Mia Madre, il film che ha più incuriosito i lettori del Ciottasilvestri
Una curiosità per chi ritiene che l'applausometro sia quasi una scienza critica esatta. I lettori del blog ilciottasilvestri, come interesse dimostrato, durante il festival di Cannes, e per
quantità dei cliccaggi, hanno assegnato la Palma d'oro virtuale a Nanni Moretti che ha
superato nell'ordine Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Roberto Minervini e Jonas Carpignano (ancora poco conosciuto questo interessantissimo regista, il suo film non è ancora uscito nelle sale italiane). Tra gli stranieri il film di Audiard ha
regolato con estrema facilità, forse anche grazie alla Palma d'oro reale, Mad Max di George Miller e Carol di Todd Haynes (pari merito secondi) poi Cissé, Gus Van Sant e Inside Out, Mon Roi e Weerasethakul.........
Finora comunque il pezzo più letto è la recensione di Adieu au langage di J-L Godard, secondo la critica a La Grande Bellezza, il pezzo su Ciro Giorgini, quello sui dieci migliori film arabi classici della storia e Mia madre..... Tanto per informare.
ps.1 se si sommano però i due pezzi dedicati a Sorrentino, la recensione e in corsivo indifesa di Sorrentino che polemizzava con le offese piuttosto gratuite di Liberation contro un film che può essere anche stroncato violentemente, ma almeno motivatamente (ci ricordava una stroncatura altrettanto "fascista" contro un film di Francesco Rosi) vince Sorrentino. Come nel box office. 6 milioni di euro contro 3,5 milioni di euro.....
ps.2 Quando nei resoconti dai festival i quotidiani popolari magnificano la durata degli
applausi, dieci, quindici minuti (e in particolar modo quando questo dato viene appeso al pezzo
di colore che riguarda un film italiano) non ci fate mai caso. Il pubblico
di invitati ai gala del festival di Cannes o di Venezia applaude in
genere se stesso, più che altro, e per svariati minuti (è potente, ha strappato l'invito giusto) e anche, per cortesia, registi e
attori, visto che sono in sala. E quando si registrano, invece, i fischi e i buu che avrebbero accolto un
film controverso in occasione dell'anteprima mondiale per critici festivalieri, non ci fate caso neanche questa volta perché a
quelle proiezioni sono invitati moltissimi estranei e anche gli uffici stampa (dei film avversari).
Insomma le claque ormai sono organizzate professionisticamente. Non era solo il generale Tito che per riempire completamente l'arena di Pola in occasione del grande festival jugoslavo del cinema obbligava i militi della marina attraccati nel vicino porto a presiedere Inoltre, anche se fossero davvero ampi settori della critica a fischiare o disapprovare un film che male c'è? Sono venuto fin qui per dividere, non per unire, disse il cineasta invitato al festival. Si chiami Pialat o Garrone, Van Sant o Erice....
Nanni
Moretti sdoppiato, sognante, pentito, diverso. Mia
madre radiografato
attraverso la metamorfosi del regista-attore, arrivato, si dice, alla
maturità, non più narciso e irriducibile giocoliere di parole,
intollerante, estremo. Ora dolente e riflessivo sull'esistenza
intorno al lutto, memoria di sua madre, professoressa amatissima di
latino, che per non farsi capire dai figli parlava in greco antico
con il marito.
Ma
Nanni non è cambiato ed è ancora il beniamino di Cannes, primo (non
in senso cronologico) tra gli italiani selezionati in gara, e accolto qui da una
standing ovation.
Oltre l'atmosfera onirica felliniana, Giovanni, l'alter ego,
continua a mettere sul
e a
fuoco la stessa questione, la scollatura tra il reale e l'essenza
delle cose, lo spettacolo e la forma in grado di percepire
l'invisibile. Così quando nella sequenza tra le più emozionanti
Margherita Buy percorre l'infinita fila fuori dal Capranichetta, e
gli spettatori fantasmi si apprestano a entrare in una sala fantasma,
che non c'è più, e vanno a vedere un film che non c'è ancora, si
dichiara fulminante l'”inadeguatezza”, ma non del personaggio
della regista e non di Moretti nella parte del fratello. Ma quella
del cinema, che Nanni come sempre perseguita in un corpo a corpo
ossessivo per carpirne anche un solo attimo di vertigine.
Nanni Moretti e Margherita Buy
Il
quadro sottratto al virtuosismo, geometrie da nouvelle vague in nero
(Cannes adorante lo ha voluto ancora in concorso, dopo la Palma
d'oro) sostiene la famosa distanza tra l'attore e il personaggio,
indicazione ricorrente della regista (ma nessuno la capisce), quello
di stare un po' più in là del vero, lasciare una frattura, lo
spazio tra la vita e il suo riflesso, che è anche il tempo che passa
tra i giorni della madre e l'aldilà, e l'afasia di Margherita
confusa tra il giorno e la notte, tra Noi
siamo qui, il suo
film sulla rivolta operaia, e il non esserci.
Quel
film che appare così grossolano, con John Turturro, il divo
americano nelle vesti del padrone della fabbrica, istrionico e fuori
parte, è un omaggio commuovente al Moretti furioso nelle piazze,
preveggente di come sarebbe finita la “Cosa”, inadeguato,
come tutti, a trasmettere l'amore per quel che ci piace e ci muove.
Anche la politica non trova le parole, “ma come parli?” urlava in
Palombella rossa
alla giornalista di moda. E tanto per non arrendersi, Nanni ha
ripreso l'oggetto politico inanimato e sta lavorando a un
documentario sul Pci, e la sua fine, parte seconda, dove finalmente
scoprirà chi si è perso il '68 (non certo Rossana Rossanda,
intervistata).
“Non
sta all'arte servire la politica, ma alla politica imparare i gesti
dell'arte” risponde Jacques Rancière ai Cahiers
du Cinema. E Moretti
scava nel passato della madre (Giulia Lazzarini, grande attrice di
teatro), scorre i suoi libri di latino, quelli che insegnano
“l'analisi logica” e il dativo possessivo, e si prepara a vedere
il domani, a imparare i “gesti dell'arte”. Vede in anticipo il
pontefice perdersi nella folla di Habemus
papa, anche lui non
trova la “sensibilità” giusta per spiegare il mondo, e replica
la scena nel deambulare sognante della mamma, vestiva in camicia da
notte, anche lei fuggiasca dalle trappole del senso comune. La
liturgia ospedaliera e le attenzioni di medici, infermiere e figli,
Giovanni e Margherita - tutti e due sono Nanni - che non sanno dirle
la morte, restituiscono a ognuno le stesse identiche sensazioni di
tragica impotenza intorno a chi se ne va.
Nanni Moretti
Ecco
perché i personaggi di Mia
madre snocciolano
dialoghi così “piatti”, è l'inciampo del pensiero, che poi
lievita nel silenzio, in quei momenti distratti, dove la strada non
si vede più, come succede a Turturro accecato dal vetro dell'auto
zeppo di cineprese e microfoni. E' in questa apparenza di
ripiegamento intimista che Moretti combatte, ancora, per infrangere
l'immutabile. Si può gridare come in Ecce
Bombo, e si può
materializzare l'allucinazione, il fuori da sé, negli occhioni a
raggi x di Margherita Buy, l'ibrido morettiano, la persona incerta,
che guarda nel buio e vede.
CRONACA
DI UNA SCOMPARSA CHRONICLE OF A DISAPPEARENCE Elia
Suleiman, Palestina 1996
Elia, giovane palestinese, gira per le strade.
E' a Nazareth per un funerale, poi andrà a Gerusalemme, al negozio Jamel.
Vagabonda in questa aspra terra e sacra, ottima per i souvenir cristiani. Sta
al computer. Ascolta un diplomatico francese molto esperto di politica. Ci
presenta famiglia e amici, vicini e polizia. La poltrona della sua casa ha i
colori di Arafat, ma non mancherà l'inno nazionale di El Quods, in arabo
Gerusalemme.
Attraverso l'inessenziale e il surreale di Israele, per la prima
volta ci si scambia qualcosa di profondo sulle radici e se stessi. Come si
coniugano due spazi privati: se stessi e la terra natale. E cos'è questa terra
natale? Non è solo per obblighi di coproduzione (ci sono tutti anche Palestina
e Israele), nè per saggezza che sfida l’ossessione delle radici che Elia (l’attore
ma anche il regista del film, Elia Suleiman) ama la frase: "l'uomo che
trova dolce la sua patria è un principiante, quello per il quale ogni terra
natia è la sua terra è già forte. Ma è perfetto quello che vede nel mondo
intero una terra straniera"....
Quando vedemmo Caro diario non capimmo
sulle prime che cinema fosse. Saggistica sarcastica, autobiografia feroce, documentario
polemico, non sense filosofico, finzione ironica? Quelli meno attrezzati e più
invidiosi si consolarono esclamando: ma Nanni Moretti non sa girare, non è mica
un buon regista! Ieri il primo lungometraggio "a soggetto" del video
artista e documentarista Elia Suleiman, palestinese di New York "rientrato
a casa", ci ha ricordato Ecce bombo,
è stato uno dei rari shock estetici degli ultimi tempi. Cronaca di una scomparsa
ci ha fatto capire che Moretti non è il solo a stare al di là di ciò che ha coscienza
di fare ma che il cinema vitale che si sta praticando in questi anni nelle
capitali d'immaginario, a Los Angeles, Ouagadougou, Pechino, Buenos Aires,
Manila, Bangkok…, non accetta più formine,
generi, standard ereditate dal passato, o frasi e sintassi ‘fatte’.
E' cinema
in presa diretta su se stessi, che non rifiuta di guardare in faccia come
stanno davvero le cose, basta che si dimostri di avere ‘convinzioni profonde’.
Insomma quel ‘se stesso’ va trattato non come Narciso ma come fiore carnivoro che
ci impressioni e ci seduca.
Cronaca di una scomparsa primo lungometraggio a soggetto dopo documentari strepitosi, è l’esordio folgorante, tra Buster Keaton e Samuel
Becket di Suleiman, artista scoperto da Rotterdam, che da anni ne segue le
sperimentazioni video e le bellissime analisi di come è stata ed è storpiata
l'immagine dell'arabo da Hollywood e dalle tv dell’occidente.
I funerali di Carlo Mazzacurati si terranno in forma strettamente privata in Toscana. A Padova Carlo Mazzacurati sarà nella casa di Medici con l'Africa Cuamm per ricevere il saluto e l'abbraccio di quanti l'hanno conosciuto e amato, sabato 25 gennaio in via San Francesco 126, con apertura dalle ore 9 alle ore 18. Al termine, alle ore 18.00 si terrà un breve momento di preghiera e ricordo. Non sono ammesse riprese e foto. Marina ed Emilia Mazzacurati
Carlo Mazzacurati
di Roberto Silvestri
57 anni. Cineasta e studioso
di cinema. Sceneggiatore, regista, attore. Cineclubbista e presidente della Fondazione Cineteca di Bologna, dopo la scomparsa di Giuseppe Bertolucci. Ha diretto una dozzina di film a soggetto fuori schema, quasi tutti girati tra Padova e il delta del Po.E anche documentari di bruciante passione politica, come L'unico paese al mondo, contro Berlusconi, e subito, nel 1994. O Medici con l'Africa, del 2010.
Giulia Boschi in Notte italiana
Né solo drammi né solo
commedie, ma opere libere e avvincenti architetture emozionali, contaminanti
generi e performance d’attore mai scolastiche, sulla base di una complessa
tessitura visuale e di scrittura e di una conoscenza profonda e mai manichea di
un territorio: il ‘nordest’, set, maliconicamente amato e criticato, della
maggior parte delle sue avventure cinematografiche.Sono sempre solitari, spaesati e fatalmente
perdenti i suoi eroi, mai preda di facili scorciatoie esistenziali e sempre
costretti alla lotta per la sopravvivenza. Uomini e donne ‘senza qualità’,
capaci però di superare crisi economica e miseria antropologica ritrovando in
loro stessi tesori sepolti. Al suo fianco, nella scrittura, a giocare spesso coi classici (Calvino, Cassola, Parise...) anche Contarello, Rulli, Petraglia. Due ruba luci come Alessandro Pesci e Luca Bigazzi che di quelle atmosfere conoscono perfettamente ogni alchimia cromatica. E quel gruppo di attori, mattatori del mezzo tono, che incarnavano la concezione mazzacuratiana del mondo, Roberto Citran, su tutti, e poi Silvio Orlando, Paola Cortellesi, Marco Messeri, Fabrizio Bentivoglio, Maya Sansa, Stefano Accorsi, Monica Scattini....
Stefano Accorsi e Maya Sansa in L'amore ritrovato
Una malattia gravissima (dicono i giornali senza specificare), ha
sconfitto poche ore fa il regista di Vesna
va veloce, Il toro, Il prete bello, Un'altra vita, La giusta distanza, La passione e di altri
classici del ‘rinascimento italiano’ . Di quel cinema di ricerca che, dopo la
rottura e l’anarchia dei linguaggi degli anni settanta, ha cercato di ritessere
i fili con il passato, realista e neorealista soprattutto, ma anche
zavattinianamente surrealista morbido, raccontando i cambiamenti traumatici del
nostro paese, senza rifugiarsi nella torre d’avorio dello stile calligrafico,
con onestà, rispetto del grande pubblico e cercando armonie e melodie
altre, che non fossero manipolazioni di sentimenti e effettistica
prefabbricata. In questo la lezione di Italo Calvino è stata fondamentale. Dalle Lezioni americane ha cercato di travasare al cinema, per esempio in Qualcosa accadrà, il copione scritto per Daniele Luchetti, il metodo compositivo, caratterizzato da: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistency... E qualcosa di calvinianamente medievale, da cavaliere inesistente, visconte dimezzato o barone rampante, possedeva nel fisico, invisibilmente massiccio, delicatamente forte.
Angelo Pasquini, sceneggiatore
Se Carlo Mazzacurati fosse
stato tra gli interpreti dell’ Armata
Brancaleone avrebbe interpretato infatti con maestria il ruolo del crociato veneto,
fiero del suo accento padovano, dei lunghi capelli biondi e del suo grande
corpo da combattente mistico e barbaro.
Franco Bernini, sceneggiatore
Figlio di un ingegnere,
veniva dalla militanza liceale in Potere Operaio, dalle lotte nelle scuole e
nelle fabbriche, e aveva imparato il cinema a scuola di Piero Tortolina, un
collezionista raffinato e un finissimo conoscitore del cinema classico e
moderno, le cui letture trasversali permettevano ai frequentatori di Cinema
Uno, il club che Tortolina aveva fondato nei primi anni 70, di leggere e
collegare senza difficoltà Hollywood, le nouvelle vagues e i movimenti sociali,
indocili alle strette repressive e autoritarie, piuttosto paurose anche in quel
decennio.
Roberto Citran, Il toro
Sapeva urlare. Sapeva anche
gridare, Carlo, anche se di solito maneggiava con maggiore destrezza le armi
della gentilezza e dell’ironia. E lo fece anche quando, assieme a Enzo
Monteleone, un altro futuro cineasta padovano della stessa generazione, e a un
gruppo di tesserati impazienti e più adulti, misero in minoranza Tortolina a
Cinema Uno e se ne impadronirono, in nome del Movimento, bisognoso di opere
più barricadiere delle slapstick comedy di Hawks che fiancheggiassero la rivoluzione in
arrivo, e scavalcando il maestro, perplesso, a sinistra.
Giuseppe Battiston
Nel 1979, dopo la rivoluzione
fallita, il suo passaggio al cinema, nel cortometraggio Il vagabondo, un noir di provincia molto dark, come fosse un
piccolo Ossessione, di nuovo
rispettoso di Tortolina (che ne interpretò, perfettamente, il ruolo di villain). Lo realizza grazie a fondi
ricevuti in eredità e a un piccolo finanziamento pubblico. Ministro del turismo
e dello spettacolo era allora un politico dc piuttosto bigotto, Bernardo
D’Arezzo, un bersaglio prediletto di Carmelo Bene.Ma a quel corto suggestivo e originale,
già meditabondo sulle scorciatoie leghiste a venire, diretto poi con mano esperta, nessuno poteva dire di no.
Carlo Mazzacurati
Mi piace dunque immaginarlo
dunque lì dentro quell’Armata piena di ideali e di onestà amatoriale, al
fianco di Gassman, anche se il suo esordio nella regia di un lungometraggio lo
dovrà poi proprio al nemico pubblico numero uno di Mario Monicelli e al rottamatore della
commedia italiana consolatoria. Nanni Moretti inaugurò la Sacher nel 1987
proprio con unsoggetto di Mazzacurati –
che era stato tra i primi laureati in letteratura al Dams di Bologna, dipartimento cinema -Notte
italiana,a cui affidò
coraggiosamente anche la regia.
Marco Messeri
Colto e originale
sceneggiatore anche televisivo, collaboratore di altri reduci dal movimento
studentesco, Angelo Pasquini e Franco Bernini (scrive anche Marrakesch
Express, per Gabriele Salvatores), per il cinema Mazzacurati firmerà 12
lungometraggi, molti documentari soprattutto di argomento letterario (le
monografie dedicate agli scrittori a lui più cari, Meneghello, Rigoni Stern,
Zanzotto), vincendo il premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia del
1994 per Il toro. Fu anche un ottimo attore, come ogni buon
regista deve essere (parola di Welles e di Jerry Lewis) e per ben quattro volte
con Nanni Moretti.
Carlo Mazzacurati, Silvio Orlando, La Passione
Il festival di Torino diretto
da Virzì gli aveva appena tributato un grande omaggio, attribuendogli il gran
premio città di Torino, nel novembre scorso e presentando il suo ultimo
lungometraggio, ancora inedito, La sedia
della felicità, una caccia al tesoro attraverso un nordest abitato da una
bizzarra umanità, banditi, cinghiali, estetiste in bolletta, tatuatori, maghi e
immancabili cinesi, anche qui un impasto tra commedia crazy e film
sentimentale.
Infine un ricordo personale,
da amico di Carlo. In Caro diario a
Carlo Mazzacurati viene affidato il ruolo di un critico cinemtografico che avendo
convinto Nanni Moretti a vedere Henry
pioggia di sanguedalle pagine di un
quotidiano per altro prestigioso e serio deve pentirsi del misfatti. E
piangere, disperato, ascoltando le mille altre sciocchezze che ha scritto
recensendo film per il manifesto. Il lavoro di Nanni Moretti di ricostruzione
della scrittura manifesto è un frammento di alta filologia, ironia e comicità. Siamo
rimasti tutti a bocca aperta, da Giuseppe Salza (il fan di McNaughton, recensore
di Henry pioggia di sangue, e scopritore poi come membro del comitato di selezione della Semaine di Cannes di Amores perros di Inarritu) a Mariuccia Ciotta, Fernanda Moneta, io e altri "citati". Che lettore
implacabile delle nostre recensioni, Nanni! E che momento di estasi
narcisistica vedersi sbeffeggiati con tanta simpatia.
Decontestualizzare le frasi dal contesto,
con il metodo cut up di Burroughs, migliorava le nostre recensioni e contagiava
anche i lati più estremisti, oscuri e underground di Moretti. E di Carlo, amante
del cinema classico e moderno, di Lubitsch e Godard, di Marker e Grifi, ma che aveva dovuto uccidere
tutti i suoi padri per diventare un regista a sé, un racconta-immagini che ci
mancherà tanto.