllo dal basso del Soviet Supremo, cancellato da Stain e trasformato in spionaggio del basso). Non sarà un caso se i grandi cineasti italiani, da Alessandrini a Fenech, da Cardinale a Rosi (nato ad Asmara, Eritrea) siano  nati fuori dallo stivale? 
Ed è nel centro d’accoglienza provvisorio  che il film trova il suo punctum, quando cattura un indimenticabile oratorio nigeriano per voce solista inglese e coro yoruba che riassume, in pochi minuti, la tragedia del mondo.  

ps. il titolo si riferisce non solo a una vecchia canzone siciliana, che il dj di una radio pirata trasmette e che raccontava i bombardamenti alleati del 1943 contro il porto di Lampedusa, e le fiamme che lampeggiavano nel buio: Che fuoco a mare che c’è stasera. Ma ovviamente anche ai pescatori che raccontano il pericolo del mare e ai migranti. 


sabato 23 gennaio 2016

Festa per il compleanno del caro amico Eugenio Barba. Un grande film di Jacopo Quadri e Davide Barletti





Roberto Silvestri

Non aprite quella porta: c'è del marcio in Danimarca? No, apriamola. Nessun pericolo. Ecco un viaggio cinematografico alternativo nel teatro radicale, che ci porta proprio dentro la Danimarca calvinista, capitale inquieta delle immagini interiori, da Carl Dreyer a Lars Von Trier, per trovare chi, tra essere e avere, non ha mai avuto dubbi. Ha scelto essere. Essere agente di soqquadro. Si può essere anche senza avere molto. Basta essere aperti al molto. Basta saper imparare ad imparare. Soprattutto dagli espulsi da tutte le Accademie. Da tutti coloro che preferiscono far teatro di ricerca integrale e biodinamica, a costo di non esordire mai.
Un viaggio, quasi un pellegrinaggio, dunque, fatto non per motivi turistici superficiali, ma per motivi altamente ludici nel cosdietto "terzo teatro". Il primo teatro è quello ufficiale, degli stabili e delle Accademie; il secondo è quello off, off off, che vuole diventare teatro ufficiale (magari nell'inconscio); il terzo è quello antropologico, che si fa non su ma con. Non per ma da, da... ù
Ma c'è il rischio di arrivare, facendo questo pellegrinaggio in Danimarca e di essere rispediti al mittente, come sta succedendo in questi giorni ai profughi siriani che arrivano al confine? Non proprio, ma... 
Almeno non per gli autori di questo film che ha Roma è uscito (sebbene in un due sale speciali, Apollo 11 e Kino) e altrove speriamo bene. E che rispetto alla prima veneziana (alle Giornate degli Autori di Venezia) è stato leggermente modificato e perfezionato nei dettagli minuti.
Il montatore e qui regista Jacopo Quadri e il cineasta indipendente, autonomo, off e salentino Davide Barletti, entrambi passaporto Ue, sono infatti andati a trovare il quasi ottantenne Eugenio Barba in occasione del cinquantenario di vita dell'Odin Teatret. Che è coeva delle ricerche di altra scena altri corpi altra drammaturgia altro rapporto con il pubblico altri testi altri costumi altre scene che lo accomuna al Living Theatre, al maestro di Barba, il polacco Jerzy Grotowski, a Luca Ronconi, a Meredith Monk, Carmelo Bene, a Barrault, Dario Fo, Beckett, Lecoq... appunto al teatro capovolto di 50 anni fa. 
L'Odin, macchina transartistica e transnazionale, è una istituzione anti istituzionale (anzi dal 1984 è stata ufficialmente riconosciuta da Copenhagen come "istituzione autonoma", ed è finanziata dagli stati norvegese e danese e dalle comunità locali, chissà se anche dalla Apulia Film Comission) della neo-avanguardia scenica, che è stato festeggiata una ventina di mesi fa (in estate) da circa 500 tra artisti, attori coreografi, musicisti, danzatori, pittori, scultori, fantasisti, filmmakers, critici, studiosi, vicini di casa, costruttori di palloni gonfiabili, di marionette burattini, e anche amici venuti da ogni parte del mondo (a loro spese e qualcuno non senza rischi, appunto) per realizzare uno di quegli scambi artistici (se io balinese canto e danzo tu keniano canti e danzi e tu danese pure, e tu brasiliano anche, così siamo pari) che hanno reso celebre la “teoria del baratto” messa a punto dal gruppo del drammaturgo e antropologo salentino (Gallipoli) che più detesta il mercato, le merci, lo spettacoli commerciale e il capitalismo, ma non gli aquiloni, i pupazzoni e i giochi di ogni tipo. 
Prima sorpresa, però. Il film non spiega molto accuratamente, come fosse un documentario della Bbc, che non vuole essere, i 50 anni di Barba-Odin, sue origini e conseguenze, chi sono i suoi collaboratori da sempre, il cerchio magico formato da Julia Varley, Jan Ferslev, Tage Larsen, Iben Nagel Rasmussen e Roberta Carreri si intuiscono, ma restano sullo sfondo, come ha fatto Barba a mescolare Piscator e Artaud, Brecht e Hjemslev, Bali e Eisenstein... ma regala solo brevi tocchi qui e là, foto, battute, ricordi, dichiarazioni di intenti, dialoghi fugaci... ma se chi vede appunta bene con la mente ricostruisce il panorama generale dell'impresa e dei suoi protagonisti, il collettivo di Odino (per la ricostruzione dettagliata delle cose si rimanda ai saggi Ubu Libri che Franco Quadri, padre di Jacopo, scrisse nel pieno dell'esplosiva insorgenza drammaturgica di Barba). Seconda sorpresa. La Danimarca reagisce bene a questo sovversivo dionisiaco del corpo e della mente liberati. Tersa sorpresa,   inaspettata. Scopriamo che Barba è ancora fisicamente molto in forma, muscolarmente sembra integro, il teatro fa bene alla salute, almeno da come maneggia la gigantesca troupe e i libri contabili proprio il nipote di"Elia Belvedere", il geniale factotum nordamericano degli anni 50 trumaniani eroe di spassosissimi film con Clifton Webb e serie tv. Ma nessuno si aspettava che maneggiasse così bene anche la sega elettrica per tagliare alberi (che, come Jodorowski non sembra amare troppo) come in un  horror splatter di Tobe Hooper si segano vergini teenager (uomini e donna) in fuga nella notte.  Teorizzatore ante litteram della contaminazione culturale (i pulcinella che fanno mangiare gli spaghetti alle danzatrici indonesiane snodabili è uno spettacolo nello spettacolo) Il paese dove gli alberi volano – Eugenio Barba e i giorni dell'Odin racconta proprio la fase organizzativa della grande festa all'aperto dell'estate 2014, con acrobati, pupazzi, danzatori classici, bande musicali, lottatori di capoeira, ragazzi venuti dalla Nairobi, artisti di ogni tipo, piccoli e grandi, diretti come se Barba fosse quel super direttore di orchestre jazz infinite, Butch Morris. Un regista dai tentacoli giganteschi, di comunicativa immediata, grande charme, precisione di fraseggio e dal corpo miracolosamente giovanile. Holstebro, la piccola cittadina danese dove l'Odin risiede da 48 anni, dopo i due iniziali a Oslo, reagisce con pudore e presenza calorosa alla grande festa. Sono tante per noi. Ma non per tutte. “Dove sono le persone? Qui sembra che non ci sia nessuno. Anche se è tutto magicamente pulitissimo” affermano gli ospiti keniani, i ragazzini delle periferie povere di Nairobi che sono dei ballerini pazzeschi e non mai sono stati in Occidente. Vuol dire che non vedono ricchezza nel nord, in Europa, nell'occidente. Ma povertà. La ricchezza è scambio umano continuo e ripetuto. La ricchezza è nell'Africa? Il divertimento solo lì? L'importante è essere, non avere. 
Scrive Barba: "Vivo in una strana fortezza isolata, che è una fortezza fatta di vento, che non ha mura. Le sue mura sono relazioni umane, sono gli attori, i collaboratori che vengono da diverse parti del mondo, alcuni perché hanno sentito parlare di noi, altri perché si trovavano per caso in Danimarca, sbattuti li dal vento della Storia. Questa fortezza si trova in una piccola città di nome Holstebro." Non è proprio fatta di vento, sembra una bellissima fattoria costruita muro su muro dal suo gruppo. Vi ricordate quando si diceva ia sessantottini che non sapevano essere che distruttivi e mai costruttivi? Ebbene, con l'aiuto del vento c'è chi ha reso il 68 costruttivissimo.

venerdì 11 settembre 2015

Mi piace Gaudino. Franco Maresco e Jacopo Quadri, Davide Barletti e Claudio Caligari, i film del Maghreb, quelli che mi ero dimenticati, quasi un pezzo finale dalla Mostra di Venezia

Vincerà Luca Guadagnino?
Roberto Silvestri
Venezia
Adesso che il concorso è finito bisogna recuperare qualche film di cui non abbiamo scritto in questi giorni concitati. Mentre la giuria che, Cuaron, Hou Hsiao Hsien e Munzi a parte, non ci sembra troppo affidabile, sta redigendo l'attesa (?) pagella dei buoni e dei cattivi, dei vittoriosi e degli sconfitti. La Mostra di Venezia non sarà il Wal-Mart dei cinefestival come Toronto, si fa bella anzi scodellando come a Cannes quasi solo quello che piace ai francesi, e molti artisti profughi delle arti visive, come Laurie Anderson o Zhoa Liang, ma alla fine il suo palmares dovrebbe concentrarsi su Sokurov, Trapero, Vigas, Alper, bocciando la troppo libertaria linea Anderson, Guadagnino, Doremus, , Egoyan, con Skolimowski talmente ago della bilancia tra i due gruppi che alla fine potrebbe spuntarla. Il nostro premio e Amos Gitai.
Non abbiamo parlato di un film australiano, Looking for Grace di Sue Brooks, che si ispira indirettamente e involontariamente al noto F for Fake di Orson Welles, estremizzandone il bersaglio. Non è solo l'arte che ha a che fare con l'illusionismo e la “magia” perché la falsità è la sua unica verità. Ma è la vita stessa, così confusa così imprevedibile e così disordinata, che è bella se si riesce a godersela nell'istante, la morte è sempre in agguato, e ad aggiungere un po' di caos nell'ordine, a condire di bugie le verità, a moltiplicare segreti su segreti, aprendo false piste... forse solo così si catturerà il segreto di un film sull'amore, sull'incontro ipotetico, e sempre pronto a sciogliersi, di due solitudini. Quel sentimento che ti rassicura, anche se non tutto torna mai. Perché nessun essere umano riesce a sfiorare l'amore assoluto. Che sia una specialità divina doc?
Siamo dalle parti di Perth, nell'estremo occidentali del continente oceanico attraversato da treni e giganteschi pullman. Un misterioso autista ha come passeggero un bimbo. Che stranezza. Non sarà mica Damien? Una sedicenne, la biondina Grace, scappa di casa per partecipare a un concerto hard rock con una amica coetanea. Non ne sentiremo una nota. Sulla strada Grace passa la notte con un ragazzo cool, ma forse malefico, che la deruba in hotel con affetto. I genitori, Dan e Denise, inseguono Grace nella piatta e desertica pianura senza fine. Anche perché la piccola ha poco prima svaligiato casa. Non si sa mai, le servissero soldi nel viaggio. 16 mila dollari. Un buffo, troppo anziano, investigatore privato, viene incaricato di affiancarli. Con umorismo e freddezza, bandita ogni profondità psicologica, si inquadra il tutto con stile nouveau roman, per esempio il passato della coppia. Il lavoro, il negozio, l'erotismo, qualche timida ipotesi di tradimento di lui con la segretaria, mentre il tono è indefinibile. Sarcastico? Umorismo nero? Giansenistica resa ai disegni indecifrabili dell'assoluto? Il minimalismo aussie aspira alla grazia. La grazia gliela può concedere solo il pubblico. Vedremo se la giuria farà questa grazia. I disegni del divino sono imperscrutabili.
Il premio per la sceneggiatura a Benjamin August è già moralmente assegnato, qualunque sia il verdetto della giuria. Bellissimo Remember di Atom Egoyan , ne scrive Mariuccia Ciotta a parte, ma per chi considera grande cinema tutto Russ Meyer, The Great Rock'n roll Swindle di Julian Temple, Lo sbirro e la madama di Burt Reynold, John Landis soprattutto del primo episodio di Ai Confini della realtà e di The Blues Brothers che di quello spirito antinazi è impregnato, è un capolavoro assoluto. Non ammette se e ma. Christopher Plummer qualunque giuria composta da esseri umani dovrebbe essere portato in trionfo per la sua performances double body. L'SS e l'ebreo in un corpo solamente. Chi mai li aveva interpretati? Fantastico.
Ci sono film che fanno fare un giro imprevisto in più, e gratis, alle nostre teste. E le smuovono e le sconvolgono un po' (Guadagnino, Gitai, Kaufman, Skolimowski...). E altri che, come fa Salvini con il suo popolo, stanno molto attenti a non spostarle, quelle teste. Che restino dove sono (Sokurov quando fa, poco saggiamente, “cinema saggio”).
Un esempio del primo tipo è anche Per amore vostro di Giuseppe M. Gaudino, set Napoli oggi, quella più povera ma che si affaccia spudoratamente, però, sul lungo mare più bello del mondo, come fossimo in una favela di Rio. E' un film sperimentale ad alta sensibilità umana, grondante fino alla nausea purificatrice di pezzi di popolo gettavo via come roba vecchia sulla strada, di religiosità pagana misteriosa ma consolatrice, di mostruosità e felicità domestiche, di Gomorra quotidiana qualunque, il tutto scodellato, tra Hitch e Carmelo Bene, attraverso effetti speciali affettuosi, loop horrro, distorsioni, cromatismi lisergici improvvisi e soprattutto svisate scratching sonore (di Mac Guff più Epsilon Indi alle musiche). Non ci fossero i sottotitoli inglesi non capirebbe un'acca, come ai tempi di Troisi il non partenopeo. La lingua non è quel napoletano tv che va molto al cinema. Masaniello parlava così, suppongo. Il film, poetico politico, è scritto, o meglio imbastito di luci e parole e sangue assieme a Isabella Sandri, come sempre, ma anche a Lina Sarti. Ed è un'altra performance di attrice solista. Se Valeria Golino non funzionasse, buffa, tragica, sentimentale, ringhiosa, paurosa, rapace, unghiuta, tremante, materna... il film non ci sarebbe, né nel suo avanzare “realistico” in bianco e nero né nel suo retrocedere temporale o onirico, a colori. Il film invece c'è. Lei è la “Mortiz Moszkowski” del nostro star system. Nel senso che riesce a rappresentare l'intero gamut della tecnica recitativa (e qui mi riferisco a quando Igncy Paderewski affermava che “dopo Chopin era stato Moszkowski a scrivere per il piano abbracciando l'intero gamut della tecnica”. Egoyan non a caso lo rievoca). Perché, come diceva Chalers Laughton non si recita mai al cinema con gli occhi, l'orecchio e la bocca, ma con le mani. Sono roche le dita. Rock, non le tonalità. Attenti al primo giudizio sommario. L'armonia è dissonante, l'orchestrazione visiva è post wagneriana, ma la strumentista solista riesce a riportare tutti al di là, a una nuova consonanza, alla melodia semplice, al demenziale, dionisiaco ritornello offenbachiano o se preferite neomelodico. Suggeritrice di un set tv, madre ipersfruttata di tre figli di cui uno sordo muto, in rotta con il marito usuraio che per troppo tempo ha tollerato (opportunista, per superiori interessi familiari), Anna decide di confessarsi a se stessa, di farla finita con il bruto usuraio assassino che sta nel suo letto e di scollarsi da lui anche sentimentalmente non sapendo in che avventura si sta, ancora più pericolosamente, gettando. Tra le braccia infide di un nuovo amante, la bomba sexy di una sorta di “Un posto al sole”. Il suo salto nel vuoto ricompone il film miracolosamente, altro che San Gennaro, facendolo diventare la sinfonia lugubre una melodia flautata anti cammorrista. Che molto deve a Andres Serrano (per il coté necrofilo) e al Quartetto Cetra (per l'umore dissacrante), a Rossellini di Stromboli e a Peter Weir per i toni apocalittici, e soprattutto a Suspicion e a Ingrid Bergman per il clima generale. La donna che regge il gobbo, la stunt woman finale. In un rovesciamento delle gerarchie di un set dove gli ultimi saranno i primi. Non solo. Gaudino affida a Valeria Golino quel testimone femminista lasciato da Stefania Sandrelli suicida in Io la conoscevo bene, affidando a lei il controllo simbolico dell'intero film, cosa che alle donne del cinema italiano è ancora precluso, come fossimo in una moschea dell'Islam reazionario. Ma come Lucia Mannucci qui Valeria Golino è leader. Fa parlare perfino i sordo muti. A costo di qualunque travestimento e sbaglio.
Abluka (Frenzy) cioé Follia di Emin Alper (Turchia) nonostante il titolo hitchcockiano non è un thriller politico sulla Istanbul di Ergdogan, novello Demirel che sa giocare con le bombe, i terroristi, i servizi deviati, gli islamisti, i curdi , l'esercito e lo sbattere i mostri in prima pagina. Non cinema d'azione ma un composto alchemico metaforico, di densa materia scura, marrone, nera, maleodorante (di immondizia si occupa il protagonista), che trova il suo baricentro nella doppia schizofrenia di due fratelli accomunati da un tragico destino e dunque in un traballante procedere per incanti, ellissi, ripetizioni, sogni, ritorni all'indietro, incubi di cani feroci, fughe in avanti che rendono il tessuto narrativo incerto misterioso e pauroso. Il Potere e la sua capacità di distruggere gli uomini semplici, di manipolarli e utilizzarli per schiacciare qualunque nemico sia esso un cane randaglio sia un sovversivo. Ci si compiace molto, troppo, certo involontariamente, di come un potere autoritario possa mandare in paranoia i suoi sudditi meno attrezzati. Però è un film che resta nel ricordo. Non a caso ne ho già scritto e me ne ero dimenticato.
Desde alla, Da lontano del venezuelano Lorenzo Vigas, film per soli uomini, monoerotico, soprattutto autoerotico, ha fatto una certa impressione sul tessuto medio festivaliero. Perché il narratore è un po', per esprimerci grossolanamente, alla Pablo Larrain. Il più secco e gelido radiografo del Cile di Pinochet. Anche se il direttore della fotografia di questo film, Sergio Armstrong, ha certamente ristudiato se stesso in Tony Manero, per dare quanta più disumanità possibile, ombre inquiete e decolorazione ghiaccia, alla metropoli tentacolare e sotto incubo. La Caracas oggi. Che ne esce a pezzi. File dal panettiere. Crisi economica. Il petrolio sta ai minimi, Maduro sembra che regga ma il popolo no, soffre, si arrangia, ruba quel che può. Perfino specchietti retrovisori. Intanto i ricchi ridono. Ovvio che il film osserva altro. Dentro la storia. Dentro la società. Dentro i corpi. Nella psiche. Nella psicopatologia di massa del fascismo. Che, come si sa dall'epoca di Wilhelm Reich, compie disastri anche quando la tensione è più socialisteggiante che nazionalista, vedi nella Urss di Stalin, dal 1930 in poi....Armando, odontotecnico benestante, molestato dal padre da piccolo, immaginiamo traumaticamente e ripetutamente,lo odio lo vorrei morto”, vive solo e non si è mai sposato. Adesca giovinetti per denudarli e mastrurbarsi, ma senza mai avere contatti sessuali. Una sorta di critica pacifista del padre? Finché non trova un ragazzo violento, un macho affascinante che più lo deruba e lo ferisce, più lo tenta. Elder, capo teppa, inizia a frequentarlo sempre più spesso, dapprima per interesse. Lascia la sua ragazza mulatta, si fa pessima fama nel suo ambiente maschilista, che lo scarica, viene perfino cacciato di casa dalla madre che ha saputo da un pettegolezzo che quell'opportunistica relazione (a Elder servono i soldi per trasformare un ferrovecchio in automobile) si è trasformato in amicizia a tutto tondo, poi in amore, vero e folle, addirittura carnale, era ora. Ma fino a conseguenze devastanti. Armando scoprirà che quel che insegue in Elder, nelle sue zone dark e inconfessabili, è proprio la crudeltà criminale del padre. A questo punto rifiuta la sua soggettività desiderante. Torna nell'incubo. Un happy end che non è happy per nulla. Atroce.
C'è qualcosa di Wakamatsu e delle nouvelle vague anni sessanta, in un bellissimo film maghrebino che descrive come ormai il lavaggio di cervello effettuato dai predicatori letteralisti che deformano l'Islam dal tubo catodico e lo fanno diventare una sorta di catechismo nazista, stia trasformando in peggio anche gli algerini meno riconciliati. Come il duro, criminale, ladro, violento, borseggiatore, irrequieto, solitario, adolescente di nome Omar il protagonista biondastro di Madame Courage di Merzak Allouache (Algeria), un regista che sta raccontando l'evoluzione interiore del suo paese, vista dagli adolescenti, da oltre trent'anni. Qui siamo fuori concorso. Il quartiere in cui vive Omar, alla periferia del centro turistico balneare di Mostaganem, è solare e ha un bel lungomare, ma lui sta in una baracca puzzolente senza acqua con la madre che è meglio perderla che trovarla. E' un continuo maltrattarlo e minacciare “ti caccio di casa perché non mi porti mai un soldo”, anche perché sta sempre davanti alla tv religiosa a farsi lessare il cervello con le più ridicole sciocchezze sessuofobiche e omofobiche ripetute come mantra. Omar perde la pazienza. “Un giorno prendo la tv e te la spacco in testa”. La madre Coraggio del titolo non si riferisce affatto a Brecht, ma è il nome di una pasticca, di una sostanza psicotropa che va molto tra i giovani algerini perché è a basso costo e ad alta resa. E comunque basta rubare il portafoglio a una vecchietta o la collanina con la mano di fatma a una ragazzina e il viaggio verso la felicità è assicurato. D'altra parte, come sopravvivere ad Algeri oggi nei quartieri cui tutto è stato tolto, non c'è lavoro, e anche la speranza è fuggita via? Un giorno però Omar strappa la collanina e si innamora perdutamente del collo e del volto della giovanissima proprietaria. La segue, restituisce il maltolto, la molesta per giorni finché il fratello di lei poliziotto non lo caccia, poi lo minaccia , poi lo arresta, poi lo fa picchiare. A questo punto Omar, cha ha introiettato “naturalmente” la logica del taglione tanto di moda tra i coetanei dell'isis acquista una scimitarra al mercato nero, castra con un solo colpo ben assestato il pappa della sorella, ovviamente costretta a prostituirsi, ma oltretutto pestata come un colabrodo, e si avvia verso la casa della “sua ragazza” per far fuori il piedipiatti, unico ostacolo a un amore ancora non corrisposto. Di Wakamatsu c'è questo finale cruento e poetico con Omar che organizza per lei un incredibile spettacolo di fuochi d'artificio. Il suo ultimo colpo gli ha fruttato una fortuna......
Una ragazza che vorrebbero far diventare medico ma che invece vuole cantare musica rock con il suo gruppo, ispirato dal folk maghrebino, è la protagonista di un film ambientato a Tunisi prima della rivoluzione “per la libertà e per la democrazia”. Uno scossone salutare che, nonostante i profeti del malaugurio, sta andando avanti per la sua strada irreversibilmente. Appena apro gli occhi di Leyla Bouzid, figlia d'arte (Giornate degli Autori), è la versione femminile del film di Allouache. Lo scatenamento della soggettività desiderante crea resistenza in famiglia e fuori, anche se chi agisce non è costretto, come nel caso di Omar, alla criminalità individuale o organizzata. Lei canta. Bellissime canzoni d'amore e micidiali song di lotta. Ma la questura non vuole. Chiudono i locali dove si dovrebbero esibire, costringono chi gli affitta le cantine a cacciarli. I genitori non vogliono. E perfino un membro della band, che è in realtà un poliziotto travestito, perché di informatori della polizia era infarcita tutta la società incivile di Ben Alì. Fino a che perfino la nostra eroina rischia per gelosia di mandare tutto a monte perché litiga con l'altro leader della banda. A quel punto la polizia segreta rapisce la ragazza e le dà una di quelle lezioni che avranno gli effetti boomerang che conosciamo. Rivoluzione. Questo film “apre gli occhi” dello spettatore occidentale infatti sulla difficile lotta di quella generazione che si è trovata di fronte una dittatura dall'aspetto vellutato e dalla realtà micidialmente attenta a reprimere ogni anelito di libertà. In fabbrica nei campi, nel commercio, nelle scuole, nelle strade. C'erano le elezioni? Bastava non mandare le schede elettorali alle persone tra i 18 e i 30 anni e il gioco era fatto per il partito al potere, membro dell'iInternazionale socialista. Oppure. Vogliamo parlare del sesso? Oppure, più semplicemente. Vogliamo andare al bar a berci una coca? Non era così semplice, almeno per una ragazza, con il velo o con i jeans strappati. Lo vedremo nel film questo penetrare nella notte negli spazi occupati dai soli uomini. E vedremo come si riesce a liberarli. Grazie alla musica. Il “musical” tocca punte hard insospettabili. E fa capire che sono stati questi ragazzi i veri eroi che hanno capovolto il mondo. E che facevano bene a reprimerli, i metallari, i rockettari e i folk singer del maghreb e del mashreq, perché stavano, stanno sconvolgendo il mondo islamico e sono i veri nemici dell'Isis.

Si mette a fuoco molto meglio dall'ottica maghrebina l'importanza del film di Claudio Caligari, di una sceneggiatura scritta nel 1995 e diventata film solo adesso. Anche se il montaggio non è stato realizzato dall'autore ma si sono accuratamente eseguiti i suoi voleri, come se si trattasse della seconda parte di un dittico, dopo Amore tossico, set lo stesso, Ostia. Gli spettri aleggianti di Pasolini. O meglio di Derek Jarman, che al delitto più orrendo del secolo scorso, si trattava di un poeta, dedicò un magnifico poema visivo. Non essere cattivo, il film postumo di Caligari, uno dei pochi registi scampati allo sterminio per "droga prigione e esilio" di una generazione (è stata la tecnica utilizzata in Italia, paese dove non era il caso di stipare sovversivi in aereo e buttarli vivi giù di sotto, Ustica ingombrava). Caligari era capace di catturare la sostanza profonda dei tempi e i suoi conflitti interiori (vedi La parte bassa o Amore tossico), proprio come pochi altri sopravvissuti al decennio incandescente, come Tonino De Bernardo o Alberto Grifi. E per questo è stato messo in grado per anni di non nuocere. Emarginato. Niente finanziamenti. Tra L'odore della notte, penultimo film, e questo, passano non a caso 17 anni e senza l'intervento prepotente e autorevole di Valerio Mastrandrea neanche questo progetto anni 90 del cineasta di Arona avrebbe mai visto la luce. Due amici della piccola malavita locale. Spaccio, furti, traffici vari, molta 'madre coraggio', i rapporti con il boss della zona, le ragazze, poi si cresce, che ne dite di tornar normali? Il lavoro, i cantieri edili (Mastrandrea ne sa qualcosa), e le due vie che si aprono: facciamo ancora i cattivi fino all'ultimo respiro o diventiamo buoni e tranquilli? Casa moglie figli? Uno resiste. L'altro no. Uno crolla. L'altro vacilla. L'ultimo colpo.... La tragedia di due emarginati ridicoli. Però che strano. Questo film compatto e corposo, un po' alla Romanzo criminale televisivo è piaicuto moltisssimo. Celestini invece è stato più criticato. Eppure quest'ultimo non divide comea a scuola buoni da cattivi. Li mescola. Trovà bontà nella cattiveria dell'illegalità. Qui è come se i due mondi non fossero mescolabili. Celestini inquieta di più. Caligari postumo di meno. Strana la vita.

Anche Franco Maresco mi ha stupito. E' magnifico ricordare la vita e il teatro di Franco Scaldati nel documentario “Gli uomini di questa città non li conosco” (Fuori Concorso), con rari filmati delle sue messe in scena, delle sue apparizioni cinematografiche e delle interviste di Raitre. Visto che, dall'inchiesta firmata dallo stesso Maresco al teatro Biondo, che vediamo alla fine del film, oggi in città nessuno lo ricorda e lo conosce. Ma non riesco a trovare lo spirito anarchico di Maresco, nel film. Scaldati, attore, regista, autore di capolavori scenici insostenibili come Il pozzo dei pazzi, filologo di parte popolare, colui che ha restituito profondità poetica a una lingua siciliana biodegradata dalla media e piccola borghesia, non riconciliato mai con i poteri forti e oscuri della sua città, punto di riferimento centrale del lavoro beckettiano di Cinico Tv, viene analizzato attraverso gli interventi dei suoi amici, collaboratori, uomini di cultura siciliano o meno (Letizia Battaglia, Roberta Torre, Goffredo Fofi, Emiliano Monreale... perché non c'è Gianfranco Capitta?), nella sua nichilistica opera di smantellamento dei valori estetici e etici dominanti. Eppure sotto traccia c'è uno strano risentimento, più di Franco Maresco che di Franco Scaldati. Non lo hanno celebrato. Non lo hanno amato. Non lo hanno dotato mai di uno spazio degno del suo valore. E meno male, no? Franco poi non può raccontare la storia del rapporto di Scaldati con le lotte degli anni sessanta e settanta come fosse un inserto di Repubblica. “finite le forzature ideologiche del sessantotto”. Ma cosa dici?

Ben altro clima si respira in Danimarca. Dove Jacopo Quadri e Davide Barletti sono andati a trovare Eugenio Barba in occasione del cinquantenario di vita dell'Odin Teatret, festeggiato da circa 500 artisti venuti da ogni parte del mondo (a loro spese) per realizzare uno di quegli scambi artistici (se io balinese canto e danzo tu keniano canti e danzi e tu danese pure, e tu brasiliano anche) che hanno reso celebre la “teoria del baratto” messa a punto dal gruppo del drammaturgo e antropologo salentino (e scopriamo anche tagliatore di alberi con tanto di sega elettrica da film horror) teorizzatore ante litteram della contaminazione culturale (i pulcinella che fanno mangiare gli spaghetti alle danzatrici indonesiane snodabili è uno spettacolo nello spettacolo). Il paese dove gli alberi volano – Eugenio Barba e i giorni dell'odin racconta proprio la fase organizzativa della grande festa all'aperto dell'estate 2014, con acrobati, pupazzi, danzatori classici, bande musicali, lottatori di capoeira, ragazzi venuti da Nairobi, artisti di ogni tipo, piccoli e grandi, diretti come fosse Butch Morris da un super regista dai tentacoli giganteschi, di comunicativa immediata, grande charme, precisione di fraseggio e dal corpo miracolosamente giovanile. Holstebro, la piccola cittadina danese dove l'Odin risiede da 48 anni, dopo i due iniziali a Oslo, reagisce con pudore e presenza calorosa alla grande festa. Ma. “Dove sono le persone? Qui sembra che non ci sia nessuno. Anche se è tutto magicamente pulitissimo” affermano gli ospiti keniani, i ragazzini delle periferie povere di Nairobi che sono dei ballerini pazzeschi e mai sono stati in Occidente.

Due film che speriamo siano recuperati a Venezia a Milano e Venezia a Roma sono il brasiliano Boi Neon di Gabriel Mascaro (orizzonti) e Montanha del portoghese Joao Salaviza (Settimana della critica). Speriamo che li premino. Ne riparleremo.
Venezia


lunedì 24 marzo 2014

Leopardi on the road….Mario Martone tra le Operette Morali e "Il giovane favoloso"


Elio Germano sul set di Il giovane favoloso, di Mario Martone


Roberto Silvestri*
Roma

E’ allegro e rilassato Mario Martone, nonostante lo abbia sottratto per un’ora al tavolo di montaggio inquieto dove sta dando vera vita con Jacopo Quadri a Il Giovane favoloso, il suo nuovo film, con Elio Germano nella parte di Giacomo Leopardi.

Il giovane favoloso
Budget alto, cast di primo livello e tempo di riprese fuori dagli standard. I cavalli, le carrozze e i costumi Ottocento che maneggia ormai da tempo. Ma dopo il successo di pubblico di Noi credevamo, tutto è più facile. Ministero, Rai, camera di commercio di Ancona, film commission, tutti sorridono. Nelle sale arriverà in autunno, dopo un super festival. Che titolo strano e glam, però. C’è la mascolinità, la femminilità e poi la favolosità. Qualcosa che va oltre i giardini dei generi, verso i territori incantati del desiderio multiforme, dell’amore folle anche virtuale e dell’immaginazione sfrenata. Martone, il regista napoletano che alterna scena, lirica, video, documentario e cinema-cinema, ma che sempre di immagini di combattimento è specialista (fin da Morte di un Matematico napoletano e L’Amore Molesto) ci accoglie nella stanza-ufficio romano di via Michelangelo Buonarroti, un appartamento diviso con altre società indipendenti di cinema, nella zona torinese-ottocentesca e dai nomi toponomatici più gloriosi della capitale.

Il giovane favoloso
Il regista di L’odore del sangue, il videomilitante schierato con il Fronte Polisario, così implicato nelle cose del mondo d’oggi, è imprigionato però da dieci anni nel back to the future. Un vortice magnetico lo spinge verso l’Ottocento:  Leoncavallo e Mascagni allestiti all’Opera, Noi credevamo, al cinema. Operette morali da due anni in tournée teatrale (New York, Mosca…), riducendo da 18 a 14 i dialoghi rispetto alla prima torinese e adesso l’impresa ‘folle’ di viaggio in Italia con Giacomo Leopardi, in pieno montaggio dopo 16 settimane di riprese (luci di Renato Berta). Non sarà un biopic tradizionale. Anche se la mappa geografica dei set è scrupolosamente fedele: Recanati, Macerata, Osimo, Loreto, Roma, Firenze, Pisa, Napoli…. Il tutto girato quasi nei luoghi stessi dell’azione.

Il giovane favoloso
Il Giovane favoloso, da una suggestione di Ortese, è proprio spiazzante come immagine. I nostri ricordi liceali schiacciano Leopardi più nell’avverso destino privato di un corpo infelice (il morbo di Pott, lo stesso di Gramsci, gli schiacciava le vertebre rimpicciolendolo), mentre Carmelo Bene e Lenta Ginestra di Antonio Negri lo riposizionano alle scaturigini del materialismo non metafisico. Ma già i letterati contemporanei, da Gladstone a Sainte-Beuve, colgono nel suo scrivere “quasi ogni riga” in prima persona singolare favolosa, la libera sensibilità temporale del moderno, il poeta e il filosofo sensuale più che sensista che viaggia nel tempo, tra dolori e desideri profondissimi. Verso il passato della crisi classicista e rinascimentale, con Giordano Bruno, Galilei e Tasso e nel futuro, aprendo al Risorgimento europeo e alla messa in scena di Rossini, dal linguaggio moderna. Che affronta la sconfitta dei Lumi e della Rivoluzione, si mette con la sinistra atea di Hegel (“e Herzen lo adora per questo e Mazzini lo detesta”) e riempie, incompreso, quel vuoto storico di un’Italia bigotta espressione geografica marginale, incapace di uscire fuori dall’Italia.
Ci sono altri mondi da costruire, collettivamente. Poetare è già farli.

Mario Martone durante le prove di Operette Morali. Foto di Marco Ghidelli
L’immaginazione al potere potrebbe essere uno slogan leopardiano del film, segnale della sua attualità, almeno nei dintorni del sessantotto del XX secolo. Elio Giordano che si è immedesimato così pericolosamente e totalmente nel protagonista - tanto da rubargli perfettamente e inquietantemente la calligrafia – è fuggito adesso in India, ci confessa Martone, per disintossicarsi - ma parla del suo tentacolare Leopardi, come di un coetaneo in rivolta di oggi.

Renato Carpentieri in "Operette Morali" 
Il poeta di Recanati da circa un decennio ossessiona e appassiona Martone. Non riesce a liberarsene facilmente: “e attenzione, Leopardi è irresistibile e infinito, potrei fare ancora altri dieci film su di lui”…Non li farà e promette di liberarsi presto del XIX secolo. 

Nel 2004 lo accosta una prima volta, assieme a Enzo Moscato per l’Opera segreta, sull’incontro-scontro tra Leopardi, Caravaggio, Ortese e Napoli: “Sono rappresentazioni fatte dall’esterno di una Napoli vissuta come scoperta interiore, simili a quelle di Pasolini…Una città che sfugge anche a chi c’è nato, come sfugge agli sforzi della politica, ai tentativi di raccontarla, e produce in tutti rapporti di appartenenza dolorosi”.

"Operette Morali"
Leopardi vive l’ultima parte della sua vita e muore nel 1837 a Napoli, di indigestione (da cibi marchigiani, fatti arrivare apposta), a 38 anni. Antonio Ranieri (che è Michele Riondino), l’amico del cuore aitante e prestante che lo ha strappato all’oppressione familiare, di 8 anni più giovane, gli erigerà una maestosa tomba: “Senza metterci un bel niente, qualche oggetto, dei vestiti, credo che abbia fatto un bel gesto simbolico, in ogni caso, corpo o non corpo”. Martone dall’omega passa poi all’alfa quando è ipnotizzato completamente da Leopardi, nel 2010, visitando il palazzo di Recanati, la tres grande biblioteque di papà Monaldo (“nel film ne risarciremo la figura”), degna di un principe e di un re, piena di testi rarissimi e di manoscritti anche proibiti, e quella finestra. Si ributta a leggerlo. 

Iaia Forte in "Operette mortali"
Ne tira fuori prima due o tre cose drammaturgiche incastonate nelle Operette morali, corpi voci tragitti invettive, che retrospettivamente danno senso anche alle avventure nell’avanguardia di Falso Movimento, alla crudeltà rispetto a ogni messa in scena di rappresentanza. Nato nel 2004, il progetto Noi credevamo, sul risorgimento interruptus, di faticosa e lunga gestazione. Sarà film solo nel 2010: “Leopardi sarà una voce presente nel film, indirettamente, una voce che non mi ha mai abbandonato”. 

Roberto De Francesco in Operette Morali
Per Torino e per i 150 anni dell’unità d’Italia sceglie la missione impossibile e mette in scena, l’anno successivo, le Operette morali. Perché? “Contengono un teatro interno, come se ci fosse un drammaturgo, segreto a se stesso, all’opera”. Per esempio? “Moliere, Beckett, Koltès. Il dialogo tra Timandro e Eleandro è come il primo atto del Misantropo. Roberto De Francesco, Alceste nello spettacolo di Toni Servillo, mi ha detto 'sentilo come lo sentirebbe Molière', e improvvisamente sgorgava, la tensione era simile, anche perché nella prosa di Leopardi, difficilissima da toccare, c’è forza drammatica. Il dialogo Della terra e della Luna è già tutto Samuel Beckett, con quel tipo di rapporto sadico e di muoversi nell’assurdo. Nella solitudine dei campi di cotone di Koltès, che ho diretto alla radio, è un dialogo fitto di lunghi monologhi meravigliosi, quasi ‘ponti della lingua che s’innalzano’, come le Operette morali”. Resta teatro letterario? “No, c’è  anche una forte tensione dialettica. Anzi c’è scontro, conflitto. Leopardi si mette sempre in discussione. In ’Tristano e un amico’, per esempio, gli argomenti usati dei suoi avversari sono ‘forti’, lui spiega bene le ragioni dei nemici, che poi sono i liberali dell’epoca che lo criticano, senza ridicolizzarli mai. Però lui è come se vedesse oltre, come se vedesse ora. Come se li vedesse già i totalitarismi, il capitalismo realizzato e trionfante, le guerre, tutti i mali a venire”.

Mario Martone. Foto di Mario Spada
Viva Leopardi! allora. Proprio come la scritta che leggiamo su un muro di Firenze, vicino al teatro della Pergola, dove Operette Morali era in cartellone fino a pochi giorni fa. Un graffito rosso solare, da centro sociale risorgimentale, un invito alla rivolta poetica. Ma non è Martone, in vena di pubblicità, quel graffitista della notte. Visibilmente soddisfatto però della foto che la immortala, regalo di un amico, e che mi visualizza sul Mac. Di buon auspicio per il suo nuovo film.





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Elio Germano in "Il giovane favoloso", nei panni di Giacomo Leopardi


Leopardi dall’omega all’alfa secondo Mario Martone
(passi da una intervista registrata a Roma nel marzo 2014) 


Sono stato colpito dell’attenzione dei giovani che smanettano in sala durante le Operette morali  ma ridono, reagiscono e commentano puntualmente quel che succede sulla scena, e sono meno distratti e intimoriti dal testo rispetto al resto del pubblico. Ho pensato che Leopardi gli arriva dentro direttamente.

Operette morali, il dialogo 'horror'
Nobil natura è quella che dice la verità e dice il male che ci è dato in sorte … così si affratellano gli uomini consapevoli di una battaglia comune. E questo è sicuramente il lato politico e profondissimamente  etico di Leopardi. Però a partire sempre da una consapevolezza individuale. Insomma è vero ciò che è vissuto, mentre tutto ciò che non è vissuto ed è ideologia, è falso. Mi sembra che questo è il modo di descriverne la potenza e l’attualità. Lui non avrebbe usato parole come ideologizzato. Ma il metodo resta quello: è vero solo ciò che è provato individualmente, con tutte le conseguenze possibili. E’ uno scrittore estremo, Leopardi.

Mario Martone foto di Marco Ghidelli
Per capire l’attualità di Leopardi basta guardare il nostro paese, lo stato dell’Italia di oggi. Difficile dargli torto. E guarda l’Europa, il mondo, il capitalismo. Che cosa ne è venuto delle rivoluzioni patriottiche e socialiste? Lo ha descritto già. Ecco perché anche Noi credevamo, senza avere a che fare direttamente con Leopardi era un film di sguardo leopardiano. Anzi, dal Matematico napolitano ad oggi, mi sembrano tutti leopardiani i miei film. Ma è un punto di vista in movimento. Mi trovo in una situazione strana, sulle sabbie mobili che più mobili non potrebbero, perché sono in montaggio e quindi è difficile avere un distacco….


Del film Il giovane favoloso non so ancora nulla, perché nel montarlo lo interrogo continuamente. Dunque non devo, non posso e non voglio parlarne, per ora. Le due fasi, sceneggiatura e montaggio sono due scritture completamente diverse, una con le parole (Ippolita Di Majo) e l’altra con le immagini e i suoni. Durante la le riprese non inizio mai il montaggio. Sono abituati così con Jacopo Quadri. Ho bisogno che si chiuda la fase del set.  E che poi si apra la fase di scrittura successiva, che è il montaggio. Dove tutta una serie di cose possono cambiare completamente. Il mio lavoro è manuale, fisico, sensuale, tattile, acustico, non cerebrale. Più da fabbro o da falegname, che da intellettuale. Anche Noi credevamo non era costruito su presupposti a prescindere. Via via, nel farsi, ho preso una posizione. All’inizio c’è stato un ascolto, una lettura, uno scoprire cose che non conoscevo. Poi piano piano, nella concretezza del girare e montare si forma una posizione.

All’orecchio di Leopardi le parole ottimismo e pessimismo suonano come parole completamente vuote.  E non significano niente. Mi ricordo Claudio Abbado che una volta mi disse: “Detesto la parola speranza, il verbo sperare. Cosa devi sperare? Devi agire”.  Mi colpì molto. L’unica cosa importante è l’esperienza. La forza dell’esperienza. Sapere. E la consapevolezza che non esiste verità se non quella che tu vivi nell’azione, nel rapporto, che sia con te stesso o che sia con gli altri. Non è che c’è un sistema politico o religioso o di qualunque altro tipo che ti possa sgravare dalle tue responsabilità e verso il quale tu possa solo nutrire speranza…..

Leopardi era osservato dalla sua epoca come una strana creatura di cui certamente si vedeva la statura, ma era difficile da inquadrare, più facile da ignorare. Non viene considerato scandaloso, piuttosto erano quasi tutti stufi di Leopardi. Non riuscivano a capire niente di quel che diceva, ed era lasciato nell’isolamento più totale. Gli rimaneva in mano soltanto la tristezza, la malinconia, la disperazione. Herzen racconta che un giorno litigò con Mazzini su Leopardi. Mazzini era proprio l’opposto, cattolicissimo, tutto per la Causa, la fede cieca, lo detestava.  Herzen invece lo amava moltissimo. E a un certo punto Herzen dice a Mazzini: “Sembra quasi che voi lo accusiate di non aver partecipato alla Repubblica Romana! Già, la repubblica romana era nata quando ormai Leopardi  era morto da qualche anno, nel 1836. E per Mazzini il disincanto, la disillusione rivoluzionaria, la consapevolezza della vanità di quel tipo di azione erano peccati mortali.    

Il lavoro sul testo delle Operette Morali è stata un’impresa che ci ha fatto tremare i polsi, insieme a Ippolita e agli attori abbiamo lavorato molto a lungo prima di andare ‘in piedi’ come si dice. Siamo stati a tavolino moltissimo, per disboscare il testo e montarlo anche diversamente, un po’ come si fa un film. E’ un lavoro di selezione e di montaggio. Inevitabile per ricreare un’altra ‘struttura’.
Si sente che Leopardi amava il teatro e  ha scritto teatro da ragazzo, ed era particolarmente interessato alla questione della ‘lingua moderna’. E perciò si interessava di comico perché con quel registro, come fece Luciano in epoca romana, poteva toccare tutti gli argomenti anche i più pericolosi e micidiali che voleva, dalla religione alla politica. Abbiamo ricomposto il testo, con assoluto scrupolo filologico, assieme a Ippolita di Majo, cercando di restituire quella scena arcana e stupenda, ma anche irresistibilmente comica delle Operette morali, poi presentata a Torino al teatro Gobetti. Lì abbiamo allestito una sala “illuminista”, in forma assembleare, con parte della platea riconsegnata alla scena, attorniata dagli spettatori. Ma nessun altro teatro l’ha voluto. Solo l’Argentina di Roma, in coda di stagione. Ed è stato il più alto incasso dell’anno. Un inizio di tournée faticoso, ma dopo lo spettacolo è andato ovunque, anche a New York e Mosca. Grandissimo successo a Venezia e a Firenze dove, in replica fino a pochi giorni fa, la dimestichezza con ‘quella’ lingua italiana è maggiore che altrove. Questo successo ci ha convinti a intraprendere il grande progetto di Il giovane favoloso.


La poesia più siderale di Leopardi, L’infinito, andando a Recanati, può essere analizzata nella sua materialistà spaziale. È un’esperienza concreta. Di cui parla. Ed è impressionante la trasfigurazione che si dà del siderale perché le parole ti portano in una dimensione di ignoto totale, mentre la cosa di cui parla è concreta. Tutto quel di cui lui si occupa è concreto. Sempre. Lui prova delle emozioni e immediatamente è lì a scrivere, ad analizzare e descriverle e a capire cosa sono.  E’ devastante, sotto il profilo fisico, umano, la continua messa alla prova della propria immaginazione razionale. Pensa al Diario del primo amore, bellissima poesia dedicata alla cugina: analizza tutto ciò che accade dentro di lui come uno spietato radiografo,  il che lo costringe a un continuo passaggio dal caldo al freddo, dall’emozione impressionante alla freddezza dell’analisi, e anche la dialettica è dentro di lui perché è in costante movimento. Iniziare a lavorar su Leopardi ti porta a dire di non voler smettere mai, perché non si ferma mai. Anche se hai fatto un film e credi di aver messo un punto fermo invece non hai messo proprio niente. Quindi tu fai un viaggio. E di volta in volta puoi farlo. Come con le Operette morali, con il film, con i libri che leggi su Leopardi. Tutti sono dei viaggi su un territorio in infinito movimento.

Il metodo di lavorare parallelamente tra scena e set lo coltiva da sempre. Le riprese di Il matematico accompagnarono il debutto di Rasoi, primo lavoro su Napoli. L’ Amore molesto incrociava Terremoto con madre e figlia di Fabrizia Ramondino. Non parliamo di Teatri di guerra intrecciato a I sette contro Tebe anche nel cast. Come un incessante laboratorio, con la consapevolezza che si maneggiano due linguaggi completamente diversi.  Ma con Leopardi sono entrato in un territorio infinito, che posso continuare a percorrere senza venirne mai a capo. Anche se ho avuto ottimi compagni di viaggio come Elio Germano. E mentre volge al termine questo film, mi devo frenare dal non concepirne altri tre o quattro o dieci leopardiani….


Barbara Valmorin in "Operette morali"
Leopardi non era un tipo facile ed ebbe una vita complessa. Conobbe il mondo attraverso i libri, sapeva tutto, conosceva ogni lingua, compreso l’ebraico e il sanscrito. Leopardi è molto avanti rispetto al mondo che lo circonda e sfugge alle categorie del tempo. Nell’orizzonte di Leopardi c’è un Oriente molto antico, e la sua visione del mondo è molto divertente e aperta, come si vede nella “Scommessa di Prometeo” delle Operette morali, con gli dei trasformati in uomini che viaggiano dall’America all’India e fino a Londra e commettono ovunque mostruosità allucinanti, sia i ‘primitivi’ che i ‘moderni’. Leopardi nichilista? Nel dialogo tra Plotino e Porfirio, sono certo convincenti gli argomenti a favore del suicidio. Le parole di Barbara Valmorin andrebbero scolpite negli ospedali italiani, sono avanzatissime, e anche il suo discorso sulla natura e su cosa significa contro natura. Ma quale natura? Cosa c’è di meno naturale della medicina? Eppure poi arriva Plotino e ti convince sulle ragioni, non morali, non religiose, per non suicidarsi: è per questo nascere della vita in un nulla, in una foglia che si muove e rifassi in un attimo il senso della vita.  E anche per non dare dolore alle persone che ti vogliono bene, perché l’amicizia per Leopardi è un valore speciale. Il pensiero negativo viene combattuto dall’immaginazione, dall’illusione dell’anima come valore. E’ un discorso profondo perché è un discorso sulla catena umana, pensa a La Ginestra, dove diventa anche esplicito valore politico, e questo è qualcosa di impressionante. E poi aggiungi a questo il fatto che non ha scritto un solo rigo, che sia verso, che sia prosa, che sia lettera, che sia  filosofia e o qualunque altra cosa che non sia autobiografico. Si è messo sempre in discussione.

Silvia, Gloria Ghergo
Nelle Lettere è interessante cogliere la ‘personalità multipla’ di Leopardi che quasi cambia voce, tono, a seconda con chi scrive. Non è mai lo stesso. E non certo per ipocrisia. E’ invece proprio la pieghevolezza dell’ingegno in azione. Ed anche questa specie di dimensione plurale, contenuta dentro se stesso che diventa politica, è proiettata rispetto al mondo e alla società. Nella sua mente ci sono come mille voci che parlano contemporaneamente, e la nostra mente comincia a cicalare” dice Torquato Tasso, che è l’alter ego di Leopardi - la malinconia, la depressione, la follia  - in uno dei dialoghi delle Operette”. E’ una figura in cui Leopardi si rispecchia e la visita alla tomba che tanto lo commuove a Roma è perché non c’è niente, perché non si vede niente, era questo niente che lo attraeva. E lo commuoveva.

Il giovane favoloso
Vanno ascoltate queste voci. Lui amava ascoltare. Amava la musica di Rossini, poco la pittura, molto la scultura neoclassica, quella di Piero Tenerani, per esempio. Vanno ascoltate anche le risate. Per esempio nelle Operette morali. E’ un elemento primario e non secondario, di Leopardi, il comico, almeno quanto il nichilismo ‘fertile’. Non emerge nella vita, piena di sofferenze, sarebbe falso negarlo.  Nelle Operette, però, se i dentro la sua mente, non nel suo corpo. Ma nel film hai a che fare con il corpo. Speriamo di viaggiare con lui nel modo più complesso possibile.

Elio Germano e Giacomo Leopardi
E’ dentro la temperie romantica, fatalmente. Ma c’è un passaggio progressivo, perché la vita di Leopardi e anche la sua opera sono molto diverse. Dalla temperatura ancora romantica delle prime cose si cambia, via via che l’esperienza porta consapevolezza. La messa a fuoco diventa sempre più nitida ed è chiaro che alla fine il romanticismo che ha attraversato gli è lontano. C’è quella parte che lo accomuna a Shelley. È un poeta che nasce nel suo tempo. Per poi travalicarlo. Quest’immagine di poeta catapultato in un tempo che non è il suo, che appartiene a un altro tempo, molto più vicino a noi, non saprei dire se è il novecento, è affascinante…

Gloria Ghergo, Silvia in "Il giovane favoloso"
Sì, a un certo punto viene eletto deputato repubblicano, a sua insaputa. Poi i papalini tornano al potere e non se ne fa nulla. Ma il suo impegno si vede anche dalla reazione furibonda al libretto I dialoghetti, scritto dal padre, quasi una parodia delle Operette morali. Il libretto diventa un best seller in tutta Europa, ma è papalino e reazionario a livelli spaventosi e, la cosa più allucinante, gli viene attribuito, perché esce anonimo. Si pensa che ci sia stata una sua conversione ‘a destra’. Cosa che lo fa andare su tutte le furie. Oltre al fatto che mai Leopardi ha venduto in vita neanche la centesima parte delle copie vendute dal padre, che nel film comunque viene risarcito perché il suo rapporto con il figlio è stato a modo suo molto amorevole.

Il giovane favoloso
Uno scrittore totalmente erotico, in senso batailliano, di accettazione della vita fin dentro la morte e della morte fin dentro la vita. Ma essendo ignorantissimo in filosofia, i miei primi contatti avvengono attraverso il teatro. Cioè io sento una voce. E’ come se sentissi un teatro che è lontanissimo da lui. E allora è chiaro che inizi a interrogarti su questo rapporto tra lui e il suo tempo. E su come lui viaggia nel tempo. Leopardi infatti non è solo in avanti, ma è anche indietro. C’è un rapporto forte con la tradizione. Il fatto che fosse un grandissimo filologo non è parte secondaria della sua fisionomia e personalità culturale.





(*) pubblicato in parte su Pagina 99 8 marzo 2014