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venerdì 11 settembre 2015

Mi piace Gaudino. Franco Maresco e Jacopo Quadri, Davide Barletti e Claudio Caligari, i film del Maghreb, quelli che mi ero dimenticati, quasi un pezzo finale dalla Mostra di Venezia

Vincerà Luca Guadagnino?
Roberto Silvestri
Venezia
Adesso che il concorso è finito bisogna recuperare qualche film di cui non abbiamo scritto in questi giorni concitati. Mentre la giuria che, Cuaron, Hou Hsiao Hsien e Munzi a parte, non ci sembra troppo affidabile, sta redigendo l'attesa (?) pagella dei buoni e dei cattivi, dei vittoriosi e degli sconfitti. La Mostra di Venezia non sarà il Wal-Mart dei cinefestival come Toronto, si fa bella anzi scodellando come a Cannes quasi solo quello che piace ai francesi, e molti artisti profughi delle arti visive, come Laurie Anderson o Zhoa Liang, ma alla fine il suo palmares dovrebbe concentrarsi su Sokurov, Trapero, Vigas, Alper, bocciando la troppo libertaria linea Anderson, Guadagnino, Doremus, , Egoyan, con Skolimowski talmente ago della bilancia tra i due gruppi che alla fine potrebbe spuntarla. Il nostro premio e Amos Gitai.
Non abbiamo parlato di un film australiano, Looking for Grace di Sue Brooks, che si ispira indirettamente e involontariamente al noto F for Fake di Orson Welles, estremizzandone il bersaglio. Non è solo l'arte che ha a che fare con l'illusionismo e la “magia” perché la falsità è la sua unica verità. Ma è la vita stessa, così confusa così imprevedibile e così disordinata, che è bella se si riesce a godersela nell'istante, la morte è sempre in agguato, e ad aggiungere un po' di caos nell'ordine, a condire di bugie le verità, a moltiplicare segreti su segreti, aprendo false piste... forse solo così si catturerà il segreto di un film sull'amore, sull'incontro ipotetico, e sempre pronto a sciogliersi, di due solitudini. Quel sentimento che ti rassicura, anche se non tutto torna mai. Perché nessun essere umano riesce a sfiorare l'amore assoluto. Che sia una specialità divina doc?
Siamo dalle parti di Perth, nell'estremo occidentali del continente oceanico attraversato da treni e giganteschi pullman. Un misterioso autista ha come passeggero un bimbo. Che stranezza. Non sarà mica Damien? Una sedicenne, la biondina Grace, scappa di casa per partecipare a un concerto hard rock con una amica coetanea. Non ne sentiremo una nota. Sulla strada Grace passa la notte con un ragazzo cool, ma forse malefico, che la deruba in hotel con affetto. I genitori, Dan e Denise, inseguono Grace nella piatta e desertica pianura senza fine. Anche perché la piccola ha poco prima svaligiato casa. Non si sa mai, le servissero soldi nel viaggio. 16 mila dollari. Un buffo, troppo anziano, investigatore privato, viene incaricato di affiancarli. Con umorismo e freddezza, bandita ogni profondità psicologica, si inquadra il tutto con stile nouveau roman, per esempio il passato della coppia. Il lavoro, il negozio, l'erotismo, qualche timida ipotesi di tradimento di lui con la segretaria, mentre il tono è indefinibile. Sarcastico? Umorismo nero? Giansenistica resa ai disegni indecifrabili dell'assoluto? Il minimalismo aussie aspira alla grazia. La grazia gliela può concedere solo il pubblico. Vedremo se la giuria farà questa grazia. I disegni del divino sono imperscrutabili.
Il premio per la sceneggiatura a Benjamin August è già moralmente assegnato, qualunque sia il verdetto della giuria. Bellissimo Remember di Atom Egoyan , ne scrive Mariuccia Ciotta a parte, ma per chi considera grande cinema tutto Russ Meyer, The Great Rock'n roll Swindle di Julian Temple, Lo sbirro e la madama di Burt Reynold, John Landis soprattutto del primo episodio di Ai Confini della realtà e di The Blues Brothers che di quello spirito antinazi è impregnato, è un capolavoro assoluto. Non ammette se e ma. Christopher Plummer qualunque giuria composta da esseri umani dovrebbe essere portato in trionfo per la sua performances double body. L'SS e l'ebreo in un corpo solamente. Chi mai li aveva interpretati? Fantastico.
Ci sono film che fanno fare un giro imprevisto in più, e gratis, alle nostre teste. E le smuovono e le sconvolgono un po' (Guadagnino, Gitai, Kaufman, Skolimowski...). E altri che, come fa Salvini con il suo popolo, stanno molto attenti a non spostarle, quelle teste. Che restino dove sono (Sokurov quando fa, poco saggiamente, “cinema saggio”).
Un esempio del primo tipo è anche Per amore vostro di Giuseppe M. Gaudino, set Napoli oggi, quella più povera ma che si affaccia spudoratamente, però, sul lungo mare più bello del mondo, come fossimo in una favela di Rio. E' un film sperimentale ad alta sensibilità umana, grondante fino alla nausea purificatrice di pezzi di popolo gettavo via come roba vecchia sulla strada, di religiosità pagana misteriosa ma consolatrice, di mostruosità e felicità domestiche, di Gomorra quotidiana qualunque, il tutto scodellato, tra Hitch e Carmelo Bene, attraverso effetti speciali affettuosi, loop horrro, distorsioni, cromatismi lisergici improvvisi e soprattutto svisate scratching sonore (di Mac Guff più Epsilon Indi alle musiche). Non ci fossero i sottotitoli inglesi non capirebbe un'acca, come ai tempi di Troisi il non partenopeo. La lingua non è quel napoletano tv che va molto al cinema. Masaniello parlava così, suppongo. Il film, poetico politico, è scritto, o meglio imbastito di luci e parole e sangue assieme a Isabella Sandri, come sempre, ma anche a Lina Sarti. Ed è un'altra performance di attrice solista. Se Valeria Golino non funzionasse, buffa, tragica, sentimentale, ringhiosa, paurosa, rapace, unghiuta, tremante, materna... il film non ci sarebbe, né nel suo avanzare “realistico” in bianco e nero né nel suo retrocedere temporale o onirico, a colori. Il film invece c'è. Lei è la “Mortiz Moszkowski” del nostro star system. Nel senso che riesce a rappresentare l'intero gamut della tecnica recitativa (e qui mi riferisco a quando Igncy Paderewski affermava che “dopo Chopin era stato Moszkowski a scrivere per il piano abbracciando l'intero gamut della tecnica”. Egoyan non a caso lo rievoca). Perché, come diceva Chalers Laughton non si recita mai al cinema con gli occhi, l'orecchio e la bocca, ma con le mani. Sono roche le dita. Rock, non le tonalità. Attenti al primo giudizio sommario. L'armonia è dissonante, l'orchestrazione visiva è post wagneriana, ma la strumentista solista riesce a riportare tutti al di là, a una nuova consonanza, alla melodia semplice, al demenziale, dionisiaco ritornello offenbachiano o se preferite neomelodico. Suggeritrice di un set tv, madre ipersfruttata di tre figli di cui uno sordo muto, in rotta con il marito usuraio che per troppo tempo ha tollerato (opportunista, per superiori interessi familiari), Anna decide di confessarsi a se stessa, di farla finita con il bruto usuraio assassino che sta nel suo letto e di scollarsi da lui anche sentimentalmente non sapendo in che avventura si sta, ancora più pericolosamente, gettando. Tra le braccia infide di un nuovo amante, la bomba sexy di una sorta di “Un posto al sole”. Il suo salto nel vuoto ricompone il film miracolosamente, altro che San Gennaro, facendolo diventare la sinfonia lugubre una melodia flautata anti cammorrista. Che molto deve a Andres Serrano (per il coté necrofilo) e al Quartetto Cetra (per l'umore dissacrante), a Rossellini di Stromboli e a Peter Weir per i toni apocalittici, e soprattutto a Suspicion e a Ingrid Bergman per il clima generale. La donna che regge il gobbo, la stunt woman finale. In un rovesciamento delle gerarchie di un set dove gli ultimi saranno i primi. Non solo. Gaudino affida a Valeria Golino quel testimone femminista lasciato da Stefania Sandrelli suicida in Io la conoscevo bene, affidando a lei il controllo simbolico dell'intero film, cosa che alle donne del cinema italiano è ancora precluso, come fossimo in una moschea dell'Islam reazionario. Ma come Lucia Mannucci qui Valeria Golino è leader. Fa parlare perfino i sordo muti. A costo di qualunque travestimento e sbaglio.
Abluka (Frenzy) cioé Follia di Emin Alper (Turchia) nonostante il titolo hitchcockiano non è un thriller politico sulla Istanbul di Ergdogan, novello Demirel che sa giocare con le bombe, i terroristi, i servizi deviati, gli islamisti, i curdi , l'esercito e lo sbattere i mostri in prima pagina. Non cinema d'azione ma un composto alchemico metaforico, di densa materia scura, marrone, nera, maleodorante (di immondizia si occupa il protagonista), che trova il suo baricentro nella doppia schizofrenia di due fratelli accomunati da un tragico destino e dunque in un traballante procedere per incanti, ellissi, ripetizioni, sogni, ritorni all'indietro, incubi di cani feroci, fughe in avanti che rendono il tessuto narrativo incerto misterioso e pauroso. Il Potere e la sua capacità di distruggere gli uomini semplici, di manipolarli e utilizzarli per schiacciare qualunque nemico sia esso un cane randaglio sia un sovversivo. Ci si compiace molto, troppo, certo involontariamente, di come un potere autoritario possa mandare in paranoia i suoi sudditi meno attrezzati. Però è un film che resta nel ricordo. Non a caso ne ho già scritto e me ne ero dimenticato.
Desde alla, Da lontano del venezuelano Lorenzo Vigas, film per soli uomini, monoerotico, soprattutto autoerotico, ha fatto una certa impressione sul tessuto medio festivaliero. Perché il narratore è un po', per esprimerci grossolanamente, alla Pablo Larrain. Il più secco e gelido radiografo del Cile di Pinochet. Anche se il direttore della fotografia di questo film, Sergio Armstrong, ha certamente ristudiato se stesso in Tony Manero, per dare quanta più disumanità possibile, ombre inquiete e decolorazione ghiaccia, alla metropoli tentacolare e sotto incubo. La Caracas oggi. Che ne esce a pezzi. File dal panettiere. Crisi economica. Il petrolio sta ai minimi, Maduro sembra che regga ma il popolo no, soffre, si arrangia, ruba quel che può. Perfino specchietti retrovisori. Intanto i ricchi ridono. Ovvio che il film osserva altro. Dentro la storia. Dentro la società. Dentro i corpi. Nella psiche. Nella psicopatologia di massa del fascismo. Che, come si sa dall'epoca di Wilhelm Reich, compie disastri anche quando la tensione è più socialisteggiante che nazionalista, vedi nella Urss di Stalin, dal 1930 in poi....Armando, odontotecnico benestante, molestato dal padre da piccolo, immaginiamo traumaticamente e ripetutamente,lo odio lo vorrei morto”, vive solo e non si è mai sposato. Adesca giovinetti per denudarli e mastrurbarsi, ma senza mai avere contatti sessuali. Una sorta di critica pacifista del padre? Finché non trova un ragazzo violento, un macho affascinante che più lo deruba e lo ferisce, più lo tenta. Elder, capo teppa, inizia a frequentarlo sempre più spesso, dapprima per interesse. Lascia la sua ragazza mulatta, si fa pessima fama nel suo ambiente maschilista, che lo scarica, viene perfino cacciato di casa dalla madre che ha saputo da un pettegolezzo che quell'opportunistica relazione (a Elder servono i soldi per trasformare un ferrovecchio in automobile) si è trasformato in amicizia a tutto tondo, poi in amore, vero e folle, addirittura carnale, era ora. Ma fino a conseguenze devastanti. Armando scoprirà che quel che insegue in Elder, nelle sue zone dark e inconfessabili, è proprio la crudeltà criminale del padre. A questo punto rifiuta la sua soggettività desiderante. Torna nell'incubo. Un happy end che non è happy per nulla. Atroce.
C'è qualcosa di Wakamatsu e delle nouvelle vague anni sessanta, in un bellissimo film maghrebino che descrive come ormai il lavaggio di cervello effettuato dai predicatori letteralisti che deformano l'Islam dal tubo catodico e lo fanno diventare una sorta di catechismo nazista, stia trasformando in peggio anche gli algerini meno riconciliati. Come il duro, criminale, ladro, violento, borseggiatore, irrequieto, solitario, adolescente di nome Omar il protagonista biondastro di Madame Courage di Merzak Allouache (Algeria), un regista che sta raccontando l'evoluzione interiore del suo paese, vista dagli adolescenti, da oltre trent'anni. Qui siamo fuori concorso. Il quartiere in cui vive Omar, alla periferia del centro turistico balneare di Mostaganem, è solare e ha un bel lungomare, ma lui sta in una baracca puzzolente senza acqua con la madre che è meglio perderla che trovarla. E' un continuo maltrattarlo e minacciare “ti caccio di casa perché non mi porti mai un soldo”, anche perché sta sempre davanti alla tv religiosa a farsi lessare il cervello con le più ridicole sciocchezze sessuofobiche e omofobiche ripetute come mantra. Omar perde la pazienza. “Un giorno prendo la tv e te la spacco in testa”. La madre Coraggio del titolo non si riferisce affatto a Brecht, ma è il nome di una pasticca, di una sostanza psicotropa che va molto tra i giovani algerini perché è a basso costo e ad alta resa. E comunque basta rubare il portafoglio a una vecchietta o la collanina con la mano di fatma a una ragazzina e il viaggio verso la felicità è assicurato. D'altra parte, come sopravvivere ad Algeri oggi nei quartieri cui tutto è stato tolto, non c'è lavoro, e anche la speranza è fuggita via? Un giorno però Omar strappa la collanina e si innamora perdutamente del collo e del volto della giovanissima proprietaria. La segue, restituisce il maltolto, la molesta per giorni finché il fratello di lei poliziotto non lo caccia, poi lo minaccia , poi lo arresta, poi lo fa picchiare. A questo punto Omar, cha ha introiettato “naturalmente” la logica del taglione tanto di moda tra i coetanei dell'isis acquista una scimitarra al mercato nero, castra con un solo colpo ben assestato il pappa della sorella, ovviamente costretta a prostituirsi, ma oltretutto pestata come un colabrodo, e si avvia verso la casa della “sua ragazza” per far fuori il piedipiatti, unico ostacolo a un amore ancora non corrisposto. Di Wakamatsu c'è questo finale cruento e poetico con Omar che organizza per lei un incredibile spettacolo di fuochi d'artificio. Il suo ultimo colpo gli ha fruttato una fortuna......
Una ragazza che vorrebbero far diventare medico ma che invece vuole cantare musica rock con il suo gruppo, ispirato dal folk maghrebino, è la protagonista di un film ambientato a Tunisi prima della rivoluzione “per la libertà e per la democrazia”. Uno scossone salutare che, nonostante i profeti del malaugurio, sta andando avanti per la sua strada irreversibilmente. Appena apro gli occhi di Leyla Bouzid, figlia d'arte (Giornate degli Autori), è la versione femminile del film di Allouache. Lo scatenamento della soggettività desiderante crea resistenza in famiglia e fuori, anche se chi agisce non è costretto, come nel caso di Omar, alla criminalità individuale o organizzata. Lei canta. Bellissime canzoni d'amore e micidiali song di lotta. Ma la questura non vuole. Chiudono i locali dove si dovrebbero esibire, costringono chi gli affitta le cantine a cacciarli. I genitori non vogliono. E perfino un membro della band, che è in realtà un poliziotto travestito, perché di informatori della polizia era infarcita tutta la società incivile di Ben Alì. Fino a che perfino la nostra eroina rischia per gelosia di mandare tutto a monte perché litiga con l'altro leader della banda. A quel punto la polizia segreta rapisce la ragazza e le dà una di quelle lezioni che avranno gli effetti boomerang che conosciamo. Rivoluzione. Questo film “apre gli occhi” dello spettatore occidentale infatti sulla difficile lotta di quella generazione che si è trovata di fronte una dittatura dall'aspetto vellutato e dalla realtà micidialmente attenta a reprimere ogni anelito di libertà. In fabbrica nei campi, nel commercio, nelle scuole, nelle strade. C'erano le elezioni? Bastava non mandare le schede elettorali alle persone tra i 18 e i 30 anni e il gioco era fatto per il partito al potere, membro dell'iInternazionale socialista. Oppure. Vogliamo parlare del sesso? Oppure, più semplicemente. Vogliamo andare al bar a berci una coca? Non era così semplice, almeno per una ragazza, con il velo o con i jeans strappati. Lo vedremo nel film questo penetrare nella notte negli spazi occupati dai soli uomini. E vedremo come si riesce a liberarli. Grazie alla musica. Il “musical” tocca punte hard insospettabili. E fa capire che sono stati questi ragazzi i veri eroi che hanno capovolto il mondo. E che facevano bene a reprimerli, i metallari, i rockettari e i folk singer del maghreb e del mashreq, perché stavano, stanno sconvolgendo il mondo islamico e sono i veri nemici dell'Isis.

Si mette a fuoco molto meglio dall'ottica maghrebina l'importanza del film di Claudio Caligari, di una sceneggiatura scritta nel 1995 e diventata film solo adesso. Anche se il montaggio non è stato realizzato dall'autore ma si sono accuratamente eseguiti i suoi voleri, come se si trattasse della seconda parte di un dittico, dopo Amore tossico, set lo stesso, Ostia. Gli spettri aleggianti di Pasolini. O meglio di Derek Jarman, che al delitto più orrendo del secolo scorso, si trattava di un poeta, dedicò un magnifico poema visivo. Non essere cattivo, il film postumo di Caligari, uno dei pochi registi scampati allo sterminio per "droga prigione e esilio" di una generazione (è stata la tecnica utilizzata in Italia, paese dove non era il caso di stipare sovversivi in aereo e buttarli vivi giù di sotto, Ustica ingombrava). Caligari era capace di catturare la sostanza profonda dei tempi e i suoi conflitti interiori (vedi La parte bassa o Amore tossico), proprio come pochi altri sopravvissuti al decennio incandescente, come Tonino De Bernardo o Alberto Grifi. E per questo è stato messo in grado per anni di non nuocere. Emarginato. Niente finanziamenti. Tra L'odore della notte, penultimo film, e questo, passano non a caso 17 anni e senza l'intervento prepotente e autorevole di Valerio Mastrandrea neanche questo progetto anni 90 del cineasta di Arona avrebbe mai visto la luce. Due amici della piccola malavita locale. Spaccio, furti, traffici vari, molta 'madre coraggio', i rapporti con il boss della zona, le ragazze, poi si cresce, che ne dite di tornar normali? Il lavoro, i cantieri edili (Mastrandrea ne sa qualcosa), e le due vie che si aprono: facciamo ancora i cattivi fino all'ultimo respiro o diventiamo buoni e tranquilli? Casa moglie figli? Uno resiste. L'altro no. Uno crolla. L'altro vacilla. L'ultimo colpo.... La tragedia di due emarginati ridicoli. Però che strano. Questo film compatto e corposo, un po' alla Romanzo criminale televisivo è piaicuto moltisssimo. Celestini invece è stato più criticato. Eppure quest'ultimo non divide comea a scuola buoni da cattivi. Li mescola. Trovà bontà nella cattiveria dell'illegalità. Qui è come se i due mondi non fossero mescolabili. Celestini inquieta di più. Caligari postumo di meno. Strana la vita.

Anche Franco Maresco mi ha stupito. E' magnifico ricordare la vita e il teatro di Franco Scaldati nel documentario “Gli uomini di questa città non li conosco” (Fuori Concorso), con rari filmati delle sue messe in scena, delle sue apparizioni cinematografiche e delle interviste di Raitre. Visto che, dall'inchiesta firmata dallo stesso Maresco al teatro Biondo, che vediamo alla fine del film, oggi in città nessuno lo ricorda e lo conosce. Ma non riesco a trovare lo spirito anarchico di Maresco, nel film. Scaldati, attore, regista, autore di capolavori scenici insostenibili come Il pozzo dei pazzi, filologo di parte popolare, colui che ha restituito profondità poetica a una lingua siciliana biodegradata dalla media e piccola borghesia, non riconciliato mai con i poteri forti e oscuri della sua città, punto di riferimento centrale del lavoro beckettiano di Cinico Tv, viene analizzato attraverso gli interventi dei suoi amici, collaboratori, uomini di cultura siciliano o meno (Letizia Battaglia, Roberta Torre, Goffredo Fofi, Emiliano Monreale... perché non c'è Gianfranco Capitta?), nella sua nichilistica opera di smantellamento dei valori estetici e etici dominanti. Eppure sotto traccia c'è uno strano risentimento, più di Franco Maresco che di Franco Scaldati. Non lo hanno celebrato. Non lo hanno amato. Non lo hanno dotato mai di uno spazio degno del suo valore. E meno male, no? Franco poi non può raccontare la storia del rapporto di Scaldati con le lotte degli anni sessanta e settanta come fosse un inserto di Repubblica. “finite le forzature ideologiche del sessantotto”. Ma cosa dici?

Ben altro clima si respira in Danimarca. Dove Jacopo Quadri e Davide Barletti sono andati a trovare Eugenio Barba in occasione del cinquantenario di vita dell'Odin Teatret, festeggiato da circa 500 artisti venuti da ogni parte del mondo (a loro spese) per realizzare uno di quegli scambi artistici (se io balinese canto e danzo tu keniano canti e danzi e tu danese pure, e tu brasiliano anche) che hanno reso celebre la “teoria del baratto” messa a punto dal gruppo del drammaturgo e antropologo salentino (e scopriamo anche tagliatore di alberi con tanto di sega elettrica da film horror) teorizzatore ante litteram della contaminazione culturale (i pulcinella che fanno mangiare gli spaghetti alle danzatrici indonesiane snodabili è uno spettacolo nello spettacolo). Il paese dove gli alberi volano – Eugenio Barba e i giorni dell'odin racconta proprio la fase organizzativa della grande festa all'aperto dell'estate 2014, con acrobati, pupazzi, danzatori classici, bande musicali, lottatori di capoeira, ragazzi venuti da Nairobi, artisti di ogni tipo, piccoli e grandi, diretti come fosse Butch Morris da un super regista dai tentacoli giganteschi, di comunicativa immediata, grande charme, precisione di fraseggio e dal corpo miracolosamente giovanile. Holstebro, la piccola cittadina danese dove l'Odin risiede da 48 anni, dopo i due iniziali a Oslo, reagisce con pudore e presenza calorosa alla grande festa. Ma. “Dove sono le persone? Qui sembra che non ci sia nessuno. Anche se è tutto magicamente pulitissimo” affermano gli ospiti keniani, i ragazzini delle periferie povere di Nairobi che sono dei ballerini pazzeschi e mai sono stati in Occidente.

Due film che speriamo siano recuperati a Venezia a Milano e Venezia a Roma sono il brasiliano Boi Neon di Gabriel Mascaro (orizzonti) e Montanha del portoghese Joao Salaviza (Settimana della critica). Speriamo che li premino. Ne riparleremo.
Venezia


martedì 1 settembre 2015

Venezia 72 pre-inaugurazione stasera con Otello e Shylock di Orson Welles. Promemoria di appuntamenti da non mancare o nomi da appuntare

Il Louve sotto i nazisti di Sokurov. Francofonia, in concorso, e di grande attualità dopo la tragedia di Palmira. Il Louvre fa salvato dalle barbarie borghesi già nel 1871 durante la Comune da un valoroso antropologo e raffinato uomo di cultura che poi rischiò la condanna a morte come gli altri suoi 30 mila comunadi trucidati......


PRONOSTICI. Le teste di serie del cartellone messo a punto da Alberto Barbera sono Sokurow e Tsai Ming Liang. Seguono Egoyan, Skolimovski, Bellocchio, Gitai (il suo film è sugli ultimi giorni di Rabin), Trapero. Outsider Zhao linag,  Plà, Gaudino, Fukunaga, Guadagnino.....Non c'è l'Iran in concorso, ma Turchia e Venezuela. I quattro film italiani in gara sono tutti coprodotti dalla Francia. Colonizzati?

 EUGENIO BARBA. L'11 settembre al Lido di Venezia, Hotel Excelsior, Sala Tropicana, ore 16.00. Convegno Le Buone Pratiche Cinema e Teatro 2. Dissolvenze incrociate organizzato dalle Giornate degli Autori e Associazione Culturale Ateatro, ospite il regista italo-danese Eugenio Barba. L’incontro, ad ingresso gratuito, è a cura di Angelo Curti, Marina Fabbri e di Oliviero Ponte di Pino. Nella serata di venerdì 11 verrà inoltre proiettato il film Il paese dove gli alberi volano di Jacopo Quadri e Davide Barletti, realizzato a Holstebro per i 50 anni dell’Odin Teatret di Eugenio Barba.

ALFONSO CUARON. Il grande regista messicano è il presidente della giuria (ci sono anche Munzi e Hou Hasiao Hsien) che non ci convince troppo, donne a parte, nella sua composizione fotocopiata dal gusto Cannes......

JONATHAN DEMME. Il suo ultimo magnifico film con Meryl Streep rokkettara è nelle sale. Qui è invece il presidente della giuria di Orizzonti, sezione più esplorativa, almeno sulla carta (con Fruit Chan e Anita Caprioli). Il tributo al cineasta del "Silenzio degli innocenti" è il 3 settembre, nella sala Darsena alle 15. Verrà premiato da uno degli sponsor.Saverio Costanzo e Charles Burnett sono nella giuria Luigi De Laurentiis per la migliore opera prima con il grande critico di Hong Kong Roger Garcia, era ora che i cirtici venissero rimessi nelle giurie serie....

BRIAN DE PALMA: Il 9 settembre, in Sala Grande, Palazzo del Cinema, ore 21.30. Cerimonia di consegna del premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker 2015 al regista statunitense Brian De Palma. A seguire la presentazione in prima mondiale, Fuori Concorso, del documentario De Palma di Noah Baumbach e Jake Paltrow.

HOLLYWOOD PARTY. Il 4 settembre nella sala Tropicana dell'Hotel Excelsior presentazione di I Cento Colpi. I migliori 100 film (e oltre) della storia del cinema italiano. Per insindacabile giudizio degli ascoltatori di Hollywood Party, programma di RadioTre Rai, tutti i giorni in diretta dalle 19 alle 1945, tranne il sabato e la domenica.

NICOLAS SAADA. Ex critico di punta, scuola francese, tendenza Cahiers du cinema, fazione Jean Claude Biette, fine esegeta di Clint Eastwood, poi esperto di musica applicata, e infine regista. E' nella sezione Orizzonti con Taj Mahal, da non predere...Il 10 settembre alle 1730 in sala Darsena. Produzione franco-belga.

Taj Mahal

RESTAURI. Sono oltre 20....Tra questi  Umut di Yilmaz Guney, To sleep with anger di Charles Burnett, Salò di Pasolini, Pyaasa di Guru Dutt, The trial of Vivienne Ware e The power and the Glory di William K. Howard, Alexander Nevskij di Eisenstein......

SETTIMANA DELLA CRITICA.Da tenere d'occhio Joao Salaviza, titolo Montanha. Ha vinto tutti i festival, Cannes, Berlino, con i suoi corti, tra Pedro Costa e Mondrian, ambienti sotto proletari ma tocco da para-paracinema adorabile. Una sorta di Garrone senza alcun orpello. Si vede il 6 settembre in sala Perla alle ore 14.

MERZAK ALLOUACHE. Presenta Madame Courage. E ci vuole un bel coraggio a farsi produrre dai wahabiti degli Emirati Arabi Uniti qualcosa che ha a che vedere con Brecht. Ma ormai soldi per il cinema - senza ricorrere ai francesi, non ce ne sono più. E il bravo regista algerino certamente non si sarà fatto imporre niente da nessuno....Il 7 alle 1430 in sala Darsena.....

SPONSOR. C'è anche un'impresa taiwanese, attiva nel settore del tè. Così Pechino non dovrebbe polemizzare....

ps. Mi ricordo un Wes Craven in giuria al Certain Regard di Cannes.... O sbaglio ed è una allucinazione ? O una sopravvalutazione del festival della Croisette? E a quando Cunningham presidente della giuria qui al Lido? Quando ci sarà un Venerdì 13? 

Orson Welles nel Mercante di Venezia, "miracolosamente" ritrovato, ricostruito e restaurato per Venezia 72

venerdì 6 settembre 2013

Le terrazze. Merzak Allouache, dall'Algeria con furore

Roberto Silvestri

C'è una scena chiave per capire il film. La tortura nella bacinella piena d'acqua è il simbolo della guerra di liberazione nazionale e dell' Fln. Quando le truppe francesi d'occupazione toglievano il respiro ai partigiani per farli parlare. Mohammed Zemmouri, in un celebre film comico sull'Algeria degli anni 60, Gli anni folli del twist l'aveva parodiata così: il partigiano torturato era contento della tortura dell'acqua perchè se la beveva tutta e risolveva i problemi atavici della sete. Questa volta la tortura dell'acqua è fatto da un algerino contro un algerino. Peggio da un fratello contro il proprio fratello....

In Tunisia, in Egitto, in Siria, in Marocco, in Libia, in Libano, in Giordania, in Algeria e nei paesi del golfo, l'Europa e l'America, se non fossero ipocrite come sono, dovrebbero intervenire, eccome, ma non per bombardare le strutture di difesa militare di chi non gli garba, ma per aiutare le moltitudini, di ogni fede, età e sesso, che dal basso stanno lottando senza armi in questi ultimi anni per abbattere l'assolutismo faudale, il fascismo travestito da religione e la reazione armata ispirata e finanziata dai wahabiti, che, in tutte le forme necessarie, comprese quella della dittatura socialdemocratica (Mubarack e Ben Alì), impediscono all'area di sviluppare una forma matura di democrazia e la propria potenza economica e culturale. 

Merzak Allouache, regista algerino
Quel che succede è invece che l'occidente gattopardesco aizza e arma le contrapposizioni più fasulle (sunniti e sciiti la più classica) perché, con sostituzioni di facciata, tutto resti congelato e nulla cambi. Solo Israele deve essere una democrazia se no il teorema non tiene. E gode un mondo di sapere che metallari e femministe, avanguardie operaie e contadina, sindacalisti e cineasti, scrittori e ceti medi nazionalitari del maghreb e mashreq vengano schiacciati, imprigionati, torturati, assassinati e messsi in grado di non nuocere.

Una band sulla terrazza di Algeri
Ce lo raccontava già il filosofo Michel Foucault, testimone del '68 tunisino. E con lui anche i grandi cineasti della nouvelle vague araba, come Merzak Allouache. Nel 1976 Allouache ha realizzato il dramma dolce-amaro metropolitano dalle mille sfumature Omar Gatlato, considerato un simbolo del nuovo cinema arabo, e uno dei capolavori del cinema africano. Era una sorta di I Vitelloni di Algeri, umorismo compreso. 

Il successo critico e di pubblico ha permesso al suo autore (scrive sempre le sue sceneggiature) di girare - caso raro in Africa - con una certa frequenza, anche se nella sua filmografia figurano non più di 15 lungometraggi a soggetto (il penultimo Il pentito, del 2012) e molti lavori per la tv e doc, spesso coprodotti dalla Francia.

Opere che ci hanno raccontato, problema per problema - corruzione, fondamentalismo islamico, dittatura del Fln, neocolonialismo, strapotere poliziesco e militare, guerra civile, oppressione delle donne, spaccatura arabi/berberi, etc -  la storia dell'Ageria indipendente, ma non ancora libera e democratica. 

Con il grande buco nero della guerra civile tra partito unico che fu di Ben Bella e di Boumedienne, il Fln e il Fis/Gia islamista, quando il cinema fu impossibile sia girarlo che immaginarlo.

Una lesbica sulla terrazza di Algeri
Coproduzione franco-algerina, ma c'è anche l'appoggio finanziario del Qatar, attraverso il Doha Institut, questo straordinario, per forza di immagine e sintesi drammaturgica, Es-Stouh, Le terrazze, di Merzak Allouache, chiude la competizione ed è una sorta di film summa non solo del suo cinema ma un po' della storia di questa cinematografia ex 'socialista araba'. 

Le cinque storie, tutte ambientate sulle terrazze di vari quartieri della capitale (Bab el Oued, il Centro, il suq, etc...) scandite nel tempo dalle cinque preghiere obbligatorie del muezzin e del musulmano pio, non a caso scodellano il dramma della guerra di liberazione, per voce di un reduce impazzito (e ingabbiato dai parenti sul terrazzo) dopo aver visto i traditori esaltati e gli eroi imprigionati, a vittoria ottenuta; la tragedia di alcune donne, o sfrattate (e costrette a vivere sul terrazzo), o molestate (da un capo religioso piuttosto sadico, che ne abusa con la scusa dell'esorcismo, sul terrazzo), o costrette al suicidio magari solo perché lesbiche (neanche fossimo nella cristianissima Russia), lanciandosi nel vuoto dal terrazzo; o le persecuzioni contro i comunisti  nei ricordi di un poliziotto in pensione, ex membro del Partito marxista-leninista, costretto alla clandestinità da Boumedienne e che copre un omicidio su cui indaga, commesso sul terrazzo, perché eliminare un neoliberista non è reato; i comportamenti mafiosi di una borghesia sempre più corrotta, avida e asservita al capitale estero che tortura a morte per interesse, sul terrazzo di un edificio ancora in costruzione, perfino un parente davvero stretto come il proprio fratello; l'ipocrisia dei religiosi che coprono lo spaccio di droga (afghana) con l'attivismo politico-religioso, praticato lontano da sguardi indiscreti proprio su un terrazzo; le difficoltà di un gruppo di musicisti della nuova generazione che non si vogliono vendere e che per suonare sono costretti a provare in terrazzo, ma davanti a manifestazioni di violenza domestica contro le donne non se la sentono di intervenire...  
Il mafioso qualunque di Algeri


Allouache non dimentica di criticare con sarcasmo anche i suoi colleghi artisti e registi della giovane generazione rampante che si credono 'esteticamente corretti' ma che, incaricati di girare un documentario su "Algeri, culla della cultura araba', nel disegnare, da una terrazza, una mirabile panoramica sul paesaggio costiero mozzafiato della città, si chiedono come evitare di sporcare con qualche astuto zig zag quella panoramica perché non si devono assolutamente inquadrare anche i suoi cimiteri imbarazzanti, quello cristiano e quello ebraico. 

lunedì 19 agosto 2013

I DIECI MIGLIORI CLASSICI DEL CINEMA ARABO

C'è molta cultura araba nella cultura italiana e mediterranea. Eppure è come se il mediterraneo invece di un mezzo di comunicazione veloce e privilegiato fosse diventato in questi ultimi decenni un gigantesco muro spirituale. Sappiamo troppo poco dei nostri vicini, sunniti, sciti, drusi, atei di rito ortodosso, armeni, berberi, pre arabi, copti, fenici, ebrei nordafricani....Almeno con il cinema potremmo rimediare. Adesso che You tube ci permette di accostare tutto ciò che chiede solo di essere scoperto....Cominciamo dai classici, allora.

Nel 1996 il critico tunisino Khémais Khayati ha pubblicato Cinemas arabes - Topographie d'un image éclatées, edito da L'Harmattan. Il volume, un acuto omaggio ai cineasti arabi e una indispensabile guida all'immaginario maghrebino e mashreqino e alla comprensione delle maggiori tendenze e poetiche del vicino e del medio oriente, conteneva anche il resoconto di un sondaggio tra studiosi e artisti effettuato nel 1984 dalla rivista (oggi scomparsa)  Al-Jom Assabeth in occasione del sessantesimo anniversersario del primo film arabo. Il sondaggio voleva stabilire quali erano i migliori 10 lungometraggi arabi di finzione o non finzione della storia.

45 i critici (55%) e i cineasti (sceneggiatori, registi e attori) che hanno risposto al questionario (anche francesi e italiani, ma nessun dai paesi del Golfo, dalla Mauritania e dalla Libia). Solo l'8,8% erano donne. E solo un film citato, La Nouba, è stato realizzato da una cineasta donna, l'algerina Assia Djebbar. La maggioranza dei partecipanti al sondaggio è egiziana.

Tenendo conto di tutto questo ecco la classifica generale, a cominciare dal decimo. Pochissimi di questi dieci capolavori sono usciti nelle sale italiane o diffusi in vhs o dvd. Li conoscono solo gli addetti ai lavori, i fuorioraristi e i frequentatori di festival specializzati.



10. KAFR KASSEM di Borhan Alaouié (1973, Libano). 11 voti

Alla vigilia dell’attacco contro l’Egitto del 1956, Israele dichiara il coprifuoco senza avvisare la popolazione civile. È in questo scenario che avviene il massacro nel villaggio palestinese di Kafr Kassem, vicino al confine con West Bank. Gli abitanti, facendovi ritorno dal lavoro durante il coprifuoco, vengono sorpresi da militari israeliani il 29 ottobre 1956. Furono uccise 48 persone, e tra questi 6 donne e 23 bambini e ragazzi tra i 3 e il 17 anni. Due ufficili della polizia di confine (Magav), condannati per aver illegalmente dato l'ordine di uccidere dei civili, a 17 e 15 anni di carcere, poi ridotti a 5, uscirono ben presto di prigione. Proprio dal processo (che comunque sancì, in Israele, la legittimità di non obbedire a ordini immorali) ha inizio il film, ricostruzione meticolosa, realista e in flash back mai sensazionalistici dell'assurdo massacro. Solamente nel dicembre del 2007 il presidente di Israele Shimon Peres ha chiesto ufficialmente scusa ai palestinesi per la strage. Stilisticamente vicino ai drammi politici d'inchiesta di Francesco Rosi è il film più importante sulla questione palestinese assieme a Le Dupes di Tawfiq Saleh.
Karf Kassae di Borhan Alaouiyyé (Siria-Libano, 1973. 90' colore)
Borhan Alaouié (trascrizione inglese Alawiya)  è nato a Arwun (Nabatieth, Libano) nel 1941. Ha studiato e si è diplomato nel 1971 all'Insas di Bruxelles (Belgio) come il palestinese Michel Khleifi, i tunisini Mahmoud Ben Mahmoud e Nouri Buzid, i marocchini Ahmed al-Manooni e Brahim Tsaki. Prima di Kafr Kassem ha girato in Belgio Forrière 71 e un film di montaggio sulla poesia palestinese.  Silamente nel 1982 Alawiya ha diretto il suo secondo Beirut, l'incontro, storia d'amore 'a dostanza', tramite audiocassette, tra Zeina, ragazza cristiana e Haydar, ragazzo sciita durante la guerra civile che li seprara a forza. Un 'classico' del cinema africano e arabo questo gap tra primo e secondo film: pensiamo anche a Moumen Smihi, Kwah Ansah, Ababacar Samb-Makharan, Desire Ecare...
 

9.  OMAR GATLATO di Merzak Allouache (Algeria, 1976) 12 voti
Il ritratto agrodolce, metà realistico e metà da teatro dell'assurdo, dei vitelloni di Algeri, della gioventù alienata e repressa sessualmente oltre dieci anni dopo l'indipendenza.  Omar, il protagonista, è un giovane che si dà arie da macho, è impiegato al ministero delle finanze e vive in un affollato appartamento con le sorelle, la madre e i nonni. Ama la musica araba e indiana, le feste con gli amici e soprattutto le donne. Ma un giorno si innamora della voce di una donna ascoltata in un nastro magnetico passatogli da un amico che gli combinerà l'incontro fatale. Ma la donna è proprio totalmente diversa da come se l'era immaginata dalla voce...Dopo la generazione di Lakhdar Hamina e Le Vent des Aurès nasce la "nuova onda" algerina.
Omar Gatlato di Merzak Allouache (Algeria, 1976, 90' colore)

Merzak Allouache è nato il 6 ottobre 1944. Ha studiato cinema all'Istituto Nazionale del Cinema di Algeri. Ha esordito nel 1967 con El Bouhai. E' tra i cineasti maghrebini più conosciuti nel mondo, molto apprezzato per la sua vena umoristica e i suoi film sono stati spesso invitati dai maggiori festival internazionali. Ricordiamo, oltre ai tanti documentari e alle produzione televisive, Le avventure di un eroe, 1978; L'uomo che guardava dalla finestra, 1982; Un amore a Parigi, 1986; Bab el Oued city, 1994; Salut, cousin, 1996; L'autre monde, 2001; Chouchou, 2003; Bab el Web , 2005; Harragas, 2009; Normal!, 2011; El Taaib, 2012. Merzak Allouache arà in concorso a Venezia 2013 con il suo nuovo film, Es-Stouth, Le terrazze.




8/7. LE REVES DE LA VILLE (Ahlam al-Madina) di Mohammad Malas (Siria 1983) e LE PECHE' di Henry Barakat (Egitto, 1965) voti 14



Il poster di 'Sogni della città'
Sogni della città, parzialmente autobiografico, e analisi approfondita, ma stilisticamente ardita, delle classi medie siriane, e del paese prima dell'unione siro-egiziana del 1958, opera pluripremiata nei festival di tutto il mondo, racconta la storia di una vedova (l'attrice è la performer e regista libanese Yasmine Khlat) e dei suoi due figli costretti a lasciare la propria casa e a trasferisi da Quneitra a Damasco, dove dovranno cavarsela da soli, senza l'aiuto del violento padre della donna. Adib, il figlio grande, cresce nella Siria degli anni 50, tra colpi di stato, magie architettoniche, turisti, moschee e violenze metropolitane. Sceneggiatura di Samir Dhikra.
Mohammad Malas insegnante fino al 1968 ha studiato cinema a Mosca, all'istituto Gerasimov (Vgik), dirigendo corti e doc. Tornato in patria ha girato documentari per la televisione (Quneitra 74, The Memory, 1977), fondando il cineclub Damascus assieme a un altro grande cineasta, prematuramente scomparso, Omar Amiralay. Ha girato tra il 1981 e il 1987 Il sogno, drammatico documento sui campi profughi palestinesi che comprende oltre 400 interviste e che bloccò dopo il massacro di Sabra e Chatila, Sogni della città, 1983; La notte, 1992, epica bertolucciana, quasi un Noveneceto siriano, ambientata a Quneitra, dal 1936 al 1948. Con Omar Amiralay ha realizzato Moudaress, sul pittore siriano Fateh Moudarres. Il terzo lungometraggio di Malas è Passione (2005).





Faten Hamama
Le Pêché è la storia della sorte atroce riservata alle ragazze madri di campagna, disprezzate e ripudiate dalla società anche se spesso sono state le vittime privilegiate della violenza e della impunità dei proprietari terrieri e dei loro sgherri, come capita in questo melodramma rustico interpretato da Zaki Roustom e dalla star Faten Hamama ("la regina del cinema egiziano"), a Azizah, bracciante che ha un marito malato,  sfruttata e violentata che cerca di sbarazzarsi di ogni traccia visibile e invisibile dello stupro... Un classico della scuola realistica egiziana, con le musiche di Soleiman Gamil, dal romanzo di Youssef Idriss. Grande successo a Cannes. 
Henry Barakat (11 giugno 1912, Cairo – 27 Maggio 1997, Cairo), origini libanesi, cultura francese e famiglia copta, scuola realista, anzi 'il maestro del realismo poetico', in 55 anni ha diretto oltre 110 film di ogni genere e specie, dai melodrammi agli horror, dai thriller ai film epici,  e i più grandi divi del mondo arabo come, nel 1955, Days and Nights, interpretato dalla attrice cantante e danzatrice del ventre Zeinat Olwi in una sua memorabile performance.






6/5 LA VOLONTA' di Kamal Salim (Egitto, 1939) e MORTI TRA I VIVI di Salah Abou Seif (Egitto, 1960) 15 voti



il manifesto di al Azima
Per un rampollo della piccola borghesia egiziana, appena diplomato, il destino è segnato: dovrà diventere un funzionario pubblico. La via del commercio gli è preclusa, a meno che non sia armeno, greco, italiano o levantino.... Guadagnerebbe, certo, di più, se si mettesse in proprio, avrebbe in dotazione la tunica lunga, la gallabiah, e indipendenza e più potere, ma...solo  il posto fisso e stabile gli permetterà di trovare una moglie... La metafora è chiara. Non si esce dal sottotsviluppo senza la formazione di una borghesia imprenditrice, libera e scatenata. Quello che l'Occidente non permetterà mai. Il primo grande film realista egiziano, senza happy end, niente canti né danze, realizzato in piena dittatura musical, è 'Al Azima', 'La determinazione' o 'La volontà,' girato negli studi Misr, ma soprattutto fuori dagli studi, nelle viuzze popolari grondanti di operai, artigiani e commercianti. Star l'attrice di teatro Fatma Rouchdi e il futuro regista Hussein Sidqui. 
Kamal Salim, nato nel 1913 da una ricca famiglia, dotato per gli studi, si consacra alla settima arte prima come attore, poi come sceneggiatore e regista. Dopo aver studiato a Parigi torna al Cairo e il suo esordio è del 1938, Dietro il sipario cui seguirà La volontà (1939), affrontando il tema della disoccupazione, la commedia Venerdì sera (1941), un film contro l'oscurantismo che avrà uno strepitoso successo. Dopo adattamento dei Miserabili da Hugo del 1944 e un Romeo e Giulietta morirà prematuramente a 32 anni, durante le riprese di Storia d'amore (da Emily Bronte), lasciando il compito di proseguire la sua lezione (tecnica sottile, grande forza drammatica e profonda passione sociale) al suo aiuto regista, Salah Abu Seif. 



"L'inizio e la fine" (o "Morto tra i vivi"), opera di un pessimismo incurabile, di fattura classica nel senso nobile del termine, in lingua originale "Bidaya wa nihaya" è un adattamento (è il primo nella storia) di un romanzo omonimo di Naguib Mahfouz, diretto "dal più egiziano di tutti i registi arabi", e dal più manicheo di tutti. Per Salah Abu Seif il mondo si divide in ricchi e poveri. E lui sta sempre coi poveri, benedetti da dio. Anche qui siamo in piena tensione realista: quando un funzionario pubblico muore lasciando la moglie in miseria sarà duro sopravvivere per la famiglia. Il figlio si butterà nel traffico di droga e la figlia (Sana' Gamil) nella prostituzione, il tutto pur di far diventare cadetto militare l'altro figlio, Omar Sharif, all'esordio.   
Omar Sharif in "Bidaya wanihaya"


Salah Abu Seif, nato il 10 maggio 1915, appassionato cinefilo, diplomato in economia e commercio nel 1932, fa il critico cinematografico mentre lavora in un cotonificio. Montatore, dal 1940 al 1947, assistente di Badrakhan e Selim, fece corti e doc prima di dirigere il suo primo lungo, nel 1946, Sempre nel mio cuore, versione egiziana dell'hollywoodiano Ponte di Waterloo. Ha fondato al Cairo una scuola di sceneggiatura ed è stato per molti anni insegnante nella Alta Scuola di Studi Cinematografici del Cairo. Tra i suoi film più celebri l'adattamento del Therese Raquin di Zola, Il tuo giorno verrà (1952), di The sleeping tiger di Joseph Losey, di Lettera a una donna sconosciuta di Max Ophuls nel 1962.Oltre alle trascrizioni dei romanzi di Mahfouz, quattro dei suoi film sono tratti dai romanzi di un altro noto scrittore egiziano, Abdel Kuddous. Molti documentari sono stati dedicati da Abu Seif alla musica popolare, al Sudan, all'arte saudita, all'elettricità nei villaggi rurali. E' stato il più 'nasseriano' dei cineasti egiziani dell'epica, il più diretto e popolare nel linguaggio, un po' rigido idelogogicamente, populista e giustizialista come voleva il 'socialismo arabo'. E' morto il 23 giugno 1996.



4. LE DUPES (Gli ingannati) di Tawfiq Saleh (Siria-Egitto, 1972) 16 voti
Prodotto dalla Siria e adattato dal romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafany ("Uomini sotto il sole"), assassinato in Libano  nel 1972, questo suspense-film, che cita esplicitamente "Il salario della paura", diretto dal regista egiziano allora in volontario esilio politico, tratta in stile allegorico, in bella sintesi tra documentario e fantasia, cinema realistico e politico,  l'odissea tragica dell'emigrazione. Tre palestinesi della diaspora, di generazioni differenti, cacciati con le armi dalle loro case dagli israeliani nel 1948 (la prima parte del film è sulla Nakhba), sfruttati e umiliati anche dai cugini arabi, non hanno altra soluzione per sopravvivere che affrontare il deserto e entrare clandestinamente nel ricco Kuwait. L'unico modo di sfuggire ai soldati è nascondersi nella cisterna vuota di un camion e beffare le guardie di frontiera, ma hanno a disposizione solo sette miuti e le lungaggini burocratiche alla dogana sono interminabili...
Il camion della morte di Le Dupes, versione palestinese di Il salario della paura

Tawfiq Saleh il cineasta più politicizzato della generazione realista 'nasseriana', l'unico che si è sempre rifiutato di girare un film commerciale, è nato il 27 ottobre 1926 ad Alessandria d'Egitto. Padre medico, studia al Victoria College di Alessandria prima di deciarsi alla letteratura inglese e al teatro al Cairo, dove si laurea nel 1954. Vive un anno a Pariig, fisso alla CinemathequeAssistente di Chahine, realizza cortometraggi e mediometraggi e esordisce nel lungometraggio con Vicolo dei folli, del 1955, da un romanzo di Mahfouz sulla trasformazione-mostruosizzazione di un poveraccio divenuto improvvisamente ricco sfondato dopo aver vinto alla lotteria. Seguiranno La lotta degli eroi, I rivoltosi, Diario di un investigatore di villaggio, tutti film che avranno noie con la censura e con il potere perché incitano gli sfruttati a ribellaris e a lottare, fino all'autoesilio in Siria dal 1970 al 1973 e poi in Irak (dove girerà nel 1981 un film apologetico per Saddam Hussein, I lunghi giorni, sui 'fatti del 1958' e la vittoria della fazione bassista, tratto dalla quadrilogia romanzesca di Adb al-Amir Maala, prima di ritornare in Egitto). E' morto il 18 agosto 2013.

3. GARE CENTRALE (Stazione centrale) di Yussef Chahine (Egitto, 1958) 18 voti
Grazie alla compassione di un vecchio commerciante,  Kenaoui (interpretato dallo stesso regista Chahine), ha trovato alla Stazione Centrale del Cairo un modesto impiego come venditore di giornali. Semplice di spirito e perennemente ubriaco, ossessionato dal sesso e con repentini bagliori schizofrenici, Kenaoui si innamora della bella Hanouma (Hind Rostom), che vende Coca Cola e succhi di frutti nella stessa stazione, ma è innamorata del sindacalista dei facchini (Farid Chawqui), anche se fa un po' la civetta con lui e lo prende in giro. Il finale sarà tragico, un delitto obliquo, la follia... Grande successo al festival di Berlino per questo film che deve molto al neorealismo e a Elia Kazan.
Yussef Chahine e Hind Rostom in Stazione Centrale

Yussef Chahine, nato il 25 gennaio a Alessandria d'Egitto, figlio di un avvocato squattrinato perché difendeva solo i più deboli, frequenta il Victoria College e l'Università della sua città prima di vincere una borsa di studia al Pasadina Playhouse dove approfondisce lo studio di Shakespeare. Tornato nel 1948 in Egitto gira dapprima una serie di documentari con l'italiano Gianni Vernuccio e firma i suoi primi film a soggetto nel 1950, realizzando opere intelligenti e popolari e collezionando presto premi internazionali e prestigiose partecipazioni a Cannes e Venezia. I suoi film più originali e appassionati, rivoluzionari e fantasiosi, autobiografici e poetico-politici sono Saladino, La terra, Alessandria, perché? La scelta, La memoria, L'emigrato, Addio Bonaparte, Alessandria ancora e sempre, Il sesto giorno.

2. LA TERRA di Yussef Chahine (Egitto, 1968) 27 voti
Adattato dal romanzo omonimo dello scrittore marxista egiziano Abderrahman al-Charkawy, scritto nel 1954 e grande successo di vendite, non primo di nokat, di ironia egiazana, ornato da una partitura musicale sontuosa, e girato a colori in 'stile Donskoy', ma neorealista-neosocialista - e infatti l'affresco epico è attraversato da 'macchie' espressioniste psicoanalitiche, ambientato negli anni trenta, è il racconto della vita di un villaggio, dello scontro tra grandi e piccoli proprietari di terre, soprattutto a proposito del controllo dell'acqua, diventando l'epopea di una rivolta contadina contro lo sfruttamento capitalistico e l'arroganza dei padroni. Insomma un western-eastern di estrema sinistra. E finalmente gli eroi sono i dannati della terra.

1. LA MUMMIA di Chadi Abdel Salam (Egitto 1970) 35 voti

Roberto Rossellini ha dovuto quasi costringere le autorità politiche a inventare l'Organismo del cinema egiziano, che finanziò quel solo film nazionale, per costringere il braccio pubblico a valorizzare un magnifico talento cinematografico come Abdel Salam, architetto e scenografo (collaboratore di pressoché tutti i registi attratti dalle piramidi, come Mankiewicz e Kawalerowicz), e che non riuscirà più a trovare i soldi per un altro lungometraggio, nonostante i suoi tanti progetti legati alla riappropriazione non esotico-spettacolare delle radici faraoniche e pre-islamiche dell'Egitto. Il soggetto di questo capolavoro è ispirato alla scoperta delle mummie nella Valle dei Re, avvenuta nel 1881 e al libro dell'archeologo Maspero sulo scontro a Deir el Bahari tra una tribù di tombaroli e le autorità del Museo del Cairo a proposito della tomba di un faraone appartenente alla XX dinastia, scoperta dagli uomini del villaggio e che gli egittologi ignoravano.
Nadia Lofty e Ahmad Marii in La Mummia (1968)

Chadi Abdel Salam, il cavaliere solitario del cinema egiziano, perché non apparteneva ad alcuna conventicola cairota di filmaker, mezzo alessandrino e mezzo Alto Egitto, è nato il 15 marzo 1930 e morto l'8 ottobre 1986. Architetto ('costruire delle case mi ha insegnato a costruire i film') scenografo, decoratore, costumista collabora a decine di produzioni in costume prima di conoscere Roberto Rossellini, che aiuterà nelle sequenze egiziane di Lotta per la sopravvivenza. Il regista romano lo convincerà ad esordire nella regia con un'opera di grande suggestione plastica e di inedita esattezza filologica, una metafora dello scontro tra paese arcaico e anacronistico e modernità scientifica. Dopo La mummia Chadi Abdel Salam realizzerà i mediometraggi Il contadino eloquente (1970), Orizzonti (1972), Le armi del sole (1974); Il trono dorato di Tutankhamen (1982); Le piramidi e il periodo precedente (1984) e Dopo Ramses II (1986).

LA CLASSIFICA DEI DIECI REGISTI ARABI PIU' IMPORTANTI DELLA STORIA

1. Yussef Chahine (Egitto) 58 voti e 10 film citati


2. Salah Abou Seif (Egitto) 49 voti e 10 film citati



3. Chadi Adbel-Salam (Egitto) 35 voti e un film citato


4. Tawfiq Saleh (Egitto) 26 voti e 5 film citati


5. Henry Barakat (Egitto) 21 voti e 2 film citati



6. Kamal Salim (Egitto) 15 voti e un film citato




7. Merzak Allouache (Algeria) 15 voti e 2 film citati


8. Mohammad Malas (Siria) 14 voti e un film citato


9. Borhane Alaouiyyé (Libano) 13 voti e 2 film citati


10. Lakhdar Hamina (Algeria) 13 voti e 2 film citati