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mercoledì 9 settembre 2015

Sangue del mio sangue, e del cinema. Marco Bellocchio in Mostra


Mariuccia Ciotta

Venezia

Sangue del mio sangue (concorso), la “trasfusione” in due tempi di Marco Bellocchio fa toccare punte alte alla Mostra, sguardo rivolto indietro per guardare avanti, cinema a cui basta un tocco, polifonia leggera e stupore in agguato.

Sul set di Bobbio (dove tiene corsi di cinema, e dove ha esordito con I pugni in tasca, '65), Bellocchio ha riunito la famiglia, i figli Pier Giorgio ed Elena, il fratello Alberto e Francesca Calvelli, montatrice e compagna. Non solo legami di sangue, però.

E' il suo cinema che si convoca a Bobbio, complici gli allievi della scuola all'opera intorno al film. Il gioco di incastri provoca disorientamento, un raccordo eccentrico lega due tempi girati e ambientati in epoche diverse con in scena gli stessi fantasmi, Federico (Pier Giorgio Bellocchio) e il suo doppio, il gemello prete sedotto da suor Benedetta (Lidiya Liberman), enigmatica e allusiva, che nel Seicento dell'Inquisizione vuol dire schiava di Satana.

Il processo evoca quello a Giovanna d'Arco (e Dreyer) ma suor Benedetta non è un'eretica, è una maga d'amore e si diverte a stuzzicare i suoi inquisitori, a incantare anche il fratello del morto suicida, confortato nel suo strazio morale da una sommessa, erotica Alba Rohrwacher a lume di candela (in magnifico tandem con Federica Fracassi). Lungo un fiume livido e sassoso, la suora incriminata sembra un prolungamento della natura, un chiarore sull'acqua, una presenza di liberazione, e Bellocchio in un movimento circolare e segreto ci riporta a Buongiorno, Notte con la liberazione sognata di Aldo Moro che “vince” sulla luttuosa lotta Br, e va nella luce. Suor Benedetta ci mette pure un carico sessuale nel rompere le catene e la gabbia di mattoni in cui è stata murata per anni, corpo flagrante e riconsegnato integro al tempo.

Salto nella modernità ed ecco Federico redivivo nella parte di un ispettore ministeriale fasullo con al seguito un riccone russo, intenzionato a comprare le carceri in disuso di Bobbio (l'ex convento di suor Benedetta). Ma nei meandri umidi dell'edificio, in fondo a cunicoli degni di Dracula, vive nascosto il Conte (Roberto Herlitzka, già interprete di Moro), al pari di un capo bastone rifugiato nel covo. E' il democristiano doc, padrone del paese, apparizione notturna e vertiginosa, alla quale si inchinano i notabili del posto, i truffatori dello stato, evasori e corrotti. Allucinazioni con brio, Bellocchio compone il suo teatro dell'assurdo, tra il dècor mentale del passato remoto e il bagliore degli smartphone, strumento del diavolo di oggi.

Sangue del mio sangue entra ed esce dall'inquadratura, si muove leggero anche al seguito di un sincopato Filippo Timi, il corpo che si divincola dai luoghi comuni del cinema (come l'incompreso Corrado Guzzanti di Guadagnino), pesante attrezzo per molti giovani registi di ogni latitudine, e guizza euforico nel paradosso e nel tragico.




Ps. A proposito del Conte. Di speculazione edilizia nella zona del piacentino, di vendita e compravendita di immobili, di piani regolatori irregolarmente imposti, di patrimonio artistico sciaguratamente gestito e di mafia dei palazzinari. Chiarisce meglio il significato del film quel che successe alla famiglia Bellocchio e a una rivista prestigiosa degli anni sessanta, i Quaderni Piacentini, diretta dal fratello del regista e punto di riferimento dei maggiori intellettuali della sinistra critica dell'epoca. Dissidi nel piano regolatore dei primi anni Sessanta tra socialisti piacentini e aree più oscurantiste e “maccartiste” della Dc locale, provocò, tra le altre conseguenze, la denuncia, il processo e la macchina del fango ai danni di un collaboratore della rivista, Aldo Braibanti. Quel processo, per il reato di plagio (un reato poi cancellato dal nostro codice), colpì un'intellettuale, espulso dal Pci per omosessualità e mise in stato d'accusa chi lo difese (tra questi Alberto Grifi, poi incarcerato). Fu la prova generale del caso Valpreda. Come si costruisce in epoca moderna la strega, il mostro.




sabato 23 novembre 2013

Armida Miserere e il carcere in Italia. Come il vento di Marco Simon Puccioni, con Valeria Golino. Con un post scriptum a proposito del caso Cancellieri.

Valeria Golino, "Come il vento" di Marco Simon Puccioni


Roberto Silvestri

Una corsetta mattutina, con un collega. C'è qualche oscuro presentimento. Una donna forte ma infelice. Non chiamatemi direttrice, chiamatemi 'il direttore'. Flashback. Un omicidio imprevedibile, nel 1990 le strappa l'uomo della sua vita. Reagisce con ostinazione. Una carriera in salita. Con la tuta mimetica sempre addosso. Ma nel 2003 Armida Miserere, tarantina di origini siciliane, criminologa, direttore di carcere, fin dall'età di 28 anni (a Parma, poi a Voghera, Pianosa, Ucciardone, Torino, Ascoli Piceno, Spoleto, Lodi, San Vittore), soprannominata dai suoi detrattori 'il colonnello', in quel momento responsabile del penitenziario di Sulmona, si uccide con un colpo di pistola alla, testa nella sua casa, a pochi metri dall'ingresso del carcere. Una pallottola calibro 9, 21. E' in pigiama. Il suoi due cani lupo le sono accanto. Lascia una lettera. Contro chi "le ha rovinato la vita".

Filippo Timi a destra e Valeria Golino
Molta azione, per essere un film d'atmosfera. E venti anni di storia d'Italia (di mafia, di pericolose discese in campo con spintoni, di risacca terrorista) pesano nel fuori campo di questo film. Ma. Minimalismo stilistico, quasi astenia registica, per essere un film legato a tematiche sociali e politiche così complesse (e sappiamo come altri punteggino vistosamente di "pornografia espressiva" le loro lezioni di storia più o meno conformiste). Sobrietà di fraseggio (grazie anche all' impeccabile lavoro sul copione di Heidrun Schleef e Nicola Lusardi), invece. A chi pensiamo come modello stilistico? Alan Pakula? Robert Mulligan? Robert Bresson? Un po'. Ma il film è italiano, carezza il paesaggio come solo i nipotini del neorealismo sanno fare (e nonostante gli studi serissimi alla CalArts disneyana di Los Angeles del regista). In un film italiano, poi, c'è sempre un cane (e Armida li aveve e da battaglia) e un prete. Che in carcere non manca mai. 

Armida Miserere
Certo è un film d'attrice. One woman show, come è un film d'attore Il venditore di medicine di Antonio Morabito. La camera digitale tutta gettata lì sui primi piani del chimicamente strafatto Claudio Santamaria, one man show, qui su Valeria Golino, mattatrice, coi capelli biondi, fuma ininterrottamente super senza filtro. Una donna manager, dura, impossibile da intimorire, eppure di fragilità segreta, che si può distruggere in un fiat, come Achille, se la macchina del fango sa colpire nell'unico punto letale. La dignità. Qualcosa che i suoi nemici malavitosi - i lettori del Giornale, Libero, La Padania ? - fraintendono e chiamano onore, e maneggiano piuttosto bene. Ma c'è qualcosa dietro. C'è un non detto. C'è un mistero. Non tutto esce fuori da questo film introverso, a levare. Vanno avanzate ipotesi. Bisogna catturare indizi. Come nella Signora in giallo.

Armida Miserere
Come il vento è tutto girato sul corpo di Valeria Golino. Sul suo viso, i suoi gesti, le sue intenzioni, la sua voce dalle sonorità ctonie, autospeleologiche,  le sue corse mattutine, le sue ire, i suoi amici e amiche, le sue bevute e avventure, i suoi piaceri, i cazziatoni i giochi di letto e i suoi pensieri intuibili e reconditi. Cosa rarissima nel nostro cinema più che sessista, perché neanche si accorge di esserlo, un personaggio così a tutto tondo e non del tutto afferrabile. Valeria Golino ce lo indica, ne esce e ne entra continuamente, è dentro ed è fuori ad ogni cambio di parrucca dorata. Ci porta inquieta dentro e fuori dal film, come ogni performer destabilizzante. C'è un tragitto lineare, una storia ridotta all'osso, quasi senza troppi dialoghi. Paradossalmente si tratta di un film di evasione. Di fuga. Di deriva. Da questo mondo a un altro. Verso il vuoto. L'eroe è vittima della propria inerzia. Ma, come nel capolavoro di Bresson le intenzioni di fuga sono molto più esistenziali (nel condannato a morte è fuggito il protagonista è già in carcere e non si sa bene perché, e quando fugge non sappiamo bene se lo prenderanno)...I muri che Armida deve scavalcare sono evidentemente metafisici e non fisici. Si pensa più a Duel, Punto zero, Runaway train, Gravity. Credo che il film parli molto profondamente ai ventenni di oggi.

Armida Miserere
Il film è girato a Lodi, Milano, nella famigerata e paradisiaca isola di Pianosa, in Sardegna, a Sulmona, e si svolge tra il 1989 e il 2003. Ed è un'opera che si potrebbe considerare di genere carcerario, ma capovolto. Anche se è è più che altro una storia d'amore impossibile, un mélo.  La presenza di un commentatore dei sentimenti fini e sottili come Shigeru Umebayashi alla colonna sonora, lui che è il simbolo musicale del cinema di Wong Kar-wai, ne è la migliore prova.

Genere carcerario capovolto. Già. Non ci sono rivolte come in Rivolta al blocco 11 di Don Siegel. Non si sono, apparentemente, fughe rocambolesche come in Un condannato a morte è fuggito di Bresson. Non ci sono direttori del carcere particolarmente sadici e fascisti, come in Quella sporca Ultima meta. Non ci sono esecuzioni capitali come in L'impiccagione di Oshima, né violenze sessuali nei bagni, come in Fuga da Alcatraz. Non c'è la vita noiosa dentro la cella e la strategia di sopravvivenza di un recluso debole che Jacques Audiard ha celebrato in La Promessa.   

Il regista Marco Simon Puccioni e Valeria Golino
La banalità del quotidiano concentrazionario, e qualche tocco di banalità del male giudiziario, però entrano nella pelle dal quasi fuori campo. Ecco le perquisizioni improvvise. Lo schiaffar in isolamento. La richiesta pesante di favori. Le rivelazioni dei pentiti alla sbarra. Le cappelle dove intrigano, trattano, tramano e tremano quelli della 'ndrangheta (Pino Calabrese, fa perfettamente il Joe Pesci traditore, consapevole di essere presto annichilito). La messa in riga degli appuntati che sgarrano. L'impressione che si sia messi alla gogna a causa di qualche strana intercettazione telefonica mal contestualizzata. Miccoli come Miserere.

Il genere carcerario è capovolto perché il film ha il punto di vista del direttore del carcere, per una volta autoritario - non è una donna è un generale ci verrebbe di dire usando il simpatico modo che aveva Raul Ruiz di descrivere il presidente del Cile, speriamo rieletto tra breve, la signora Bachelet. Dura, ma a fin di bene, incorruttibile e giusta. Anche se molte organizzazioni umanitarie la  criticarono per la sua inflessibilità. Addirittura ligia alle leggi, ma pronta a migliorarle, capace di formularne e proporne di nuove, organizzando convegni, incontri e conferenze stampa. Sbilanciante.  
"I trattamenti risocializzanti sono boiate", disse in una intervista scandalosa a Ddonna, poi cambia idea. Certo che le carceri non sono hotel, basta paragonare le piscine,  ma bisogna saper restituire alla società questi cittadini che hanno sbagliato, e cambiati.  Quasi sempre in peggio, però.

Filippo Timi
Non l'ho conosciuta direttamente la signora Miserere, ma nei primi tre anni di mia direzione del Sulmonacinema Film Festival, dal 2000 al 2003, l'associazione culturale che cura il festival (il prossimo, il 31°, si svolgerà dal 18 al 21 dicembre) ha portato nel penitenziario tutti i film che hanno vinto l'Ovidio d'oro, opere prime e seconde italiane, grazie al suo interessamente. Abbiamo verificato che organizzava corsi scolastici anche per i detenuti di alta sicurezza e che favoriva visite culturali esterne di ogni tipo. In una di quelle occasioni Armida ha conosciuto Valeria Golina, che era stata premiata per Respiro di Crialese. Una foto le vede insieme, ma non riesco a trovarla. Proiezioni aperte ai detenuti, con dibattito finale, che sono proseguite anche dopo la sua morte. E il 18 dicembre prossimo, in tarda mattinata, Marco Simon Puccioni sarà nel carcere a presentare questo film. E speriamo che ci siano anche questa volta i detenuti, perché difficoltà burocratica per ora consentono la proiezione interna alle sole guardie carcerarie (che hanno partecipato però alle riprese del film). In fondo è un film d'amore.   



Fa più pensare a Un chant d'amour di Jean Genet o a Via col vento, Come il vento, perché la love story tra Armida e Umberto Mormile (Filippo Timi, la più tenera delle spalle, questa volta) è centrale nel film, anche se dura poco. E' intensa, rapsodica, interrotta, prosegue nonostante i problemi. E' ostacolata, sia da ragioni logistiche (lui lavora a Milano, dentro San Vittore, lei a dirigere Lodi), sia da ragioni biografiche, lei figlia di un militare, lui un artista, sia da ragioni burocratiche (lei è durissima ma riformista, troppo comunista per non essere invisa a molti detenuti e molti burocrati del ministero) sia da una inquitudine profetica dei sentimenti.  Lui pure è comunista come tutti i loro amici (anche la rediviva Chiara Caselli nel cast). Come se i funzionari di stato che applicano la legge, che fanno bene il loro lavoro, e dunque sono fuori schema, decidano di collocarsi in un limbo, nel fuori gioco. Avventurista Aldo Moro. Avventurista Facone. Avventurista Borsellino...Chi è che diceva: lui se l'è cercata, no?  Andreotti su Ambrosoli.

Ed ecco che Umberto, ignaro, invece prepara spettacoli, scopre talenti sepolti nelle celle, cerca di aiutare come può i detenuti e quando non può non sa neanche cosa lo può attendere. 

Ma l'amore dietro le sbarre finisce d'un tratto, d'un colpo (di pistola). Umberto viene trovato bucherellato nella sua automobile. E quel che prosegue poi, e che filtra dalle spesse mura interiori di una funzionaria di stato, che, ancora più gelida di prima, sbaraglia la concorrenza maschile (o sarà stato per merito dei ministri di quel tempo, Diliberto e Fassino?) e avanza nella carriera, è il vuoto assordante di chi, nemica delle mafie e delle camorre, rischia di finire colpita una seconda volta. E'  questa la parte migliore, misteriosa e più commuovente del film. E ci dice tra le righe. Se cambia il vertice al ministero si è fritti. To', guarda chi arriva a via Arenula nel 2003. Proprio Roberto Castelli, un leghista, il fine politico che paragonava, per eccesso non per difetto, i penitenziari italiani agli hotel di lusso a 5 stelle.

Valeria Golino e Chiara Caselli
Sono problemacci seri, anche per chi dirige i carceri, con Castelli, e non solo per chi è recluso. Mentre lui, il suo amore, Umberto Mormile, cercava di aprirlo al mondo quel buco nero, attraverso un serio lavoro di animazione teatrale e di educazione culturale (attività sulla quale già i cineasti Davide Ferrario e i fratelli Taviani si sono recentemente occupati con successo) d'eccellenza vera. Quando lo ammazzano c'è il socialista Vassalli al ministero della giustizia. E per gli anni a seguire Martelli. Non si dannano per arrestare gli assassini....Ma la magistratura, si sa, è completamente indipendente dalla politica.

Ma qui qualcosa di strano a un certo punto succede. A Sulmona.  Solo 11 anni dopo, nel 2001, in relazione a un maxiprocesso contro ndrangheta e camorra a Milano, emergono rivelazioni che porteranno i responsabili dell'omicidio di Umberto a un rinvio a giudizio presso la Prima Corte d'Assise di Milano prevista per il maggio 2003.Armida si uccide prima.

E cosa ci viene in mente quando sentiamo parlare di carcere di Sulmona, peraltro uno dei più moderni che abbiamo?  Niente di bello. 

Molti, troppi i suicidi che la cronaca nera ci ha segnalato in questi ultimi decenni. Di detenuti per lo più. E si ingoiano i vetri e ci si inietta il latte nelle vene, come altrove per saltare le udienze e far avvicinare la 'scadenza termini'. Forse a Sulmona si internano anche troppi ex ricoverati in ospedali psichiatrici, chissà perché smistati lì.  Lavoro? Poco e mal pagato. Secondini che si fanno chiamare superiore. Posta e giornali censurati...L'ideale anche lì, è non vederli mai in piedi i detenuti. Stesi. Disperati. In brandina. Il metodo cattolico del pentimento continuo. Meglio mai al lavoro. 

Quando ho accompagnato in carcere il film che aveva vinto il festival di Sulmona nel 2008, Chris and Dan - A love story di Guido Santi e Tina Mascara su Christopher Isherwood, in lingua inglese coi sottotitoli scritti piccoli piccoli - era la storia d'amore omosessuale dello scrittore di Cabaret  che conviveva a Los Angeles con un minorenne, tra lo scandalo generale della California degli anni 50 - un detenuto anziano se lo vide dall'inizio alla fine, nonostante seri guai alla vista e la stampella per sorreggersi. Alla fine commentò: "Certo, avrei preferito vedere l'Ubalda tutta nuda e tutta calda". Ma rimase per tutto il film e per tutto il dibattito. Nonostante preferisse di gran lunga Mariano Laurenti ai due documentaristi italo-americani. E in piedi. 

Certo, sono i mali comuni e speciali delle nostre carceri, che vengono periodicamente segnalati e sanzionati in sede Ue, e che riguardano tutti i penitenziari del paese e i supercarceri. Edifici in genere secolari e fatiscenti. Sopraffollamento ovunque (a cause di leggi davvero scellerate come quella contro le droghe leggere o la Bossi-Fini), assistenza sanitaria ridicola, soprattutto rispetto alle crisi di astinenza dei drogati, sadismo mai dimostrabile nel trattamento del detenuto - forse circola ancora quella carne argentina congelata decenni fa che mi toccò di ingurgitare a Regina Coeli - e "reclusione nella reclusione" (e proprio nel paese di Cesare Beccaria!) nel senso che solo da ieri, per decisioni del ministro della Giustizia, e grazie allo scandalo suscitato nell'opinione pubblica dalle intercettazioni telefoniche che hanno smascherato i due regimi differenti di trattamento tra noi dominanti e loro domitati, piccolo insignificante dettaglio che a Letta, Renzi, Cuperlo e Civati (e sono i migliori) sfugge, le ore d'aria passeranno forse prima o poi da 2 a 8 al giorno, quando ovunque nel mondo chi sta dentro circola liberamente nelle ore diurne nel carcere, lavora, studia, gioca a pallone, fa palestra, ha cose da fare quasi per tutto il tempo, e non viene murato vivo come da noi a fine aria

Non che gli altri carceri in Europa non abbiamo i loro problemi soprattutto nei momenti emergenziali (nell'Inghilterra dell'Ira, nella Francia della Corsica turbolenta, nella Spagna dell'Eta, nella Germania della Baader-Meinhof)... ma l'Italia, nonostante il palliativo della legge Gozzini, ha una leadership sinistra anche in questo ambito e indipendentemente da ogni situazione d'emergenza.  Le nostre rivolte, e non solo dell'Ucciardone, Marassi, Poggioreale, Trani... sono sempre state le più condivisibili del mondo. Il partito radicale è l'unico che radiografa questi orrori tra il disinteresse generale.

Ma a Sulmona, la cittadina dei confetti e di Ovidio, è successo qualcosa di più sconvolgente. Si è suicidato perfino un direttore del carcere. Anzi una delle prime direttrici di carcere in Italia, dopo avere gestito colonie penali,  supercarceri di massima sicurezza e i più affollati penitenziari metropolitani. Ha preferito uscire di scena piuttosto che essere sopraffatta da uno scandalo che la voleva coinvolgere - attraverso il suo uomo - in un giro di favori attuato nei confronti dei detenuti da cosca. Conscia che nelle alte sfere dei ministeri c'era qualcosa che lei non poteva controllare e che la stava ormai molto bene controllando. E che voleva vendicarsi di qualcosa. Il film di Marco Simon Puccioni non lo dice esplicitamente. Ma lo fa capire. 

Ps. Abbiamo visto in tv ieri sera Valeria Golino all'Onu, rappresentante di una parte d'Italia, quella radicale impegnata (le altre due erano ben intepretate da Maria Grazia Cucinotta, la popolana indignata, e Serena Dandini, la politicante consapevole) partecipare con grinta e passione alla Giornata mondiale contro la violenza alle donne. Armida Miserere ne è stata una delle tante vittime. La calunnia è un venticello... E come se l'avessimo vista, per un attimo, rinata, al Tg3 Notte.

Come il vento uscirà nelle sale dopo che l'eco del caso Cancellieri si sarà spento. Potrebbe sembrare il tipico film del post hoc ergo propter hoc. Ma ovviamente non è così. Gli artisti (non a caso in Giappone li chiamano leggende viventi) prevedono le cose, leggono in anticipo sui tempi, osservano quel che noi altri ignoriamo. Non perché sono maghi, o profeti. Semplicemente perché utilizzano in altra maniera i metodi scientifici (il calcolo delle probabilità, i sondaggi, le statistiche, per esempio), con sensibilità spiazzante: non sono ostacolati da giuramenti di parte, hanno un surplus di responsabilità etica. Politicizzano l'arte, non estetizzano la politica, direbbe Benjamin. 

Due donne, responsabili istituzionali della giustizia in Italia, hanno interpretato differentemente il concetto di dignità. Una si è dimessa, in maniera tragica, l'altra no. 

In attesa che si chiarissero i fatti che avevano offuscato la sua immagine e quelle dello Stato, quel colpo di pistola indicava alla società civile un cancro vero, da curare, nel funzionamento delle nostre istituzioni. 

E' vero che se un Ligresti va in carcere il trattamento cui viene sottoposto non è lo stesso del lavoratore senegalese clandestino. Viene messo in cella singola. Ma ci si scusa così: se no lo massacrerebbero di botte gli altri detenuti. I padroni e i politici d'alto rango in galera sono considerati peggio dei pedofili, come si è visto all'epoca di Mani pulite... Ed è anche vero che lo spostamento di un camorrista da un carcere all'altro può essere una maniera per salvargli la vita, vista che i regolamenti di conti tra clan e tra infami di vario genere avvengono facilmente sia dentro che fuori le mura di clausura.

La differenza è che solo una delle due donne ha riconosciuto la colpa di non aver saputo attenersi al principio della "Legge uguale per tutti". L'altra no. Probabilmente perché l'ex prefetto, oggi guardasigilli, è convinta che si debba attenere a un principio giuridico superiore. La targa con la scritta “La legge è uguale per tutti” fu infatti sostituita nelle aule dei tribunali, per volontà del ministro Roberto Castelli, nel 2002, con la più berlusconiana: “La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano". E se un popolo vota un mafioso, un magnaccia, un faccendiere espertissimo in frodi fiscali e d'altro genere premier costui diventa intoccabile. E se va in galera toccherà al guardasigilli tranquillizzarlo. "Non ti preoccupare, presto uscirai".       

Ps2. Roberto Castelli, pur nella sua eruduzione magistrale, non deve avere mai visto il film di Dino Risi In nome del popolo italiano. Se no non avrebbe fatto questo errore sacrosanto che lo ha riempito di ridicolo e ha segnato per sempre il destino del suo padroncino. 

mercoledì 20 novembre 2013

Tir, i premi, le polemiche e altri film, in concorso o meno, al Festival di Roma:I corpi estranei di Mirko Locatelli e Lettere al Presidente di Marco Santarelli

Roberto Silvestri

Il vero scandalo della premiazione al Festival Internazionale del Film di Roma numero 8, è solo il premio a Mattew Mc Conaughey per Dallas Buyers Club di Jean Marc Vallee. L'attore è fantastico sempre, e qui recita perfettamente, esageratamente, insomma da primo premio. Ma in una competizione internazionale seria il festival non può premiare preventivamente uno dei film in gara, assegnandogli, come è successo quest'anno, un Vanity Fair International Award for Cinematic Excellence, in esagerato odore di sponsorizzazione... I film in gara devono partire tutti dalla stessa linea... 

Matthew McConaughey
Non siamo invece d'accordo con chi ha trovato provocatorio il premio kubrickiano a Scarlett Johansson, cioé alla macchina Samantha, come migliore attrice protagonista per aver prestato solo la voce (sensibile, profonda e divertente, citazione del Papa postmoderno Spike Jonze al sistema informatico, di un futuro già passato, Hal di 2001 Odissea nello spazio), e non il volto e il corpo, a Her. E' vero che al cinema - diceva Charles Laughton, si recita con le mani e non con la voce, a differenza che nel teatro. 

Scareltt Johansson
Ma è anche vero che dall'epoca di Laughton molte cose, nel cinema e nel teatro della vita, sono cambiate. E anche da qualche tempo: The voice poteva essere considerato un attore protagonista virtuale prima ancora che Frank Sinatra recitasse con Frankenheimer o Carmelo Bene non lo spiegasse via microfono tecnologicamente avanzato anche ai muri e ai muli. 

Lettere al Presidente
Lo è, per esempio, la voce, attore protagonista, anche perché una è mia, in Lettere al Presidente di Marco Santarelli (presentato nella bella sezione dei Doc italiani) collezioni di voci di connazionali arguti ostinati o sognatori di tutti i sessi, ceti, regioni ed età, che si rivolgevano, via lettera, a chi, da De Nicola a Einaudi, da Leone a Saragat - dalla miseria del dopoguerra al boom e alle bombe che molti patirono e solo in pochi si godettero - forse avrebbe aiutato chi non ha potere alcuno, né padrini né partiti né parroci, perché è il numero uno in democrazia, come il re in monarchia, a raddrizzare torti, dare speranza ai disperati,  trasformare i sogni e le fantasticherie più bizzarre in realtà. L'ultima spes, anzi l'unica.

Si trattava, per alcuni studenti abruzzesi, di farsi mandare su Marte (in tre, perché la capsula spaziale di più non poteva, e qualche compagno di scuola è ancora incazzato), di appoggiare invenzioni formidabili e funanboliche, di chiedere soldi in prestito per una operazione di plastica facciale da fare oggi o mai più, poi si diventa vecchia, o di far smettere d'incanto lo strapotere antipopolare della Fiat da sempre vallettiana...


Il vuoto di società civile che esce fuori da queste suppliche d'era quasi faraonica, come il paternalismo inquisitorio delle risposte, è impressionante. Sarà il sessantotto a regalare anche questo al nostro paese ingrato ('68 che, non a caso, è pressoché fuori dall'arco temporale del film), regolando, con la precisione degli orologi settecenteschi del Quirinale quotidianamente ricaricati, un po' di conti con le Eccellenze i Commendatori i Cavalieri e le Sue Santità (a parte certi cedimenti recenti neo feudali della stampa più liberal-democratica, ben segnalati da Alberto Abruzzese, maestro di Santarelli, a proposito dell'intervista di Scalfari al papa).


Marco Santarelli, regista produttore e sociologo della comunazione romano, conferma di sapersi muovere molto bene, da subacque nei  territori sub, paludosi e guasti, ma non per questo meno fertili e melodici, del nostro immaginario non ufficiale e marginale. E di saper far colonna sonora con le immagini, trasportando - grazie alla sua collaboratrice Teresa Bertilo (che delle decine di migliaia di lettere spedite al Quirinale è la massima esperta), un tessuto di materiali di repertorio non illustrativo, asincrono, sfavillante (come il bianco e nero fantasmagorico di quelle attualità giornalistiche). 
Marco Santarelli


Sequenze che, sradicate a volte dal loro contesto sonoro, diventano ancora più significative, e sono scelte tra quelle più amatoriali, oblique e da home movies, ingenue e mai artatamente spontanee, dell'archivio Luce. Non si vuole fare una contro storia del paese come se ne sono viste tante. Nè, alla Chiambretti, si vuole prendere in giro la giocondità contadinesca e ingenua dei senza potere alle prese con i trabochetti della metropoli tentacolare. Santarelli affianca e ama i suoi eroi. E' complice di questi spettri riportati in vita. E li vendica anche. I loro disegni mentali, demodé o inattuali o verranno esauditi prima o poi o questa democrazia sarà sempre dimezzata, mai rampante, invisibile. 

Santarelli interpreta bene la tendenza anti scolastica del documentarismo italiano. Stanno rendendo la vita davvero difficile al cinema mainstream a soggetto, che già è in crisi nera, questi gioiellini. Film no fiction che fanno critica delle sequenze asservite a soggetti-format. Criticano la loro costituzione d'oggetto. E la forulazione di immagine. Dopo Santarelli, Gianfranco Rosi, lo stesso Frammartino, Fasulo, le immagini commerciali e spettacolari (anche del cinema d'arte) ci sembrano tutte così false e piatte, orpellose e estetizzanti. Persino quelle più in auge di Garrone o Sorrentino. Vuote. E' l'effetto che Straub faceva paragonato a Bellocchio e Bertolucci. E anche lì si sprecavano i che noia, che palle...Ma l'arte non è divertimentificio esteriore.

Tutto ciò  rende più spiegabile e comprensibile la polemica aperta dal primo premio a Tir. Film sui trasporti. Un argomento di cui tra l'altro Santarelli è esperto, avendo già realizzato le prime due parti di un trittico sulle merci circolanti, un primo segmento navale (Genova Tripoli) e un secondo segmento proprio camionistico (Interporto).         

Dall'epoca di Laughton a oggi molto è cambiato. I campi controcampi della vita vissuta sono spesso virtuali, senza corpi antagonisti. Nelle nostre strade metropolitane, o sui treni e in metropolitana, dialoghiamo con i "fantasmi", che sono più presenti di prima, un flusso quasi continuo, e molto più fracassoni: i passanti parlano da soli a voci altissime come dei pazzi o degli innamorati scatenati e spudorati. Con voci, non con corpi si dialoga. Per non menzionare le chat di Facebook, Skype senza video e lo scrivere nel vuoto affollato di Twitter. E nelle automobili chi guida si agita pericolosamente, senza guardare la strada, la segnaletica, i passanti. Viviamo, parliamo, sussurriamo con/a esseri invisibili. Che ci formano e ci deformano. Sono voci materiche tenute a distanza. Spettri quotidiani banali, presenze ologrammatiche 'interiori' fisse ma fuori campo. 

I corpi estranei, Filippo Timi
Il numero dei film scelti dalla banda Mueller per Roma che prevedevano, come la Voce umana, tante solitudini ossessionate perseguitate da doppi paurosi o burocrazie invisibili (Coixet, Pirselimoglu, Gruzsnick..), tante Anna Magnani impegnate a parlare con antagonisti invisibili dall'altra parte del filo e della cornetta, era piuttosto impressionante. Ieri si premiava Anna Magnani. Oggi si premierebbe magari perfino quella voce che la strazia e la tiene in pugno (e neanche si sentiva, nel film L'amore di Rossellini, 1947).  

Voci recitanti e assenti anche nell'altro film dark italiano in competizione, I corpi estranei di Mirko Locatelli (opera seconda dopo I primi giorni d'inverno del 2008), realizzato assieme alla moglie, Giuditta Tarantelli, cosceneggiatrice e coproduttrice del film. Il dramma, transculturale, segue, secondo dopo secondo, la metamorfosi di Antonio (Filippo Timi), che viene dal sud ed è solo a Milano in ospedale, per accompagnare suo figlio, il piccolissimo Pietro, affetto da una forma grave di cancro. Ma c'è un impiccio imprevisto. Una numerosa famiglia di arabi-islamici, proprio nella sala accanto. Antonio non gradisce, sulle prime. Oltretutto sono anche invadenti. Soprattutto il quindicenne Jaber, che si impiccia troppo, prega troppo, ha strani traffici ed entra pure segretamente nella stanzetta di Pietro, fa il gentile, lo aiuta sul lavoro (che Antonio è costretto a trovarsi per pagare la sua sopravvivenza in trasferta)... 

Dolore, tensione, paura, disperazione, speranza, voglia d'evasione, naturalmente sono tutti stati d'animo trattati da Timi in diesis e bemolle, in auto, davanti alla macchinetta del caffé, nelle passeggiate da solitario metropolitano, al refettorio, nei corridoi ospedalieri, nella cappella cattolica, quando litiga con Jaber, quando a poco a poco ne comprende la compassionevole bellezza interiore. 

E i chiaroscuri del lavoro sul suo corpo e sul suo volto non sfuggono ai perfetti sistemi sensori di una macchina registica sensibilissima, che sa muoversi bene. Soprattutto quando, appunto, Antonio parla con la moglie lontana e apprensiva. Al cellulare. Una voce che muove i fili da lontano. Un corpo che non vedremo mai. Un tempo avremmo commentato alla Khomeini: 'madre snaturata". Oggi, con la crisi, è scusabile. Anche in fatto di risparmio sugli attori. 

Infatti sono tre i suoi antagonisti. Due materiali. La struttura ospedaliera, medici e infermieri (che Enzo Cei nel corto Nato prematuro ha ben radiografato e in primissimo piano). E la famiglia di tunisini che assiste l'altro malato grave, l'adolescente Youssef. Il terzo, la mamma lontana, spirituale. Come invisibile (ma olfattivamente prepotenta) sarà il farmaco magico che risolverà il caso. 

L'unguento della tradizione mediterranea, antichissima, secolare, stregonesca, fattucchiera, cosparso segretamente da Jaber sul corpicino bombardato dalla chemio. Un tocco di esotismo che Locatelli poteva anche risparmiarsi. E se il farmaco non funzionava? La metamorfosi si sarebbe interrotta? E' l'opportinismo che ci salverà dal razzismo inevitabile e ben fondato religiosamente?


E passiamo al primo premio.       


Zoran, la vendetta. Doveva vincere a Venezia come migliore opera prima. Una commedia alla Loach, con un bel po' di intelligenza, di sport (le freccette) e di vita vera frontaliera dentro. 

Orrendo e demodé nelle forme spettacolari utilizzate, invece, quel mocku-horror 'africano' che lo ha sconfitto al Lido e che vorrebbe colpevolizzare i selvaggi tribali per pratiche neocapitalistiche criminali (il commercio clandestino degli organi) tutte organizzate da corporation euro-americane. Vedere per credere (Zoran di Matteo Oleotto è nelle sale italiane proprio in questi giorni). 
Tir di Alberto Fasulo

Ma ora un film, Tir, della stessa scuderia e poetica "Alpe Adria", la friulana Tucker, anche questo di lingua mista, un po' italiana ma soprattutto serbo-croata, anche questo sui rapporti spesso conflittuali tra est e ovest, lo ha vendicato. E' il primo film italiano che ha vinto il Marc'Aurelio d'oro del festival di Roma. Fatto storico.  Il film non è piaciuto a chi non mette I piloti dell'inferno (Hell Drivers) di Cyril Endfield (1957) tra i migliori dieci film d'azione europei di sempre. Forse perché non l'ha visto (fatto che per i critici e gli addetti ai lavori è un peccato mortale). Un formidabile thriller politico con Sean Connery nel ruolo del camionista supersfruttato Johnny Kates non è roba da cinephilenerd o snob.  
Alberto Fasulo

Un film sui camion giganti, i mostri dell'autostrada, non fiction, ma inquieto, in stato d'allarme, in cerca di significati, espressioni, detour emozionali. Tocca al pubblico darli, provare le mille cose da cui un film si astiene, sono ombre e luci, se al cinema va seriamente, non per giocare, lavorare o gufare. Come ai vecchi tempi dell'arte concettuale. Ma non privo di agganci con il nostro immaginario più condiviso... Il salario della paura-Vite vendute; Convoy, Duel, Il bestione..., da una parte. Le lotte spettacolari dei camionisti di questi giorni, particolarmente colpiti dalla globalizzazione e dalla crisi dall'altra.  

Un film che racconta due o tre cose sulla vita e i problemi dei lavoratori dei trasporti (i camionisti), i ritmi frenetici, la solitudine, lo sfruttamento, la concorrenza degli autisti che vengono dall'est, ancora più massacrati di lavoro ma attratti dai super stupendi rispetto a quelli croati, serbi e rumeni, aprendo e non chiudendo il discorso e gli occhi ricettivi. 

Ma che lo fa utilizzando uno stile 'fiction non fiction' che è il più alla moda di tutti, una ossessione che stiamo vedendo crescere in molti drammi contemporanei (da Locke di Steven Knight in poi concentrarsi su un protagonista che parla, litiga, ama, si scontra solo al cellulare con famigliari e colleghi di lavoro, tutto dal sedile della sua auto, sembra un nuovo sub-filone arty, il one driver movie, come un tempo il nuca-road movie, sulle deambulazioni esistenziali viste dal di dietro) e una sapiente tessitura visuale. Faticoso certo il film solo per i festivalieri, costretti come i ciclisti della sei giorni a proiezioni multiple diurne e notturne. Ma fatto che non giustifica gli strepiti. Come si vedrà quando il film uscirà nelle sale. Attenti alla media sale/incassi.

   

La  vittoria di Tir, diretto dal cineasta friulano Alberto Fasulo, 37 anni, al festival internazionale del film di Roma (e anche il premio Amc per il montaggio di Johannes Hiroshi Nakajiama) ha infatti suscitato proteste e clamori istituzionali che ci ricordano i fischi di tutta Cannes, anche francese, anche miei, a Pialat tanti anni fa.

"Un film lento e noioso, nonostante il tema di grande attualità (visto lo sciopero dei camionisti italiani contro la legge di stabilità, che si annuncia forte, condivisibile e pericoloso), descrittivo, senza centro, senza un personaggio forte al centro della storia, un documentario che non ha sviluppo narrativo tradizionale, che apre troppe piste senza chiuderle"... Abbiamo già abbozzato per il Sacro Gra. Ora basta.

E ancora: "Una sciagura per il cinema italiano che vuole condannarsi alla minorità, all'emarginazione dal mercato, se indica questi "oggetti pericolosi del primo tipo" come vettori di un rilancio del ritorno in sala, che ormai ha un giro di incassi inferiore a quello della Svizzera. Al cinema non ci va più nessuno, Checco Zalone a parte, meno che mai per vedere opere così deprimenti, sfuggenti e così poco eccitanti". 

Abbiamo letto e ascoltato giudizi di questo tenore. Oppure, a peggiorare le cose: "Rumore bianco, il precedente film di Fasulo, sì che era interessante, ma questo è un grande passo indietro"... Non che Rumore bianco, il doc sul fiume Tagliamento, fosse pieno di suspense e azione, o sia stato oggetto di una campagna per imporlo in Rai in prima serat o in dvd su Ciak o in allegato al Corriere della sera in file...

C'è un riflesso condizionato, demagogico e prepotente, che taccia di intellettualismo e di snobberia tutti quei film che, aggiornati nel design, capaci di avere succsso nelle televisioni e nei circuiti di tutto il mondo, attentano al cerchio magico di ciò che è definito film spettacolare popolare nazionale, la cui struttura molecolare non può essere messa in discussione ed è considerata un format unico e indiscutibile. E' dall'epoca di Ciprì e Maresco, Nico D'Alessandria, Cane Capovolto, Pasquale Misuraca, fino al caso emblematico di Michelangelo Frammartino  che si considerano i cinepanettoni inesportabili la salvezza della nostra industria e i prototipi che dimostrano di sedurre il pubblico mondiale di normale cultura (e che andrebbero dunque seguiti, perfezionati, moltiplicati e aiutati di più, magari non negandogli mai i premi qualità) dei traditori della patria. Anche se un film di Maresco che viene acquistato dalle tv di tutto il mondo forse incassa di più di un Neri Parenti...


Ma. Data la qualità alta della giuria (diretta da James Gray, e comprendente cineasti come Naderi, Zhang Yuan, Lvovsky, Guskov, Chen e Guadagnino, cineasti di formazione e tensione documentaristica) sembrano abbastanza frettolose e ingiustificate le scandalizzate reazioni di una parte della critica professionista (e non solo del Corriere della sera e di Repubblica). Ovviamente non delle macchine decifrative di più aperta e aggiornata passione (Uzak, Filmcritica & Co.).

Cerchiamo di comprendere con maggiore metodo scientifico e minore impressionismo emotivo quel che è successo all'Auditorium Parco della Musica e come è fatto questo oggetto così 'scandaloso', o così poco trasgressivo o dissacrante, che peraltro verrà distribuito nelle sale, dunque affronta il giudizio del pubblico, perché come abbiamo scritto è parte del listino Tucker.

Un'etichetta coraggiosa e originale che ha fatto entrare sul mercato opere che il mercato avrebbe dovuto respingere (e non era così pacifico) e che da sempre un rapporto intellettuale e operativo forte con Marco Mueller (visto che è emanazione del festival asiatico di Udine che  si è occupata per la Mostra di Venezia muelleriana dell'area asiatica).

Zoran, nelle sale in questi giorni, è un perfetto esempio di eccentricità vitale del listino Tucker. Ma pensiamo anche a Departure di Yojiri Takita, Detective Dee di Tsui Hark, Amore carne di Pippo Del Bono, L'estate di Giacomo di Alessandro Comodin, Poetry  capofila di una lunga serie di opere sudcoreane che solo grazie alla Tucker hanno sbriciolato il muro nazionalista eretto contro l'ingresso di opere 'fuori dalle tradizioni culturali europee cristiane...".

Tir è un altro film one man show. Quattro anni di lavoro di scrittura consapevole e immaginaria (con Carlo Arciero, Enrico Vecchi e Branko Zavrsan) e di continue ricerche sul campo. Premio Solinas per la sceneggiatura 2010. Un film che è troppo costruito per essere Ombre di Cassavetes prima versione e troppo poco per essere Ombre seconda versione. Ma che entra bene sotto la pelle del personaggio principale, the one and only, proprio come in Corpi estranei, il road movie interiore di Timi. 

Branko (l'attore Branko Zavrsan di No man's land), ex professore, biondo e palestrato, di Rijeka (Croazia), è diventato camionista per una grande azienda di trasporti italiana che controlla l'intero continente (l'attore ha superato l'esame per la patente). Oggi guadagna tre volte il suo stipendio di insegnante. Ha un compagno di viaggio affiatato, ma nervosamente attratto dal rifiuto del lavoro, ritmi impossibili, un mangiare approssimativo, fa docce improbabili, conoscenze evanascenti, subisce controlli polizieschi ferrei, è controllato a distanza tramite una sorta di bancomat del camionista, ha problemi continui di mobilità, e con la sede centrale,  è costretto a soste forzate e sente attorno l'odio dei colleghi italiani in sciopero, perché l'uso di guidatori stranieri dell'est azzera lotte decennali. Ma vive lontano dalla famiglia. Comunica con la moglie solo tramite ricetrasmittente e cellulare. Finché non gli capita all'improvviso un carico di animali vivi, maiali, che non sa bene come gestire, lui abituato a cose morte....

Sembrerebbe un film descrittivo, e anche vagamente misogino per mancanza assoluta di donne (che, a giudicare dalle telefonate della moglie non si fanno rimpiangere), a differenza, che so, del film argentino Las Acacias di Pablo Giorgelli (uscito nelle sale italiane nell'ottobre scorso), dove un altro camionista, con gli identici problemi esistenziali e lavorativi di Branko, segue una parabola di metamorfosi, grazie a una ragazza madre nativa, che qui è proibita.

Ma i valori pittorici (e acustici) in un film che ha la telecamera digitale quasi perennemente fissa sul guidatore, sono tutto (e anche criticarne il senso stesso). E il rapporto sfondo-superficie li cura lo stesso Fasulo, attento direttore della fotografia. Facile cadere nell'arabesque esornativo semovente, con il luccichio di riflessi cromatici a tavolozza completa che arrivano dagli incroci d'ombre e luci stradali e neon pubblicitari (che fanno la grandezza e la miseria dei road movie hollywoodiani). E qui non mancano i giochi di luce. Ma sono otticamente più spontanei che fantasiosi. 

Quello che colpisce in questo film è il rieemergere di alcune direttive antiartistiche antiche, anni sessanta del secolo scorso: "La problematica artistica che si avvale della composizione, della forma, perde qui ogni valore. Nello spazio totale forma, colore, dimensione, non hanno senso... Composizione di forme, forme nello spazio, profondità spaziale, tutti questi problemi ci sono estranei: una linea si può tracciarla lunghissima all'infinito al di fuori di ogni composizione o di dimensione. Nello spazio totale non esistono dimensioni. Ogni intervento inteso a dare una forma (anche informe) è illegittimo e illogico", scriveva Piero Manzoni. Un camion che avanza ovunque in Europa è una linea lunghissima all'infinito (oltretutto notiamo la mancanza di logo pubblicitario, quasi un non sense nelle intenzionalità documentaristiche. Sembra quasi un pezzo di Repo man di Alex Cox) Non c'è, manzonianamente, espressione poetica in questo film, e per fortuna. 

Non si decrive il comportamento di un personaggio e della sua intenzionalità esistenziale o pseudospontaneità costruita a tavolino, niente capricci, idiosincrasie, decisioni casuali o arbitrarie...Il minimalismo della situazione (un camionista in viaggio, sue origini e conseguenze) esige un controllo piuttosto rigoroso, ferreo, scientifico, però, del progetto appercettivo. E per spazio totale intendiamo spaesamente e interpretazioni proiettive dello spettatore sul piano della realtà, della vita. 

In queste immagini si devono, si possono vedere volti, figure, animali, azioni o situazioni là dove la casualità sia pure intenzionata del regista, non potrebbe certamente averli previsti. Insomma il piacere in questo film o è criptomantico o non è.  
Come se le situazioni, gli eventi scelti fossero il risultato di "algoritmi di sorteggio” con alla base “strutture geometriche irregolari”, corridoi, coni, tondi, prismi, sferoidi, in presenza delle quali l’osservatore scatenerà il proprio “mondo immaginario”, integrando con sue personali ipotesi di lettura quel processo della percezione che interpreta la realtà sulla base, appunto, di “ipotesi” successive. 

E' in gioco una stimolazione della retina speciale in queste inquadrature stocastiche (cioè aleatorie, ma prevedibili statisticamente), camion sfondo, vetro retrovisore, strada, inquadratura stocastica in bianco e nero (selciato, riga bianca, 45 poi venti poi sette...) inqudratura stocastica a colori (i cinquanta gradi di beige e grigio dell'abitacolo). 

Ciò è dovuto, direbbe Sergio Lombardo, uno dei nostri più grandi artisti della neoavanguardia annni sessanta, fondatore della corrente eventualista, "all'uso preponderante della visione parafoveale, basata sui bastoncelli, le cellule della retina capaci di reagire soprattutto ai gradienti di luce e ombre. I bastoncelli si trovano specialmente alla periferia  della retina e sono preposti all'interpretazione degli sfondi, di sagome senza profondità e senza volume. Inoltre l'interpretazione dello sfondo è legata alla visione notturna, più emotiva e arcaica, ma meno analitica. Infatti anche durante la visione floveale, analitica e consapevole, la visione parafoveale mantiene un ruolo complementare d'interpretazione inconscia che contribuisce alla formazione dei "residui diurni"
influenzando direttamente i sogni ed altri eventuali episodi allucinatori" (Sergio Lombardo, L'avanguardia difficile, 2004 Lithos editore, Roma). Insomma i critpomanti di uttto il mondo hanno gradito il film. Critici, ancora uno sforzo per diventare criptomanti. Visionari. Se non approfittiamo di questi film non ci capiterà più.

lunedì 4 novembre 2013

La castellana svitata. Valeria Bruni Tedeschi si perde nel bosco delle fiabe

di Roberto Silvestri

Filippo Timi e Louis Garrel
Lo sapevate che per essere sicuri di avere figli in un certo convento di suore, a Napoli, vi potete sedere su una bella poltrona e, se la vostra fede è certa, avrete molte possibilità di essere esaudite, anche se la scienza è molto perplessa? Alla superstizione si può anche non credere, ma perché mai non provare? Ma quando si è proprio drastiche nel laicismo, la seduta, strappata a fatica alle suore diffidenti, si trasforma in una missione impossibile.

L'attrice Valeria Bruni Tedeschi, come Valerio Adami, il nostro pop-artist più 'francese', quando scrive e dirige le sue commedie sentimentale (il genere principe del cinema francese) racconta solo cose che conosce molto bene, e un po' le trasfigura. Tutte vagamente autobiografiche, allora, le sue opere: la vita, i drammi e i contrasti domestici, le passioni e gli amori, anche musicali e letterari, i soldi, le avventure creative, le paure, a partire dal trauma dell'esilio parigino (per motivi di famiglia e per sfuggire a eventuali attentati terroristici il padre porta tutti a Torino, e spostarsi da Torino chissà perché è più tragico che altrove), al dissidio con la sorella e alle sue celebri storie d'amore con Mimmo Calopresti e con Louis Garrel. 

In Un chateau en Italie, che esce in questi giorni nelle sale, distribuito da Teodora, dunque è assicurato il marchio Doc, l'allieva (teatrale) di Patrice Chereau, che per la prima volta è stata promossa al grande concorso di Cannes dopo alcune ottime prove precedenti, stimate per la loro eccentricità e originalità, ecco che ci racconta un po' proprio le sue ultime vicissitudini. 

La conoscenza e il rapporto d'amore e la rottura e il ritrovarsi con il più giovane collega, la morte del fratello di aids, la crisi economica della famiglia, costretta a vendere un Brueghel e (ai russi) un bellissimo, antico castello piemontese che il sindaco (Silvio Orlando) avrebbe desiderato regalare alla comunità.


Ma, nel film, lei è Louise e lui Nathan. Lei quarantenne, lui trentenne. Lei che vuole un figlio, lui che vuole un rapporto meno 'adulto'. L'incontro è casuale. Nei campi. Lei perde un rosario e lui glielo riporta (uno simile) a Parigi. La vespetta. Le canzoncine di Buscaglione per non fare proprio la Nanni Moretti donna, il caffé al Café. 

E i personaggi secondari, interpretati da Filippo Timi, il fratello adorato e morente (ormai un Gian Maria Volonté capace di dominare ogni storia e set), Marisa Borini, la mamma 'concreta', Noemie Lvovsky, la fidanzata di Timi, che fanno parte di una partitura fantastica. Il fratello e la crisi di famiglia sono romanzate e quel che conta è più che altro Checov, il “Giardino dei ciliegi”, e la sua 'musica'. Il punto di partenza era attraversare il genere con un tipo di comicità più consistente e meno farsesca rispetto ai blockbuster alla Quasi amici. Preparare una strategia di sopravvivenza, quando la paura di invecchiare e della morte (il fratello) obbligano alle scelte veloci.
Valeria Bruni Tedeschi, attrice e regista
Un figlio potrebbe essere una soluzione. Un film anche, o un detour improvviso. In fondo Louise ha smesso di far cinema. Vuole che la vita entri nella vita. O, direbbe Paolo Virno, 'che i sensi sentano se stessi sentire'. Si potrebbe dire che il film fabbrichi una contemplazione. La contemplazione di una donna allo specchio. 

Una delle prime scene mostra Nathan, che nel film interpreta proprio un attore, alle prese con un classica 'esterno'. Alla guida dell'automobile, sotto la pioggia scrosciante, in un viottolo di campagna, deve impersonare un uomo al volante in grande crisi esistenziale. Il regista dà alcuni suggerimenti, non è convinto del primo ciak. Al secondo Garrel si fida del regista. La ripresa è buona, ma lui manda tutti a quel paese. E' un attore di 'stile Jean Pierre Leaud', non sopporta la falsità del cinema a 'programma'. Come Gene Hackam quando sta per lasciare il set di Il braccio violento della legge perché William Friedkin gli ha consegnato un copione troppo ferreo e inscalfibile per essere quello di un "documentari pilotato" alla Z - l'orgia del potere.

In realtà il metodo recitativo libero imperava anche nella Hollywood classica. Perfino un regista cattivo per eccellenza, come Otto Preminger, lasciava all'attore la massima libertà nell'interpretazione e nel modificaredi una battuta, perché considerava utile all'architettura narrativa complessiva finale le libertà emotive che l'attore poteva introdurre e il regista ottimizzare via via. Per dare sfumature più complesse ai personaggi.

Ecco il metodo Preminger, di costruzione spessa e per accumulazione di sfumature è quello che fa la differenza di questo testo, a volte nevrotico, a volte 'fuori strada', a volte buffonesco, a volte documentaristicamente hard, come quando viene abbattutto un castagno gigantesco (e malato) a volte imprevisto (come quando appare dal nulla Omar Sharif) anche se tutto viene impaginato nella scansione temporale. Le quattro stagioni. A cominciare dall'autunno.Un anno in un solo film. Tò. Come il Sacro Gra. Al di fuori del cerchio magico.

martedì 21 maggio 2013

La contemplazione di Louise. Valeria Bruni Tedeschi in concorso

di Roberto Silvestri
Cannes
Filippo Timi e Louis Garrel
Lo sapevate che per essere sicuri di avere figli in un certo convento di suore, a Napoli, vi potete sedere su una bella poltrona e, se la vostra fede è certa, avrete molte possibilità di essere esaudite, anche se la scienza è molto perplessa? Alla superstizione si può anche non credere, ma perché mai non provare? Ma quando si è proprio drastiche nel laicismo, la seduta, strappata a fatica alle suore diffidenti, si trasforma in una missione impossibile.
L'attrice Valeria Bruni Tedeschi, come Valerio Adami, il nostro pop-artist più 'francese', quando scrive e dirige le sue commedie sentimentale (il genere principe del cinema francese) racconta solo cose che conosce molto bene, e un po' le trasfigura. Tutte vagamente autobiografiche, allora, le sue opere: la vita, i drammi e i contrasti domestici, le passioni e gli amori, anche musicali e letterari, i soldi, le avventure creative, le paure, a partire dal trauma dell'esilio parigino (per motivi di famiglia e per sfuggire a eventuali attentati terroristici il padre porta tutti a Torino, e spostarsi da Torino chissà perché è più tragico che altrove), al dissidio con la sorella e alle sue celebri storie d'amore con Mimmo Calopresti e con Louis Garrel. 
In Un chateau en Italie, l'allieva (teatrale) di Chereau, per la prima volta promossa al grande concorso di Cannes dopo alcune ottime prove precedenti, stimate per la loro eccentricità e originalità, ecco che ci racconta un po' proprio le sue ultime vicissitudini. La conoscenza e il rapporto d'amore e la rottura e il ritrovarsi con il più giovane collega, la morte del fratello di aids, la crisi economica della famiglia, costretta a vendere un Brueghel e (ai russi) un bellissimo, antico castello piemontese che il sindaco (Silvio Orlando) avrebbe desiderato regalare alla comunità.
Ma, nel film, lei è Louise e lui Nathan. Lei quarantenne, lui trentenne. Lei che vuole un figlio, lui che vuole un rapporto meno 'adulto'. L'incontro è casuale. Nei campi. Lei perde un rosario e lui glielo riporta (uno simile) a Parigi. La vespetta. Le canzoncine di Buscaglione per non fare proprio la Nanni Moretti donna, il caffé al Café. E i personaggi interpretati da Filippo Timi, il fratello adorato e morente (ormai un Gian Maria Volonté capace di dominare ogni storia e set), Marisa Borini, la mamma 'concreta', Noemie Lvovsky, la fidanzata di Timi, che fanno parte di una partitura fantastica. Il fratello e la crisi di famiglia sono romanzate e quel che conta è più che altro Checov, il “Giardino dei ciliegi”, e la sua 'musica'. Il punto di partenza era attraversare il genere con un tipo di comicità più consistente e meno farsesca rispetto ai blockbuster alla “Quasi amici”. Preparare una strategia di sopravvivenza, quando la paura di invecchiare e della morte (il fratello) obbligano alle scelte veloci.
Un figlio potrebbe essere una soluzione. Un film anche, o un detour improvviso. In fondo Louise ha smesso di far cinema. Vuole che la vita entri nella vita. O, direbbe Paolo Virno, 'che i sensi sentano se stessi sentire'. Si potrebbe dire che il film fabbrichi una contemplazione. La contemplazione di una donna allo specchio. Una delle prime scene mostra Nathan, che nel film interpreta proprio un attore, alle prese con un classica 'esterno'. Alla guida dell'automobile, sotto la pioggia scrosciante, in un viottolo di campagna, deve impersonare un uomo al volante in grande crisi esistenziale. Il regista dà alcuni suggerimenti, non è convinto del primo ciak. Al secondo Garrel si fida del regista. La ripresa è buona, ma lui manda tutti a quel paese. E' un attore di 'stile Jean Pierre Leaud', non sopporta la falsità del cinema a 'programma'. Come Gene Hackam quando sta per lasciare il set di Il braccio violento della legge perché William Friedkin gli ha consegnato un copione troppo ferreo e inscalfibile per essere quello di un "documentari pilotato" alla Z - l'orgia del potere.
In realtà il metodo recitativo libero imperava anche nella Hollywood classica. Perfino un regista cattivo per eccellenza, come Otto Preminger, lasciava all'attore la massima libertà nell'interpretazione e nel modificaredi una battuta, perché considerava utile all'architettura narrativa complessiva finale le libertà emotive che l'attore poteva introdurre e il regista ottimizzare via via. Per dare sfumature più complesse ai personaggi.
Ecco il metodo Preminger, di costruzione spessa e per accumulazione di sfumature è quello che fa la differenza di questo testo, a volte nevrotico, a volte 'fuori strada', a volte buffonesco, a volte documentaristicamente hard, come quando viene abbattutto un castagno gigantesco (e malato) a volte imprevisto (come quando appare dal nulla Omar Sharif) anche se tutto viene impaginato nella scansione temporale. Le quattro stagioni. A cominciare dall'autunno.