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sabato 22 ottobre 2016

Moderato (estremista) cantabile. Requiem per Michael Cimino, che coreografò il cielo, il sole e le nuvole



di Roberto Silvestri *



Per motivi opposti - troppa simpatia, troppa antipatia testuale, non politica, non (come si dice adesso) ideologica - è difficile scrivere, senza farsi prendere la mano, sulle opere di due cineasti importanti, morti (e anche vissuti negli ultimi anni) in circostanze poco chiare, e che hanno avuto una concezione visiva del mondo, degli spazi e dei tempi, della danza, del sesso proprio e altrui, dell'azione e delle intenzioni interiori che muovono un racconto, differentemente inattuale, estrema, radicale, perfezionista, misteriosa, anticonformista e originale. Produttori entrambi di immagini sensuali, estatiche, audaci e anche sbalorditive. Ma sono tutti aggettivi che si possono incollare sia all'eresia undeground (da Meaks a Brakhage) che a quasi tutti (non Il silenzio degli innocenti, opera davvero unica) i film ben strutturati ma più che perfetti, “da Oscar”.



Parliamo infatti di quella linea antinarrativa e “panoramica”, a forte tentazione trance, non Balzac, semmai Flaubert, non realista semmai verista e descrittiva, non spaziale semmai temporale, legata sia a Chantal Akerman che a “Michelangelo” Cimino, come amava chiamarsi, nei momenti di rara modestia, il più ambizioso e misterioso regista e sceneggiatore italian-american del cinema industriale (Magnum Force, 1973 con John Milius...) nato nel 1943. O nel 1952. O nel 1939 (depistava sempre i suoi fan, anche biograficamente, Michael).



Il 2 luglio 2016, forse a 77 anni, senza che si conoscano ancora le cause del decesso, è morto l'ex genio, di megalomaniacale presunzione, dunque degno figlio della Hollywood Babilonia che lo aveva svezzato alla fantascienza (Silent Running, 1972, di Douglas Trumbull), ma inspiegabilmente espulso del business, proprio lui che pure fatto un grosso regalo alle majors e alle loro politiche di conquista planetaria dei mercati sia trasformando il flop in strategia di sviluppo e crescita, sia tenendo testa e poi annichilendo, tramite un gigantesco Bomb, un fiasco di bibliche dimensioni, l'unica Major indocile alla globalizzazione (si legga Final cut di Steven Bach, che coprodusse il disastro), cioé la Uninted Artists, indicando, per il futuro, con il suo prototipo I cancelli del cielo, la cifra di 150 milioni di dollari come budget medio di un film da mercato globale, magari da distribuire in Cina. 

Siamo già alla prefigurazione di Transformers e di Ghostbuster all girls. Basterà perfezionarne i dettagli. Per essere molto concisi bisogna infatti girare una scena almeno 30 volte, sperimentare, sprecare tempo e soldi, rifare il set, trattare tutti come pezze da piedi, licenziare i produttori tirchi che non capiscono, rubare le idee agli altri, produrre un sacco di scontrini da sbalordire a morte Di Maio... E poi il digitale non è forse nato grazie alle follie di Cimino, che tutto il girato lo stampava, come suo antidoto? 

Solo così si inventa il nuovo format, la nuova struttura e l'high concept. Non lo capirono subito. E i suoi film vennero visti sempre a uno stadio ancora informale, come work progress. 250 miglia di riprese filmate... Finalmente Criterion ha pubbicato il tutto in dvd blue ray (supervisionato dallo stesso Cimino) e I cancelli del cielo è pronto, dal 2013, al revisionismo critico e alla vendetta dei cinefili. Aprire gli occhi e in questo caso le orecchie è d'obbligo. Coreografare il cielo il sole e le nuvole è possibile. Come un prologo nel cielo trontiano. Già. La working class nordamericana, anche in tutta la sua violenza, rabbia e frustrazione, non è mai stata protagonista esplicita di epopee così lussuose. Pero' si può estetizzare la politica, come fece Cimino pago di descrivere la fragilità e bellezza di specifiche comunità (come farà nell'Anno del Dragone, 1985, esplorando una cultura emarginata come quella cinese, con Mickey Rourke, un altro cineasta fuori schema, che verrà espulso dal grande gioco; e poi in The Sunchaser, 1996, sui nativi d'America, 20 anni fa, l'ultimo suo film), ma è più difficile politicizzare l'arte, che quelle comunità scavalcano in cerca di soggettività non etniche, come chiedeva Benjamin.


Non molto strano dunque che negli Stati Uniti i necrologi sono stati tardivi, imbarazzati e acidi. In particolare Peter Biskind, su Hollywood Reporter. Nessuno ha osato ricordare che Cimino negli ultimi anni aveva cambiato sesso, anticipando i fratelli Wachowski. 
Nessuno ha scritto che Cimino era diventato, anche nei vestiti, ironia psicosomatica della sorte, sempre più simile a una bella signora vietnamita del nord. Proprio lui che, in pieno processo per gli eccidi di My Lai, con West Point distrutta per sempre dopo aver trasformato ufficiali immacolati in atroci macchine criminali, aveva pensato bene nel Cacciatore di capovolgere la storia, anticipando Rambo 2, con la millimetrica precisione di tiro di un genio dello spot pubblicitario (Cimino da lì veniva). 

E così Robert De Niro, americano della Pennsylvania di origini russo-ortodosse, inceneriva, brandendo come Mastro Lindo un lanciafiamme, il milite di Ho Chi Minh che aveva osato sventrare, con una granata, una montagna di donne, vecchi e bimbi sud vietnamiti. Che eroe! Oppure. Che infame! A secondo della ricezione di quella scena. Che io trovavo semplicemente offensiva non tanto per i gloriosi compagni guerriglieri che tutta la gioventù del mondo sosteneva e aiutava con ogni mezzo necessario, ma per Robert Aldrich che, con fulminate dinamismo e secchezza, in I ragazzi del coro (scena del lanciafiamme ammazzacattivi rossi nella grotta) aveva, un anno prima, fuor di metafora, e senza bisogno di roulette russa e nemici esagitati come nel peggior cinema propagandistico, raccontato “cosa l'America stesse facendo ai suoi ragazzi scaraventandoli in un luogo straniero e senza una giustificazione moralmente valida”. 

E la trovavo ancora più rivoltante e obliqua, quella scena, pensando a un'altra sequenza di Aldrich, in La spoca dozzina, quando, per lanciare un'idea a Tarantino (che raccoglierà tanti anni dopo) Lee Marvin e compagni finiscono a brandelli, e con le granate, una grande quantità di gerarchi nazisti riuniti a consesso. Insomma estremismo contro estremismo. E quello di Cimino mi sembrava un po' troppo moderato, un estremismo mainstream, alla Berretti verdi. Ma Joann Carelli, a lungo collaboratrice di Cimino, mi rimprovererebbe. “Non è un film di guerra, Il Cacciatore, ma un film su come la guerra aveva rovinato la vita di un gruppo di amici che amavano l'America”. E il regista stesso, al Los Angeles Weekly che gli chiedeva cosa ne pensasse del pubblico inneggiante e plaudente alla scena del prigioniero di guerra americano torturato, ma che uccide infine il suo aguzzino comunista, rispose: “Chi ama questo paese è stato troppo a lungo sulla difensiva”. 
Già, come diceva in quei mesi il candidato repubblicano alla presidenza Barry Goldwater, ben educato dai Black Panther, “in certi momenti della storia essere estremisti vuol dire essere patrioti”. Sembra una slogan elettorale di Trump (speriamo, così perde anche lui), ma qui mi riferisco al patriottismo cinematografico, al patrimonio di forme ereditato da due tradizioni formali divergenti ma di seme comune, quella europea e quella hollywoodiana. Da cui Chantal Akerman esce per sempre mentre Cimino rientra, e scandalosamente, dopo anni di geniali esondazioni nelle “zone rosse” dell'immaginario e di sperimentazioni “linguistiche” come si diceva all'epoca, new Hollywood. Un materiale immaginario spettacolare sprecato era conservato nelle teste di metà America. Quella “maggioranza silenziosa” dimenticata, evocata da Richard Nixon, “che non urla, non protesta, non dimostra. Non è razzista o psicopatico. Non è colpevole dei crimini che piagano questa nostra terra”. Ma quella America, altro che “immaginario sprecato”, altro che innocente, era quella dominante, ovunque, in ogni ganglio del Potere. E a suon di manganelli veniva raccontata nlle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche e nei Media.


Insomma. Non mi piaceva e non mi piace tuttora quel capolavoro estramista moderato intitolato The Deer Hunter, Il Cacciatore. Nonostante i 5 Oscar (film, regia, montaggio, sonoro, personaggio non protagonista) oggettivamente mi smentiscano. Quando l'ho visto nel 1978, mi è sembrato un'esercitazione militare, leziosa e rococo' come una simulazione bellica, condotta su un copione che, a guerra ormai perduta, ci sbatteva in faccia il punto di vista redneck, operaio, proletario di chi quella guerra l'aveva combattuta davvero, da private Ryan, nel fango, lasciandoci la vita, la testa o qualche arto, alla faccia di quei lavativi di disertori, hippies e maledetti punk figli di papà che l'avversarono ma beneficeranno per sempre del suo “senso profondo”. Liberarci dal “comunismo”, quello reale che non piaceva a nessuno. Va bene. Ma chi scrisse quel copione, sentenza di tribunale, era stato Deric Washburn, scrittore dilettante e falegname di mestiere, oltre che ex reduce. Rubare un copione non è reato, nella logica Studio System. E' patriottismo moderato. 
Divulgare a mezzo mondo di essere stato medico dei Berretti Verdi nel 1968 durante l'offensiva del Tet è patriottico. Ma poi scoprire di essere stato assegnato come medico a una unità di riserva in Vientam nel 1962, tre anni prima che inviassero truppe di terra americane in sud est asiatico, è patriottismo moderato. 

Insomma in quegli anni cercavo di coniugare, come canone, forma-cinema, Corman con Straub, Siegel con Aldrich, de Antonio con Pietro Heliczer, Claudia Weil con Dorothy Arzner, Godard con Rocha, e quelle densità luministiche (Zsigmond ha sempre dichiarato che il suo ostinato regista faceva sempre e solo come gli pareva) e quelle intensità recitative di languida ferocia, quei tempi lunghi che si compiacevano di non finire mai, li trovavo plastica: fasulli, orpellosi, pornografici (come diceva Straub, o “spettacolari” come diceva Debord). Insomma un voler essere Hendrix senza gli Experience e senza Jimi. Di Cimino mi ha sorpreso poi in fondo solo il film Una calibro 20 per lo specialista, con Clint e con la lunga Cadillac bianca, perché perfetto nel format hollywood new hollywood, e il vertice della sua concezione publicitaria (veniva dal regno misterioso degli spot, no?), Il Siciliano, una certa rilettura sovversiva (alla Toni Negri) di Giacomo Leopardi, ben prima di quella, altrettanto affilata, di Mario Martone, sotto uno strato di calligrafismo geniale. E, a proposito di complotti Cia, visto che si parla di Salvatore Giuliano, ho sofferto come se fosse un complotto riuscito della destra americana la dissoluzione della United Artists e del suo meraviglioso gruppo dirigente di creativi produttori (Arthur B. Krim, Mike Medavoy, William Bernstein e Eric Pleskow, poi emigrati alla Orion). E credo che far lievitare il costo di I cancelli del cielo da 7 a 44 miliardi di dollari (che equivale oggi a 140 milioni di dollari) non sia stato tanto una ossessione citazionistica, un omaggio caro a un altro ego smisurato, o un vendetta organizzata in onore di Eric von Stroheim, ma una involontaria, e certo drammaticamente somatizzata, profezia vertiginosa di cosa sarebbe diventato il blockbuster e la sua high art. E come I cancelli del cielo (mi piaceva di più la versione due ore e mezza tagliata dai produttori dopo il disastroso incontro con il primo pubblico di New York, quella vista a Cannes, con una smagliante Isabelle Huppert che in conferenza stampa magnetizzo' chiunque) aveva lo stesso difetto di costruzione, più che di ideazione. Non poteva piacere a tutti i pubblici eppure era fatto per piacere a tutti i tipi di pubblico maschile e femminil, del nord e del sud, dell'est e dell'ovest. Ci volevano più soldi, più investimenti, più perdite. Per ironia della sorte, Ghostbuster 2 non andrà in Cina perché il governo cinese mette il bando a tutti i film sui fantasmi. I cancelli del cielo cos'era se non una magnifica ghoststory che affondava i suoi piedi ben dentro la Storia che non si può ricostruire con efficacia se non falsandola “in meglio”? Il bugiardo che mente a tutti su ogni cosa (la definizione è del nemico Washburn) come sappiamo da Welles può essere un ottimo cantastorie del cinema. Soprattutto quando lo stesso Cimino si definisce “Io non sono chi sono e sono chi non sono” aggiungendo per Vanity Fair (e qui sembra davvero quel moderato estremista di Trump) “Quando io scherzo sono serio, quando sono serio scherzo”.


Non mi piace insomma il cinema di Cimino. Rischio di sbagliare. D'altra parte nessuno è perfetto. Ho polemizzato perfino sul Cacciatore con i miei “maestri”, Adriano Aprà e Beniamino Placido, all'epoca, che di cinema e di cultura profonda dell'America ne capivano più di me. Ma non vedevamo lo stesso film. E loro non andavano al cinema dopo aver vissuto lo stesso lungo, collettivo, planetario (e per una volta, l'unica, vittorioso) combattimento che fu anche generazionale. In quel momento, però, a livello critico, quel film che mi sembrò piuttosto rigonfio di esibizionismo stilistico nelle scene madri (la roulette “russa”), conservatore nello stile (come dire: basta new Hollywood, torniamo a De Mille), di destra nelle intenzioni esplicite (autoconsolazione e leccaggio di cicatrici interiori) e dai sinistri retrogusti, in una cosa è stato davvero una pietra miliare. Ci ha fatto capire che lo strutturalismo aveva esaurito la sua funzione “scientifica” e che senza una solida teoria della ricezione, e del punto di vista, non si riusciva a penetrare il testo e a riscoprire i lati inediti di un contesto. Il sessantotto aguzzava l'ingegno, è per questo continua a far venire il mal di stomaco a chi non lo ha incrociato (dalla parte giusta). Già.



“Le guerre ingiuste non si combattono mai” aveva ammonito l'ex “Big Red One” Sam Fuller. Che sulla Corea aveva aperto polemiche inascoltate. Il Vietnam fu aggredito dagli Usa, come Saddam avrebbe fatto, fotocopiandone anche l'esito, con il Kuwait che faceva gola per il petrolio. Ma non si poteva dire. Tranne i coraggiosi. Emile de Antonio intervista la guerriglia armata d'America (Underground, 1977): “perché mettete le bombe proprio lì o là?”, rischiando la galera o un rigurgito di maccartismo. Ma ai documentaristi tutto è permesso, perché tanto chi li vede? Addirittura un doc anti aggressione Usa in Vietnam vince l'Oscar, e spiega che il razzismo anti giallo (e non solo giallo, anche rosso, nero) è connaturato all'anima profonda di una delle due grandi potenze. A chi “ama l'America”. Hearts and Minds di Peter Davis vince la statuetta nell'indifferenza del mondo occidentale. E allora la giuria dell'Academy Awards mica rispettava le quote di black e di donne. In Italia nessuno ancora l'ha visto. Non deve aspettare il “crollo del muro di Berlino”, come fanno Kubrick e Stone, proprio quando Hollyood era terrorizzata dal trattare in qualunque maniera il conflitto in sud-asiatico. Solo Robert Aldrich, che porta l'urlo e la rabbia delle manifestazioni di tutto il mondo nei cinematografi, rinchiudendole in un film solo, osa. “Nixon boia!”, in versione poetica era L'imperatore del nord (1973) e in versione in prosa era Quella sporca ultima meta (1974). In versione antiCimino sarà I ragazzi del coro: senza amnesie astute o inversioni di fronte. Coming home, 1978. Apocalypse now, 1979, Platoon, 1986, Full Metal Jacket, 1987 e Born on the Fourth of July sono altra storia. Ma io continuo a consigliare Who'll Stop the Rain di Karel Reisz e il primo Rambo, per comprendere come l'altra America, quella proguerra fu torturata nel profondo dalla sua ennesima guerra sbagliata.




* scritto per Sentieri Selvaggi 

giovedì 17 luglio 2014

Per Paola Meo, bellissima comunista del XX e XXI secolo





di Roberto Silvestri 

Ricordo Paola Meo proprio cosi', come nella foto che sua figlia, la cineasta Anna Negri, ha postato oggi su Facebook informandoci della sua morte, e che li' ho rubato, ed e' qui sotto.


Era una delle bellissime 'teste politiche' di Potere Operaio, il gruppo piu' glamour e futurista del 1968 e di fin troppo lucida intelligenza teorica (dunque quello che sara' piu' perseguitato e punito anche al di la' dei suoi meriti).  Era la figlia di un famoso architetto veneziano che su commissione del patriarcato (Giovanni Roncalli) e amica di Cesare De Michelis, l'anima della casa editrice Marsilio. La rividi piu' di dieci anni dopo in via Tomacelli, sede allora del quotidiano il manifesto, altrettanto bella, tesa, dolce e combattiva, quando veniva a trovare Rossanda (e i pochi compagni del giornale che parteciparano con passione a quella campagna civile, non tutti) per combattere per la liberazione del marito e contro il teorema Calogera che voleva Toni Negri capo iper-clandestino delle clandestine Brigate Rosse. Ci riusci' a vincere. Nonostante il Parito Radicale che aveva costretto Negri a fuggire in Francia....Quel teorema, vera tragedia, aveva spedito per oltre 5 anni militanti innocenti in galera, causato fughe, esili e ingiustizie varie, ma ebbe la genialita' di anticipare, vera farse, la scena di un intero parlamento italiano, senato compreso, che voto' prima l'arresto del "grande capo segreto" delle Br, e poi, a maggioranza, ma anni dopo, che "dovevasi considerare la minorenne Ruby davvero la nipote di Mubarak...". Ecco il duplice giorno che decreto' la vera morte del senato. Non si trattava di un consesso di veri esperti anziani di cui ci si puo' fidare ciecamente?  

Ma torniamo al 68. Un giorno di tanti anni fa arrivarono in massa lei, Paola Meo, Toni Negri e 'quelli di Padova' alla facolta' di lettere e filosofia, all'Universita' La Sapienza, ad affiancare e spalleggiare (nello scontro abituale e spesso rude con i veterocomunisti, i terzomondisti e gli emme-elle, i maoisti, di purezza e durezza 'rococo' '), quel giorno senza carri armati dentro, i post-trontiani di Roma, Lepri, Virno, Paolozzi, Piperno, Scalzone e Castellano, potoppini ancora alleati, in quel frangente, credo, con il Manifesto gruppo politico...

Toni Negri, il professore, che ispirava sostanzialmente il settimanale Potere Operaio (un giornale magnifico, anche graficamente, che ogni tanto veniva sequestrato per reati d'opinione e il cui direttore Tolin, fu addirittura incarcerato, sempre per reati d'opinione) era al fianco di Paola Meo.

Da Padova ci arrivavano molte cose belle in quei mesi d'inizio anni 70. Prima di tutto i film di Cinema Zero, il cineclub che scovava copie di introvabili film americani degli anni 30 e 40 che Piero Tortolina, il nostro compianto Langlois, collezionava con amore e competenza e diffondeva nei clun cinema del paese, dal Filmstudio di Roma al Movie club di Torino (ma che Mazzacurati figlio, anche lui giovane potoppino padovano, combatteva da sinistra, finche' riusci' a strappargli il controllo del cinema e a imporre un tremendo e plumbeo gusto autorial-europeista-militante, da morettiano o da La Repubblica ante litteram).

Ma anche una collana di testi antagonisti formidabili (sui wobblies, o di K.H. Roth, o di Krahl....) che Feltrinelli di allora, e anche un po' di anni dopo la morte sul traliccio, tutt'oggi poco chiara, di Gian Giacomo, aveva appaltato alla facolta' di economia e scienze politiche padovane e pubblicava (prima che la vedova Feltrinelli li mandasse al macero). Libri scelti e curati da Toni Negri, Ferruccio Gambino, Luciano Ferrari Bravo, Bruno Ramirez, Paolo Carpignano, Gisela Bock...
Per non parlare delle prime tesi di agguerrite femministe emule di Selma James, come Lisi Del Re, Maria Rosa Della Costa, etc....

Negri, il compagno di allora di Paola, era quel giorno in maniche di camicia arrotolate, da professore giovanissimo, perennemente in tensione psicofisica, come se venti cervelli si coordinassero in una sola mente, proprio l'immagine che le istantanee di Tano D'Amico hanno poi immortalato per sempre durante i 'processi del 7 aprile' - la vergogna leader per la borghesia giuridica del nostro paese - con una montagna di appunti in braccio per dei seminari, degli 'attivi' politici della massima urgenza e una assemblea, presumibilmente di fuoco.Tutto in una giornata. Tutto in una notte. E Paola al di suo fianco. Che pareva un po' la coordinatrice vera dell'intervento 'nordista'. Sembrava lei la rete che teneva in pugno l'organizzazione, sempre sul punto di crollare per colpa di una esagerata auto-ammirazione. Come i tedeschi dopo aver vinto - non tanto limpidamente - la quarta coppa del mondo dei calcio...

Un intervento che - non mi ricordo bene la questione - doveva essere urgente. Magari una campagna di rettifica interna - contro le posizioni estremiste di Lanfranco Pace? - o magari una manifestazione da organizzare immediatamente per fermare i bombardamenti clandestini quinquennali di Nixon in Cambogia (li abbiamo fermati, quella generazione in fondo vinse qualcuna delle sue battaglie). Sicuramente il momento era drammatico. Ricordo che in quel momento mi e' parso piu' chiaro quello che i prof di facolta' piu' amati, Gianquinto (logica), Brandi (storia dell'arte), Asor Rosa e Abruzzese (letteratura italiana) e Emilio Garroni (estetica) mi andavano raccontando. Che il bello e' qualcosa che riusce a mettere in moto tutte le nostre facolta', anche quella di indignarsi. E non cio' che ingolfa un meccanismo. Troppa bellezza, a volte, inquieta. 
La bellezza fa paura, allora come oggi,e la bellezza teorica non ne parliamo. Le ragazze, sempre padovane, del salario al lavoro domestico gia' avevano acceso le micce. Un'altra fase post sessantottina e post settantottina stava iniziando. Paola non avrebbe bisogno di fare troppi salti mortali avvitati, come quelli di Toni Negri, per interpretare la fase. bastera' rileggere il libro autobiografico di Anna Negri per conoscerla piu' profondamente. Credo che per le giovani generazioni sia un obbligo.  

















lunedì 24 marzo 2014

Leopardi on the road….Mario Martone tra le Operette Morali e "Il giovane favoloso"


Elio Germano sul set di Il giovane favoloso, di Mario Martone


Roberto Silvestri*
Roma

E’ allegro e rilassato Mario Martone, nonostante lo abbia sottratto per un’ora al tavolo di montaggio inquieto dove sta dando vera vita con Jacopo Quadri a Il Giovane favoloso, il suo nuovo film, con Elio Germano nella parte di Giacomo Leopardi.

Il giovane favoloso
Budget alto, cast di primo livello e tempo di riprese fuori dagli standard. I cavalli, le carrozze e i costumi Ottocento che maneggia ormai da tempo. Ma dopo il successo di pubblico di Noi credevamo, tutto è più facile. Ministero, Rai, camera di commercio di Ancona, film commission, tutti sorridono. Nelle sale arriverà in autunno, dopo un super festival. Che titolo strano e glam, però. C’è la mascolinità, la femminilità e poi la favolosità. Qualcosa che va oltre i giardini dei generi, verso i territori incantati del desiderio multiforme, dell’amore folle anche virtuale e dell’immaginazione sfrenata. Martone, il regista napoletano che alterna scena, lirica, video, documentario e cinema-cinema, ma che sempre di immagini di combattimento è specialista (fin da Morte di un Matematico napoletano e L’Amore Molesto) ci accoglie nella stanza-ufficio romano di via Michelangelo Buonarroti, un appartamento diviso con altre società indipendenti di cinema, nella zona torinese-ottocentesca e dai nomi toponomatici più gloriosi della capitale.

Il giovane favoloso
Il regista di L’odore del sangue, il videomilitante schierato con il Fronte Polisario, così implicato nelle cose del mondo d’oggi, è imprigionato però da dieci anni nel back to the future. Un vortice magnetico lo spinge verso l’Ottocento:  Leoncavallo e Mascagni allestiti all’Opera, Noi credevamo, al cinema. Operette morali da due anni in tournée teatrale (New York, Mosca…), riducendo da 18 a 14 i dialoghi rispetto alla prima torinese e adesso l’impresa ‘folle’ di viaggio in Italia con Giacomo Leopardi, in pieno montaggio dopo 16 settimane di riprese (luci di Renato Berta). Non sarà un biopic tradizionale. Anche se la mappa geografica dei set è scrupolosamente fedele: Recanati, Macerata, Osimo, Loreto, Roma, Firenze, Pisa, Napoli…. Il tutto girato quasi nei luoghi stessi dell’azione.

Il giovane favoloso
Il Giovane favoloso, da una suggestione di Ortese, è proprio spiazzante come immagine. I nostri ricordi liceali schiacciano Leopardi più nell’avverso destino privato di un corpo infelice (il morbo di Pott, lo stesso di Gramsci, gli schiacciava le vertebre rimpicciolendolo), mentre Carmelo Bene e Lenta Ginestra di Antonio Negri lo riposizionano alle scaturigini del materialismo non metafisico. Ma già i letterati contemporanei, da Gladstone a Sainte-Beuve, colgono nel suo scrivere “quasi ogni riga” in prima persona singolare favolosa, la libera sensibilità temporale del moderno, il poeta e il filosofo sensuale più che sensista che viaggia nel tempo, tra dolori e desideri profondissimi. Verso il passato della crisi classicista e rinascimentale, con Giordano Bruno, Galilei e Tasso e nel futuro, aprendo al Risorgimento europeo e alla messa in scena di Rossini, dal linguaggio moderna. Che affronta la sconfitta dei Lumi e della Rivoluzione, si mette con la sinistra atea di Hegel (“e Herzen lo adora per questo e Mazzini lo detesta”) e riempie, incompreso, quel vuoto storico di un’Italia bigotta espressione geografica marginale, incapace di uscire fuori dall’Italia.
Ci sono altri mondi da costruire, collettivamente. Poetare è già farli.

Mario Martone durante le prove di Operette Morali. Foto di Marco Ghidelli
L’immaginazione al potere potrebbe essere uno slogan leopardiano del film, segnale della sua attualità, almeno nei dintorni del sessantotto del XX secolo. Elio Giordano che si è immedesimato così pericolosamente e totalmente nel protagonista - tanto da rubargli perfettamente e inquietantemente la calligrafia – è fuggito adesso in India, ci confessa Martone, per disintossicarsi - ma parla del suo tentacolare Leopardi, come di un coetaneo in rivolta di oggi.

Renato Carpentieri in "Operette Morali" 
Il poeta di Recanati da circa un decennio ossessiona e appassiona Martone. Non riesce a liberarsene facilmente: “e attenzione, Leopardi è irresistibile e infinito, potrei fare ancora altri dieci film su di lui”…Non li farà e promette di liberarsi presto del XIX secolo. 

Nel 2004 lo accosta una prima volta, assieme a Enzo Moscato per l’Opera segreta, sull’incontro-scontro tra Leopardi, Caravaggio, Ortese e Napoli: “Sono rappresentazioni fatte dall’esterno di una Napoli vissuta come scoperta interiore, simili a quelle di Pasolini…Una città che sfugge anche a chi c’è nato, come sfugge agli sforzi della politica, ai tentativi di raccontarla, e produce in tutti rapporti di appartenenza dolorosi”.

"Operette Morali"
Leopardi vive l’ultima parte della sua vita e muore nel 1837 a Napoli, di indigestione (da cibi marchigiani, fatti arrivare apposta), a 38 anni. Antonio Ranieri (che è Michele Riondino), l’amico del cuore aitante e prestante che lo ha strappato all’oppressione familiare, di 8 anni più giovane, gli erigerà una maestosa tomba: “Senza metterci un bel niente, qualche oggetto, dei vestiti, credo che abbia fatto un bel gesto simbolico, in ogni caso, corpo o non corpo”. Martone dall’omega passa poi all’alfa quando è ipnotizzato completamente da Leopardi, nel 2010, visitando il palazzo di Recanati, la tres grande biblioteque di papà Monaldo (“nel film ne risarciremo la figura”), degna di un principe e di un re, piena di testi rarissimi e di manoscritti anche proibiti, e quella finestra. Si ributta a leggerlo. 

Iaia Forte in "Operette mortali"
Ne tira fuori prima due o tre cose drammaturgiche incastonate nelle Operette morali, corpi voci tragitti invettive, che retrospettivamente danno senso anche alle avventure nell’avanguardia di Falso Movimento, alla crudeltà rispetto a ogni messa in scena di rappresentanza. Nato nel 2004, il progetto Noi credevamo, sul risorgimento interruptus, di faticosa e lunga gestazione. Sarà film solo nel 2010: “Leopardi sarà una voce presente nel film, indirettamente, una voce che non mi ha mai abbandonato”. 

Roberto De Francesco in Operette Morali
Per Torino e per i 150 anni dell’unità d’Italia sceglie la missione impossibile e mette in scena, l’anno successivo, le Operette morali. Perché? “Contengono un teatro interno, come se ci fosse un drammaturgo, segreto a se stesso, all’opera”. Per esempio? “Moliere, Beckett, Koltès. Il dialogo tra Timandro e Eleandro è come il primo atto del Misantropo. Roberto De Francesco, Alceste nello spettacolo di Toni Servillo, mi ha detto 'sentilo come lo sentirebbe Molière', e improvvisamente sgorgava, la tensione era simile, anche perché nella prosa di Leopardi, difficilissima da toccare, c’è forza drammatica. Il dialogo Della terra e della Luna è già tutto Samuel Beckett, con quel tipo di rapporto sadico e di muoversi nell’assurdo. Nella solitudine dei campi di cotone di Koltès, che ho diretto alla radio, è un dialogo fitto di lunghi monologhi meravigliosi, quasi ‘ponti della lingua che s’innalzano’, come le Operette morali”. Resta teatro letterario? “No, c’è  anche una forte tensione dialettica. Anzi c’è scontro, conflitto. Leopardi si mette sempre in discussione. In ’Tristano e un amico’, per esempio, gli argomenti usati dei suoi avversari sono ‘forti’, lui spiega bene le ragioni dei nemici, che poi sono i liberali dell’epoca che lo criticano, senza ridicolizzarli mai. Però lui è come se vedesse oltre, come se vedesse ora. Come se li vedesse già i totalitarismi, il capitalismo realizzato e trionfante, le guerre, tutti i mali a venire”.

Mario Martone. Foto di Mario Spada
Viva Leopardi! allora. Proprio come la scritta che leggiamo su un muro di Firenze, vicino al teatro della Pergola, dove Operette Morali era in cartellone fino a pochi giorni fa. Un graffito rosso solare, da centro sociale risorgimentale, un invito alla rivolta poetica. Ma non è Martone, in vena di pubblicità, quel graffitista della notte. Visibilmente soddisfatto però della foto che la immortala, regalo di un amico, e che mi visualizza sul Mac. Di buon auspicio per il suo nuovo film.





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Elio Germano in "Il giovane favoloso", nei panni di Giacomo Leopardi


Leopardi dall’omega all’alfa secondo Mario Martone
(passi da una intervista registrata a Roma nel marzo 2014) 


Sono stato colpito dell’attenzione dei giovani che smanettano in sala durante le Operette morali  ma ridono, reagiscono e commentano puntualmente quel che succede sulla scena, e sono meno distratti e intimoriti dal testo rispetto al resto del pubblico. Ho pensato che Leopardi gli arriva dentro direttamente.

Operette morali, il dialogo 'horror'
Nobil natura è quella che dice la verità e dice il male che ci è dato in sorte … così si affratellano gli uomini consapevoli di una battaglia comune. E questo è sicuramente il lato politico e profondissimamente  etico di Leopardi. Però a partire sempre da una consapevolezza individuale. Insomma è vero ciò che è vissuto, mentre tutto ciò che non è vissuto ed è ideologia, è falso. Mi sembra che questo è il modo di descriverne la potenza e l’attualità. Lui non avrebbe usato parole come ideologizzato. Ma il metodo resta quello: è vero solo ciò che è provato individualmente, con tutte le conseguenze possibili. E’ uno scrittore estremo, Leopardi.

Mario Martone foto di Marco Ghidelli
Per capire l’attualità di Leopardi basta guardare il nostro paese, lo stato dell’Italia di oggi. Difficile dargli torto. E guarda l’Europa, il mondo, il capitalismo. Che cosa ne è venuto delle rivoluzioni patriottiche e socialiste? Lo ha descritto già. Ecco perché anche Noi credevamo, senza avere a che fare direttamente con Leopardi era un film di sguardo leopardiano. Anzi, dal Matematico napolitano ad oggi, mi sembrano tutti leopardiani i miei film. Ma è un punto di vista in movimento. Mi trovo in una situazione strana, sulle sabbie mobili che più mobili non potrebbero, perché sono in montaggio e quindi è difficile avere un distacco….


Del film Il giovane favoloso non so ancora nulla, perché nel montarlo lo interrogo continuamente. Dunque non devo, non posso e non voglio parlarne, per ora. Le due fasi, sceneggiatura e montaggio sono due scritture completamente diverse, una con le parole (Ippolita Di Majo) e l’altra con le immagini e i suoni. Durante la le riprese non inizio mai il montaggio. Sono abituati così con Jacopo Quadri. Ho bisogno che si chiuda la fase del set.  E che poi si apra la fase di scrittura successiva, che è il montaggio. Dove tutta una serie di cose possono cambiare completamente. Il mio lavoro è manuale, fisico, sensuale, tattile, acustico, non cerebrale. Più da fabbro o da falegname, che da intellettuale. Anche Noi credevamo non era costruito su presupposti a prescindere. Via via, nel farsi, ho preso una posizione. All’inizio c’è stato un ascolto, una lettura, uno scoprire cose che non conoscevo. Poi piano piano, nella concretezza del girare e montare si forma una posizione.

All’orecchio di Leopardi le parole ottimismo e pessimismo suonano come parole completamente vuote.  E non significano niente. Mi ricordo Claudio Abbado che una volta mi disse: “Detesto la parola speranza, il verbo sperare. Cosa devi sperare? Devi agire”.  Mi colpì molto. L’unica cosa importante è l’esperienza. La forza dell’esperienza. Sapere. E la consapevolezza che non esiste verità se non quella che tu vivi nell’azione, nel rapporto, che sia con te stesso o che sia con gli altri. Non è che c’è un sistema politico o religioso o di qualunque altro tipo che ti possa sgravare dalle tue responsabilità e verso il quale tu possa solo nutrire speranza…..

Leopardi era osservato dalla sua epoca come una strana creatura di cui certamente si vedeva la statura, ma era difficile da inquadrare, più facile da ignorare. Non viene considerato scandaloso, piuttosto erano quasi tutti stufi di Leopardi. Non riuscivano a capire niente di quel che diceva, ed era lasciato nell’isolamento più totale. Gli rimaneva in mano soltanto la tristezza, la malinconia, la disperazione. Herzen racconta che un giorno litigò con Mazzini su Leopardi. Mazzini era proprio l’opposto, cattolicissimo, tutto per la Causa, la fede cieca, lo detestava.  Herzen invece lo amava moltissimo. E a un certo punto Herzen dice a Mazzini: “Sembra quasi che voi lo accusiate di non aver partecipato alla Repubblica Romana! Già, la repubblica romana era nata quando ormai Leopardi  era morto da qualche anno, nel 1836. E per Mazzini il disincanto, la disillusione rivoluzionaria, la consapevolezza della vanità di quel tipo di azione erano peccati mortali.    

Il lavoro sul testo delle Operette Morali è stata un’impresa che ci ha fatto tremare i polsi, insieme a Ippolita e agli attori abbiamo lavorato molto a lungo prima di andare ‘in piedi’ come si dice. Siamo stati a tavolino moltissimo, per disboscare il testo e montarlo anche diversamente, un po’ come si fa un film. E’ un lavoro di selezione e di montaggio. Inevitabile per ricreare un’altra ‘struttura’.
Si sente che Leopardi amava il teatro e  ha scritto teatro da ragazzo, ed era particolarmente interessato alla questione della ‘lingua moderna’. E perciò si interessava di comico perché con quel registro, come fece Luciano in epoca romana, poteva toccare tutti gli argomenti anche i più pericolosi e micidiali che voleva, dalla religione alla politica. Abbiamo ricomposto il testo, con assoluto scrupolo filologico, assieme a Ippolita di Majo, cercando di restituire quella scena arcana e stupenda, ma anche irresistibilmente comica delle Operette morali, poi presentata a Torino al teatro Gobetti. Lì abbiamo allestito una sala “illuminista”, in forma assembleare, con parte della platea riconsegnata alla scena, attorniata dagli spettatori. Ma nessun altro teatro l’ha voluto. Solo l’Argentina di Roma, in coda di stagione. Ed è stato il più alto incasso dell’anno. Un inizio di tournée faticoso, ma dopo lo spettacolo è andato ovunque, anche a New York e Mosca. Grandissimo successo a Venezia e a Firenze dove, in replica fino a pochi giorni fa, la dimestichezza con ‘quella’ lingua italiana è maggiore che altrove. Questo successo ci ha convinti a intraprendere il grande progetto di Il giovane favoloso.


La poesia più siderale di Leopardi, L’infinito, andando a Recanati, può essere analizzata nella sua materialistà spaziale. È un’esperienza concreta. Di cui parla. Ed è impressionante la trasfigurazione che si dà del siderale perché le parole ti portano in una dimensione di ignoto totale, mentre la cosa di cui parla è concreta. Tutto quel di cui lui si occupa è concreto. Sempre. Lui prova delle emozioni e immediatamente è lì a scrivere, ad analizzare e descriverle e a capire cosa sono.  E’ devastante, sotto il profilo fisico, umano, la continua messa alla prova della propria immaginazione razionale. Pensa al Diario del primo amore, bellissima poesia dedicata alla cugina: analizza tutto ciò che accade dentro di lui come uno spietato radiografo,  il che lo costringe a un continuo passaggio dal caldo al freddo, dall’emozione impressionante alla freddezza dell’analisi, e anche la dialettica è dentro di lui perché è in costante movimento. Iniziare a lavorar su Leopardi ti porta a dire di non voler smettere mai, perché non si ferma mai. Anche se hai fatto un film e credi di aver messo un punto fermo invece non hai messo proprio niente. Quindi tu fai un viaggio. E di volta in volta puoi farlo. Come con le Operette morali, con il film, con i libri che leggi su Leopardi. Tutti sono dei viaggi su un territorio in infinito movimento.

Il metodo di lavorare parallelamente tra scena e set lo coltiva da sempre. Le riprese di Il matematico accompagnarono il debutto di Rasoi, primo lavoro su Napoli. L’ Amore molesto incrociava Terremoto con madre e figlia di Fabrizia Ramondino. Non parliamo di Teatri di guerra intrecciato a I sette contro Tebe anche nel cast. Come un incessante laboratorio, con la consapevolezza che si maneggiano due linguaggi completamente diversi.  Ma con Leopardi sono entrato in un territorio infinito, che posso continuare a percorrere senza venirne mai a capo. Anche se ho avuto ottimi compagni di viaggio come Elio Germano. E mentre volge al termine questo film, mi devo frenare dal non concepirne altri tre o quattro o dieci leopardiani….


Barbara Valmorin in "Operette morali"
Leopardi non era un tipo facile ed ebbe una vita complessa. Conobbe il mondo attraverso i libri, sapeva tutto, conosceva ogni lingua, compreso l’ebraico e il sanscrito. Leopardi è molto avanti rispetto al mondo che lo circonda e sfugge alle categorie del tempo. Nell’orizzonte di Leopardi c’è un Oriente molto antico, e la sua visione del mondo è molto divertente e aperta, come si vede nella “Scommessa di Prometeo” delle Operette morali, con gli dei trasformati in uomini che viaggiano dall’America all’India e fino a Londra e commettono ovunque mostruosità allucinanti, sia i ‘primitivi’ che i ‘moderni’. Leopardi nichilista? Nel dialogo tra Plotino e Porfirio, sono certo convincenti gli argomenti a favore del suicidio. Le parole di Barbara Valmorin andrebbero scolpite negli ospedali italiani, sono avanzatissime, e anche il suo discorso sulla natura e su cosa significa contro natura. Ma quale natura? Cosa c’è di meno naturale della medicina? Eppure poi arriva Plotino e ti convince sulle ragioni, non morali, non religiose, per non suicidarsi: è per questo nascere della vita in un nulla, in una foglia che si muove e rifassi in un attimo il senso della vita.  E anche per non dare dolore alle persone che ti vogliono bene, perché l’amicizia per Leopardi è un valore speciale. Il pensiero negativo viene combattuto dall’immaginazione, dall’illusione dell’anima come valore. E’ un discorso profondo perché è un discorso sulla catena umana, pensa a La Ginestra, dove diventa anche esplicito valore politico, e questo è qualcosa di impressionante. E poi aggiungi a questo il fatto che non ha scritto un solo rigo, che sia verso, che sia prosa, che sia lettera, che sia  filosofia e o qualunque altra cosa che non sia autobiografico. Si è messo sempre in discussione.

Silvia, Gloria Ghergo
Nelle Lettere è interessante cogliere la ‘personalità multipla’ di Leopardi che quasi cambia voce, tono, a seconda con chi scrive. Non è mai lo stesso. E non certo per ipocrisia. E’ invece proprio la pieghevolezza dell’ingegno in azione. Ed anche questa specie di dimensione plurale, contenuta dentro se stesso che diventa politica, è proiettata rispetto al mondo e alla società. Nella sua mente ci sono come mille voci che parlano contemporaneamente, e la nostra mente comincia a cicalare” dice Torquato Tasso, che è l’alter ego di Leopardi - la malinconia, la depressione, la follia  - in uno dei dialoghi delle Operette”. E’ una figura in cui Leopardi si rispecchia e la visita alla tomba che tanto lo commuove a Roma è perché non c’è niente, perché non si vede niente, era questo niente che lo attraeva. E lo commuoveva.

Il giovane favoloso
Vanno ascoltate queste voci. Lui amava ascoltare. Amava la musica di Rossini, poco la pittura, molto la scultura neoclassica, quella di Piero Tenerani, per esempio. Vanno ascoltate anche le risate. Per esempio nelle Operette morali. E’ un elemento primario e non secondario, di Leopardi, il comico, almeno quanto il nichilismo ‘fertile’. Non emerge nella vita, piena di sofferenze, sarebbe falso negarlo.  Nelle Operette, però, se i dentro la sua mente, non nel suo corpo. Ma nel film hai a che fare con il corpo. Speriamo di viaggiare con lui nel modo più complesso possibile.

Elio Germano e Giacomo Leopardi
E’ dentro la temperie romantica, fatalmente. Ma c’è un passaggio progressivo, perché la vita di Leopardi e anche la sua opera sono molto diverse. Dalla temperatura ancora romantica delle prime cose si cambia, via via che l’esperienza porta consapevolezza. La messa a fuoco diventa sempre più nitida ed è chiaro che alla fine il romanticismo che ha attraversato gli è lontano. C’è quella parte che lo accomuna a Shelley. È un poeta che nasce nel suo tempo. Per poi travalicarlo. Quest’immagine di poeta catapultato in un tempo che non è il suo, che appartiene a un altro tempo, molto più vicino a noi, non saprei dire se è il novecento, è affascinante…

Gloria Ghergo, Silvia in "Il giovane favoloso"
Sì, a un certo punto viene eletto deputato repubblicano, a sua insaputa. Poi i papalini tornano al potere e non se ne fa nulla. Ma il suo impegno si vede anche dalla reazione furibonda al libretto I dialoghetti, scritto dal padre, quasi una parodia delle Operette morali. Il libretto diventa un best seller in tutta Europa, ma è papalino e reazionario a livelli spaventosi e, la cosa più allucinante, gli viene attribuito, perché esce anonimo. Si pensa che ci sia stata una sua conversione ‘a destra’. Cosa che lo fa andare su tutte le furie. Oltre al fatto che mai Leopardi ha venduto in vita neanche la centesima parte delle copie vendute dal padre, che nel film comunque viene risarcito perché il suo rapporto con il figlio è stato a modo suo molto amorevole.

Il giovane favoloso
Uno scrittore totalmente erotico, in senso batailliano, di accettazione della vita fin dentro la morte e della morte fin dentro la vita. Ma essendo ignorantissimo in filosofia, i miei primi contatti avvengono attraverso il teatro. Cioè io sento una voce. E’ come se sentissi un teatro che è lontanissimo da lui. E allora è chiaro che inizi a interrogarti su questo rapporto tra lui e il suo tempo. E su come lui viaggia nel tempo. Leopardi infatti non è solo in avanti, ma è anche indietro. C’è un rapporto forte con la tradizione. Il fatto che fosse un grandissimo filologo non è parte secondaria della sua fisionomia e personalità culturale.





(*) pubblicato in parte su Pagina 99 8 marzo 2014