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venerdì 23 settembre 2016

"La vita possibile", e anche il cinema, italiano



Mariuccia Ciotta

Ai confini geografici ed emozionali, La vita possibile di Ivano De Matteo ha quel profumo assente in molto cinema italiano, qualcosa che mette in circolo pensieri e immagini transnazionali, senza frufru gergali, tutto nella storia di Anna (Margherita Buy) colpita al cuore, non metaforico, di un marito visto solo di spalle, anonima presenza da cronaca nera.
A Torino con vista sulla Francia (produzione italo-francese, distribuzione Teodora) il regista di Gli equilibristi e I nostri ragazzi (invitato alle Giornate degli autori di Venezia 2014) tesse una trama sospesa nel tempo di un tredicenne, Valerio (Andrea Pittorino), perduto sotto i portici della città fredda - i due fuggitivi vengono da Roma – in cerca di un rifugio per un alieno, un ragazzo invisibile che neppure la squadretta di quartiere invita a giocare. Valerio, bello e biondo, se ne va in bicicletta come Le gamin au vélo dei fratelli Dardenne in cerca di un padre che potrebbe assomigliare al ristoratore francese Matthieu (Bruno Tedeschi) un tipo fascinoso e dal passato oscuro, ex campione di calcio nel Toro.
A consolarlo della perdita c'è poi Valeria Golino, Carla, attrice di teatro, sprizzante gioia di vivere, battute allegre e perforanti, permissiva con il tredicenne quanto la madre è angosciata a ogni suo ritardo. Carla ha accolto l'amica nella casetta torinese dove non c'è la televisione (“scusate, ma la odio”), si sa, è un'artista... così non si possono vedere le partite. Allora Valerio scende al bar del francese barbuto per il derby e mangia trash-food, beve CoCola e un po' si confida.

Il suo vagare per le strade di Torino, lungo il parco del Valentino segna il ripetersi dell'allucinazione, la scena di uno shock, suo padre è un mostro e sua madre una vittima colpevole che gli nasconde la lettera di pentimento del genitore recidivo.
Margherita Buy è una nebulosa nel “pieno” del razionale, presenza angelica e confusa di fronte ai sentimenti distorti degli umani, i suoi occhioni celesti attireranno sempre molestatori violenti. Per vivere, andrà a lucidare le vetrate postindustriali di uffici enormi e sontuosi, Cenerentola notturna che, finito il lavoro all'alba, porterà un croissant caldo al figlio prima della scuola, come la protagonista di Anche per te di Lucio Battisti, “per te che è ancora notte e già prepari il tuo caffè... per te che metti i soldi accanto a lui che dorme e aggiungi un po' d'amore a chi non sa che farne”. Valerio non sa che farne né della madre né del suo dolce preferito, è pieno di rabbia, odia la calma apparente di quei giorni torinesi. I neuroni-specchio si attivano e riflettono il lutto inconsolabile del ragazzino sulla bicicletta che De Matteo guida verso un nulla carico di misteri, dentro la città magica. Ma, succede nelle favole, Valerio incontra la faccia affusolata e ringhiosa di Caterina Shulha (magnifica), la piccola bielorussa che si prostituisce nelle ombre del parco. Ogni volta che la ragazza bruscamente lo caccia - non è posto quello per un bambino -Valerio si consola. Si sente uguale a lei, con un buco dentro. E finiranno per innamorarsi, per andare al Luna park e a fare shopping, una maglia della Juventus per il figlio lontano di Caterina, una del Toro per Valerio. Passeggiate quasi parigine nei boulevard degli anni sessanta. L'uscita dai canoni sentimentali, lo scandalo di una relazione inconcepibile, il rovesciamento dell'aberrazione pedofila. Il tredicenne e la signora.

La vita possibile è un film raro per l'Italia della commedia e dello stereotipo, un “miracolo possibile” che alla fine convince anche i supponenti monelli torinesi, finalmente pronti a chiamarlo in squadra. E sgela perfino i principi dell'attrice off-off, comprerà la tv.

L'imprevisto motore del cambiamento, fuori campo, fuori famiglia, nello sguardo della sconosciuta dove si intravvedono prospettive altre.

sabato 16 maggio 2015

"Mia madre" è la macchina cinema


Mariuccia Ciotta

Cannes

Nanni Moretti sdoppiato, sognante, pentito, diverso. Mia madre radiografato attraverso la metamorfosi del regista-attore, arrivato, si dice, alla maturità, non più narciso e irriducibile giocoliere di parole, intollerante, estremo. Ora dolente e riflessivo sull'esistenza intorno al lutto, memoria di sua madre, professoressa amatissima di latino, che per non farsi capire dai figli parlava in greco antico con il marito.

Ma Nanni non è cambiato ed è ancora il beniamino di Cannes, primo (non in senso cronologico) tra gli italiani selezionati in gara, e accolto qui da una standing ovation.
Oltre l'atmosfera onirica felliniana, Giovanni, l'alter ego, continua a mettere sul e a fuoco la stessa questione, la scollatura tra il reale e l'essenza delle cose, lo spettacolo e la forma in grado di percepire l'invisibile. Così quando nella sequenza tra le più emozionanti Margherita Buy percorre l'infinita fila fuori dal Capranichetta, e gli spettatori fantasmi si apprestano a entrare in una sala fantasma, che non c'è più, e vanno a vedere un film che non c'è ancora, si dichiara fulminante l'”inadeguatezza”, ma non del personaggio della regista e non di Moretti nella parte del fratello. Ma quella del cinema, che Nanni come sempre perseguita in un corpo a corpo ossessivo per carpirne anche un solo attimo di vertigine. 
Nanni Moretti e Margherita Buy
 
Il quadro sottratto al virtuosismo, geometrie da nouvelle vague in nero (Cannes adorante lo ha voluto ancora in concorso, dopo la Palma d'oro) sostiene la famosa distanza tra l'attore e il personaggio, indicazione ricorrente della regista (ma nessuno la capisce), quello di stare un po' più in là del vero, lasciare una frattura, lo spazio tra la vita e il suo riflesso, che è anche il tempo che passa tra i giorni della madre e l'aldilà, e l'afasia di Margherita confusa tra il giorno e la notte, tra Noi siamo qui, il suo film sulla rivolta operaia, e il non esserci.
Quel film che appare così grossolano, con John Turturro, il divo americano nelle vesti del padrone della fabbrica, istrionico e fuori parte, è un omaggio commuovente al Moretti furioso nelle piazze, preveggente di come sarebbe finita la “Cosa”, inadeguato, come tutti, a trasmettere l'amore per quel che ci piace e ci muove. Anche la politica non trova le parole, “ma come parli?” urlava in Palombella rossa alla giornalista di moda. E tanto per non arrendersi, Nanni ha ripreso l'oggetto politico inanimato e sta lavorando a un documentario sul Pci, e la sua fine, parte seconda, dove finalmente scoprirà chi si è perso il '68 (non certo Rossana Rossanda, intervistata).
Non sta all'arte servire la politica, ma alla politica imparare i gesti dell'arte” risponde Jacques Rancière ai Cahiers du Cinema. E Moretti scava nel passato della madre (Giulia Lazzarini, grande attrice di teatro), scorre i suoi libri di latino, quelli che insegnano “l'analisi logica” e il dativo possessivo, e si prepara a vedere il domani, a imparare i “gesti dell'arte”. Vede in anticipo il pontefice perdersi nella folla di Habemus papa, anche lui non trova la “sensibilità” giusta per spiegare il mondo, e replica la scena nel deambulare sognante della mamma, vestiva in camicia da notte, anche lei fuggiasca dalle trappole del senso comune. La liturgia ospedaliera e le attenzioni di medici, infermiere e figli, Giovanni e Margherita - tutti e due sono Nanni - che non sanno dirle la morte, restituiscono a ognuno le stesse identiche sensazioni di tragica impotenza intorno a chi se ne va.
Nanni Moretti

Ecco perché i personaggi di Mia madre snocciolano dialoghi così “piatti”, è l'inciampo del pensiero, che poi lievita nel silenzio, in quei momenti distratti, dove la strada non si vede più, come succede a Turturro accecato dal vetro dell'auto zeppo di cineprese e microfoni. E' in questa apparenza di ripiegamento intimista che Moretti combatte, ancora, per infrangere l'immutabile. Si può gridare come in Ecce Bombo, e si può materializzare l'allucinazione, il fuori da sé, negli occhioni a raggi x di Margherita Buy, l'ibrido morettiano, la persona incerta, che guarda nel buio e vede. 
 

mercoledì 16 luglio 2014

Maria Sole Tognazzi in America. Esce anche a Portland e a Buffalo Viaggio sola, ovvero A Five Stars Life, una vita a 5 stelle

Maria Sole Tognazzi



di Roberto Silvestri


 

Margherita Buy, premio David di Donatello 2013 come migliore attrice italiana protagonista grazie a Viaggio sola di Maria Sole Tognazzi, apparve improvvisamente, vera folgorazione, sul grande schermo (alla Mostra di Venezia di qualche lustro fa) nel dramma La seconda notte, giovanissima presenza beckettiana in cerca impossibile di un equilibrio fisico e psichico (non formale, ma sostanziale), che, nel film dello scopritore, il regista Nino Bizzarri, diventava l'oggetto d'affezione di una persona che, proprio come lei, era un'effimero cliente d'albergo.
Ci disse a gesti e sguardi opachi, in quel film, con l'esperienza vispa di una acerba donna poco più che adolescente, che il mondo stava cambiando (in peggio) e che bisognava attrezzarsi alla difesa, chiudersi un po' a riccio, teorizzare timori e tremori perenni, modificando la fluidità spontanea dei nostri corpi, mettendoli di sbieco, in perenne stato d'allarme e di sospetto (sintomatica in La seconda notte, una sua scena davanti allo specchio, versione tragica di una sequenza dadà di Max Linder) e al di qua e al di là dell'identità di specie e genere che il femminismo aveva appena, e irreversibilmente, riaffermato, con la forza.
 
Fabrizia Sacchi e Giammarco Tognazzi in Viaggio sola
E consigliandoci perfino, uscendo dallo schermo già come giovane diva, comportamenti impropri e adocchiamenti volgari: non fu poi lei, assieme al suo compagno di allora, Sergio Rubini, a omaggiare, unica coppia conformista, il presidente Cossiga quando tutto il cinema italiano lo aveva giustamente criticato e isolato? Cos'era quella imbizzarrita 'mossa del cavallo'? Introversione radiante? Distrazione egemone? Polemica anticipata contro il manierismo dell'anti politica? Una cosa così. Una coetanea, Valeria Golino, non a caso stava già preparando le valigie per la California...


Margherita Buy la raggiunge oggi, qualche anno dopo l'epoca di Pee Wee, perché sta arrivato in America, in 19 sale, e non solo a New York (The Paris) e Los Angeles (al Royal), ma nei cinema commerciali intelligenti di ben 11 stati, da Washington a Buffalo, da Miami a Santa Barbara, da Detroit a Minneapolis, da Portland a Pasadena, proprio Viaggio sola, uno dei pochi film italiani acquistati da distributori Usa quest'anno. Il film uscira' dal 18 luglio 2014 e si intitola in inglese A Five Star Life, Una vita a 5 stelle. 
 
La programmazione di questo film negli Stati Uniti conferma l'attenzione critica e di pubblico ccrescente per il nostro cinema del XXI secolo, e soprattutto per le giovani registe italiane. Roberta Torre è stata invitata al Sundance recentemente. Miele, di Valeria Golino, è stato presentato dalla Cineteca America all'Egyptian Theater di Los Angeles in occasione di un omaggio, nel novembre del 2013, al cinema italiano, affiancato a La Dolce Vita di Fellini e a A Five Stars Life. Ad Alice Rorhwacher e al suo Le Meraviglie, le migliori riviste specializzate stanno dedicando acuti affondi critici, dopo il trionfo di Cannes (a cominciare a Cineaste). Asia Argento qui è quasi una di casa. Quel che affascina i nostri colleghi e il pubblico d'oltre oceano è che le nostre filmakers, idee originali a parte, riescono a maneggiare, e speziare meglio, la sostanza visuale delle loro opere. In fondo anche Sorrentino ha colpito molto di più gli angloamericani dei francesi e degli stessi italiani per la stessa ragione. Conoscono di più, e apprezzano in modo più sofisticato degli europei il lavoro sull'immagine in movimento, la sua sostanza fotografica, spaziale, luministica. Illuminante, in questo, la grande fotografa (anche del cinema) Elisabetta Catalano, quando mi spiegava che secondo lei La grande Bellezza ha restituito, e a colori, non tanto il fellinismo come tocco d'autore inimitabile, quanto le più belle scene girate in bianco e nero dai grandi cineasti italiani degli anni 50-60, realisti, grotteschi, ascetici o lisergici contemporaneamente, da Rosi a Lattuada, da Antonioni a Maselli, da Ferreri a Pasolini, da Olmi a Fellini. E' questo ha fatto impazzire l'Academy e la Foreign Press, ma californiana, dei Golden Globes, molto più colta dell'Europa sulla sostanza visiva (e non letteraria) di una immagine. Non si spiegherebbe altrimenti neanche l'entusiasmo americano per Visconti ristudiato da Io sono l'amore di Luca Guadagnino o per Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, dove si ricomincia da Anghelopoulos, due film che in Italia sono passati quasi inosservati o mal criticati. 

Viaggio sola, il nuovo film di questa nostra antidiva è andato molto bene anche commercialmente in Italia. Margherita Buy è Irene e duetta (anche nelle suite) con Andrea, che nella trama è un ex diventato amico del cuore, ed è una vecchia conoscenza, Stefano Accorsi, qui maniaco del biodinamico e distributore di cibi di qualità (tanto per ironizzare su Ozpetek?). Questo film è, stranamente, proprio un film sui grand hotel, quei sontuosi templi delle jacuzzi, del Martini cocktail agitato e non shakerato, della sauna, della piscina panoramica e dell'intimità negata, come scoprirà diventando l'amica casuale di una antropologa tedesca dall' eccitazione sessuale" imperante.

controllo delle lenzuola...
C'è un altro 'movimento 5 stelle' che appartiene a happy few, e non a uno solo. Di questo si occupa questo raffinato film, per il 17% di produzione Rai (che, non avendo il naso per gli affari, finanziano solo opere di qualità, ma per non insuperbirsi troppo, le finanziano con un nonnulla), dai cento piaceri (il soggiorno è da nababbi) e dolori (il conto alla fine, da emiri arabi) anche obliqui. I vestiti di Irene sono di Armani. Quasi quasi si ascolta un concerto di musica dodecafonica. E Alban Berg non abita a Cinecittà (in realtà non si sente, ma il montaggio 'atonale' di Walter Fasano ne dà un'idea). Si ammira come Irene tratta le nipotine, insegnandogli l'educazione, fatica da Ercole. E si gode dell'incontro/scontro, in automobile. Zeppo di perfidie sorellesche, tra Irene-Margherita Buy, la distratta intellettuale, e Silvia-Fabrizia Sacchi, che qui della distratta dà una versione popolare di charme pop: una mamma che si dimenticata tutto, e, sempre, le chiavi di casa e della macchina, ma che prosciugata dalle figlie, si è dimenticata anche del proprio corpo, dei vestiti sexy e delle scarpe coi tacchi di 15cm, abbandonando il marito musicista (il fratello della regista, Gianmarco Tognazzi) al bromuro digitale eterno di Internet. Niente sesso nei film, per il 17% di produzione Rai. Ma un bel po' di 'stronza!', tra donne, si può dire.
 
Margherita Buy è comunque quasi sempre via da Roma, e visita uno dopo l'altro, aeroporto-taxy-hotel, i migliori '5 stelle' della terra, ne valuta pulizia, arte, cucina, campo da golf, perfezione di gestione, timing e qualità dei servizi, attenzione o disattenzione esagerata verso i clienti, per decretare, tramite complicati algoritmi, formulari, quiz e osservazioni dirette, il mantenimento o la perdita del marchio di superqualità. E' il suo lavoro. E' una sorta di vestale della guida Michelin. Questi 'non luoghi' spersonalizzanti, odiosamente o sciccosamente di classe, sbriciolano la sua vita e la cosa le garba. Gli sceneggiatori avrebbero potuto divertirsi un po' di più... Libertà assoluta, nessun legame che la paralizzi o la condizioni. Qualche flirt fugace, che a volte funziona (si presume) e a volte no (come si vede a Marrakesh). Margherita Buy è una non casalinga inquieta. Algidi i suoi spazi domestici romani, e forse proprio per questo fu impossibile la relazione con Accorsi, che nei sottintesi è in cerca di coppia stabile e di figli (li avrà). L'uomo non è più come una volta.
Il film, dunque, e neppure obliquamente, è un omaggio proprio a questa attrice il cui corpo domina, a stento - ma più di un comico alla Jerry Lewis o alla Jacques Tati - l'illogicità dei consumi, la fatica del recettore diventato produttore (Magherita Buy compila, per lo spettatore, un promemoria: che anche nei cinema si valuti il film attentamente...nei dettagli), delle relazioni interprersonali e delle emozioni private dei tempi postmoderni, ed è indocile a ogni copione che non voglia partire dai suoi movimenti e comportamenti slabbrati, eccentrici, posterotici e sempre dalla parte del contorto. Perché semplici, naturali, razionali. Cose che fanno paura.
 
Maria Sole Yognazzi
Buy ne attraversa una decina, di super hotel, da Parigi a Fasano di Brindisi, dalla Toscana alla Sicilia, da Berlino a Shanghai...Ricorda un po' Billy Wilder, inebriato dal Ritz e da Audrie Hepburn nella ville Lumiere e fino ad Avanti! e a Buddy and Buddy... storie satiriche che privilegiavano sempre il super lusso e raccontavano, con arguzia al vetriolo, quel che Wilder ormai conosceva meglio, visto che vi passava gran parte dei suoi ultimi anni, tra festival e giurie, inviti a retrospettive o omaggi in tutto il mondo. Passano tutti negli hotel, c'è la folla concentrata, i vincitori e i vinti, i just in time e i fuori tempo. Bel mareriale per un regista.
Maria Sole Tognazzi, che mette in scena senza farsi prendere dal vizietto dello stile da esibire, ed è cosceneggiatrice con l'esperta Francesca Marciano e Ivan Cotroneo, è molto più giovane di Wilder. La sua conoscenza dei 5 stelle e dei resort, che sono un po' l'esperanto spaziale di ricchi e manager con yacht superiore a 17 metri, star e vip, sembra più intima, intensa e altrimenti autobiografica. Si vede che li conosce alla perfezione, quei luoghi 'secrettati', e non solo per essere la figlia di Ugo. Ne calibra intimamente difetti e grandezze. Questo dà al film una sostanza conoscitiva speciale e intima.

Su come sono glamour, su come sono inaccessibili. Su come sono anche freddi, anonimi, senza vita, asettici questi spazi damascati, fioriti e diversamente profumati. Mi piace, infine, che questo sia un film improprio, avulso, paria, né commedia italiana né dramma sentimentale. Un film che imbarazza il critico perché fa critica (del cinema limitrofo esistente di sistema o antisistemico, notare quel finale con svolta 'quasi alla Diritti', e non poco parodistico) senza compromessi e ammanicamenti; poi perché è un film didattico, in senso rosselliniano: ma invece di parlarti dell'età del ferro o di spiegarci Socrate, ti da una serie di dritte su come comportarsi con il barman dell'Excelsior, utilizzando un espediente alla ministro Urbani (il “product placement”: come utilizzare gli sponsor dentro il film senza farsene possibilmente accorgere) per esibirne virtù e limiti, orrori e piaceri. Ormai, dopo averlo visto, gli italiani di tutte le classi sociali finalmente entreranno nelle hall degli alberghi e metteranno in soggezione chiunque, non solo i bellboy.



giovedì 20 giugno 2013

"Viaggio sola" di Maria Sole Tognazzi. Margherita Buy, la non casalinga inquieta

Roberto Silvestri

Margherita Buy, premio David di Donatello 2013 come migliore attrice protagonista, apparve improvvisamente sul grande schermo (alla Mostra di Venezia di qualche lustro fa), in La seconda notte, giovanissima presenza beckettiana in cerca impossibile di un equilibrio fisico e psichico (non formale, ma sostanziale), che, nel film di Nino Bizzarri, diventava l'oggetto d'affezione di una persona che, come lei, era un'effimero cliente d'albergo.

Ci disse a gesti e sguardi opachi, in quel film, con l'esperienza vispa di una acerba donna poco più che adolescente,  che il mondo stava cambiando (in peggio) e che bisognava attrezzarsi alla difesa, modificando la fluidità spontanea dei nostri corpi, mettendoli di sbieco, in perenne stato d'allarme e di sospetto (sintomatica una scena davanti allo specchio, versione tragica di una sequenza dadà di Max Linder) e al di qua e al di là dell'identità di specie e genere che il femminismo aveva appena, e irreversibilmente, riaffermato, con la forza. E consigliandoci perfino, uscendo dallo schermo come giovane diva,  comportamenti impropri e adocchiamenti volgari: non fu poi lei, assieme al suo compagno di allora, Sergio Rubini, a omaggiare, da sola, il presidente Cossiga quando tutto il cinema italiano lo aveva giustamente isolato? Cos'era quella imbizzarrita 'mossa del cavallo'? Introversione radiante? Distrazione egemone? Polemica anticipata contro il manierismo dell'anti politica? Una cosa così. Una coetanea, Valeria Golina, non a caso stava già preparando le valigie per la California...
Margherita Buy in "La seconda notte"

In Viaggio sola, il suo nuovo film, Margherita Buy è Irene e duetta (anche nelle suite) con Andrea, che nella trama è un ex diventato amico del cuore, ed è una vecchia conoscenza, Stefano Accorsi, qui maniaco del biodinamico e distributore di cibi di qualità (tanto per ironizzare su Ozpetek?). Questo film è, stranamente, proprio un film sui grand hotel, quei sontuosi templi delle jacuzzi, del Martini cocktail, della sauna, della piscina panoramica e dell'intimità negata, come scoprirà diventando l'amica casuale di una antropologa tedesca dell' "eccitazione sessuale" imperante.

C'è un altro 'movimento 5 stelle' che appartiene a happy few, e non a uno solo. Di questo si occupa questo raffinato film, per il 17% di produzione Rai (che, non aendo il naso per gli affari, finanziano solo opere di qualità, ma per non insuperbirsi, le finanziano di un nonnulla), dai cento piaceri (il soggiorno da nababbi) e dolori (il conto da sultani) anche obliqui. I vestiti di Irene sono di Armani. Quasi quasi si ascolta un concerto di musica dodecafonica. E Alban Berg non abita a Cinecittà (in realtà non si sente, ma il montaggio 'atonale' di Walter Fasano ne dà un'idea). Si ammira come Irene tratta le nipotine, insegnandogli l'educazione, fatica da Ercole. E l'incontro/scontro in automobile di perfidie sorellesche tra Irene-Margherita Buy, la distratta intellettuale, e Silvia-Fabrizia Sacchi, che qui della distratta dà una versione popolare di charme pop, una mamma che si dimenticata tutto, e, sempre, le chiavi di casa e della macchina, ma che prosciugata dalle figlie, si è dimenticata anche del proprio corpo, dei vestiti sexy e delle scarpe coi tacchi di 15cm, abbandonando il marito musicista (il fratello della regista Gianmarco Tognazzi) al bromuro digitale eterno di Internet. Niente sesso nei film per il 17% di produzione Rai. Ma un bel po' di 'stronza!', tra donne, si può dire.

Margherita Buy è comunque quasi sempre via da Roma, e visita uno dopo l'altro, aeroporto-taxy- hotel i migliori  '5 stelle' della terra, ne valuta pulizia, arte, cucina, campo da golf, perfezione di gestione, timing e qualità dei servizi, attenzione o disattenzione esagerata verso i clienti, per decretare, tramite complicati formulari e osservazioni  dirette,  il mantenimento o la perdita del marchio di superqualità. E' il suo lavoro. E' una sorta di vestale della guida Michelin. Questi 'non luoghi' spersonalizzanti, odiosamente o sciccosamente di classe, sbriciolano la sua vita e la cosa le garba. Gli sceneggiatori avrebbero potuto divertirsi un po' di più... Libertà assoluta, nessun legame che la paralizzi o la condizioni. Qualche flirt fugace, che a volte funziona (si presume) e a volte no (come si vede a Marrakesh). Margherita Buy è una non casalinga inquieta. Algidi i suoi spazi domestici romani, e forse proprio per questo fu impossibile la relazione con Accorsi, che nei sottintesi è in cerca di coppia stabile e figli (li avrà). L'uomo non è più come una volta.

Il film, dunque, e neppure obliquamente, è un omaggio proprio a questa attrice il cui corpo domina, a stento - ma più di un comico alla Jerry Lewis o alla Jacques Tati - l'illogicità dei consumi, la fatica del recettore diventato produttore (Magherita Buy compila, per lo spettatore, un promemoria: che anche nei cinema si valuti il film attentamente...nei dettagli), delle relazioni interprersonali e delle emozioni private dei tempi postmoderni, ed è indocile a ogni copione che non voglia partire dai suoi movimenti e comportamenti slabbrati, eccentrici, posterotici e sempre dalla parte del contorto. Perché semplici, naturali, razionali. Cose che fanno paura.

Buy ne attraversa una decina, di super hotel, da Parigi a Fasano, dalla Toscana alla Sicilia, da Berlino a Shanghai...Ricorda un po' Billy Wilder, inebriato dal Ritz e da Audrie Hepburn nella ville Lumiere e fino a  Avanti! e Buddy and Buddy... storie satiriche che privilegiavano sempre i grandi alberghi e raccontavano, con arguzia al vetriolo,  quel che Wilder ormai conosceva meglio, visto che passava gran parte dei suoi ultimi anni  tra festival e giurie, inviti a retrospettive o omaggi in tutto il mondo. Passano tutti negli hotel, c'è la folla concentrata, i vincitori e i vinti, i just in time e i fuori tempo. Bel mareriale per un regista.

Maria Sole Tognazzi, che mette in scena senza farsi prendere dal vizietto dello stile da esibire, ed è cosceneggiatrice con l'esperta Francesca Marciano e Ivan Cotroneo, è molto più giovane di Wilder. La sua conoscenza dei 5 stelle e dei resort, che sono un po' l'esperanto spaziale di ricchi e manager con yacht superiore a 17 metri, star e vip, sembra più intima, intensa e altrimenti autobiografica. Si vede che li conosce alla perfezione quei luoghi 'secrettati', e non solo per essere la figlia di Ugo. Ne calibra intimamente difetti e grandezze. Questo dà al film una sostanza conoscitiva speciale.

Su come sono belli, su come sono inaccessibili. Su come sono anche freddi, anonimi, senza vita, asettici questi spazi damascati e fioriti e diversamente profumati. Mi piace, infine, che questo sia un film improprio, avulso, paria, né commedia italiana né dramma sentimentale. Un film che imbarazza il critico perché fa critica (del cinema limitrofo esistente di sistema o antisistemico, notare quel finale con svolta 'quasi alla Diritti', e non poco parodistico) senza compromessi e ammanicamenti; poi perché è un film didattico, in senso rosselliniano: ma invece di parlarti dell'età del ferro o di spiegarci Socrate, ti da una serie di dritte su come comportanti con il barman dell'Excelsior, utilizzando un espediente alla ministro Urbani (il product placement: come utilizzare gli sponsor dentro il film senza farsene possibilmente accorgere) per esibirne virtù e limiti, orrori e piaceri. Ormai, dopo averlo visto, gli italiani di tutte le classi sociali finalmente entreranno nelle hall degli alberghi e metteranno in soggezione chiunque, non solo i bell boy.