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venerdì 20 maggio 2016

Cannes 69. Pericle il nero di Stefano Mordini. Sade alle prese con il machismo

Roberto Silvestri

Solo il machismo aiuta dove il machismo regna...Dunque se si vuole abbattere, nel profondo, un nemico maschio che ha commesso uno sgarbo, piccolo ma fastidioso, il posto giusto dove infierire, almeno a Napoli, è proprio quello. The Back. Il fondo schiena. Per mettere alla berlina, per avvertire l’infame, affinché non esageri, bisogna umiliarlo sessualmente. Colpirlo in ciò che ha di più caro, la virilità presa per il culo.
Proprio di questo si occupa un piccolo pesce della camorra, che non a caso nei ritagli di tempo frequenta i set dei film pornografici, dove il suo attrezzo si alza a comando, e senza alcun problema di pastiglia o di siringa. Ma sui set del porno si è sempre una pedina in mano agli altri.
E allora. Perché non diventare “regista del proprio film”? Perché non diventare il produttore della propria vita? Da subalterno e servo a soggetto a padrone?
Di questo passaggio non facile tratta Pericle il nero, titolo del nuovo film, un mix acido di seriosità e cazzeggio, di Stefano Mordini, un cineasta di talento che viene dal documentario dark (si è occupato anche di arbitri di calcio) ed è abituato alle grandi vetrine internazionali. Dopo un esperimento di erotismo subliminale e contorto, Provincia meccanica (Berlino) e un racconto romantico femminile dal set siderurgico, Acciaio (Venezia), eccolo a Cannes, al Certain Regard, alle prese con un romanzo allegorico, quasi sadiano, ambientato nella Napoli della Camorra e dei vicoli scuri, che Mordini ha avuto l‘astuzia di delocalizzare in Belgio, nelle zone francofone care ai fratelli Dardenne (che coproducono, lasciando come al solito libertà totale ai loro registi).
Taricone, poi prematuramente scomparso, doveva essere il protagonista del primo progetto di film, tratto dal manoscritto di Giuseppe Ferrandino, scrittore a autore di fumetti partenopeo, che per anni ha sceneggiato Dylan Dog, che non lo aveva ancora pubblicato e già era stato opzionato da un nostro produttore di fiuto, Rosario Rinaldo. Il progetto, passando poi alla Buena Onda di Valeria Golino e Riccardo Scamarcio, ha infine trovato un corpo ancora più giusto, quello appunto di un attore/produttore, capace di incarnarne al meglio il tragitto esistenziale del succube che diventa autonomo. Come fa Pericle a trasformarsi da ligio impiegatuccio di Don Luigi, che a Liegi controlla un giro di prostituzione e pizzerie, utilizzando una palla di sabbia per colpire le sue vittime e poi sodomizzarle, in un essere umano a tutto tondo? Sbagliando bersaglio e uccidendo per caso una donna appartenente a un altro clan (durante una scena quasi sacrilega per il cinema italiano: si trattava di punire in primissimo piano un sacerdote!). La fuga in Francia fa crescere Pericle, ormai condannato a morte. Certo, l’amore capovolge e traumatizza. Ma anche il fatto di trovarsi proprio a Calais, quel nervo scoperto dell’Europa, la frontiera che segna per molti profughi di guerra e non solo, il confine tra una morte certa per fame e la speranza di una vita migliore. Natasha, commessa di panetteria con due figli e molti libri da leggere, sconvolge i set mentali e immaginari di Pericle. Ma bisognerà tornare in Belgio per uscire dal cerchio e scoprire tante cose del proprio passato che Pericle ha forse volutamente rimosso o sepolto. Piuttosto acuto e di sottile ironia il lavoro sul noir che Stefano Mordini e le due co-sceneggiatrici, Valia Santella e Francesca Marciano, (entrambe ottime registe) hanno compiuto, complicando la matassa e sciogliendola, senza dimenticare di disseminare di ulteriori misteri la biografia interiore di Pericle. Il trio riesce a innestare Chandler dentro “don Cutolo”, ma anche a lavorare obliquamente sul “machismo” (e sugli almeno 50 gradi di grigio di approssimazione che ne fanno una forma di femminilità perversa) di un manovale della criminalità che il montaggio perennemente cool jazz di Jacopo Quadri e le immagini a luci slavate di Matteo Cocco, promosso a luminista vallone ad honorem, accompagnano con puntualità dando ritmica pulsante al racconto. Per esempio. Quando Scamarcio ha le idee chiare e si muove a comando si dirige da destra a sinistra. Quando “si accorge dell’inganno” e freme di ribellione preferibilmente da sinistra a destra. O almeno così mi è sembrato.

martedì 8 settembre 2015

Riccardo Scamarcio e La prima Luce di Vincenzo Marra

Roberto Silvestri

Venezia.
In due film fuori concorso, Black Mass del virginiano Scott Cooper e La prima luce di Vincenzo Marra (Giornate degli Autori), c'è la stessa identica scena. Ma che differenza di fraseggio! Il papà, lì il gangster Johnny Depp e qui l'avvocato Riccardo Scamarcio, consigliano al figlioletto di rispondere sempre alle provocazioni manesche dei bulletti di classe. Identica e scandalizzata è la reazione delle due mamme. “Non si fa”. Non bisogna educare i figli alla violenza. Chissà perché, poi. Come se non fossero proprio le donne, casalinghe o meno, e poi entrambe americane, una del nord, una del Cile, come in questi casi, le persone più esperte nella secolare arte della legittima difesa. Avete presente Craig's Wife? No. Il personaggio di Scamarcio ha però una giustificazione. Non c'è più Vieri Razzini a raccontarci il ciclo Dorothy Arzner in prima serata tv. In Usa sono molto più aggiornati....
La differenza delle due scene non infatti è nella qualità agonistica della risposta del papà, che sia l'estremista pugno (Johnny Depp è collegato all'Ira) o il moderato schiaffo (visto che Rai Cinema coproduce Marra...). La differenza è nella scrittura, nella sceneggiatura, nella scrittura visuale. Nel lavoro complessivo. Complesso, sofisticato nel caso dei due sceneggiatori di Black Mass, Mark Mallouk e Jez Butterworth. “Devi rispondere. Ma non è importante come lo colpisci, ma dove e quando lo colpisci. Non ci deve essere nessuno a vederti, questo conta”. Ecco una bella lezione morale. Ecco perché il film è didattico come ci piacerebbe che fosse la nostra Rai. Perché dal caso particolare si apre a quello generale, e affonda nella storia stessa di Boston. E ci fa pensare al metodo Hoover, al metodo Blair-Bush jr. oppure a Sacco e Vanzetti, che abitavano proprio a Boston zona nord, e che nessuno vide assassinare alcuno. Eppure furono condannati a morte lo stesso...
Scarno, senza spiegazioni, e forse anche un po' deprimente è invece la lezione di vita, solo tradizionalmente e noiosamente “macha”, di Scamarcio-Marco nella versione Marra/Angelo Carbone. Che non tirano fuori dalla sequenza né evocazioni storiche, né connotazioni emotive, né fulminanti motti di spirito. Incapaci di trasformare una scena scritta in una suggestione che apra il film ad altra sostanza, che buchi lo schermo. Ma si sa. Il cinema americano è a volte politico-poetico, quello italiano quasi sempre forzato ad essere neo-naturalistico, piatto, prosaico, “due camere e cucina” (se spunta una piscina è scandalo).
Marra utilizza questa scena burocraticamente, solo per far andare avanti la storia. Per dare immagini a un copione. Per indicarci che la “buonista” Martina (l'attrice cilena Daniela Ramirez) in realtà è la vera micidiale macchina della violenza. E Marco una ingenua e ignorante “anima bella” destinata al sacrificio. Martina utilizzerà proprio quell'elogio alla “difesa armata” del marito Marco per strappare legalmente il figlio al consorte (in realtà l'avvocato meridionale più inaffidabile della storia). Come se il dolore, certo provato da molti mariti che si sono visti strappare ingiustamente i figli dal magistrato (donna), fosse accecante, troppo grande per avere anche la voglia di divertirsi (e di vendicarsi) con il cinema. Un peccato mortale per chi fa cinema certo modo di essere autobiografici. E' vero che “colpire senza essere mai visti” era la specialità del mafioso di origini irlandesi James Whitey Bulger, icona perfetta del cinema d'azione. Mentre noi ci muoviamo in un angusto dibattito etico da cinema d'azione cattolica (se no niente finanziamenti?), sempre consolatorio. Se l'avvocato Scamarcio fosse stato coperto per una vita dai servizi segreti se lo sarebbe riportato a casa subito il suo figlioletto rapito in Cile...
Questa fragilità, debolezza, impotenza totale Marra e suoi due attori la sanno catturare con eleganza. E non solo. La rabbia, la voglia di spaccare tutto, di rapire, di corrompere, di legarsi alla mafia pur di vendicarsi, il corpo imploso di Scamarcio tutte queste bad vibrations sa nasconderle/esibirle come pochi. Finirà certamente in palestra a imparare jat kune do, dopo il The end. E nella “body art” Scamarcio rivaleggia bene con Depp, che ha più bisogno di lui di parrucche e protesi e lenti a contatto. Se il corpo complessivo del film fosse stato adeguato al corpo Scamarcio avremmo avuto davvero un film da mercato internazionale.