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martedì 3 aprile 2018

“Charley Thompson” e il suo cavallo oltre i cancelli del cielo




Il film, passato in concorso a Venezia, esce nelle sale italiane giovedì 5 aprile

Mariuccia Ciotta

L'obiettivo è puntato sulla geografia emozionale dell'attore Charlie Plummer, protagonista del romanzo di Willy Vlautin, ballata di un quindicenne in viaggio reale e interiore da Portland, Oregon, a Laramie, Wyoming, piccola città celebrata da Anthony Mann con James Stewart in sella, mentre qui Charley non sale mai in groppa al suo amato stallone da corsa Lean on Pete. In concorso alla Mostra di Venezia 2017, il film scambia il nome del cavallo (titolo originale) con quello del protagonista, Charley Thompson, una specie di Huckleberry Finn destinato a perdere uno dopo l'altro gli adulti, buoni e cattivi, che lo circondano. Parlerà di sé - madre volubile e assente, padre viveur - solo a un cavallo da corsa destinato al macello in Messico, e rubato a Steve Buscemi, amabile e cinico allenatore, in tandem con la fantina disillusa interpretata da Chloé Sevigny.
Il regista britannico Andrew Haigh ha distillato sensibilità speciali nello scandagliare sentimenti estremi in Weekend e in 45 anni, e qui sprofonda dentro lo sguardo annuvolato del quindicenne, presenza fantasmatica sullo sfondo dei paesaggi americani. Essere soli. Il vagare di Charley senza soldi, senza benzina (Lean on Pete non ce la fa più), affamato vira da “romanzo di formazione” a dimensione esistenziale. Il diritto di sopravvivere, di prendersi quel che ti spetta, scorre nel viaggio alla ricerca di un approdo. L'orfano e il cavallo persi in una dimensione di abbandono, immersi in un'aura di santità. Invisibili a tutti, tanto che sarà facile impadronirsi del necessario. Una mappa rubata in uno store per trovare la strada giusta per il Wyoming, un giro di lavatrice in una casa vuota, quasi fossimo dentro un'ossessione di Kim Ki Duk, una bottiglia d'acqua, un doppio cheesecake... E se Charley sarà spogliato di ogni cosa, sotto la t-shirt mantiene sempre un'altra chance, il riflesso dei campi verdeggianti e del deserto, un percorso attraverso stagioni e stati fino al touch-dawn (era ottimo cornerback del liceo), alla simbolica Public Library, la biblioteca pubblica di Laramie. Qualcuno l'aspetta.
In Charley Thompson soffia il vento di altre praterie e di un altro cinema, l'epopea di Steinbeck tutta nello sguardo del teenager scolpito nel cielo, la linea dell'orizzonte bassa, lo schermo inondato di luce. Accolto con entusiasmo dalla critica internazionale a Venezia (dove Plummer ha vinto la coppa Mastroianni), il film, distribuito dalla Teodora, è tra le uscite imperdibili di questa primavera.




mercoledì 20 gennaio 2016

Il figlio di Saul



Roberto Silvestri

Il film d’esordio dell’ ungherese Laszlo Nemes, 38 anni,  Son of Saul, Il figlio di Saul, in questi giorni nelle nostre sale distribuito da Teodora, era l'unica “opera prima” del concorso di Cannes numero 68 e ha vinto sorprendentemente il gran premio della giuria. E’ tra i favoriti della notte degli Oscar 2016. Il set e l'argomento del film (diretto dall'allievo prediletto di Bela Tarr) è Auschwitz nell' ottobre del 1944. I russi stanno per arrivare e per liberare i prigionieri ebrei (e anche comunisti, dissidenti, rom e omosessuali) sopravvissuti alle camere a gas, agli stenti e al superlavoro. La “soluzione finale” richiede un surplus di efficienza e velocità burocratica. Il Fuhrer forza la macchina dello sterminio ai ritmi altissimi di cui parlerà Adolf Eichman, con una certa soddisfazione professionale, al processo in Israele (avvenuto troppi anni dopo, grazie a un virtuosistico rapimento in Argentina) prima di essere impiccato. Il nervosismo dlele SS rende attuabile la resistenza interna e si prepara un’insurrezione nel Lager... Alto il quoziente di difficoltà per un cineasta esordiente, anche perché il cinema civile occidentale ma soprattutto dell'est Europa ha scodellato, soprattutto a caldo, nell'immediato dopo guerra, talmente tante opere folgoranti, “per non dimenticare” l'orrore, dai capolavori di Jakubisko e Wajda, Resnais e Munk, Grifi e Marker, Pontecorvo e Lanzmann fino a Benigni e Spielberg, da costringere i cineasti di oggi a un necessario spostamento di sguardo o salto di ingegno per non essere controproducenti, retorici o ripetitivi e per non colpire a vuoto un immaginario che non sopporta il gioco facile con i sentimenti forti e netti. Ed ecco l'originalità dell'operazione di Nemes (coadiuvato alla sceneggiatura da Clara Royer). Intanto lo sguardo su Auschwitz è quello di un prigioniero ebreo, Saul Auslander, ungherese, membro del Sonderkommando, squadra speciale isolata e apparentemente “privilegiata”, perché destinate a essere giustiziate dopo, solo poco prima dei kapò e dei “Murmelstein” (da notare che al Biografilm Festival 2015 è stato presentato il nuovo lavoro di Giovanni Cioni, Del Ritorno sulle memorie di Silvano Lippi, vittima del perfido gioco dei nazi e sbattuto nel Sonderkommando, di Mathausen, questa volta).
Saul (Géza Röhrig) è dunque un prigioniero speciale, ha una grossa croce rossa ben visibile sul retro della giacca, non è scarnificato come gli altri, mangia qualche patata in più, può giare con meno controlli e può far traffici agevolmente, perché deve fare lavori molto faticosi: è obbligato a trasportare i prigionieri nelle camere a gas travestite da docce, e non tutti sono inconsapevoli, a raccattare e dividere vestiti e beni personali (trafugando quel che serve, a volte, per la sopravvivenza spiccia), a pulire dai cadaveri nudi i locali sporchi di sangue e avvelenati, a spalare e gettare al fiume la montagna di cenere dopo ogni cremazione dei corpi… 
Tra “i gasati” dal Ziklon B, un giorno, trova un ragazzo miracolosamente ancora vivo, che crede di riconoscere come suo figlio. Un medico delle SS lo giustizia, soffocandolo con fastidio. Ma Saul riesce a sottrarre il corpo alla cremazione e si impegna a trovare un rabbino, a rischio di morire, pur di dare a quel corpo una sepoltura ebraica dignitosa, sottoterra, con tanto di Kaddish declamato. Come un simbolo di resistenza e di rivolta. Come un sintomo di follia vendicatrice. La rivolta scoppia davvero, ma... Non è tanto importante il racconto degli avvenimenti posteriori (anche il film sembra disinteressarsene). Quanto il lavoro con gli attori e con la cinepresa di Nemes. Un estremo micronaturalismo provoca un effetto astratto, secondo la lezione di Pina Baush o di Peter Stein, perché Nemes utilizza implacabilmente e claustrofobicamente il primo piano e il “primo piano rovesciato” (cioé il protagonista è spesso inseguito in piano sequenza, ad altezza di nuca semovente)  lasciando sfocati gli sfondi più insostenibili. L’effetto è potente, un po’ alla Raffaello Sanzio. Vediamo la violenza nella sua astrazione pura come messa in scena di un dolore concettuale, più inquietante. Notevole. Lo stesso effetto di perdita totale dell'identità provocato dalla situazione di un prigioniero nel lager nazi. Ancora di più sull’orlo della follia, se privilegiato anche solo un po’. Spossessati del corpo e del nome, numeri deambulanti, i prigionieri sono pura resistenza vitale, potrebbero diventare altro, qualunque cosa, trasformarsi perfino in “rabbino” pur di sopravvivere una mezzora di più all’esecuzione, e lo stesso sguardo può opacizzarsi sui morti (sono tutti inquadrati a distanza, obliquamente, fuori fuoco o in flou perché non si devono, non si possono “vedere” più) o metamorfizzare gli spazi e i corpi, come accade al cadavere di quel ragazzo trasfigurato in altro (probabilmente Saul non ha mai avuto un figlio, probabilmente se lo ha avuto non è quello, ma la prospettiva di un David in più, da consacrare, è l'unica che forse permette di ipotizzare una via di fuga dalla shoa, almeno fantasmatica). Questo gioco formale tra naturalismo e sacralità e quello sostanziale tra realtà storica e immaginazione psicotica, molto ben controllato, è quel che fa il film differente e interessante e di Nemes un sicuro talento capace di deformare la nostra segnaletica rassicurante. Nonostante un finale che perde la tensione “teatrale e documentaristica assieme” tenuta fin dall'inizio, sciogliendosi nell’azione liberatoria da film di genere, nella narrazione standard fatta di scenari più prevedibili e meno ossessivi: il piano segreto, lo scontro nel lager, la fuga nei boschi dei prigionieri, l’inseguimento coi cani drogati e la capanna dove più che altro è la macchina da presa a riposarsi per un attimo. Di cui. Prima del finale indecente e atroce che conosciamo. 

sabato 16 maggio 2015

Il figlio di Saul. Opera prima insostenibilmente bella




di Roberto Silvestri
CANNES


Laszlo Nemes, sul set di "Son of Saul"

Film d’esordio dell’ ungherese Laszlo Nemes, 38 anni,  Son of Saul, Il figlio di Saul, unica “opera prima” del concorso numero 68. Il set e l'argomento del film (diretto dall'allievo prediletto di Bela Tarr) è Auschwitz, nell' ottobre del 1944. I russi stanno per arrivare e per liberare i prigionieri ebrei (e anche comunisti, dissidenti, rom e omosessuali) sopravvissuti alle camere a gas, agli stenti e al superlavoro. La “soluzione finale” richiede un surplus di efficienza e velocità burocratica. Il Fuhrer forza la macchina dello sterminio ai ritmi altissimi di cui parlerà Adolf Eichman, con una certa soddisfazione professionale, al processo in Israele, avvenuto troppi anni dopo, che lo condannerà a morte. Intanto anche la resistenza interna si avvicina e si prepara una rivolta nel Lager... Alto il quoziente di difficoltà per un cineasta esordiente, anche perché il cinema civile occidentale ma soprattutto dell'est Europa ha scodellato, soprattutto a caldo, nell'immediato dopo guerra, talmente tante opere folgoranti, “per non dimenticare” l'orrore, dai capolavori di Jakubisko e Wajda, Resnais e Munk, Grifi e Marker, Pontecorvo e Lanzmann fino a Benigni e Spielberg, da costringere i cineasti di oggi a un necessario spostamento di sguardo o salto di ingegno per non essere controproducenti, retorici o ripetitivi e per non colpire a vuoto un immaginario che non sopporta il gioco facile con i sentimenti. Ed ecco l'originalità dell'operazione di Nemes (coadiuvato alla sceneggiatura da Clara Royer). Intanto lo sguardo su Auschwitz è quello di un prigioniero ebreo, Saul Auslander, ungherese, membro del Sonderkommando, squadra speciale isolate e apparentemente “privilegiata”, perché destinate a essere giustiziate dopo, solo poco prima dei kapò e dei “Murmelstein” (da notare che al Biografilm Festival è stato presentato il nuovo lavoro di Giovanni Cioni, Del Ritorno sulle memorie di Silvano Lippi, vittima del perfido gioco dei nazi e sbattuto nel Sonderkommando, di Mathausen, questa volta).
Saul è dunque un prigioniero speciale, ha una grossa croce rossa ben visibile sul retro della giacca, e non è scarnificato come gli altri, mangia qualcjhe patata in più, e può trafficare agevolmente, perché deve fare lavori molto faticosi: è obbligato a trasportare i prigionieri nelle camere a gas travestite da docce, e non tutti sono inconsapevoli, a raccattare e dividere vestiti e beni personali (trafugando quel che serve, a volte, per la sopravvivenza spiccia), a pulire dai cadaveri nudi i locali avvelenati, a spalare e gettare al fiume la montagna di cenere dopo ogni cremazione dei corpi… 

Tra “i gasati”cdal Ziklon B, un giorno, trova un ragazzo miracolosamente ancora vivo, che crede di riconoscere come suo figlio. Un medico delle SS lo giustizia, soffocandolo con fastidio. Ma Saul riesce a sottrarre il corpo alla cremazione e si impegna a trovare un rabbino, a rischio di morire, pur di dare a quel corpo sepoltura ebraica, sottoterra, con tanto di Kaddish. Come un simbolo di resistenza e di rivolta. Come un sintomo di follia vendicatrice. La rivolta scoppia davvero, ma... Non è tanto importante il racconto degli avvenimenti posteriori (anche il film sembra disinteressarsene). Quanto il lavoro con gli attori e con la cinepresa di Nemes. Un estremo micronaturalismo provoca - secondo la lezione di Pina Baush o di Peter Stein, e utilizzando implacabilmente e claustrofobicamente il primo piano e il “primo piano rovesciato” (cioé il protagonista è spesso inseguito in piano sequenza ad altezza di nuca semovente) - un effetto astratto. Da Raffaello Sanzio. Vediamo la violenza nella sua astrazione pura e non una messa in scena. Notevole. 
Lo stesso effetto di perdita totale dell'identità provocato dalla situazione di un prigioniero nel lager nazi. Spossessati del corpo e del nome, numeri deambulanti, i prigionieri possono diventare qualunque cosa, trasformarsi anche in “rabbino”, per esempio, pur di sopravvivere una mezzora di più, e lo stesso sguardo può opacizzarsi sui morti (sono tutti inquadrati a distanza, fuori fuoco o in flou perché non si “vedono” più) o metamorfizzare gli spazi e i corpi, come accade al ragazzo trasfigurato in altro (probabilmente Saul non ha mai avuto un figlio, ma la prospettiva di un altro David possibile è l'unica che permette di accettare un altro, più immane, sterminio). Questo gioco tra naturalismo e sacralità è quel che fa il film molto interessante e di Nemes un sicuro talento. Nonostante un finale che perde la tensione “teatrale e documentaristica assieme” dell'inizio rifugiandosi nel narrare standard dello scontro, della fuga e dell'inseguimento. Di cui conosciamo già l'esito atroce.

lunedì 4 novembre 2013

La castellana svitata. Valeria Bruni Tedeschi si perde nel bosco delle fiabe

di Roberto Silvestri

Filippo Timi e Louis Garrel
Lo sapevate che per essere sicuri di avere figli in un certo convento di suore, a Napoli, vi potete sedere su una bella poltrona e, se la vostra fede è certa, avrete molte possibilità di essere esaudite, anche se la scienza è molto perplessa? Alla superstizione si può anche non credere, ma perché mai non provare? Ma quando si è proprio drastiche nel laicismo, la seduta, strappata a fatica alle suore diffidenti, si trasforma in una missione impossibile.

L'attrice Valeria Bruni Tedeschi, come Valerio Adami, il nostro pop-artist più 'francese', quando scrive e dirige le sue commedie sentimentale (il genere principe del cinema francese) racconta solo cose che conosce molto bene, e un po' le trasfigura. Tutte vagamente autobiografiche, allora, le sue opere: la vita, i drammi e i contrasti domestici, le passioni e gli amori, anche musicali e letterari, i soldi, le avventure creative, le paure, a partire dal trauma dell'esilio parigino (per motivi di famiglia e per sfuggire a eventuali attentati terroristici il padre porta tutti a Torino, e spostarsi da Torino chissà perché è più tragico che altrove), al dissidio con la sorella e alle sue celebri storie d'amore con Mimmo Calopresti e con Louis Garrel. 

In Un chateau en Italie, che esce in questi giorni nelle sale, distribuito da Teodora, dunque è assicurato il marchio Doc, l'allieva (teatrale) di Patrice Chereau, che per la prima volta è stata promossa al grande concorso di Cannes dopo alcune ottime prove precedenti, stimate per la loro eccentricità e originalità, ecco che ci racconta un po' proprio le sue ultime vicissitudini. 

La conoscenza e il rapporto d'amore e la rottura e il ritrovarsi con il più giovane collega, la morte del fratello di aids, la crisi economica della famiglia, costretta a vendere un Brueghel e (ai russi) un bellissimo, antico castello piemontese che il sindaco (Silvio Orlando) avrebbe desiderato regalare alla comunità.


Ma, nel film, lei è Louise e lui Nathan. Lei quarantenne, lui trentenne. Lei che vuole un figlio, lui che vuole un rapporto meno 'adulto'. L'incontro è casuale. Nei campi. Lei perde un rosario e lui glielo riporta (uno simile) a Parigi. La vespetta. Le canzoncine di Buscaglione per non fare proprio la Nanni Moretti donna, il caffé al Café. 

E i personaggi secondari, interpretati da Filippo Timi, il fratello adorato e morente (ormai un Gian Maria Volonté capace di dominare ogni storia e set), Marisa Borini, la mamma 'concreta', Noemie Lvovsky, la fidanzata di Timi, che fanno parte di una partitura fantastica. Il fratello e la crisi di famiglia sono romanzate e quel che conta è più che altro Checov, il “Giardino dei ciliegi”, e la sua 'musica'. Il punto di partenza era attraversare il genere con un tipo di comicità più consistente e meno farsesca rispetto ai blockbuster alla Quasi amici. Preparare una strategia di sopravvivenza, quando la paura di invecchiare e della morte (il fratello) obbligano alle scelte veloci.
Valeria Bruni Tedeschi, attrice e regista
Un figlio potrebbe essere una soluzione. Un film anche, o un detour improvviso. In fondo Louise ha smesso di far cinema. Vuole che la vita entri nella vita. O, direbbe Paolo Virno, 'che i sensi sentano se stessi sentire'. Si potrebbe dire che il film fabbrichi una contemplazione. La contemplazione di una donna allo specchio. 

Una delle prime scene mostra Nathan, che nel film interpreta proprio un attore, alle prese con un classica 'esterno'. Alla guida dell'automobile, sotto la pioggia scrosciante, in un viottolo di campagna, deve impersonare un uomo al volante in grande crisi esistenziale. Il regista dà alcuni suggerimenti, non è convinto del primo ciak. Al secondo Garrel si fida del regista. La ripresa è buona, ma lui manda tutti a quel paese. E' un attore di 'stile Jean Pierre Leaud', non sopporta la falsità del cinema a 'programma'. Come Gene Hackam quando sta per lasciare il set di Il braccio violento della legge perché William Friedkin gli ha consegnato un copione troppo ferreo e inscalfibile per essere quello di un "documentari pilotato" alla Z - l'orgia del potere.

In realtà il metodo recitativo libero imperava anche nella Hollywood classica. Perfino un regista cattivo per eccellenza, come Otto Preminger, lasciava all'attore la massima libertà nell'interpretazione e nel modificaredi una battuta, perché considerava utile all'architettura narrativa complessiva finale le libertà emotive che l'attore poteva introdurre e il regista ottimizzare via via. Per dare sfumature più complesse ai personaggi.

Ecco il metodo Preminger, di costruzione spessa e per accumulazione di sfumature è quello che fa la differenza di questo testo, a volte nevrotico, a volte 'fuori strada', a volte buffonesco, a volte documentaristicamente hard, come quando viene abbattutto un castagno gigantesco (e malato) a volte imprevisto (come quando appare dal nulla Omar Sharif) anche se tutto viene impaginato nella scansione temporale. Le quattro stagioni. A cominciare dall'autunno.Un anno in un solo film. Tò. Come il Sacro Gra. Al di fuori del cerchio magico.

martedì 21 maggio 2013

La contemplazione di Louise. Valeria Bruni Tedeschi in concorso

di Roberto Silvestri
Cannes
Filippo Timi e Louis Garrel
Lo sapevate che per essere sicuri di avere figli in un certo convento di suore, a Napoli, vi potete sedere su una bella poltrona e, se la vostra fede è certa, avrete molte possibilità di essere esaudite, anche se la scienza è molto perplessa? Alla superstizione si può anche non credere, ma perché mai non provare? Ma quando si è proprio drastiche nel laicismo, la seduta, strappata a fatica alle suore diffidenti, si trasforma in una missione impossibile.
L'attrice Valeria Bruni Tedeschi, come Valerio Adami, il nostro pop-artist più 'francese', quando scrive e dirige le sue commedie sentimentale (il genere principe del cinema francese) racconta solo cose che conosce molto bene, e un po' le trasfigura. Tutte vagamente autobiografiche, allora, le sue opere: la vita, i drammi e i contrasti domestici, le passioni e gli amori, anche musicali e letterari, i soldi, le avventure creative, le paure, a partire dal trauma dell'esilio parigino (per motivi di famiglia e per sfuggire a eventuali attentati terroristici il padre porta tutti a Torino, e spostarsi da Torino chissà perché è più tragico che altrove), al dissidio con la sorella e alle sue celebri storie d'amore con Mimmo Calopresti e con Louis Garrel. 
In Un chateau en Italie, l'allieva (teatrale) di Chereau, per la prima volta promossa al grande concorso di Cannes dopo alcune ottime prove precedenti, stimate per la loro eccentricità e originalità, ecco che ci racconta un po' proprio le sue ultime vicissitudini. La conoscenza e il rapporto d'amore e la rottura e il ritrovarsi con il più giovane collega, la morte del fratello di aids, la crisi economica della famiglia, costretta a vendere un Brueghel e (ai russi) un bellissimo, antico castello piemontese che il sindaco (Silvio Orlando) avrebbe desiderato regalare alla comunità.
Ma, nel film, lei è Louise e lui Nathan. Lei quarantenne, lui trentenne. Lei che vuole un figlio, lui che vuole un rapporto meno 'adulto'. L'incontro è casuale. Nei campi. Lei perde un rosario e lui glielo riporta (uno simile) a Parigi. La vespetta. Le canzoncine di Buscaglione per non fare proprio la Nanni Moretti donna, il caffé al Café. E i personaggi interpretati da Filippo Timi, il fratello adorato e morente (ormai un Gian Maria Volonté capace di dominare ogni storia e set), Marisa Borini, la mamma 'concreta', Noemie Lvovsky, la fidanzata di Timi, che fanno parte di una partitura fantastica. Il fratello e la crisi di famiglia sono romanzate e quel che conta è più che altro Checov, il “Giardino dei ciliegi”, e la sua 'musica'. Il punto di partenza era attraversare il genere con un tipo di comicità più consistente e meno farsesca rispetto ai blockbuster alla “Quasi amici”. Preparare una strategia di sopravvivenza, quando la paura di invecchiare e della morte (il fratello) obbligano alle scelte veloci.
Un figlio potrebbe essere una soluzione. Un film anche, o un detour improvviso. In fondo Louise ha smesso di far cinema. Vuole che la vita entri nella vita. O, direbbe Paolo Virno, 'che i sensi sentano se stessi sentire'. Si potrebbe dire che il film fabbrichi una contemplazione. La contemplazione di una donna allo specchio. Una delle prime scene mostra Nathan, che nel film interpreta proprio un attore, alle prese con un classica 'esterno'. Alla guida dell'automobile, sotto la pioggia scrosciante, in un viottolo di campagna, deve impersonare un uomo al volante in grande crisi esistenziale. Il regista dà alcuni suggerimenti, non è convinto del primo ciak. Al secondo Garrel si fida del regista. La ripresa è buona, ma lui manda tutti a quel paese. E' un attore di 'stile Jean Pierre Leaud', non sopporta la falsità del cinema a 'programma'. Come Gene Hackam quando sta per lasciare il set di Il braccio violento della legge perché William Friedkin gli ha consegnato un copione troppo ferreo e inscalfibile per essere quello di un "documentari pilotato" alla Z - l'orgia del potere.
In realtà il metodo recitativo libero imperava anche nella Hollywood classica. Perfino un regista cattivo per eccellenza, come Otto Preminger, lasciava all'attore la massima libertà nell'interpretazione e nel modificaredi una battuta, perché considerava utile all'architettura narrativa complessiva finale le libertà emotive che l'attore poteva introdurre e il regista ottimizzare via via. Per dare sfumature più complesse ai personaggi.
Ecco il metodo Preminger, di costruzione spessa e per accumulazione di sfumature è quello che fa la differenza di questo testo, a volte nevrotico, a volte 'fuori strada', a volte buffonesco, a volte documentaristicamente hard, come quando viene abbattutto un castagno gigantesco (e malato) a volte imprevisto (come quando appare dal nulla Omar Sharif) anche se tutto viene impaginato nella scansione temporale. Le quattro stagioni. A cominciare dall'autunno.