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giovedì 22 dicembre 2016

Mister D e "America is Hard to See". Un ricordo di Emile De Antonio





di Roberto Silvestri (*)

“Un marxista americano negli anni 50 era come un marziano…” (Emile de Antonio)

“Prima di vedere Mr Hoover and I, credevo che, più che un artista, Emile de Antonio fosse un intellettuale coraggioso e radicale, un polemista pungente, un inestimabile protagonista degli anni 60 e 70, anche se i miei amici non americani, le cui posizioni politiche e estetiche stimavo moltissimo, lo giudicavano il più grande e nobile documentarista che viveva in America”.
(Jonathan Rosenbaum)




"Non si vonce mai una guerra ingiusta" (Sam Fuller)

1.  In America Is Hard to See, film di protesta sessantottino realizzato montando materiali di repertorio militanti, spezzoni registrati dai grandi network, interviste originali, Emile de Antonio (1919-1989), il pioniere del film politico basato su materiali d’archivio, il cosidetto ‘compilation genre’, mette davanti a un microfono, siamo nel 1968-1969, tutti i protagonisti di quella epica battaglia che avvenne più dentro che fuori il Convention Hall di Chicago, compreso l’entourage dell'eroe, dell'attore protagonista. 
Ma il documentario non fa l’apologia di Eugene McCarthy, candidato della sinistra democratica, e politico estremamente particolare, alle elezioni presidenziali in Usa del 1968.  E' piuttosto lo studio del fallimento di quella campagna elettorale - nata in maniera entusiasmante in New Hempshire e Wisconsin dopo il ritiro di Lyndon Johnson. Del perché di quella bruciante sconfitta finale alla Convenzione (mentre la polizia massacrava brutalmente chi manifestava fuori contro la burocratisissima vittoria di Hubert Humphrey e dei bonzi di partito) e di simili campagne ‘liberal’ di sinistra facilmente prefigurabili negli esiti (come quella, disastrosa, del 1972 di George McGovern). 
La domanda che si pone inizialmente il regista del film è: ‘è possibile lavorare così, all’interno del sistema, per modificarlo’? Il filo di pensiero che attraversa il documentario, dopo essersi data una risposta (“no, non è possibile”) è: Eugene McCarthy che esige l’immediato ritiro delle truppe dal Vietnam, che ha costretto Robert Kennedy a inseguirlo e a mimarne il programma, è stata l’ultima speranza di uso del sistema elettorale per cambiare l’America, per poter intraprendere “una lunga marcia all’interno delle istituzioni”... 
Forse oggi, anche dopo l’assassinio di Martin Luther King e di Robert Kennedy, e nonostante sia riapparsa una speranza, con la doppia vittoria di Barack Obama, centrista di sinistra, ma ben più egemonico e seduttivo, non è più possibile pensare di rompere il giocattolo soltanto dall’interno (la via crucis della riforma della sanità riaddomesticata lo ha dimostrato)…
Eppure il tono del film è ottimista, pop. Questo film, come Underground, fa parte della parte ‘positiva’ del cineasta (mentre Out of Order, e In the year of the Pig sarebbero nel blocco decostruttivo ‘negativo’). De Antonio è come McCarthy. Sono entrambi ‘fuori moda’. Sono due perdenti. Sono indipendenti e intellettuali ‘astratti’, sempre dalla parte ‘del torto’ e delle minoranze. E quella precisazione del senatore: “Ho Chi Minh non si può certo paragonare a Adolf Hitler” ci ricorda anche più recenti e sinistre dichiarazioni di un presidente di opposta sensibilità,  Bush jr., a proposito dei modelli di Saddam Hussein. Con l’idealismo donchisciottesco non si vincono però le elezioni, soprattutto di fronte a un elettorato impaurito per la guerra, per lo sviluppo che lo ignora, per la mobilità sociale vorticosa che lo beffa, e per il ‘relativismo culturale’ che smantella efficacemente, pezzo per pezzo, l’identità religiosa e comportamentale e etica, fondamentalista e oscurantista, della ‘profonda America’ (quella che, lo raccontava Minervini in Louisiana, vuole giocare duro come si faceva nell'800, quando ogni presidente era un pescecane voglioso di divorare ogni concorrenza capitalistica, altro che donne).
Però si radiografa in quel film del 1970 anche un’America forte e antagonista che non utilizza tutta la sua potenza di fuoco, che forse saprà agire e reagire anche in modi ‘underground’ , nuotando a lungo sott’acqua. Come ricorda Haskell Wexler (nella monografia su de Antonio, curata nel 2000 da Douglas Kellner e Dan Streible) era quella la specialità subacquea di de Antonio, soprattutto dopo che l’onda forte del Movimento è diventata un ricordo, così come i beat, gli hippies, i maoisti, i simbionesi, l’lsd come programma minimo, le pantere nere e i Weathermen and women… 
Martin Sheen in "In The King of Prussia" di Emile de Antonio (1982)
Ma, come ricorda l’autore a Alan Rosenthal in New Challanges for Documentary (1988), ‘il film non fu capito. Era sul fallimento della sinistra ‘liberal’. Eugene McCarthy, un intellettuale genuino, il portavoce più rappresentativo di questa tendenza, per un brevissimo  momento ci ha dato la speranza che si potesse davvero avviare un reale processo democratico. Se solo avesse avuto più coraggio, se avesse giocato più duro alla Convenzione e attaccato di più Humphrey, invece di girargli attorno come un oscuro monaco che non va in cerca della rissa!” (alle scaturigini di Sanders, pare...). Bisogna affrontare dei rischi grossi, in politica e nel cinema. Trump lo insegna.
Come gli aveva suggerito il suo amico e vicino di casa più zen, John Cage, spingendo de Antonio a lanciarsi nel cinema: "devi iniziare a avere paura solo quando sei sicuro di poter controllare tutte le tue paure". Il documentario ha però anche un tono classico: è cinema dei fatti e della persuasione, eccitante e didattico, secondo la lezione anni 40 di Grierson e prima ancora dei registi sovietici degli anni venti, e anticipando il più comico, a volte proprio farsesco, Michael Moore. Non fosse per il racconto di un punto di vista, in ‘prima persona singolare maschile’, del regista (che ‘parla’ quasi in dissolvenza incrociata  sul candidato), con la rabbia, l'umorismo e l'intelligenza dei suoi antenati anni trenta, i membri marxisti dell' 'American Film and Photo League', senza però alcun uso della voce off a ipnotizzare o addestrare il pubblico alla giusta linea. Il metodo de Antonio è molto polemico con il 'cinéma vérité' dei colleghi Leacock e dei Meysles brothers (pur  apprezzati per il contributo tecnico, parco luci maneggevole e sincronizzazione del suono, che hanno dato al cinema indipendente), che butta in evasione (o nel rockumentary, genere promozionale) dominando con la cinepresa - che esprime non cose vere ma la 'loro verità' -  la povera gente infelice e debole, invece di confrontarsi, a quel punto, con attori veri, persone molto più difficili da plasmare e dominare. 
Millhouse: a White Comedy (1971)
Il procedimento de Antonio non prevede infatti mai l’uso della voce narrante, garanzia del punto di vista autorevole, preciso, che ci arriva stentorea e rassicurante fuori dallo schermo a spiegare la giusta linea obiettiva. Semmai il regista entra in campo e lotta (“il documentario è una forma d'arte par excellence marxista, non è un caso che sono marxista”), interviene come uno degli intervistati, scodellando passione, umorismo, scetticismo, dubbi, indipendenza di pensiero, intuito, o utilizza, come in Underground la ‘sottile voce della messa in scena’ per creare un baratro, un forte gap, un senso di distanza tra le sensibilità politiche degli intervistati, i 5 membri dei Wheater Underground (tre donne e due uomini e tra questi l'amico futuro di Obama, Bill Ayers, poi avvocato), che spiegano il perché della loro scelta poltiica e il perché del loro metodo terrorista-pacifista, e quella del pubblico, intervistato per strada dagli stessi militanti armati e chiamato, nella parte finale del lavoro, a stabilire e criticare la validità degli argomenti usati, dando prova di una imprevista sensibilità più che estremista. Da notare la faccia spesso annoiata di de Antonio rispetto ad alcuni proclami un po' tromboni e di effetto dei ragazzi (che pretesero la presenza sul set clandestino sia di Haskell Wexler, stimato e conosciuto per aver vinto l'Oscar, che di una cineasta donna, e venne Mary Lampson).
Poin of Order (1962) su Joseph McCarthy, il cacciatore di rossi
Pioniere nell’uso certosino e meticoloso del footage, e del talkinhead intervistato, per organizzare testi e contesti di complessa densità storica, senza però mai, lo ripetiamo ancora, la ‘voice over’, de Antonio prevede anche un complicato sistema di sicurezza per segnalarci il pericolo di cadere vittima dell’argomentazione, della retorica, non sempre onesta e veritiera, di chi prende la parola. Nessuno può essere creduto. Non tutto è sempre vero.  Neanche all'opposizione. Ecco perché appaiono sempre differenti punti di vista nei suoi film. La storia non è un monolite,  la sua complessità e il suo profilo ci vengono segnalati fin dall’inizio. Come Fredrick Wiseman ricostruisce il presente dialetticamente, così de Antonio ricostruisce il passato dialetticamente, addestrandoci così a prefigurare altri futuri. Come se dovessimo tutti costruire, attraverso i materiali proposti, una ‘terza voce’, un altro punto di vista, generatore di conoscenza storica, fabbricatore di una  speciale ‘zona verità’, da contrapporre alle falsità ideologiche, alle menzogne da smontare e agli abusi di potere della classe dominante... 
Rush to Judgment (1966)
Infatti.  Dopo aver ricordato che questo importante film (come tutti i dieci film di de Antonio) non è stato mai visto in Italia, neanche nelle università occupate, nei cineclub o in televisione a notte fonda, mentre in Svezia o in Francia è un cult assoluto, come tutte le opere di questo gigante del documentarismo mondiale - e anche questo è un sintomo della ‘malattia italiana’ - apriamo una parentesi e andiamo un po’ più avanti nel tempo…

De Antonio, Haskell Wexler e Mary Lampson davanti ai Weather Underground (1976)
"Vogliamo fare film non di colore rosa ma di colore sangue" (Manifesto del New American Cinema)

2. Credo che oggi sia molto importante occuparsi, nell’Italia di Berlusconi e dei suoi succedanei, di Emile de Antonio (padre cristiano torinese, madre cattolica lituana), uno dei fondatori con Jonas Mekas del New American Cinema, il ‘cineasta della Storia’, della consapevolezza dei processi autoritari non visibili a occhio nudo da isolare, smascherare e combattere con tutti i mezzi necessari. Per cambiare modi di vita, mercato e mondo. Ma soprattutto un filmaker capace di scrivere con le immagini, come affermò il critico Jimmy Wechsler sul New York Post: “lettere d’amore a Miss Libertà” (riferendosi al film sul maccartismo, Point of Order). I valori dell’ex cattolico de Antonio sono proprio quelli che oggi troviamo dal raccoglitore di ferrovecchio: la compassione, la coscienza sociale, la devozione alla giustizia...
Non solo perché, da comunista perseguitato negli anni 50 e da militante di prima linea del Movement anni 60 contro la guerra del Vietnam, de Antonio riuscì a radiografare perfettamente nei suoi collages (che tanto somigliano alla ‘propaganda appassionata’ del cubano Santiago Roman Alvarez e tanto hanno ispirato Blob) la geografia emozionale dell’America più oscena del secolo scorso, dal Maccartismo all’Fbi di Hoover, da Nixon al doppio Reagan-Bush, ovvero la fenomenologia di una potente ma malata democrazia che, schiacciata dagli interessi delle big company, del complesso militare industriale e dalla droga assuefante della crescita del saggio di profitto, e attraverso l’uso autoritario e spionistico dei media, della pubblicità e del consumismo che incapsulava ogni nucleo familiare nell’individualismo più celibe, stava lobotomizzato i suoi cittadini illudendoli di far parte del migliore e più opulento dei mondi possibili, invece che di uno spettrale e nauseabondo spettacolo di varietà razzista. 
In the year of a pig (1968)
Ma perché de Antonio e la sua piccola grande band riusciva contemporaneamente a risarcire e evidenziare l’esistenza vitale dell’altra America, quella altrettanto potente forza antisistemica che fermò il segregazionismo razziale e sessuale, l’aggressione in Vietnam, il genocidio in centro e sud-America e che, da Wallace a Stevenson, dai Kennedy a Malcolm X, da McCarthy alle Black Panther, dai Weathermen (and women) a Obama, ha ribadito, da sinistra, ora in maniera liberal, ora radical ora ‘progressive’ e perfino rivoluzionaria, quasi sempre perdendo (anche la vita) che cambiare resta però possibile. E ha ripreso il progetto della ‘seconda carta dei diritti americani’ promulgata da F.D. Roosevelt nel 1944, promettendo ai suoi cittadini, anche poveri e non wasp, la lucida utopia nietzschiana di ‘salute, casa e istruzione’ garantita per tutti e che tutti devono pretendere.
De Antonio
In Italia, periferia del mondo, stiamo vivendo con decenni di ritardo, e gli anticorppi non sono stati ancora trovati, un processo autoritario ‘virale’ simile e assai più drammatico a quello dell’America anni 50 e 80. Il ‘maccartismo-spaghetti’, che in questi mesi fiancheggia uno stato di polizia che alterna patologie razziali come il ‘reato di clandestinità’  alla ‘caccia all’omosessuale, al rumeno o allo zingaro al giornalista, allo stipendio dei giovani, al comunista o alla ‘escort che parla troppo’, sta spadroneggiando in una democrazia resa ancora più fragile dalla presenza perversa di un padrone dei media e del parlamento spudoratamente orwelliano. Anche in Italia la virtù si misura dai soldi che hai, i ricchi sono i soli virtuosi, tocca ai poveri servirli…. Non siamo più solo al trionfo dell’arte della pubblicità, e della sua tecnica di lavaggio dei cervelli, ovvero all’apoteosi dell’arte ‘di non dire assolutamente nulla’, al primato della tecnica sui contenuti, dell’offesa sul ragionamento, della violenza fisica sulla mediazione e il dialogo, del giustizialismo sulla politica, della censura preventiva e fanatica su ogni ipotesi di democrazia che si basa sulla partecipazione nopn solo elettorale, sul rispetto delle minoranze, sull’uso pluralista dei territori comunicativi e sul rispetto dell’altro e del ‘fatto’. Il pubblico dei telespettatori, che ormai trova le immagini della guerra confortevoli, se montate tra due spot pubblicitari, non si deve chiedere più: ‘perché noi stiamo facendo tutto questo in Iraq o in Afghanistan o in Yemen o in Siria?’. Non è più un cittadino o, peggio, un elettore che pensa. Ma si illude di farlo. E’ puro zombie teleguidato e addestrato dai media a proferire solo opinioni di ‘senso comune’, terrorizzato dal ‘buon senso’ e dal ragionamento individuale, e omologato a mode, consumi, comportamenti morali e tabù preconfezionati. “Noi oggi abbiamo la censura dei padroni. Chi domina il paese domina i media – scriveva de Antonio – Non è più ‘il medium è il messaggio’. Ma: “chi possiede il medium possiede il messaggio”.               



Emile De Antonio
"Imporre una narrazione è un gesto fascista" (De Antonio) 

3. Non filmare la verità, non imporre una narrazione, ma una ‘linea di pensiero’. Non farsi domande, ma considerare importanti le risposte che ci si dà, e il modo di manipolarle.  La verità nell’arte è interiore, personale. E si offre al giudizio non degli esperti ma di tutti, una volta che è messa in forma. Certo. Le idee rivoluzionarie vanno espresse in forme nuove. Ma non se sono solo esercizio masturbatorio. O, come si dice di Dogma, non si può riprendere con la mano destra e masturbarsi con la mano sinistra….Non se sono solo grida di angoscia.  Se non esprirmono un ‘punto di vista’.

Se de Antonio non è stato un affiliato della gang del ‘cinema diretto’ o del ‘cinema-verità’, cos’è stato questo gigante del documentarismo politico americano lontanamente torinese (e Turin Film Corporation si chiamava la sua società di produzine)? 
Quale l’originalità e importanza di un filosofo marxista laureato a Harvard, gran edonista e bevitore (Drunk è il titolo del film di 66’, inedito, che l’amico del San Remo Café, Andy Warhol, ha girato con un de Antonio super star nel 1965), capace di affermare che ‘imporre una narrazione è un gesto fascista’? 
Con chi si può accostare (con il solo Robert Kramer? con Alberto Grifi?), chi affermò che tutti i film di Hollywood sono prodotti industriali come i Twinkies, le merendine d'America, e che se didattica ci deve essere al cinema deve essere ‘democratica’, suggerire i perché di un fatto, muoversi al di là delle apparenze, ‘fare in modo che il pubblico arrivi da solo alle stesse mie conclusioni’ ?

Il dvd Usa con quattro film di de Antonio
Filmmaker indipendente e ‘leggero’ per eccellenza (non possedeva neanche un suo equipaggiamento tecnico), ‘un tipo anarchico che va a ruota libera’, come si definiva, Emile de Antonio, detto dagli amici “D”, aspettava sempre dal pubblico una ricezione intelligente, la capacità costante di mettersi in discussione. Non avrebbe mai semplificato i suoi film o fatto concessioni di nessun tipo: “Il solo vantaggio che ho nel realizzare film a basso costo è, a parte l’equiparazione con i cineasti del terzo mondo (‘dobbiamo fare film come se vivessimo nel terzo mondo e avessimo quel punto di vista”), che almeno non raggiungo il pubblico che Hollywood raggiunge”. Faceva però ‘appello alla ragione’ (proprio questo questo era il titolo di un famoso periodico socialista, anche satirico, di fine ottocento, quello preferito dal padre di Walt Disney) e alle emozioni della platea. “Non voglio insegnare niente, voglio svelare”. In fondo conosceva bene il piacere collettivo di fare e di vedere film, perché i suoi primi passi nel mondo del cinema (che non amava ancora quanto la pittura) - lui che considerava John Ford un regista tanto quanto Gerry Ford uno statista, “perché la maggior parte dei film americani sono fatti come alla Ford, in catena di montaggio” -  li aveva compiuti proprio da distributore di due mediometraggi a basso costo che lo avevano ammaliato, Pull My Daisy di Robert Frank (1959) e Sunday di Dan Drasin (1961), sulle rivolte di Washington Square, che aveva anche prodotto. Due capolavori, degni del suo film preferito, L’Age d’or, che tutti i newyorkesi ‘avrebbero dovuto vedere’.  Faceva film con la speranza di sollevare emozioni e passioni e “svelare alle persone cose o sensazioni che non hanno mai conosciuto prima”. 
Dvd Usa di "In the year of the pig"


“Credo che in molte forme d’arte una certa innocenza in una mente sofisticata sia una buona combinazione” (Emile
de Antonio in Film Forum di Ellen Oumano, 1985)

Certo il cinema è un’arte sociale, e per un marxista come de Antonio anche frutto di un lavoro collettivo. Molti furono i giovani e le giovani cineaste (soprattutto della comunità black o ispanica) che vennero assunti da De Antonio. Che oltre alla breve parentesi del New American Cinema firmò tra il 1989 e il 1990 anche il manifesto ‘per un cinema dal basso budget ma dalle alte ambizioni’, assieme all’etiope Haile Gerime, al californiano nero Charles Burnett e a Jacqueline Shearer, Allan Siegel e Jack Willis. Però la loro unità produttiva, The Film Collective Inc. ebbe breve vita.
Ma Mister D ha sempre voluto affermare di aver girato documentari prima di tutto per se stesso (e per i pochi giovani, inesperti collaboratori creativi alle prime armi, vogliosi di farsi le ossa, e che lui metteva sotto contratto, spesso senza autopagarsi). E siccome era tanto un ‘comunista (senza party)’ quanto un cineasta fortunato nel trovare budget (riusciva a coinvolgere magicamente sempre finanziatori entusiasti, ricchi e ‘libertari’), le sue opere erano fatte anche per il pubblico: l’obiettivo era ‘ricrearle’ assieme a lui, seguendo il metodo postumano Duschamp della creazione, per crash, dell’esperienza d’arte, unica via per innestare, istigare e produre irreversibili ‘cambiamenti’.
Arrivato tardi al cinema, a 40 anni firma Point of Order, D si annoiava per gli aspetti tecnici di un film, anche se si eccitava molto quando, prima di montare i suoi film e pianificare le sue interviste, visionava, spesso con la montatrice e fonica Mary Lampson al fianco, ore e ore di materiali di repertorio a caccia di parole, espressioni, immagini inusuali che avrebbero costruito il senso e il senso in più dei suoi ritratti interiori dell’America e dei suoi mali e delle sue grandezze sepolte, negli archivi newyorkesi Upi, Hearst o Paramount/Abc (chi volesse poi vedere dove finiva tutto quel materiale preselezionato, e dove dava forma alle sue creature, deve andare a Manhattan, tra la undicesima e la dodicesima avenue, nel Movielab Building, dove aveva affittato due sale montaggio…).


4. “Tutti i miei film sono film-collages. Classici collages”
(Emile De Antonio)

America Is Hard to See è dunque un film sul fallimento della scalata ‘liberal’ al potere….Come è duro ‘cambiare’, nel paese di dio. Millhouse (1971), il doc di de Antonio che seguì, quasi parallelamente, la campagna elettorale del partito repubblicano e del suo leader di destra, Richard Nixon, possedeva molta più forza umoristica e sarcastica (quasi alla Marx Brothers, e così venne lanciato nei flani) del predecente, che andò molto male, non fu neanche  un oggetto sperimentale e originale come gli altri, né fu mai distribuito. E perfino il mensile barricadiero di estrema sinistra Cineaste, appena nato, non ne fu entusiasta (‘tedious’, e materiali di repertorio ‘ripetitivi’, ‘montaggio senza immaginazione e struttura’, scrive la critica Joan Mellen nel 1971)…
Nel 1968, l’anno dei porci, tutto il mondo, cioè il movimento studentesco antagonista, tifa per il democratico più che liberal, quasi ‘radical’ Eugene McCarthy (come farà nel 1972 con l’altro candidato che, questa volta, arriverà allo scontro sulla presidenza, McGovern, perdendo), che si presenta alle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti contro Richard Milhous Nixon.
Verrà sconfitto, prima ancora dei repubblicani, dall’establishment del suo stesso partito democratico, dai professionisti che scoraggiano la presenza diretta dei cittadini alla vita partecipata del paese, anche perché McCarthy è un outsider, un uomo politico atipico e ‘movimentista’, troppo ironico, meditabondo e intelligente per vincere la convenzione di Chicago, contro il vice presidente di Johnson, Humphrey, l’uomo dell’apparato, dei poteri forti (come si dirà di Hillary) e del sindacato. E sarà dunque il trionfo del ‘nucleo forte’ del partito, guidato a Chicago dal sindaco, figlio di sindaci e nipote di sindaci, Richard Dailey, contro ogni posizione estremista.
Intanto il movimento studentesco, fuori dal Palazzo, si scontra violentemente e ripetutamente con la polizia, nella notte della definitiva sconfitta del movimento nato a Berkeley nel 1964…ci saranno pestaggi e arresti eccellenti di tutto lo stato maggiore del Movement, da Jerry Rubin a Tom Haiden, da Bobby Seale a Abbie Hoffman. Ma de Antonio non dedicherà molto tempo al fuori, concentrandosi sul ‘dentro’, sulla contestazione stupefatta della burocrazia esiziale americana che va placidamente alla sconfitta. Il suo stesso entusiasmo politico (della prima parte del film, costruito con interviste e materiali di repertorio) per il pupillo McCarthy viene progressivamente meno. Anche se alla fine è la bancarotta del Partito dell’asino, incapace di rispondere alle domande del suo elettorato, ad essere analizzata, criticata e presa maggiormanete in giro, anzi mostruosizzata.  Il mostro centrista e moderato quando non è tempo per essere centristi e moderati. Biblicamente, c’è un tempo per tutti….
L’obiettivo politico principale della candidatura di McCarthy era stato infatti quello di fermare immediatamente l’aggressione militare in Vietnam. Il profilo politico del senatore del Minnesota McCarthy, i suoi discorsi, le primarie vittoriose in New Hampshire, la scesa in campo del senatore Robert Kennedy, poi assassinato, e i caotici avvenimenti di quei mesi, montati vorticosamente da Mary Lampson, dalle rivolte dei ghetti neri e nelle università all’omicidio di Martin Luther King, sono l’argomento di questo quinto suo film, che ruba il titolo a Robert Frost, da un poema anticolonialista su Cristoforo Colombo pubblicato nella raccolta In the Clearing (1951). Il documentario dura 101’ (ma una versione, pur con l’aggiunta di una sequenza a colori, rimontata nel 1988, dal titolo 1968: America is Hard to See, con la voce fuori campo del regista, è ridotta a 90’) ed è prodotto dalla Turin Film Co. e dalla March Twelve. Intervengono nel film, che si avvale di interviste e materiali di repertorio, oltre al senatore Eugene McCarthy, il compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein, l’economista John Kenneth Galbraight, che appoggia McCarthy, i politici di primo piano Richard Nixon, Lyndon Johnson, il vincitore Hubert Humphrey (di cui si ascolterà il discorso d’accettazione), Robert Kennedy e il sindaco Richard Dailey, l’attore e militante politico Paul Newman, e inoltre E.W. Keinworthy, Richard Goodwin (manager della campagna di McCarthy), Martin Peretz (l’editore di New Repubblic e produttore esecutivo del film), i supporter Arthur Miller, e poi David Hohe, Gerry Studds, Sam Brown, Arthur Herzberg, Geoffrey Sperling e Curtis Guns. Tra i collaboratori di de Antonio Allan Siegel (poi documentarista per la Third World Newsreel), Mary Lampson (montaggio, poi lavorarerà con Barbara Kopple nel doc Oscar Harlan County e con lui in Underground), Richard Pearce (operatore), Stephen Ning, Lori Hiris. La prima si svolse a Hanover (New Humpshire).  





5. “Le uniche società che fecero soldi a palate durante la depressione furono le compagnie cinematografiche” (Ellen Oumano, Film Forum 1985).

Appunti sparsi, qui. Con De Antonio John Cage ha girato un film biografico in cucina, raccontandosi mentre il dio dell'alea fa il cuoco. E' il suo ultimo, nel 1989, Mr Hoover and I (che poi il feroce boss dell'Fbi perseguitava come nemici pubblici numero uno dell'America proprio i 5 ragazzi e ragazzi Wheater...). Cage era il suo vicino di casa a Rockland County, stato di New York, dove De Antonio viveva con la terza moglie, ubriacandosi in tre spesso ("Cage, la persona più importante della mia vita, dopo mio padre") e, da buddista zen quale era, e come abbiamo già scritto, fu lui a spintonarlo verso la produzione, a osare, a buttarsi e a realizzare Point of order, visto che nessuno se la sentiva, neanche, contattato, Orson Welles, che forse non aveva capito bene il progetto suo e di Dan Talbot.Questo e tutto il resto che vi interessa su De Antonio lo troverete in un libro curato da Federico Rissin che si intitola American collage-Il cinema di Emile de Antonio (2009 Agenzia X) che costa12 euro e fu voluto da Film-makers.

"Credo nel lavoro indipendente con il controllo totale del proprio materiale" (Emile de Antonio)
“Per esempio sapevo molto sulla struttura dei quadri, mentre ero relativamente innocente - confessò De Antonio - sul cinema, e non credevo che fosse una brutta introduzione. Quello che succede nelle scuole di cinema è che la gente impara così tanto sulla tecnica da dimenticare che scrivere un libro o girare un film ha molto più a che fare con le tue convinzioni, sensibilità, concetti, passione e la voglia di esprimere se stessi, piuttosto che di far funzionare un meccanismo”.


C’è un pezzo sul sound a proposito di Point of order che è il primo doc senza voce off, narrativa. Poi parla delle interferenze che a lui piacciono (per esempio in Painter painting lascia nello studio di Jasper Johns la radio acceso mentre il pittore spiega la sua pittura, perché lo spettatore deve voler capire, anche se ha difficioltà. “Non ho niente contro il cinema di intrattenimento ma io non voglio farlo”. A proposito del film sul Vietnam parla di missaggio di mix dei differenti suoni dell’elicottero. Sembra già Stockhausen, e Apocalypse now di Coppola.....

* rielaborazione di un articolo scritto nel 2009

sabato 22 ottobre 2016

Moderato (estremista) cantabile. Requiem per Michael Cimino, che coreografò il cielo, il sole e le nuvole



di Roberto Silvestri *



Per motivi opposti - troppa simpatia, troppa antipatia testuale, non politica, non (come si dice adesso) ideologica - è difficile scrivere, senza farsi prendere la mano, sulle opere di due cineasti importanti, morti (e anche vissuti negli ultimi anni) in circostanze poco chiare, e che hanno avuto una concezione visiva del mondo, degli spazi e dei tempi, della danza, del sesso proprio e altrui, dell'azione e delle intenzioni interiori che muovono un racconto, differentemente inattuale, estrema, radicale, perfezionista, misteriosa, anticonformista e originale. Produttori entrambi di immagini sensuali, estatiche, audaci e anche sbalorditive. Ma sono tutti aggettivi che si possono incollare sia all'eresia undeground (da Meaks a Brakhage) che a quasi tutti (non Il silenzio degli innocenti, opera davvero unica) i film ben strutturati ma più che perfetti, “da Oscar”.



Parliamo infatti di quella linea antinarrativa e “panoramica”, a forte tentazione trance, non Balzac, semmai Flaubert, non realista semmai verista e descrittiva, non spaziale semmai temporale, legata sia a Chantal Akerman che a “Michelangelo” Cimino, come amava chiamarsi, nei momenti di rara modestia, il più ambizioso e misterioso regista e sceneggiatore italian-american del cinema industriale (Magnum Force, 1973 con John Milius...) nato nel 1943. O nel 1952. O nel 1939 (depistava sempre i suoi fan, anche biograficamente, Michael).



Il 2 luglio 2016, forse a 77 anni, senza che si conoscano ancora le cause del decesso, è morto l'ex genio, di megalomaniacale presunzione, dunque degno figlio della Hollywood Babilonia che lo aveva svezzato alla fantascienza (Silent Running, 1972, di Douglas Trumbull), ma inspiegabilmente espulso del business, proprio lui che pure fatto un grosso regalo alle majors e alle loro politiche di conquista planetaria dei mercati sia trasformando il flop in strategia di sviluppo e crescita, sia tenendo testa e poi annichilendo, tramite un gigantesco Bomb, un fiasco di bibliche dimensioni, l'unica Major indocile alla globalizzazione (si legga Final cut di Steven Bach, che coprodusse il disastro), cioé la Uninted Artists, indicando, per il futuro, con il suo prototipo I cancelli del cielo, la cifra di 150 milioni di dollari come budget medio di un film da mercato globale, magari da distribuire in Cina. 

Siamo già alla prefigurazione di Transformers e di Ghostbuster all girls. Basterà perfezionarne i dettagli. Per essere molto concisi bisogna infatti girare una scena almeno 30 volte, sperimentare, sprecare tempo e soldi, rifare il set, trattare tutti come pezze da piedi, licenziare i produttori tirchi che non capiscono, rubare le idee agli altri, produrre un sacco di scontrini da sbalordire a morte Di Maio... E poi il digitale non è forse nato grazie alle follie di Cimino, che tutto il girato lo stampava, come suo antidoto? 

Solo così si inventa il nuovo format, la nuova struttura e l'high concept. Non lo capirono subito. E i suoi film vennero visti sempre a uno stadio ancora informale, come work progress. 250 miglia di riprese filmate... Finalmente Criterion ha pubbicato il tutto in dvd blue ray (supervisionato dallo stesso Cimino) e I cancelli del cielo è pronto, dal 2013, al revisionismo critico e alla vendetta dei cinefili. Aprire gli occhi e in questo caso le orecchie è d'obbligo. Coreografare il cielo il sole e le nuvole è possibile. Come un prologo nel cielo trontiano. Già. La working class nordamericana, anche in tutta la sua violenza, rabbia e frustrazione, non è mai stata protagonista esplicita di epopee così lussuose. Pero' si può estetizzare la politica, come fece Cimino pago di descrivere la fragilità e bellezza di specifiche comunità (come farà nell'Anno del Dragone, 1985, esplorando una cultura emarginata come quella cinese, con Mickey Rourke, un altro cineasta fuori schema, che verrà espulso dal grande gioco; e poi in The Sunchaser, 1996, sui nativi d'America, 20 anni fa, l'ultimo suo film), ma è più difficile politicizzare l'arte, che quelle comunità scavalcano in cerca di soggettività non etniche, come chiedeva Benjamin.


Non molto strano dunque che negli Stati Uniti i necrologi sono stati tardivi, imbarazzati e acidi. In particolare Peter Biskind, su Hollywood Reporter. Nessuno ha osato ricordare che Cimino negli ultimi anni aveva cambiato sesso, anticipando i fratelli Wachowski. 
Nessuno ha scritto che Cimino era diventato, anche nei vestiti, ironia psicosomatica della sorte, sempre più simile a una bella signora vietnamita del nord. Proprio lui che, in pieno processo per gli eccidi di My Lai, con West Point distrutta per sempre dopo aver trasformato ufficiali immacolati in atroci macchine criminali, aveva pensato bene nel Cacciatore di capovolgere la storia, anticipando Rambo 2, con la millimetrica precisione di tiro di un genio dello spot pubblicitario (Cimino da lì veniva). 

E così Robert De Niro, americano della Pennsylvania di origini russo-ortodosse, inceneriva, brandendo come Mastro Lindo un lanciafiamme, il milite di Ho Chi Minh che aveva osato sventrare, con una granata, una montagna di donne, vecchi e bimbi sud vietnamiti. Che eroe! Oppure. Che infame! A secondo della ricezione di quella scena. Che io trovavo semplicemente offensiva non tanto per i gloriosi compagni guerriglieri che tutta la gioventù del mondo sosteneva e aiutava con ogni mezzo necessario, ma per Robert Aldrich che, con fulminate dinamismo e secchezza, in I ragazzi del coro (scena del lanciafiamme ammazzacattivi rossi nella grotta) aveva, un anno prima, fuor di metafora, e senza bisogno di roulette russa e nemici esagitati come nel peggior cinema propagandistico, raccontato “cosa l'America stesse facendo ai suoi ragazzi scaraventandoli in un luogo straniero e senza una giustificazione moralmente valida”. 

E la trovavo ancora più rivoltante e obliqua, quella scena, pensando a un'altra sequenza di Aldrich, in La spoca dozzina, quando, per lanciare un'idea a Tarantino (che raccoglierà tanti anni dopo) Lee Marvin e compagni finiscono a brandelli, e con le granate, una grande quantità di gerarchi nazisti riuniti a consesso. Insomma estremismo contro estremismo. E quello di Cimino mi sembrava un po' troppo moderato, un estremismo mainstream, alla Berretti verdi. Ma Joann Carelli, a lungo collaboratrice di Cimino, mi rimprovererebbe. “Non è un film di guerra, Il Cacciatore, ma un film su come la guerra aveva rovinato la vita di un gruppo di amici che amavano l'America”. E il regista stesso, al Los Angeles Weekly che gli chiedeva cosa ne pensasse del pubblico inneggiante e plaudente alla scena del prigioniero di guerra americano torturato, ma che uccide infine il suo aguzzino comunista, rispose: “Chi ama questo paese è stato troppo a lungo sulla difensiva”. 
Già, come diceva in quei mesi il candidato repubblicano alla presidenza Barry Goldwater, ben educato dai Black Panther, “in certi momenti della storia essere estremisti vuol dire essere patrioti”. Sembra una slogan elettorale di Trump (speriamo, così perde anche lui), ma qui mi riferisco al patriottismo cinematografico, al patrimonio di forme ereditato da due tradizioni formali divergenti ma di seme comune, quella europea e quella hollywoodiana. Da cui Chantal Akerman esce per sempre mentre Cimino rientra, e scandalosamente, dopo anni di geniali esondazioni nelle “zone rosse” dell'immaginario e di sperimentazioni “linguistiche” come si diceva all'epoca, new Hollywood. Un materiale immaginario spettacolare sprecato era conservato nelle teste di metà America. Quella “maggioranza silenziosa” dimenticata, evocata da Richard Nixon, “che non urla, non protesta, non dimostra. Non è razzista o psicopatico. Non è colpevole dei crimini che piagano questa nostra terra”. Ma quella America, altro che “immaginario sprecato”, altro che innocente, era quella dominante, ovunque, in ogni ganglio del Potere. E a suon di manganelli veniva raccontata nlle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche e nei Media.


Insomma. Non mi piaceva e non mi piace tuttora quel capolavoro estramista moderato intitolato The Deer Hunter, Il Cacciatore. Nonostante i 5 Oscar (film, regia, montaggio, sonoro, personaggio non protagonista) oggettivamente mi smentiscano. Quando l'ho visto nel 1978, mi è sembrato un'esercitazione militare, leziosa e rococo' come una simulazione bellica, condotta su un copione che, a guerra ormai perduta, ci sbatteva in faccia il punto di vista redneck, operaio, proletario di chi quella guerra l'aveva combattuta davvero, da private Ryan, nel fango, lasciandoci la vita, la testa o qualche arto, alla faccia di quei lavativi di disertori, hippies e maledetti punk figli di papà che l'avversarono ma beneficeranno per sempre del suo “senso profondo”. Liberarci dal “comunismo”, quello reale che non piaceva a nessuno. Va bene. Ma chi scrisse quel copione, sentenza di tribunale, era stato Deric Washburn, scrittore dilettante e falegname di mestiere, oltre che ex reduce. Rubare un copione non è reato, nella logica Studio System. E' patriottismo moderato. 
Divulgare a mezzo mondo di essere stato medico dei Berretti Verdi nel 1968 durante l'offensiva del Tet è patriottico. Ma poi scoprire di essere stato assegnato come medico a una unità di riserva in Vientam nel 1962, tre anni prima che inviassero truppe di terra americane in sud est asiatico, è patriottismo moderato. 

Insomma in quegli anni cercavo di coniugare, come canone, forma-cinema, Corman con Straub, Siegel con Aldrich, de Antonio con Pietro Heliczer, Claudia Weil con Dorothy Arzner, Godard con Rocha, e quelle densità luministiche (Zsigmond ha sempre dichiarato che il suo ostinato regista faceva sempre e solo come gli pareva) e quelle intensità recitative di languida ferocia, quei tempi lunghi che si compiacevano di non finire mai, li trovavo plastica: fasulli, orpellosi, pornografici (come diceva Straub, o “spettacolari” come diceva Debord). Insomma un voler essere Hendrix senza gli Experience e senza Jimi. Di Cimino mi ha sorpreso poi in fondo solo il film Una calibro 20 per lo specialista, con Clint e con la lunga Cadillac bianca, perché perfetto nel format hollywood new hollywood, e il vertice della sua concezione publicitaria (veniva dal regno misterioso degli spot, no?), Il Siciliano, una certa rilettura sovversiva (alla Toni Negri) di Giacomo Leopardi, ben prima di quella, altrettanto affilata, di Mario Martone, sotto uno strato di calligrafismo geniale. E, a proposito di complotti Cia, visto che si parla di Salvatore Giuliano, ho sofferto come se fosse un complotto riuscito della destra americana la dissoluzione della United Artists e del suo meraviglioso gruppo dirigente di creativi produttori (Arthur B. Krim, Mike Medavoy, William Bernstein e Eric Pleskow, poi emigrati alla Orion). E credo che far lievitare il costo di I cancelli del cielo da 7 a 44 miliardi di dollari (che equivale oggi a 140 milioni di dollari) non sia stato tanto una ossessione citazionistica, un omaggio caro a un altro ego smisurato, o un vendetta organizzata in onore di Eric von Stroheim, ma una involontaria, e certo drammaticamente somatizzata, profezia vertiginosa di cosa sarebbe diventato il blockbuster e la sua high art. E come I cancelli del cielo (mi piaceva di più la versione due ore e mezza tagliata dai produttori dopo il disastroso incontro con il primo pubblico di New York, quella vista a Cannes, con una smagliante Isabelle Huppert che in conferenza stampa magnetizzo' chiunque) aveva lo stesso difetto di costruzione, più che di ideazione. Non poteva piacere a tutti i pubblici eppure era fatto per piacere a tutti i tipi di pubblico maschile e femminil, del nord e del sud, dell'est e dell'ovest. Ci volevano più soldi, più investimenti, più perdite. Per ironia della sorte, Ghostbuster 2 non andrà in Cina perché il governo cinese mette il bando a tutti i film sui fantasmi. I cancelli del cielo cos'era se non una magnifica ghoststory che affondava i suoi piedi ben dentro la Storia che non si può ricostruire con efficacia se non falsandola “in meglio”? Il bugiardo che mente a tutti su ogni cosa (la definizione è del nemico Washburn) come sappiamo da Welles può essere un ottimo cantastorie del cinema. Soprattutto quando lo stesso Cimino si definisce “Io non sono chi sono e sono chi non sono” aggiungendo per Vanity Fair (e qui sembra davvero quel moderato estremista di Trump) “Quando io scherzo sono serio, quando sono serio scherzo”.


Non mi piace insomma il cinema di Cimino. Rischio di sbagliare. D'altra parte nessuno è perfetto. Ho polemizzato perfino sul Cacciatore con i miei “maestri”, Adriano Aprà e Beniamino Placido, all'epoca, che di cinema e di cultura profonda dell'America ne capivano più di me. Ma non vedevamo lo stesso film. E loro non andavano al cinema dopo aver vissuto lo stesso lungo, collettivo, planetario (e per una volta, l'unica, vittorioso) combattimento che fu anche generazionale. In quel momento, però, a livello critico, quel film che mi sembrò piuttosto rigonfio di esibizionismo stilistico nelle scene madri (la roulette “russa”), conservatore nello stile (come dire: basta new Hollywood, torniamo a De Mille), di destra nelle intenzioni esplicite (autoconsolazione e leccaggio di cicatrici interiori) e dai sinistri retrogusti, in una cosa è stato davvero una pietra miliare. Ci ha fatto capire che lo strutturalismo aveva esaurito la sua funzione “scientifica” e che senza una solida teoria della ricezione, e del punto di vista, non si riusciva a penetrare il testo e a riscoprire i lati inediti di un contesto. Il sessantotto aguzzava l'ingegno, è per questo continua a far venire il mal di stomaco a chi non lo ha incrociato (dalla parte giusta). Già.



“Le guerre ingiuste non si combattono mai” aveva ammonito l'ex “Big Red One” Sam Fuller. Che sulla Corea aveva aperto polemiche inascoltate. Il Vietnam fu aggredito dagli Usa, come Saddam avrebbe fatto, fotocopiandone anche l'esito, con il Kuwait che faceva gola per il petrolio. Ma non si poteva dire. Tranne i coraggiosi. Emile de Antonio intervista la guerriglia armata d'America (Underground, 1977): “perché mettete le bombe proprio lì o là?”, rischiando la galera o un rigurgito di maccartismo. Ma ai documentaristi tutto è permesso, perché tanto chi li vede? Addirittura un doc anti aggressione Usa in Vietnam vince l'Oscar, e spiega che il razzismo anti giallo (e non solo giallo, anche rosso, nero) è connaturato all'anima profonda di una delle due grandi potenze. A chi “ama l'America”. Hearts and Minds di Peter Davis vince la statuetta nell'indifferenza del mondo occidentale. E allora la giuria dell'Academy Awards mica rispettava le quote di black e di donne. In Italia nessuno ancora l'ha visto. Non deve aspettare il “crollo del muro di Berlino”, come fanno Kubrick e Stone, proprio quando Hollyood era terrorizzata dal trattare in qualunque maniera il conflitto in sud-asiatico. Solo Robert Aldrich, che porta l'urlo e la rabbia delle manifestazioni di tutto il mondo nei cinematografi, rinchiudendole in un film solo, osa. “Nixon boia!”, in versione poetica era L'imperatore del nord (1973) e in versione in prosa era Quella sporca ultima meta (1974). In versione antiCimino sarà I ragazzi del coro: senza amnesie astute o inversioni di fronte. Coming home, 1978. Apocalypse now, 1979, Platoon, 1986, Full Metal Jacket, 1987 e Born on the Fourth of July sono altra storia. Ma io continuo a consigliare Who'll Stop the Rain di Karel Reisz e il primo Rambo, per comprendere come l'altra America, quella proguerra fu torturata nel profondo dalla sua ennesima guerra sbagliata.




* scritto per Sentieri Selvaggi 

venerdì 1 maggio 2015

Il Datagate ha la faccia simpatica e il cuore militante dell'informatore Edward Snowden. Citizenfour di Laura Poitras. Oscar 2015 per il documentario


Il manifesto nordamericano del film
di Roberto Silvestri



Non è vero che il sistema di supercontrollo della National Security Agency, sede a Bluffdale, Utah, sulle nostre conversazioni quotidiane via telefono o internet, tuteli l’anonimato e la privacy, come sostenne Obama, giustificando la messa in accusa per alto tradimento dell’informatore Edward Snowden sulla base di leggi redatte nel primo dopoguerra per colpire le spie di una potenza straniera, ma soprattutto i comunisti, strutturalmente tutti spie di Mosca. Attraverso questo sistema spionistico post-orwelliano la macchina del fango può colpire retroattivamente chiunque… rubare qualunque idea creativa o industriale, far vincere le elezioni a qualunque presidente e le primarie anche a un pd improbabile e distruggere qualunque nemico… Questo si era capito due anni fa.  


Eward Snowden
Ora, proprio in queste ore l’Nsa, l’agenzia statunitense che ha architettato dopo il 2001 quell’ illegale piano di sorveglianza globale in nome della lotta al terrorismo, è messa sotto accusa dall’opinione pubblica tedesca anche perché si è scoperto che in combutta con i servizi segreti di Berlino e con grandi aziende conniventi controllava e maneggiava telefonate e email non tanto dei terroristi islamisti quanto delle concorrenti industriali europee, gettandole in balia dei conglomerati più potenti manovrati da Wall Street. Spionaggio. Gestito fifty-fifty con i politici della globalizzazione dall’alto. Angela Merkel sapeva tutto. E sa in cosa consiste la tanto da lei sbandierata libertà di mercato: ai pesci grandi è consentito divorare con ogni mezzo necessario i pesci medio-piccoli e le crisi economico-finanziarie servono, da sempre, solo a questo. Oltre che a erodere il potere dei sindacati e a impedire che abbiano una posizione di monopolio nell’organizzazione dei lavoratori e dei disoccupati del mondo. Forse la prova che la Grecia (e chissà forse anche l’Italia e la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo) è stata la vittima sacrificale di una guerra elettronica che ne ha prosciugato e divorato la ricchezza, è proprio in quelle intercettazioni… In Italia non è che se ne parli troppo. Il brusio deve essere tutto attorno a Yanis Varoufakis, il ‘dilettante’.  Paranoia? 

Sì. Entriamo in un bel film che è anche una magnifica macchina paranoica. Proprio di quelle che secondo gli anti psichiatri inglesi degli anni 60, Laing e Cooper, permettevano ai ragazzi di difendersi dalle sopercherie degli adulti…. Ma ne usciamo anche, e presto, “perché, i semplici cittadini, insieme, possono cambiare il mondo. Non possono più sopportare che il rapporto tra cittadini e governo non sia più tra eletto e elettore ma tra dominante e dominato. Non è Gramsci che parla. Ma il whistle-blower del Datagate. Che non può tornare in America a subire un giusto processo, come vorrebbe Obama. Proprio perché ha svelato che non esiste più un giusto processo in America.   



Nella stanza di hotel di Hong Kong con il giornalista Glenn Greenwald del Guardian
Questi siospetti, queste nuove indagini e imbarazzanti rivelazioni che colpiscono anche la presidenza di Barack Obama - già attaccato in queste settimane dagli sceriffi razzisti anonimi, in vena di vendetta - rilanciano però l’interesse per il film del momento, in giro nelle sale italiane, Citizenfour, diretto da Laura Poitras, che ha vinto quest’anno l’oscar del miglior documentario dell’anno, e che è stato prodotto anche da Steven Soderbergh. Un film da non perdere assolutamente perché spiega esattamente cos’è la Nsa. E cioè “la più perfezionata arma d’oppressione mai concepita da mente umana”. Non solo per il contesto. Laura Poitras, che produce documentari dal 1998 e si è occupata via via di Tibet, omosessuali perseguitati, prigionieri di Guantanamo, Afghanistan e Osama Bin Laden, aveva già iniziato a indagare sull’agenzia per la sicurezza nazionale intervistando, per un cortometraggio, che certo ha attirato l’attenzione di Snoden, un ex funzionario dissidente in pensione, il matematico William Binney, il protagonista, stile Turing, di The programm (2012). Dopo 30 anni nei servizi segreti Binney gira per il mondo mettendoci in guardia dal sistema Nsa e dai suoi droni immateriali. 

La base del Nsa in Utah
E lo fa anche all’inizio di Citizenfour, che nel titolo wellessiano – è la parola d’ordine dei messaggi cifrati di Snowden -  anticipa già un intento formale rivoluzionario. L’interesse è alto, infatti, anche per il ‘testo’. Si tratta infatti di un documentario di tipo inedito. O meglio. Si ispira alla pratica-teorica un cineasta dimenticato di origine piemontese, Emile de Antonio, che documentando le lotte del sessantotto, diede la parola in Underground a un gruppo di militanti armati, ad alcuni Weathermen, e non solo uomini, in clandestinità, e dibatté con loro per oltre un’ora su tattica e strategia del movimento antagonista americano e sulla necessità di una rivoluzione mondiale. Fu uno shock. Mai visto un thriller così ricco di materia grigia. Di dialoghi dalla qualità così affascinante. E poi. Da un momento all’altro, infatti, con la porta sfondata e l’antiterrorismo col mitra in mano, potrebbe scatenarsi l’inferno. Lo snuff movie in diretta…. Mettere i generi nel fuori campo, far sentire l’emozione del possibile plausibile, è il grande colpo di genio di questi film di complicità totale con il proprio soggetto, “interni al movimento”. Quel film del 1976 venne imposto, senza censura, nelle sale pubbliche Usa da una opinione pubblica e grazie a un manifesto di sostegno pubblicato da decine di registi hollywoodiani che seppero tagliare definitivamente il cordone ombelicale che li legava inconsciamente al maccartismo e all’anticomunismo drastico. 
Base Nsa

Ma lo shock della ricezione era anche nella sostanza dell’espressione. In una forma documentaristica che sa preparare la sua trasformazione in dramma e viceversa. Un’idea in testa e una cinepresa in mano, diceva Glauber Rocha. Il cinema documentaristico non deve solo scodellare domande, creare atmosfera e suggestioni profonde, come fa Frederic Wiseman, ma deve saper anticipare risposte alle drammatiche domande che il mondo, o almeno il 99% del mondo,  si pone in certi frangenti storici. E’ il suo dovere morale, replicava Rossellini. Il cinema deve arrivare a “occupare Wall Street” prima degli occupanti reali e della polizia che li manganella e dei magistrati che indagano sui reati.  Qui succede. In Habemus papam pure.  1992 no. Ma la fiction tv altro che dalla Nsa è controllata….


La regista Laura Poitras
Così l’uomo, eroe o traditore?, l’informatico di alto livello, che ha svelato al mondo il micidiale complotto spionistico di questa sorta di Spectre inventata e gestita durante la presidenza di George Bush jr., cioé l’ex agente dei servizi segreti Edward Snowden - non l’avevamo capito - non è solo un giovanotto coraggioso che, a 29 anni, ha socializzato materiale top secret, come le telefonate private di Merkel e Berlusconi, in nome di “ alti valori morali”, in spregio della sua bandiera e ha messo a repentaglio la sua vita in nome della libertà di tutti. E’ stato anche il documentarista di se stesso. La novità fuorilegge di Citizenfour rispetto non alla polizia (che altri dovrebbe arrestare e far condannare) ma alla tradizione di controinformazione nord americana per immagini, è infatti quella di aver saputo ben manovrare i media, di aver allertato preventivamente, nel gennaio 2013, attraverso email criptate, la telecamera e i microfoni di Laura Poitras e di averla convocata all’appuntamento con la storia. L’ha accolta infatti proprio nel segretissimo luogo (una stanza di albergo) dove un fatto politico straordinario stava per accadere. Hong Kong, Mira Hotel, giugno 2013. In quella stanza di Kowloon n. 1014, due autorevoli giornalisti investigativi, Glenn Greenwald, del Guardian di Londra, e Ewen MacAskil del Washington Post, faranno la celebre intervista che sconvolgerà il mondo e sarà filmata da Poitras, complice, insomma, di quel contro-complotto libera tutti. Il cinema di documentazione approfondita (non si può più dire “diretto” o “verità”) anticipa l’avvenimento e ne segue l’evoluzione con una complicità e un’iniziativa soggettiva (che identifica il protagonista della storia all’occhio che la racconta) che trasforma chi è ripreso in protagonista di un giallo spionistico non simulato. E tutti i protagonisti in personaggi di una fiction tratta da un romanzo di John le Carré. Con tanto di location alla James Bond (Londra, Berlino, Bruxelles, Rio dee Janeiro…), di gola profonda, di Washington Post, di presidente imbarazzato (ma non aveva promesso di mandare alla sbarra Rush jr. e forse anche Blair?), di avvocati governativi ammutoliti, di musica combattiva (Nine Inch Nails e Selena Gomez), di astuti avvocati cinesi dei diritti umani, di intervento divino da parte di Julian Assange dall’Equador, di fuga a Mosca, con la fidanzata di Snowden, di un giornalista scrupoloso e onesto come Greenwald (oltretutto omosessuale e gliela faranno pagare anche per questo) che restituisce alla categoria un bel po’ di dignità perduta.  A un certo punto ci si chiede se svelare o meno l’identità di Snowden. Tanto prima o poi si scoprirà. Ma va detto subito, “non sono importante io, ma i valori democratici da riaffermare!” E così involontariamente, l’ex spia cita quasi Che Guevara: “non importa morire, so che potrei essere ucciso, l’importante è  che sei o sette persone proseguano la mia lotta, finché l’America tornerà quel paese democratico che i padri fondatori hanno sognato”. 

comunicazioni criptate tra Snowden e Poitras
Non si tratta più dunque di ricostruire un fatto che i media hanno deformato. Fu la missione della generazione di documentaristi precedente, quella degli anni 80-90, utilizzando o la forma comica, alla Michael Moore, o più spesso quella tragedica e impopolare di Barbara Trent (Panama Deception, costretta a raccontare la verità dopo le bugie di Reagan e Bush sr. sui Sandinisti, sulla globalizzazione e deterritorializzazione delle industrie, sulla miseria dell’impresa di Grenada, sulla gang Iran-Contras, sui massacri della Cia in Salvador. Qui si spara alla storia ufficiale, “shooting the history” del dopo 11 settembre. E alla magistratura che sta seppellendo con anni di carcere, i complici scoperti di Snowden. Certo forse si saprà tra 40 anni che le cose andarono ancora diversamente (gola profonda del Watergate - si dice oggi - è stata creata da E.J. Hoover perché Nixon voleva decurtare i finanziamenti all’Fbi…). Ma anche fino al giorno in cui Snowden parlò, sapevamo che le cose stavano andando molto diversamente. E poi ci sarà sempre il film di Oliver Stone, in uscita nel dicembre 2015, a proseguire, con altre risposte, nell’analisi dell’affascinante figura di Edward Snowden.  Nel film, nascosto in una casa moscovita, Snowden, raggiunto dalla sua ragazza dopo una separazione di anni, viene inquadrati fuori dalla finestra, in attività domestica, attraverso un’inquietante campo medio. E il punto di vista è quello di un occhio metallico. Di un drone.     
Snowden e la sua ragazza "spiati" a Mosca come da un drone....