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domenica 12 novembre 2017

Mahraganat per l'Egitto. Sinestesia Cairo '13, il film di Maged el Madhi sulle due rivoluzioni di piazza Tahrir


Maghed el Madhi

La primavera di piazza Tahrir, la prima e la seconda insurrezione di popolo che hanno deposto prima il militare Mubarack e poi il laico Morsi che stava attentando alla Costituzione e ai diritti delle minoranze religiose (capoti) e delle maggioranze sociali (le donne), spingendo verso la sharia. La guerra al terrorismo islamista dell'esercito, fino alla paranoia dei servizi segreti e all'uccisione dello studente italiano, ancora rimasta senza responsabili plausibili. Una nuova (e coraggiosa) generazione di registi mostra sul grande schermo sogni e delusioni di un Paese che sembra ripiombato nell’incubo. Come il cineasta egiziano che vive in Italia da tempo Maged el Madhi e il suo ultimo film, Sinestesia-Cairo ‘13 che dopo 4 anni di difficilissima produzione e post produzione (nonostante il costo quasi zero del film, 22 mila euro) esce finalmente in prima mondiale questa sera, 12 novembre, a Roma, al cinema Savoy 2 nell'ambito del Med Film Festival 2017.
 

ROBERTO SILVESTRI


Il torturatore compie il suo dovere, scrupolosamente, smembrando un giovane sovversivo che lo Stato ha catturato. Intanto i figlioletti del carnefice giocano tranquilli nella stanza accanto. È Brasil, un frammento barocco dal film indignato di Terry Gilliam dedicato nel 1985 ai desaparecidos sudamericani. Una sequenza simile, profeticamente agghiacciante, compare ne L’inverno che passò (El Shetta Elly Fat), un potente film egiziano sulla rivoluzione del 25 gennaio 2011, dal titolo non casuale. Sotto i ferri sapienti dell’ufficiale di polizia al di sopra di ogni sospetto, verrà massacrato questa volta un attivista dei diritti civili, di professione informatico, che non vuole tradire i compagni.
La tragedia, nonostante cellulari, internet e schermi di tutti i tipi che informano in tempo reale sugli abusi polizieschi, è che la moglie del militante scodella nel suo programma tv, mentre l’amato è sotto torchio, la verità ufficiale di al-Sisi: senza leggi speciali e una costituzione autoritaria non si batte il terrorismo.  
Gira i festival internazionali di tutto il mondo questa opera coraggiosa di Ibrahim El Batout, che in perturbante stile heavy metal (in Ain Shamps, nome di un quartiere popolare del Cairo, 2008) aveva già anticipato assieme a Heliopolis e Microfono di Ahmed Abdallah i motivi profondi della insurrezione di piazza che cacciò Mubarak.
Quando i temi che si affrontano sono pericolosi o per decenni addirittura tabù, ecco che si impongono forme nuove di racconto. Il genere più malleabile e incontrollabile è il documentario di profondità, il cosidetto cinema del reale, perché non imbalsama le immagini, come fa la propaganda o il catechismo del realismo doc, infastidito dal dettaglio pazzo che sfugge all'analisi sociologica. Non che qui non ci sia, a monte, una sostanza conoscitiva densa. Non che non si diano risposte. Anzi, le esplicita anche di più, perché di solito il documentarista indipendente narra in prima persona, entra in campo, ci mette la sua faccia, il suo sguardo, le sue orecchie e il suo naso. Se il reale è complesso bisogna sviluppare una appercezione multisensoriale. Il metodo è quello di scompaginare le carte, cambiare le prospettive e i paesaggi. Trovare segni altrimenti decifrabili, sensuali più che visivi solamente, rischiando il nonsense. Come si fa a rendere con parole e immagini le sensazioni di meraviglia per una rivoluzione di strada imprevista o il non sentirsi al sicuro nel Paese riconquistato dall’Esercito che assicura l'ordine e il rispetto della Legge? Bisogna fare ricorso a tutti i sensi quando tutti i sensi sono in pericolo.


È quel che prova a fare un giovane cineasta egiziano che vive da anni a Roma, Maged el Madhi, con il suo nuovo lavoro Sinestesia-Cairo ‘13. La libertà assoluta costa, pochi gli aiuti dati dai produttori italiani, anche off off, sordi alla transculturalità. «Trovare i 18 mila euro di budget per girare è stato difficilissimo E me ne servono ancora 4 mila». Ora è al montaggio sonoro del film girato al Cairo tra il 2013 e il 2015. Maged è tornato in piazza Tahir nei giorni della seconda insurrezione, tra giugno e luglio 2013: quella che portò all’arresto di Morsi. Ed è rientrato nei mesi scorsi per capire, anche attraverso interviste a studiosi e gente della strada, com’è l’Egitto del generale al-Sisi, che ha messo sì fuori legge i Fratelli Musulmani, ma sta ritoccando, anche lui in senso autoritario, la Costituzione.
Nel frattempo il turismo è crollato, come l’economia. E, assicura un cammelliere della necropoli di Giza, «la Sfinge piange», perché senza visitatori «non abbiamo i soldi per restaurargli il collo, il più eroso ogni anno dagli agenti climatici. Guadagnavo 800 lire egiziane al giorno, oggi niente». E Morsi? Il primo presidente non militare eletto? Un tassista che lo ha votato è furioso e appoggia il ritorno del movimento in piazza Tahrir. «È un incapace, fa finta di essere un vero musulmano ma in realtà opprime le donne e abbassa i salari». C’è nostalgia di Nasser: «Almeno ci ha dato le pensioni». Già, ma la sua riforma agraria fu una presa per i fondelli... 
Le manifestazioni indette dal partito al potere, e finanziate dal Qatar,  vengono represse. Maghed le riprende a distanza. «Sono rientrato al Cairo due ore prima del coprifuoco. Ho girato in camera car, perché la polizia del Cairo aveva proibito le riprese e per evitare problemi con i manifestanti e i lacrimogeni… Il mio accento egiziano, modificato dal soggiorno italiano, li rendeva diffidenti e, a parte gli amici, tutti mi credevano una spia e la situazione era estremamente tesa. Sono stato fermato dalla polizia due volte mentre riprendevo con il videotelefonino. Mi è andata bene». La psicosi della spia. Qualcosa che ci ricorda Regeni.
La situazione precipita. Nello scontro a fuoco di Kerdasa restano uccisi 50 fratelli musulmani e 11 soldati. Morsi non è più presidente. L’esercito assicura che il suo ruolo sarà solo quello di garante della Costituzione, al di sopra delle parti. Ma la felicità per la fine dell’incubo fondamentalista dura il tempo di una notte di gioia e di fuochi d’artificio. Non sarà più permesso alle bambine di 9 anni di diventare mogli, e la sharia (per ora) non passa, ma il capo dell’opposizione democratica, Baradei, dopo un tentativo di mediazione politica con Morsi lascia il Paese per l’ennesimo esilio. Considera l’arrivo di al-Sisi al potere, nonostante la richiesta di una piazza imbufalita, un colpo di Stato. Quarantuno mila saranno gli arresti successivi, e non tutti di militanti dei Fratelli musulmani. Dodici mila sono tuttora in galera. Amnesty protesta per le condizioni di detenzione e parla di torture. Gli scomparsi negli ultimi due mesi sono 340, scrive il Middle East Monitor. Poi Giulio Regeni.

In una sola immagine Maged el Madhi cerca di sintetizzare il senso del film. Gli uccelli svolazzano liberi nel cielo, ma ecco che vengono minacciati da un gigantesco aereo militare. L’uccellaccio meccanico che, nella metafora, li sovrasta e controlla. Eppure quel segno del cielo è anche di vitalità. Segno, non prodigio: semeion, non teraton, era nel Vangelo secondo Giovanni la parola scelta per dire “miracolo”. 
Ricominciano le manifestazioni, sempre più represse. «Perché il sangue dei martiri del 25 gennaio vale così poco?», si chiede una donna. Intervengono anche diversi artisti egiziani. Lo scrittore Sonallah Ibrahim, nonostante un sonoro imperfetto (ma diceva Edgar Morin che la tecnica vacillante nel cinema diretto è un senso in più, perché immedesima lo spettatore nella drammaticità di una situazione incandescente) a ribadire l’impronta laica, operaia e giovanile del movimento. Il pittore Mohammed Ablak, che nei suoi quadri multicormatici alla Miyazaki, giustappone le casupole sbilenche del centro storico di una volta alla gentrificazione imposta dalle multinazionali che controllano il paese e il suo esercito. E il musicista (Moustapha Rizk), che guida il ritmo danzante della telecamera curiosa di el Madhi puntata su una popolazione (di 90 milioni) attenta e laboriosa, ironica e coraggiosa. Pronta a esplodere nuovamente.

Il cineasta italo-egiziano ha vinto il festival di Torino nel 2012, con l’opera prima Io non parlo bene, danzo meglio, originale racconto in diretta della moltitudine organizzata e combattente di piazza Tahir e dell’orrendo stato socio-sanitario di un Paese che conta 12 milioni di cittadini, soprattutto giovani, malati di epatite C. Pronti a gettarsi contro i carri armati di al-Sisi da un momento all’altro. A povertà e violenza di stato crescente, corruzione, tangenti, elezioni farsa, acqua e cibo avvelenati, sindacati autonomi cancellati, arte umiliata, fogne pestilenziali, la scuola realista egiziana degli anni Ottanta poteva solo accennare. 
Ma Abdallah, El Batout e cineaste come Kamla Abu Zekri e documentaristi di profondità come Maged el Madhi, sono i gioielli di una generazione di artisti che ha imposto sullo schermo, in stile scandalosamente moderno anche altri argomenti scottanti: aids, ateismo, omosessualità, molestie sessuali, fascismo integralista, mercato degli organi umani e desaparecidos, con la grinta etica e la passione politica dell’amata maestra Attiat el Abnoubi e dell'adorato maestro del cinema arabo moderno, Yussef Chahine. Parlando, proprio come lui, il lessico della strada. Che nel frattempo è cambiato. Graffiti, comics, rap, hard rock hanno dato ritmo e velocità da social media a film in forma di Mahraghanat, la sbeffeggiante moda musicale dei quartieri proletari che sono scesi in piazza, proprio come un secolo prima (nel 1919), e sanno reagire anche questa volta, alla seconda sconfitta.

mercoledì 5 aprile 2017

E' morto Samir Farid, il "critico gigante". Mille e una notte con il cinema arabo e egiziano

Samir Farid a Cannes, premiato nel 2000


Roberto Silvestri

A 74 anni anni, il 4 aprile scorso, è morto il giornalista e critico militante egiziano Samir Farid, autore di centinaia di saggi e di 60 libri fondamentali per la conoscenza del cinema arabo. Era membro della Fipresci (il sindacato internazionale dei critici) dal 1971 ma, soprattutto, era un amato maestro, ricco di passione e di senso dell'umorismo. Non ci ha lasciato solo fonamentali ae ccurate storie delle cinematografie arabe. Ma ha scritto di censura, Shakespeare, cinema per bambini, di Naguib Mahfouz, film “sionisti”, storia di Cannes e Venezia intese come festival, di Truffaut… Tra le monografie imperdibili: Yussef Chahine, Faten Hamam, la diva; Zouzou Hamdi El-Hakim, Hassan Imam Omar, una storia del cinema palestinese…

Samir Farid premiato nel 2017 dalla Berlinale 
“Per 50 anni è stato l’infaticabile gigante del cinema arabo”, disse Abdulamhid Juma, direttore del festival di Dubai, nel 2013, conferendogli il premio alla carriera che precedentemente era stato conferito solo a un altro cineasta arabo, Omar Sharif. E poche settimane fa era stato Kosslick a festeggiarlo con l’Orso d’oro della Berlinale alla carriera (mentre Cannes lo aveva premiato per il giubileo del 2000, assieme agli altri “20 critici di fama mondiale”).
“Ma a noi del cinema arabo cosa importa?” direbbe l’ambasciatore di Israele a Roma. E invece.     
L’Egitto, come l’India e il Giappone, il Brasile e la Cina, ha un patrimonio immaginario straordinario ma criminalmente semi-sconosciuto in Italia (troppo pericoloso per Hollywood diffonderne i competitivi gioielli e i paesi schiavi devono eseguire gli ordini).

Una immagine da la mummia, il film di Shadi Abdelsalam che Samir Farid fece conoscere al mondo 
I
l Cairo è stato infatti per decenni l’unico produttore di film commerciali e di genere (soprattutto musical, gialli, commedie, farse e melodrammi) del continente africano (a parte un breve momento di gloria libanese negli anni 60). Molti italiani d’Alessandria hanno contribuito al suo decollo, nei primi anni del XX secolo. Divi e dive, prime tra tutte Om Kalshoum, ne hanno arricchito il fascino. E perfino un italiano, Togo Mizrhai, è tra i suoi grandi maestri, per aver confezionato negli anni 30 e 40 musical raffinati e di pulsioni ludiche inimmaginabili, interpretati dalla cantante e ballerina Leila Mourad.  Peccato che Togo Mizrahi, ebreo in fuga dal nazifascismo, a seconda guerra mondiale finita, sia rientrato nella natia Roma senza che nessuno se lo ricordasse. Nemmeno Veltroni l’africano.
La mummia (1970) di Shadi Abdelsalam

Tutte queste cose ce le raccontava invece, da un festival all’altro, proprio Samir Farid, nato nel 1943 al Cairo, laureato con una tesi su Samuel Beckett e che condivise con noi (allora) del manifesto l’hotel Universe a Cannes per qualche tempo. E non sempre eravamo d’accordo sui film. A lui piacevano più che a noi (poco abituati ai cortocircuiti mentali sunniti, drusi e sciiti) Bilge Ceylan, Farhadi, Audiard, von Trier… .. Nel corso del tempo un critico laico e illuminista come lui rischiava di istituzionizzarsi. Come la diva di Chahine, Yusra, che criticò “scandalosamente” la rivoluzione di primavera. La moderazione finale di Farid aveva a che fare con un identico terrore: il fondamentalismo islamista sarebbe esploso pericolosamente se la “diga Mubarak” non avesse retto. Come successe con Morsi. Eppure la responsabilità di quella esplosione fascistoide era stata proprio di Mubarak e dei suoi maneggi con i Fratelli musulmani.  


Farid è stato per 38 anni il critico cinematografico ufficiale del quotidiano cairota Al-Gomhoreya, ha collaborato e fondato riviste come le egiziane Al-Cinema (nel 1969) e Al-Talliaa, in 1973, l’algerina Al-Shshtan (1979) e la cipriota Al-Ofok (1987). Ha fondato nel 1970 il festival nazionale egiziano del corto e del documentario e nel 1971 una importante rassegna nazionale di cinema indipendente.  
E’ stata alta la qualità del suo contributo teorico. Senza di lui (ma anche di Roberto Rossellini che costrinse Nasser, per la prima volta, a finanziare un film egiziano con soldi pubblici) Shadi Abdelsalam, autore nel 1970 del capolavoro La Mummia, difficilmente avrebbe mai superato i confini di casa.
Farid assieme al direttore della Berlinale 2017 Kossick 
Incredibile era il dinamismo organizzativo, la passione divulgativa (ha partecipato a oltre 200 tra convvegni e tavore rotonde in tutto il mondo) e il coraggio politico e sindacale di Farid (grazie a lui sono nate dal 1972 le associazioni dei critici egiziani). 
Fisicamente “il gigante” era alto e imponente, il contrario dell’anticritico classico, pensiamo a Noel Simpsolo o ad Alberto Farassino.  Mi ricordava più che il collega tunisino Tahar Cheria, il fondatore del festival cinematografico di Cartagine dalla imponente lunga barba bianca, un funzionario elegante del museo egizio del Cairo con gli occhiali scuri in un qualunque film d’avventura esotica angloamericano degli anni 40 e 50.
Bisognava essere forti e astuti, tra Nasser, Sadat e Mubarak, in una democrazia militare muscolosa e più che sfacciata, per resistere ai diktat (che piovono periodicamente dall’alto) e non perdere mai la faccia.
Per fortuna Farid era diventato una celebrità internazionale grazie ai suoi saggi e articoli, diffusi dalle principali riviste di tendenza, ma anche su Variety (di cui fu dall’81 all’85 corrispondente dai paesi arabi). In Italia è stato Lino Micciché a farcelo conoscere e apprezzare, pubblicandone i lavori nei fondamentali libri Marsilio verdi della Mostra del Nuovo Cinema, in occasione delle varie retrospettive arabe.
La tar del cinema egiziano anni 40 Leyla Mourad 
Tutti i grandi festival se lo contendevano per le giurie (è stato a Oberhausen, Torino, Venezia 2001, Salonicco, Lipsia, Annecy, Taormina 2010, Berlino, Dubai, Cannes…) e in anni recenti lo hanno premiato per il suo alto contributo teorico. E lui poi era più internazionalista che nazionalista: “Non accettare mai l’invito del festival del Cairo – mi suggeriva - è senza interesse e gestito burocraticamente dallo stato”. Non c’era libertà critica. Quella che per esempio e miracolosamente ha consentito a Cartagine di diventare un punto di riferimento per i cineasti dei tre mondi perfino durante i regimi autoritari e socialisti arabi di Bourghiba e Ben Alì.  Consiglio che ho seguito sempre. Anche quando il festival del Cairo ufficiale e burocratico è stato affidato proprio a lui (nel 2014, dopo che Morsi era stato rivesciato da un potente movimento di massa insurrezionale, strumentalizzato poi da al Sisi). Ma si è dimesso l’anno dopo.
E mi ricordo che a Cartagine, negli anni 89 e 90, quando non erano mai premiati (per principio) i film egiziani - perfino quelli non festivi, seri e compunti come piacciono ai gusti francesizzanti dei tunisini, senza divi e musiche e danze, come l’esordio strabiliante di Yousry Nasrallah - Samir Ferid se ne crucciava molto (e nel caso di Furti d’estate, giustamente): “Sono premi ideologici, miserabilisti e e caritatevoli. Bisognerebbe saper rispettare sempre standard artistici di qualità. Se no si fa demagogia”.   
Farid ci raccontò con passione per decenni la nascita e apoteosi della triade egiziana poetico-politica Tawfiq Salah, Salah Abou Seif e Youssef Chahine, alle scaturigini delle nouvelle vagues arabe degli anni 60, quel cinema di combattimento (dal basso) e di riflessione (nel profondo) di uomini e donne filmmaker che affondava profonde radici nella centenaria cultura illuminista araba. E che costrinse i cineasti o alla fuga (in Irak e Siria) o a violente dispute tribunalizie (Chahine). Immagini possenti e critiche che  accompagnarono e scavalcarono il sessantotto maghrebino e mashrequino sconfitto. Da La memoire fertile del palestinese Khleifi a quelle dei tunisini Nouri Bouzid, Mahmoud ben Mahmoud e Nacer Khemir, ai siriani Amiralay e Malas, al libanese Borhane Alaouié… ai giovani egiziani della generazione Abdallah e El Batout. Farid ci insegnò a gustare e scovare, nel buon cinema, quel quoziente d’immaginario d’opposizione, indispensabile a spezzare tabù e tradizioni putrescenti, legato in particolare al cinema delle donne arabe, dell’algerina Assia Djebar, delle libanesi Jocelyne Saab e Heiny Srour, della tunisina Nejia Ben Mabrouk, dell’egiziana Attiat el Abnoudi, della marocchina Farida Belyazid… e di  diffidare soprattutto del cinema radiofonico, che è quello che piace molto solo ai regimi autoritari di ogni tipo. Tutti inguaribilmente iconoclasti perché capaci di gestire una sola immagine. Del dio, di dittatore, dell’unico se stessi.  
Togo Mizrahi, regista egiziano di origine italiana 
Cosa vuol dire cinema radiofonico e perché bisogna diffidare di lui? Perché cinema non è solo raccontare una storia. C’è il cinema saggio, c’è il cinema scientifico, c’è il cinema come telescopio dell’inconscio collettivo. Insomma quello che apre una storia al fuori tema, alla ricezione imprevista e boomerang, alla libera interpretazione, perfino blasfema, di ciascuno.  Prendiamo un documentario “radiofonico”. Ecco che una voce fori campo ci spiega quale è la posizione giusta. Noi buoni e loro cattivi. Noi ragione e loro torto. Quello che vediamo ogni giorno anche nei nostri tg occidentali, in fondo. Godard dice: la tv è il visivo autoritario, il cinema è l’immagine libertaria. E oggi c’è troppa tv nei cinema. Liberiamoli. Ecco perché se il cinema serve a inculcare solo parole d’ordine nell’inconscio preconscio e conscio degli spettatori diventa molto pericoloso. Hanno contribuito a questa guerra di liberazione dell’immagine molti critici sessantottini e che oggi non ci sono più: Enzo Ungari, Gianni Menon, Serge Daney, Peter Van Bargh, Hubert Baals, Eric Rohmer, David Ranvaud… e ora anche Samir Farid. Un altro critico di riferimento che apparteneva alla generazione delle “nouvelle vague”. E le seppe fiancheggiare, valorizzare e raccontare in profondità perché quel cinema eccentrico e controcorrente, concepito tra la fine degli anni 50 e la fine degli anni 60, eretico rispetto a tutte le chiese a spiritualità religiosa o laica, era davvero speciale.
Una diva del cinema egizinao classico, Tajeya Carioca 
Cosa voleva quella generazione di critici e teorici che passò quasi tutta, in un modo o nell’altro, dietro la macchina da presa? Imporre il cinema come grande forma d’arte. Indicarla come equivalente della letteratura, musica, pittura, della scultura, dell’architettura, del teatro, della danza. Un autore di cinema, come Lang, von Stroheim, Ford, Murnau, Griffith, Welles  o Eisenstein poteva e doveva essere paragonato senza imbarazzo a Shakespeare, Michelangelo e Beethoven, a Dante e Mozart, a Balzac e a Le Corbousier, a Raffaello e Warhol (già, appunto).  Mai accademici e mistificatori i film che piacevano a Samir Farid e Co. Sempre d’esplorazione scandalosa. Mettere il becco dove non si deve era la parola di disordine segreta che circolava da un loro saggio a un loro libro, da una presentazione di festival a una rassegna tv. Moderni e nello stesso tempo classici. Veritieri e nello stesso tempo più che “realisti”.  
Nella cartina geografica dell’epoca Samr Farid, egiziano, rappresentava questo spirito costruttivista e post moderno nell’area panaraba, proprio come Pauline Vieyra in quella subsahariana, Pauline Kael, Andrew Sarris e Jonathan Rosenbaum in quella nordamericana, Salles Gomes, Bernadet e Amir Labaki in Brasile, Roger Garcia a Hong Kong, Tadao Sato in Giappone, Adriano Aprà e Edoardo Bruno in Italia, Laura Mulvey e Peter Wollen in Gran Bretagna, André Bazin in Francia, Ulrich Gregor in Germania…. 



lunedì 19 agosto 2013

I DIECI MIGLIORI CLASSICI DEL CINEMA ARABO

C'è molta cultura araba nella cultura italiana e mediterranea. Eppure è come se il mediterraneo invece di un mezzo di comunicazione veloce e privilegiato fosse diventato in questi ultimi decenni un gigantesco muro spirituale. Sappiamo troppo poco dei nostri vicini, sunniti, sciti, drusi, atei di rito ortodosso, armeni, berberi, pre arabi, copti, fenici, ebrei nordafricani....Almeno con il cinema potremmo rimediare. Adesso che You tube ci permette di accostare tutto ciò che chiede solo di essere scoperto....Cominciamo dai classici, allora.

Nel 1996 il critico tunisino Khémais Khayati ha pubblicato Cinemas arabes - Topographie d'un image éclatées, edito da L'Harmattan. Il volume, un acuto omaggio ai cineasti arabi e una indispensabile guida all'immaginario maghrebino e mashreqino e alla comprensione delle maggiori tendenze e poetiche del vicino e del medio oriente, conteneva anche il resoconto di un sondaggio tra studiosi e artisti effettuato nel 1984 dalla rivista (oggi scomparsa)  Al-Jom Assabeth in occasione del sessantesimo anniversersario del primo film arabo. Il sondaggio voleva stabilire quali erano i migliori 10 lungometraggi arabi di finzione o non finzione della storia.

45 i critici (55%) e i cineasti (sceneggiatori, registi e attori) che hanno risposto al questionario (anche francesi e italiani, ma nessun dai paesi del Golfo, dalla Mauritania e dalla Libia). Solo l'8,8% erano donne. E solo un film citato, La Nouba, è stato realizzato da una cineasta donna, l'algerina Assia Djebbar. La maggioranza dei partecipanti al sondaggio è egiziana.

Tenendo conto di tutto questo ecco la classifica generale, a cominciare dal decimo. Pochissimi di questi dieci capolavori sono usciti nelle sale italiane o diffusi in vhs o dvd. Li conoscono solo gli addetti ai lavori, i fuorioraristi e i frequentatori di festival specializzati.



10. KAFR KASSEM di Borhan Alaouié (1973, Libano). 11 voti

Alla vigilia dell’attacco contro l’Egitto del 1956, Israele dichiara il coprifuoco senza avvisare la popolazione civile. È in questo scenario che avviene il massacro nel villaggio palestinese di Kafr Kassem, vicino al confine con West Bank. Gli abitanti, facendovi ritorno dal lavoro durante il coprifuoco, vengono sorpresi da militari israeliani il 29 ottobre 1956. Furono uccise 48 persone, e tra questi 6 donne e 23 bambini e ragazzi tra i 3 e il 17 anni. Due ufficili della polizia di confine (Magav), condannati per aver illegalmente dato l'ordine di uccidere dei civili, a 17 e 15 anni di carcere, poi ridotti a 5, uscirono ben presto di prigione. Proprio dal processo (che comunque sancì, in Israele, la legittimità di non obbedire a ordini immorali) ha inizio il film, ricostruzione meticolosa, realista e in flash back mai sensazionalistici dell'assurdo massacro. Solamente nel dicembre del 2007 il presidente di Israele Shimon Peres ha chiesto ufficialmente scusa ai palestinesi per la strage. Stilisticamente vicino ai drammi politici d'inchiesta di Francesco Rosi è il film più importante sulla questione palestinese assieme a Le Dupes di Tawfiq Saleh.
Karf Kassae di Borhan Alaouiyyé (Siria-Libano, 1973. 90' colore)
Borhan Alaouié (trascrizione inglese Alawiya)  è nato a Arwun (Nabatieth, Libano) nel 1941. Ha studiato e si è diplomato nel 1971 all'Insas di Bruxelles (Belgio) come il palestinese Michel Khleifi, i tunisini Mahmoud Ben Mahmoud e Nouri Buzid, i marocchini Ahmed al-Manooni e Brahim Tsaki. Prima di Kafr Kassem ha girato in Belgio Forrière 71 e un film di montaggio sulla poesia palestinese.  Silamente nel 1982 Alawiya ha diretto il suo secondo Beirut, l'incontro, storia d'amore 'a dostanza', tramite audiocassette, tra Zeina, ragazza cristiana e Haydar, ragazzo sciita durante la guerra civile che li seprara a forza. Un 'classico' del cinema africano e arabo questo gap tra primo e secondo film: pensiamo anche a Moumen Smihi, Kwah Ansah, Ababacar Samb-Makharan, Desire Ecare...
 

9.  OMAR GATLATO di Merzak Allouache (Algeria, 1976) 12 voti
Il ritratto agrodolce, metà realistico e metà da teatro dell'assurdo, dei vitelloni di Algeri, della gioventù alienata e repressa sessualmente oltre dieci anni dopo l'indipendenza.  Omar, il protagonista, è un giovane che si dà arie da macho, è impiegato al ministero delle finanze e vive in un affollato appartamento con le sorelle, la madre e i nonni. Ama la musica araba e indiana, le feste con gli amici e soprattutto le donne. Ma un giorno si innamora della voce di una donna ascoltata in un nastro magnetico passatogli da un amico che gli combinerà l'incontro fatale. Ma la donna è proprio totalmente diversa da come se l'era immaginata dalla voce...Dopo la generazione di Lakhdar Hamina e Le Vent des Aurès nasce la "nuova onda" algerina.
Omar Gatlato di Merzak Allouache (Algeria, 1976, 90' colore)

Merzak Allouache è nato il 6 ottobre 1944. Ha studiato cinema all'Istituto Nazionale del Cinema di Algeri. Ha esordito nel 1967 con El Bouhai. E' tra i cineasti maghrebini più conosciuti nel mondo, molto apprezzato per la sua vena umoristica e i suoi film sono stati spesso invitati dai maggiori festival internazionali. Ricordiamo, oltre ai tanti documentari e alle produzione televisive, Le avventure di un eroe, 1978; L'uomo che guardava dalla finestra, 1982; Un amore a Parigi, 1986; Bab el Oued city, 1994; Salut, cousin, 1996; L'autre monde, 2001; Chouchou, 2003; Bab el Web , 2005; Harragas, 2009; Normal!, 2011; El Taaib, 2012. Merzak Allouache arà in concorso a Venezia 2013 con il suo nuovo film, Es-Stouth, Le terrazze.




8/7. LE REVES DE LA VILLE (Ahlam al-Madina) di Mohammad Malas (Siria 1983) e LE PECHE' di Henry Barakat (Egitto, 1965) voti 14



Il poster di 'Sogni della città'
Sogni della città, parzialmente autobiografico, e analisi approfondita, ma stilisticamente ardita, delle classi medie siriane, e del paese prima dell'unione siro-egiziana del 1958, opera pluripremiata nei festival di tutto il mondo, racconta la storia di una vedova (l'attrice è la performer e regista libanese Yasmine Khlat) e dei suoi due figli costretti a lasciare la propria casa e a trasferisi da Quneitra a Damasco, dove dovranno cavarsela da soli, senza l'aiuto del violento padre della donna. Adib, il figlio grande, cresce nella Siria degli anni 50, tra colpi di stato, magie architettoniche, turisti, moschee e violenze metropolitane. Sceneggiatura di Samir Dhikra.
Mohammad Malas insegnante fino al 1968 ha studiato cinema a Mosca, all'istituto Gerasimov (Vgik), dirigendo corti e doc. Tornato in patria ha girato documentari per la televisione (Quneitra 74, The Memory, 1977), fondando il cineclub Damascus assieme a un altro grande cineasta, prematuramente scomparso, Omar Amiralay. Ha girato tra il 1981 e il 1987 Il sogno, drammatico documento sui campi profughi palestinesi che comprende oltre 400 interviste e che bloccò dopo il massacro di Sabra e Chatila, Sogni della città, 1983; La notte, 1992, epica bertolucciana, quasi un Noveneceto siriano, ambientata a Quneitra, dal 1936 al 1948. Con Omar Amiralay ha realizzato Moudaress, sul pittore siriano Fateh Moudarres. Il terzo lungometraggio di Malas è Passione (2005).





Faten Hamama
Le Pêché è la storia della sorte atroce riservata alle ragazze madri di campagna, disprezzate e ripudiate dalla società anche se spesso sono state le vittime privilegiate della violenza e della impunità dei proprietari terrieri e dei loro sgherri, come capita in questo melodramma rustico interpretato da Zaki Roustom e dalla star Faten Hamama ("la regina del cinema egiziano"), a Azizah, bracciante che ha un marito malato,  sfruttata e violentata che cerca di sbarazzarsi di ogni traccia visibile e invisibile dello stupro... Un classico della scuola realistica egiziana, con le musiche di Soleiman Gamil, dal romanzo di Youssef Idriss. Grande successo a Cannes. 
Henry Barakat (11 giugno 1912, Cairo – 27 Maggio 1997, Cairo), origini libanesi, cultura francese e famiglia copta, scuola realista, anzi 'il maestro del realismo poetico', in 55 anni ha diretto oltre 110 film di ogni genere e specie, dai melodrammi agli horror, dai thriller ai film epici,  e i più grandi divi del mondo arabo come, nel 1955, Days and Nights, interpretato dalla attrice cantante e danzatrice del ventre Zeinat Olwi in una sua memorabile performance.






6/5 LA VOLONTA' di Kamal Salim (Egitto, 1939) e MORTI TRA I VIVI di Salah Abou Seif (Egitto, 1960) 15 voti



il manifesto di al Azima
Per un rampollo della piccola borghesia egiziana, appena diplomato, il destino è segnato: dovrà diventere un funzionario pubblico. La via del commercio gli è preclusa, a meno che non sia armeno, greco, italiano o levantino.... Guadagnerebbe, certo, di più, se si mettesse in proprio, avrebbe in dotazione la tunica lunga, la gallabiah, e indipendenza e più potere, ma...solo  il posto fisso e stabile gli permetterà di trovare una moglie... La metafora è chiara. Non si esce dal sottotsviluppo senza la formazione di una borghesia imprenditrice, libera e scatenata. Quello che l'Occidente non permetterà mai. Il primo grande film realista egiziano, senza happy end, niente canti né danze, realizzato in piena dittatura musical, è 'Al Azima', 'La determinazione' o 'La volontà,' girato negli studi Misr, ma soprattutto fuori dagli studi, nelle viuzze popolari grondanti di operai, artigiani e commercianti. Star l'attrice di teatro Fatma Rouchdi e il futuro regista Hussein Sidqui. 
Kamal Salim, nato nel 1913 da una ricca famiglia, dotato per gli studi, si consacra alla settima arte prima come attore, poi come sceneggiatore e regista. Dopo aver studiato a Parigi torna al Cairo e il suo esordio è del 1938, Dietro il sipario cui seguirà La volontà (1939), affrontando il tema della disoccupazione, la commedia Venerdì sera (1941), un film contro l'oscurantismo che avrà uno strepitoso successo. Dopo adattamento dei Miserabili da Hugo del 1944 e un Romeo e Giulietta morirà prematuramente a 32 anni, durante le riprese di Storia d'amore (da Emily Bronte), lasciando il compito di proseguire la sua lezione (tecnica sottile, grande forza drammatica e profonda passione sociale) al suo aiuto regista, Salah Abu Seif. 



"L'inizio e la fine" (o "Morto tra i vivi"), opera di un pessimismo incurabile, di fattura classica nel senso nobile del termine, in lingua originale "Bidaya wa nihaya" è un adattamento (è il primo nella storia) di un romanzo omonimo di Naguib Mahfouz, diretto "dal più egiziano di tutti i registi arabi", e dal più manicheo di tutti. Per Salah Abu Seif il mondo si divide in ricchi e poveri. E lui sta sempre coi poveri, benedetti da dio. Anche qui siamo in piena tensione realista: quando un funzionario pubblico muore lasciando la moglie in miseria sarà duro sopravvivere per la famiglia. Il figlio si butterà nel traffico di droga e la figlia (Sana' Gamil) nella prostituzione, il tutto pur di far diventare cadetto militare l'altro figlio, Omar Sharif, all'esordio.   
Omar Sharif in "Bidaya wanihaya"


Salah Abu Seif, nato il 10 maggio 1915, appassionato cinefilo, diplomato in economia e commercio nel 1932, fa il critico cinematografico mentre lavora in un cotonificio. Montatore, dal 1940 al 1947, assistente di Badrakhan e Selim, fece corti e doc prima di dirigere il suo primo lungo, nel 1946, Sempre nel mio cuore, versione egiziana dell'hollywoodiano Ponte di Waterloo. Ha fondato al Cairo una scuola di sceneggiatura ed è stato per molti anni insegnante nella Alta Scuola di Studi Cinematografici del Cairo. Tra i suoi film più celebri l'adattamento del Therese Raquin di Zola, Il tuo giorno verrà (1952), di The sleeping tiger di Joseph Losey, di Lettera a una donna sconosciuta di Max Ophuls nel 1962.Oltre alle trascrizioni dei romanzi di Mahfouz, quattro dei suoi film sono tratti dai romanzi di un altro noto scrittore egiziano, Abdel Kuddous. Molti documentari sono stati dedicati da Abu Seif alla musica popolare, al Sudan, all'arte saudita, all'elettricità nei villaggi rurali. E' stato il più 'nasseriano' dei cineasti egiziani dell'epica, il più diretto e popolare nel linguaggio, un po' rigido idelogogicamente, populista e giustizialista come voleva il 'socialismo arabo'. E' morto il 23 giugno 1996.



4. LE DUPES (Gli ingannati) di Tawfiq Saleh (Siria-Egitto, 1972) 16 voti
Prodotto dalla Siria e adattato dal romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafany ("Uomini sotto il sole"), assassinato in Libano  nel 1972, questo suspense-film, che cita esplicitamente "Il salario della paura", diretto dal regista egiziano allora in volontario esilio politico, tratta in stile allegorico, in bella sintesi tra documentario e fantasia, cinema realistico e politico,  l'odissea tragica dell'emigrazione. Tre palestinesi della diaspora, di generazioni differenti, cacciati con le armi dalle loro case dagli israeliani nel 1948 (la prima parte del film è sulla Nakhba), sfruttati e umiliati anche dai cugini arabi, non hanno altra soluzione per sopravvivere che affrontare il deserto e entrare clandestinamente nel ricco Kuwait. L'unico modo di sfuggire ai soldati è nascondersi nella cisterna vuota di un camion e beffare le guardie di frontiera, ma hanno a disposizione solo sette miuti e le lungaggini burocratiche alla dogana sono interminabili...
Il camion della morte di Le Dupes, versione palestinese di Il salario della paura

Tawfiq Saleh il cineasta più politicizzato della generazione realista 'nasseriana', l'unico che si è sempre rifiutato di girare un film commerciale, è nato il 27 ottobre 1926 ad Alessandria d'Egitto. Padre medico, studia al Victoria College di Alessandria prima di deciarsi alla letteratura inglese e al teatro al Cairo, dove si laurea nel 1954. Vive un anno a Pariig, fisso alla CinemathequeAssistente di Chahine, realizza cortometraggi e mediometraggi e esordisce nel lungometraggio con Vicolo dei folli, del 1955, da un romanzo di Mahfouz sulla trasformazione-mostruosizzazione di un poveraccio divenuto improvvisamente ricco sfondato dopo aver vinto alla lotteria. Seguiranno La lotta degli eroi, I rivoltosi, Diario di un investigatore di villaggio, tutti film che avranno noie con la censura e con il potere perché incitano gli sfruttati a ribellaris e a lottare, fino all'autoesilio in Siria dal 1970 al 1973 e poi in Irak (dove girerà nel 1981 un film apologetico per Saddam Hussein, I lunghi giorni, sui 'fatti del 1958' e la vittoria della fazione bassista, tratto dalla quadrilogia romanzesca di Adb al-Amir Maala, prima di ritornare in Egitto). E' morto il 18 agosto 2013.

3. GARE CENTRALE (Stazione centrale) di Yussef Chahine (Egitto, 1958) 18 voti
Grazie alla compassione di un vecchio commerciante,  Kenaoui (interpretato dallo stesso regista Chahine), ha trovato alla Stazione Centrale del Cairo un modesto impiego come venditore di giornali. Semplice di spirito e perennemente ubriaco, ossessionato dal sesso e con repentini bagliori schizofrenici, Kenaoui si innamora della bella Hanouma (Hind Rostom), che vende Coca Cola e succhi di frutti nella stessa stazione, ma è innamorata del sindacalista dei facchini (Farid Chawqui), anche se fa un po' la civetta con lui e lo prende in giro. Il finale sarà tragico, un delitto obliquo, la follia... Grande successo al festival di Berlino per questo film che deve molto al neorealismo e a Elia Kazan.
Yussef Chahine e Hind Rostom in Stazione Centrale

Yussef Chahine, nato il 25 gennaio a Alessandria d'Egitto, figlio di un avvocato squattrinato perché difendeva solo i più deboli, frequenta il Victoria College e l'Università della sua città prima di vincere una borsa di studia al Pasadina Playhouse dove approfondisce lo studio di Shakespeare. Tornato nel 1948 in Egitto gira dapprima una serie di documentari con l'italiano Gianni Vernuccio e firma i suoi primi film a soggetto nel 1950, realizzando opere intelligenti e popolari e collezionando presto premi internazionali e prestigiose partecipazioni a Cannes e Venezia. I suoi film più originali e appassionati, rivoluzionari e fantasiosi, autobiografici e poetico-politici sono Saladino, La terra, Alessandria, perché? La scelta, La memoria, L'emigrato, Addio Bonaparte, Alessandria ancora e sempre, Il sesto giorno.

2. LA TERRA di Yussef Chahine (Egitto, 1968) 27 voti
Adattato dal romanzo omonimo dello scrittore marxista egiziano Abderrahman al-Charkawy, scritto nel 1954 e grande successo di vendite, non primo di nokat, di ironia egiazana, ornato da una partitura musicale sontuosa, e girato a colori in 'stile Donskoy', ma neorealista-neosocialista - e infatti l'affresco epico è attraversato da 'macchie' espressioniste psicoanalitiche, ambientato negli anni trenta, è il racconto della vita di un villaggio, dello scontro tra grandi e piccoli proprietari di terre, soprattutto a proposito del controllo dell'acqua, diventando l'epopea di una rivolta contadina contro lo sfruttamento capitalistico e l'arroganza dei padroni. Insomma un western-eastern di estrema sinistra. E finalmente gli eroi sono i dannati della terra.

1. LA MUMMIA di Chadi Abdel Salam (Egitto 1970) 35 voti

Roberto Rossellini ha dovuto quasi costringere le autorità politiche a inventare l'Organismo del cinema egiziano, che finanziò quel solo film nazionale, per costringere il braccio pubblico a valorizzare un magnifico talento cinematografico come Abdel Salam, architetto e scenografo (collaboratore di pressoché tutti i registi attratti dalle piramidi, come Mankiewicz e Kawalerowicz), e che non riuscirà più a trovare i soldi per un altro lungometraggio, nonostante i suoi tanti progetti legati alla riappropriazione non esotico-spettacolare delle radici faraoniche e pre-islamiche dell'Egitto. Il soggetto di questo capolavoro è ispirato alla scoperta delle mummie nella Valle dei Re, avvenuta nel 1881 e al libro dell'archeologo Maspero sulo scontro a Deir el Bahari tra una tribù di tombaroli e le autorità del Museo del Cairo a proposito della tomba di un faraone appartenente alla XX dinastia, scoperta dagli uomini del villaggio e che gli egittologi ignoravano.
Nadia Lofty e Ahmad Marii in La Mummia (1968)

Chadi Abdel Salam, il cavaliere solitario del cinema egiziano, perché non apparteneva ad alcuna conventicola cairota di filmaker, mezzo alessandrino e mezzo Alto Egitto, è nato il 15 marzo 1930 e morto l'8 ottobre 1986. Architetto ('costruire delle case mi ha insegnato a costruire i film') scenografo, decoratore, costumista collabora a decine di produzioni in costume prima di conoscere Roberto Rossellini, che aiuterà nelle sequenze egiziane di Lotta per la sopravvivenza. Il regista romano lo convincerà ad esordire nella regia con un'opera di grande suggestione plastica e di inedita esattezza filologica, una metafora dello scontro tra paese arcaico e anacronistico e modernità scientifica. Dopo La mummia Chadi Abdel Salam realizzerà i mediometraggi Il contadino eloquente (1970), Orizzonti (1972), Le armi del sole (1974); Il trono dorato di Tutankhamen (1982); Le piramidi e il periodo precedente (1984) e Dopo Ramses II (1986).

LA CLASSIFICA DEI DIECI REGISTI ARABI PIU' IMPORTANTI DELLA STORIA

1. Yussef Chahine (Egitto) 58 voti e 10 film citati


2. Salah Abou Seif (Egitto) 49 voti e 10 film citati



3. Chadi Adbel-Salam (Egitto) 35 voti e un film citato


4. Tawfiq Saleh (Egitto) 26 voti e 5 film citati


5. Henry Barakat (Egitto) 21 voti e 2 film citati



6. Kamal Salim (Egitto) 15 voti e un film citato




7. Merzak Allouache (Algeria) 15 voti e 2 film citati


8. Mohammad Malas (Siria) 14 voti e un film citato


9. Borhane Alaouiyyé (Libano) 13 voti e 2 film citati


10. Lakhdar Hamina (Algeria) 13 voti e 2 film citati












domenica 18 agosto 2013

Tawfiq Saleh, alle scaturigini della primavera araba

Roberto Silvestri

Il camion di "Le Dupes" (Gli ingannati) di Tawfiq Saleh, 1972 Siria-Egitto
Stanno combattendo in queste ore in tutto l'Egitto l'oppressione e l'oscurantismo. Un uomo lo ha fatto per tutta la vita con le sue opere. Era dalla parte dei 'dannati della terra'. E' morto ieri a 87 anni una leggenda vivente della cultura mondiale. Tawfiq Saleh, alessandrino e cosmopolita, grande cineasta egiziano della sinistra marxista (anti)nasseriana.
Tawfiq Saleh

Ha scritto e diretto bellissimi film di realismo denso e colto, sempre privi di slogan urlati, magnificamente raccontati, rivoluzionari nei primi piani e negli sfondi storico-sociali, nel testo e nel contesto e... quasi introvabili. Le tematiche forti, estreme, nelle sue sette opere, erano, fatto inusuale per la 'Hollywood sul Nilo', più appassionanti e seducenti delle sue star.

Infatti la suo divo feticcio fu il serio performer teatrale Choukri Sarhane, l'immagine del buon partito, dell'uomo vero, bello, generoso, onesto e incorruttibile, che fa il giovane meccanico spiantato, innamorato e sfortunato in Vicolo degli idioti; il medico che lotta contro l'ignoranza, la superstizione e l'oscurantismo  in La lotta eroica, e ancora il medico anticonformista e capo dello sciopero, ma quanto mai sobrio espressivamente, in I rivoltosi, tratto dal romanzo dello scrittore marxista Saleh Hafez (ambientato in un campo di prigionia politica che diventa, nel film, per ovvie ragioni, un ospedale per malati di tubercolosi a Helouan, in mezzo al deserto).
Choukri Sarhane

E poi glieli censuravano tutti, i film, sia nell'Egitto della rivoluzione tradita nasseriana che in quello della 'restaurazione reale' di Sadat e Mubarak.

Per esempio. Il diario di un sostituto di campagna (1969), il suo quarto film, tratto da un romanzo di Tawfiq el-Hakim fu proibito apparentemente perché conteneva una scena di sepultura. Ebbene bare, riti funebri e sepolture sono tuttora tabù, invisibili a causa di ordinanze, rispettivamente del 1947 e del 1976, che evidentemente fermano alla frontiera qualunque western di John Ford... Il motivo? Rispetto dei morti.

Naturalmente quello era un pretesto. In realtà il regista aveva scelto, per ovvie ragioni, di lavorare su un romanzo scritto negli anni trenta del secolo scorso, che raccontava le condizioni di vita dei contadini, lo sfruttamento dei latifondisti e i loro rapporti con una per loro incomprensibile 'giustizia cittadina'. L'argomento gli permetteva di attaccare duramente il potere assoluto, l'ingiustizia sistematica, l'assenza di democrazia e di leggi necessarie a proteggere i più deboli.

E i censori capivano bene chi fosse il vero bersaglio del film che, non a caso, finiva con il cadavere della bella Rim che veniva adagiato su un'urna elettorale, gettata in un canale dal resposabile della Comune, a elezioni ormai concluse.... Erano i meccanismi di emarginazione del popolo dalla vita politica attiva che analizzava e condannava. Una eredità fatale del sottosviluppo che sarà al centro di in un altro film del 1969, che fu uno dei suoi fiaschi storici, Al Sayed al-Bolti, sulla vita di stenti dei pescatori, la loro alienazione religiosa e sessuale, la loro sottomissione ai padroni. Insomma l'incapacità di adattarsi ai cambiamenti preferendo sottomettersi a una personalità carismatica: siccome Bolti possiede una forza magnetica strepitosa i pescatori non faranno più nulla...Neanche fosse Nasser!


Già, Nasser. Quella che si vantava di essere una grande rivoluzione anticoloniale e antioccidentale, non era stata in realtà che una ribellione militare forse capace di durare a lungo (fino a oggi), ma incapace di affrontare il clash delle classi dalla parte giusta e di risolvere i gravi problemi di un paese sottosviluppato (da altri) senza togliere prestigio, potere e conti in banca ai vecchi padroni e e ad altri potentati d'oltremare.

E per realizzare quel suo terzo film, I rivoltosi, sulla ribellione nel sanatorio, siamo in pieno 68, tra Marat-Sade e Il nido del cuculo - Tawfiq Saleh non era stato costretto solo a retrodatare all'epoca monarchica i fatti raccontati, in effetti contemporanei. Anche perché il film era una metafora dell'incapacità del governo militare nato nel 1952, con cui il film polemizza esplicitamente, a trasformare un golpe e una rivolta in una lucida e autentica rivoluzione, capace di  risolvere i problemi del popolo, nascondendo la propria inefficenza dietro un sofisticato e irresponsabile meccanismo burocratico kafkiano.
Le Dupes (Gli ingannati, 1972)
 
Se l'Europa ha il Salario della paura e l'America Convoy e Duel, anche l'Africa ha il suo thriller, quasi un horror politico, di sconvolgente potenza emotiva che viaggia nella Storia inseguendo un grosso e pericoloso camion... E, senza vedere questo film, il road-drama Les Dupes (Gli ingannati), il capolavoro di Tawfiq Saleh del 1973, uno dei dieci migliori film arabi di tutti i tempi come è stato stabilito da un sondaggio critico, realizzato grazie all'appoggio finanziario e politico della Siria di Assad, si perde la possibilità di comprendere, in meno di due ore, il conflitto di classe tra il proletariato arabo - e quello palestinese in particolare - e l'aristocrazia saudita e wahabita, spietata guardiana dal secondo dopoguerra in poi dell'assetto geopolitico, culturale e religioso dell'area maghrebina e mashreqina, che non da soli arabi è abitata.

Come si vede analizzando gli scontri di oggi attorno a piazza Tahrir. Sono sempre, nel XXI come nel XX secolo, il ricco Qatar e la ricchissima Arabia Saudita (più i succedanei: Kuwait e Emirati Arabi Uniti) a muovere le pedite armate, con le stellette o meno.

Tre lavoratori palestinesi della diaspora, cacciati dagli israeliani dalle loro terre, e rappresentanti di tre generazioni differenti  cercano l'eldorado o la 'Terra promessa' in Kuwait. Umiliati, offesi, ingannati da tutti gli amici arabi, ricchi e poveri, del popolo palestinese, intraprendono così da clandestini un pericoloso viaggio nel deserto, dentro la cisterna vuota di un camion,  e troveranno la morte nel più atroce dei modi. Un film, secondo l'autore "contro la disperazione e contro la fuga dalle proprie responsabilità", tratto dal romanzo dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani, assassinato a Beirut nel 1972. La piccola borghesia araba, irresponsabile e opportunista, è il bersaglio di molti film impegnati egiziani dagli anni 60 ad oggi. Manca la capacità di farsi soggettività produttiva. Borghesia nazionalitaria. E' facilmente asservibile e controllabile, invece, dal padrone forte, sia militare interno o multinazionale. Infatti.

Lo scrittore palestinese Ghassan Kalafani
Il modo di attirare, asservire, sfruttare cinicamente la manodopera a basso costo (e di costringerla a odissee fatali come il cammino desertico della speranza dei nostri tre lavoratori cacciati dalla Palestina e nascosti in un camion-cisterna diretto in Kuwait) mai è stato raccontato con altrettanta acutezza, efficacia, sensibilità e indignazione panaraba.

Le Dupes
Non avere mai programmato in televisione, in questi decenni, Les Dupes, è stata una scelta precisa della Rai, non solo quella di impedire l'accesso ai tesori dell'arte internazionale, invece di favorirla, come da canone, ma soprattutto quella di obbedire servilmente agli ordini imposti dall'alto (le Sette Sorelle, non a caso, hanno tolto di mezzo Mattei). Dunque una vergogna per il servizio pubblico televisivo italiano. Ne dovrà prima o poi rendere conto.  Per fortuna adesso grazie a Internet, su You tube, potete trovare Gli ingannati e vedere in edizione sottotitolata in inglese. Sarà il caso di farlo.

Senza conoscere e discutere tutti i film di Tawfiq Saleh, i suoi drammi contemporanei - come il truculento Il vicolo degli idioti (1955), ambientato nei vicoli del Cairo dove lottano, si divertono, rischiano di diventare bestie feroci, perché improvvisamente sfiorati dalla fortuna, i personaggi squattrinati di Mahfuz -  le sue epopee socialiste e realiste e i suoi drammi storici, acidi e impegnati - come La lotta eroica (1962), su un'epidemia di colera degli anni 40 e un eroico medico stakanovista che tenta di debellarla, o Al-Sayyed al-Bolti (1969) -  sfugge infatti all'occidentale a anche alla giovane generazione araba la sostanza del conflitto socioculturale nei paesi islamici. E soprattutto il legame profondo e lo scambio 'nazional-popolare' in senso gramsciano tra i suoi film (anche perché nazionalitario non vuol dire mai nazionalista, non è mai aggressività verso l'esterno e il diverso), il lavoro in profondità del suo sceneggiatore preferito, lo scrittore Nobel, Naguib Mahfouz, e la moltitudine egiziana, donne e degli uomini proletari, collettiva forza di cambiamento all'opera anche in questi giorni per demolire i falsi miti, da Mubarak a Morsi.


Un'arma che Nasser preferì ignorare. Non volle mai - nascondendosi dietro orride pratiche populistiche - rendere partecipe e complice di un vero processo di crescita economica autonoma e nazionalitaria, coraggiosa, progressista, transculturale e antisessista (si ristudi la sua riforma agraria, che riconsegnò in peggio tutto il potere ai vecchi latifondisti, per averne un'idea e rese par la prima l'Egitto da granaio del mondo a paese importatore di grano).

Infatti, anche se prodotti dall'Organismo generale del cinema, l'ente pubblico nasseriano che per la prima volta nella storia dell'Egitto finanziava i film, il corpo delle opere di Saleh verrà sempre sottoposto a una continua e sadica tortura fatta di minacce, rimaneggiamenti, tagli e censure. Imposizioni che lo costringeranno all'esilio volontario, dopo tre film finanziati in quattro anni, grazie anche all'appoggio di un cineasta caro anche a Yussef Chahine, l'ex militare e poi regista Ezz Eddine Zulficar che intercesse per lui dopo lo smacco commerciale di Vicolo dei pazzi (che lo aveva tenuto fuori dai set per ben 6 anni).

Autore di I lunghi giorni, colossal in costume, biografia agiografica camuffata di Saddam Hussein, realizzata nel 1980 durante l'autoesilio a Bagdad iniziato nel 1973, anche in polemica con la politica opportunista e antipopolare di Sadat, Tawfiq Saleh è stato il più politico e radicale dei grandi cineasti cresciuti in epoca nasseriana. Dopo il liceo al Victoria College di Alessandria, e studi di teatro e letteratura inglese all'Università del Cairo fino al '49 e due anni passari a Parigi (dove respira nouvelle vague) tornato in patria fa l'assistente alla regia di Chahine nel 1954 e inizia a scrivere per il cinema e lavora con Mafhuz che ha già scritto copioni, spesso assieme a un altro grande sconosciuto del cinema egiziano, Salah Abu Seif. Realizza anche alcuni documentari come Le marionette,1959; Man Nanhu e Verso l'ignoto, 1960; La civiltà dei Sumeri, 1976.

Nato il 27 ottobre 1926 ad Alessandria d'Egitto, padre medico, definito dal critico Yves Thoraval in Regards sur le cinema egyptienne (L'Harmattan, 1996)  'il tenace, grande solitario' del cinema egiziano, Tawfiq Saleh è stato con l'alessandrino Yussef Chahine (di famiglia copta)  e con Abu Seif, uno dei vertici del triangolo d'oro panafricano e panarabo, dagli anni 50 in poi.
Il primo, stilisticamente, dotato del linguaggio più nervoso e fantasioso, e di una grinta esistenziale provocatoriamente individualista (in una società che nega l'individuo, totalmente in balia delle leggi comunitarie). Il secondo dal fraseggio più popolare e a volta kitsch e estetizzante.

E lui, infine, dal metodo più sobrio e riflessivo, con una ricerca meticolosa dell'inquadratura, dell'angolo di ripresa perfetto, che susciti il maggior interesse possibile. Le sue scene sono lavoratissime, composte di varie sequenze, ma il montaggio, i raccordi e il racconto danno sempre l'impressione di una fluidità e continuità senza orpelli o digressioni. Cineasti della generazione 'realista'  successiva, come Mohamed Khan, Atef al-Tayeb, Raafat al-Mihi gli dovreanno molto.

Le Dupes
La burocrazia, l'ambiguità e l'ottusità del 'socialismo arabo' lo hanno imprigionato creativamente per tutta la vita. Per strada chi lotta oggi per 'la libertà e la democrazia' vuole anche impedire che altri geniali Tawfiq Saleh soffrano come lui. Costretto per lunghi al silenzio, a parte insegnare cinema sia a Baghdad - anche perché era incapace di realizzare agiografie per chicchessia, ancorché metaforiche, e Saddam non mostrò di gradire troppo quell'affresco storico - che al Cairo, dove era ritornato negli ultimi anni, lo avevamo incontrato a Cannes l'anno scorso, sempre pronto a tornare sul set, con quei suoi occhi dolci, malinconici ma mai riconciliati.

Era una di quelle anime belle combattenti che non potevano, come cineasta eticamente consapevole che tradurre in immagini la considerazione: solo violenza aiuta dove violenza regna. E non sempre la violenza maggiore è quella più sanguinosa.  Le Dupes è una bomba spirituale di immensa, irreversibile potenza.

Come ha scritto il critico militante tunisino, e storico del cinema arabo, Tahar Cheriaa, fondatore del festival del cinema di Cartagine: "Tawfiq Saleh è il cineasta arabo più colto. Il più consapevole della realtà economica, sociale, culturale e politica dell'Egitto e dell'intero mondo arabo. Le sue convinzioni politiche rischiarano il suo cammino. E' un cittadino impegnato, convinto che la lotta di classe sia un fatto storico, il motore del progresso umano...".