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giovedì 20 settembre 2018

Mostra di Venezia75. The Sisters Brothers di Jacques Audiard e La Quieud di Pablo Trapero


Da Alfabeta 2. 

di Roberto Silvestri

Uno spaghetti western al dente
The Sisters Brothers di Jacques Audiard (concorso)





Peccato. Il compianto attore Harry Dean Stanton veniva dal Kentucky e aveva faccia, postura e etica giusta, per partecipare all'attuale revival western Usa che riparte - grazie alla riabilitazione di Tarantino e Alex Cox - dalla “versione spaghetti”, per incastonarla di nuovo nel paesaggio giusto e politicamente corretto del genocidio indiano (questa volta siamo in Oregon, a meta '800). Non tutti i bravi attori hanno la profondità tettonica di un viso da roccia. E c'è poco da essere grotteschi quando si tratta di conquista del west.
Dopo i 6 episodi di frontiera dei fratelli Coen, anche The Sisters Brothers è attratto dalla corsa all'oro (a indiani già massacrati, e a centinaia di migliaia). La produzione è Francia, Belgio, Romania e Spagna, e il film potremmo definirlo (visto che l'ossessione centrale per l'odontotecnica) uno “spaghetti western al dente”. Ma è la moglie americana del protagonista assoluto, Charles Reilly, a dirigere il progetto e a far tenere sempre il primissimo piano sul marito. Inoltre i coproduttori belgi, i fratelli Dardenne devono aver chiesto a Jacques Audiard di aggiungere tocchi chic qua e là (“...e qui citami Johnny Guitar”) e differente ”prestige” (un po' di chimica d'avanguardia, Charles Fourier e la comunità utopistica da fondare a Dallas, l'innovativa pasta dentifricia, appunto, e un tono crepuscolare) al genere più commerciale (e demodé) della storia. Di condire insomma “alla francese” un doppio buddy-movie (Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhal e Riz Ahmed, più gigioni del solito, completano il quartetto) che ruba al nostrano filone cowboy il machismo e il cinismo, ma talmente usurati da trascinare i cattivissimi protagonisti, che in fondo in fondo hanno però un cuore tenero, due sicari a contratto di pistolera precisione, e le loro due ultime prede, coppia “pacifista” e “anarchica”, ma geniali inventori di un sistema chimico per scovare pepite di infallibile efficacia, verso una inevitabile e differenziata e stereotipata punizione finale. “Caccia all'oro” fa comunque pensare, obliquamente, a Trump. I soldi che ha ereditato dagli antenati vengono infatti proprio dai bordelli dell'Alaska che facevano più soldi delle pepite giganti...C'è della malizia nei Coen e in Audiard jr.




La sacra famiglia secondo Videla
La quietud di Pablo Trapero (Argentina, Fuori concorso)

L'argentino Pablo Trapero nella falsa commedia sentimentale o tragedia obliqua “La quietud” fuori concorso, torna ai giorni neri della dittatura militare e dei traumi irreversibili che hanno martoriato il paese. Questa volta il dramma si svolge in una paradisiaca tenuta, con cavalli, servitù e immenso terreno, dove due sorelle giovani, bellissime e super corteggiate, si ritrovano al capezzale del padre, alto avvocato di stato. L'inizio è brillante, molto sexy, a colori patriottici ben sottolineati. Tutto un delirio di bianchi e di azzurri come la sacra bandiera patria. Con una steady-cam fissa sulla nuca di una figlia, ma più alta, penetriamo in questo gioiello borghese delle Pampas e sembra che il punto di vista della storia sia proprio quello di un equino che segue la padrona ovunque. Poi a poco a poco torna la serietà, prima una cupa immersione negli intrighi sessuali delle ragazze, innamorate dello stesso uomo e ben coscienti della cosa, perché il fatto “le avvicina di più eroticamente”, poi addirittura scopriamo che la loro madre è stata violentata dal padre, complice dei torturatori e ripagato proprio con quella tenuta sontuosa strappata a prigionieri politici in cambio della vita. Poi con un uxoricidio... Insomma il cinema argentino continua a scavare nella Historia Oficial e a trovare altri orrori.

sabato 12 settembre 2015

I premi. W il nuovo Venezuela (nonostante tutto)

Roberto Silvestri

Venezia

Ha stravinto il cinema dell'America Latina. Con due bei drammi grondanti sangue e vita nuda, come in un affresco di Masolino, striate da profonde metafore storico politiche, ma sottopelle, con una capacità di fabbricare suspense aritmica, estranea a ogni canone di genere. Giuria, ben fatto. Anche se il Rabin di Gitai durerà più a lungo nei ricordi. Ma quel che inebria i festival di categoria super A sono proprio le commedie e le tragedia, fatte strane, diversamente, i film civili ma con un certo non so che.  Come il film turco che ha vinto il premio speciale della giuria. Imperfetto, dark, affilatissimo.
E a film così sono stati assegnati tutti gli altri premi: a un cartone animato atipico, a un melodramma sessualmente capovolto come quello di Gaudino (mattatrice Valeria Golino, ai livelli delle sue stravaganze con Pee Wee e della sua prima coppa Volpi, che Citto Maselli le cucì addosso), a una commedia che consacra Fabrice Luchini, sicuramente l'unico al mondo che riesce a ricreare in tutte le sue sfumature e contraddizioni, perfettamente "Fabrice Luchini", che incarna da 30 anni - con un sarcasmo al vetriolo identico a quello dell'attrice che ha presentato la cerimonia di chiusura -  tutta la crudeltà e la misantropia, il calore e la sensibilità, il cinismo bonario della civiltà euro-latina. Il suo giudice è un grande mostro.
Insomma Venezia 72 ha rispettato il progetto. Indica una "seconda via" per riempire le sale commerciali di opere competitive con il cinema mainstream e di genere locale o con Hollywood, e non con film troppo difficili e fuori generi (i documentari rigorosi, per esempio, o i film esplicitamente da galleria d'arte, o gli home movie, per quanto ci scortichino vivi  come quello di Laurie Anderson).
Dunque. Leone d'oro a Da Lontano di Lorenzo Vigas, venezuelano, 48 anni, documentarista e cortista scoperto a Cannes, Leone d'argento a Pablo Trapero che invece fu consacrato a Venezia, Settimana della Critica (circa venti anni fa, quando Silvana Silvestri scovò Mondo Grua che vinse). E per la prima volta scopriamo l'esistenza di un cinema venezuelano. Mai approdato a Venezia e, in fondo, neanche a Cannes (se non come produttore). Noi credevamo che il cinema di Caracas si fermasse a Franco Rubartelli.... Merito di Chavez che ha sviluppato finalmente una cinematografia nazionale proibita dalle dittature liberali, proprio come Castro fece con quella cubana? Merito di un film aspro, ma non troppo, pasoliniano, ma non troppo, che in fondo ci spiega sotto traccia (il racconto si focalizza su un uomo traumatizzato da violenze domestiche subite in gioventù che cerca di ritrovare faticosamente, senza riuscirci, una strada di redenzione e d'amore) come il Venezuela ha cercato di distruggere i suoi figli, oggi ribelli; come la borghesia corrotta e servile ha impedito per decenni con la forza e con la repressione militare di far vivere decentemente e dinamizzare tutto il paese. Di politici che hanno istigato alla guerriglia urbana e rurale, ottimo escamotage per allargare i profitti. E ci avvicina a un paese vivo che se oggi si ribella, anche maldestramente, è anche per colpa di antichi traumi che ne hanno deformato a lungo la psiche collettiva. La presenza del direttore della fotografia dei film di Pablo Larrein (Tony Manero in particolare) conferma la volontà di fare di questo film un manifesto di nuovo cinema latinoamericano: "E' vero, abbiamo molti problemi nel nostro paese . ha detto il regista ricevendo il leone d'oro -  ma stiamo cercando di risolverli. E' vero che il Venezuela è anche infelice ma è un paese meraviglioso". Ovvio che solo un cineasta latino americano poteva affascinare i suoi colleghi spiegando il perché delle loro good vibrations vedendo il film. Un cineasta messicano, emigrante di lusso a Los Angeles, dove è arrivato con le sue scarpe, Alfonso Cuaron che deve avere ipnotizzato i suoi colleghi della giuria. Quando una personalità forte non ha rivali il verdetto accontenta quasi tutti. Chi meglio di lui poteva spiegare le complesse metafore che si nascondono dentro un film su problemi e tragedie del sottosviluppo sudamericano? 
Per il secondo anno consecutivo abbiamo la sensazione di non aver visto i due migliori film del festival. Il palinsesto della Mostra di Venezia deve essere organizzato proprio male. E qualche errore nella lista dei film in gara e dei film fuori gara è stato commesso.
I film della sezione Orizzonti, infatti - affidati poi a una supergiuria guidata da Jonathan Demme e Charles Burnett, ovvero i migliori cineasti statunitensi della generazione anni 70 e della Black Renaissence californiana - sono inseriti in modo tale nel programma che se anche si vedono tre film al giorno e ci si scrive sopra è difficile imbattersi in Free in deed (Libero di agire) il film super indie e a basso costo diretto dal neozelandese Jake Mahaffy (e coprodotto dagli Usa perché Mahaffy ha vinto premi al Sundance e al Sxsw, il festival di Austin Texas che sta crescendo di interesse e di importanza di anno in anno) e in The childood of a leader , di un altro gioiellino del Sundance, il newyorkese Brady Corbet, 27 anni. A Cannes molti film del Certain Regard, la sezione qui più o meno fotocopiata, sono inseriti in maniera da essere visti. Per esempio la proiezione stampa della mattina è unica. Certo, è più faticoso per i critici (e la sala è zeppa, mentre a Venenzia sembra che sia semi deserta perchè è raddoppiata subito dopo). La qualità di Orizzonti è confermata da un film che i cinefili certo hanno visto perché il brasiliano Gabriel Mascaro, qui premio speciale a conferma della superiorità delle immagini latino-americano a Venenzia 72, aveva vinto l'anno scorso il festival di Locarno. Il suo atteso (ma non dagli esperti di Barbera) Boi Neon conferma non solo la qualità di narratore orginale e antropologicamente ben radicato dentro il road movie che ha originato e scatenato (l'ambiente è quello dei cowboys dei dintorni di Recife e dei rodei delle Vaqueiadas) ma anche la definitiva metabolizzazione del cinema novo che non è più il codice da evitare e da cancellare, il cinema "di papà", per quanto pazzoide, di cui fare a meno se si vuole crescere con le propie gambe, ma un serbatoio di immensa suggestioni e passioni etiche, estetiche e erotiche da repuperare, e maneggiare ormai senza alcuna soggezione. 

Ecco i premi di Venezia 72

Premi Ufficiali della 72. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica


Da Lontano (Desde allà) di Lorenzo Vigas
VENEZIA 72 La Giuria di Venezia 72, presieduta da Alfonso Cuarón e composta da Lynne Ramsay, Diane Kruger, Elizabeth Banks Emmanuel Carrère, Nuri Bilge Ceylan, Pawel Pawlikowski, Francesco Munzi, Hou Hsiao-hsien dopo aver visionato tutti i 21 film in concorso, ha deciso di assegnare i seguenti premi:

LEONE D’ORO per il miglior film a: DESDE ALLÁ (FROM AFAR) di Lorenzo Vigas (Venezuela, Messico)

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a: Pablo Trapero per il film EL CLAN (THE CLAN) (Argentina, Spagna)

GRAN PREMIO DELLA GIURIA a: ANOMALISA di Charlie Kaufman, Duke Johnson (Stati Uniti)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a: Valeria Golino nel film PER AMOR VOSTRO di Giuseppe Gaudino (Italia, Francia)

COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a: Fabrice Luchini nel film L’HERMINE (COURTED) di Christian Vincent (Francia)

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore o attrice emergente a: Abraham Attah nel film BEASTS OF NO NATION di Cary Joji Fukunaga (Stati Uniti)

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a: Christian Vincent per il film L’HERMINE (COURTED) di Christian Vincent (Francia)

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a: ABLUKA (FRENZY) di Emin Alper (Turchia, Francia,
Qatar)

LEONE DEL FUTURO - PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” La Giuria Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” della 72. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, presieduta da Saverio Costanzo e composta da Roger Garcia, Natacha Laurent, Charles Burnett, Daniela Michel assegna

il: LEONE DEL FUTURO - PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” a: THE CHILDHOOD OF A LEADER di Brady Corbet (Regno Unito, Ungheria) ORIZZONTI nonché un premio di 100.000 USD, messi a disposizione da Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore.

PREMI ORIZZONTI La Giuria Orizzonti della 72. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, presieduta da Jonathan Demme e composta da Alix Delaporte, Paz Vega, Fruit Chan, Anita Caprioli dopo aver visionato i 19 lungometraggi in concorso e i 14 cortometraggi in concorso, assegna:

il PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM a: FREE IN DEED di Jake Mahaffy (Stati Uniti, Nuova Zelanda)

il PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE REGIA a: Brady Corbet per THE CHILDHOOD OF A LEADER (Regno Unito, Ungheria)

il PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ORIZZONTI a: BOI NEON (NEON BULL) di Gabriel Mascaro (Brasile, Uruguay, Paesi Bassi)

il PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE MASCHILE O FEMMINILE a: Dominique Leborne nel film TEMPÊTE (LAND LEGS) di Samuel Collardey (Francia)

PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO a: BELLADONNA di Dubravka Turić (Croazia)

il VENICE SHORT FILM NOMINATION FOR THE EUROPEAN FILM AWARDS 2015 a: E.T.E.R.N.I.T. di Giovanni Aloi (Francia) PREMI VENEZIA CLASSICI la Giuria presieduta da Francesco Patierno e composta da studenti di cinema provenienti da diverse Università italiane: 25 laureandi in Storia del Cinema indicati dai docenti di 12 DAMS e della veneziana Ca’ Foscari, ha deciso di assegnare i seguenti premi:

il PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO SUL CINEMA a: THE 1.000 EYES OF DR. MADDIN di Yves Montmayeur (Francia)

il PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR FILM RESTAURATO a: SALÒ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA di Pier Paolo Pasolini (1975, Italia, Francia)

LEONE D’ORO ALLA CARRIERA 2015 a: Bertrand Tavernier

JAEGER-LECOULTRE GLORY TO THE FILMMAKER AWARD 2015 a: Brian De Palma

PERSOL TRIBUTE TO VISIONARY TALENT AWARD 2015 a: Jonathan Demme PREMIO

L’ORÉAL PARIS PER IL CINEMA a: Valeria Bilello

mercoledì 9 settembre 2015

Skolimowski allievo di Brian De Palma. E altri gioielli veneziani








Fredrick Wiseman
Roberto Silvestri
Venezia

Siamo un po' indietro di una decina di film almeno di cui parlare. Il livello, come sempre, si alza. Ci sono in ogni festival di fascia A almeno dieci opere che restano impresse. Quella che cresce di più nella memoria è In Jackson Heights di Frederick Wiseman, 190 minuti girati nella zona del quartiere di Queens, New York City, considerata una delle più trans-etniche del mondo. Quasi 200 lingue che vi si incrociano. Ma via dalla mitologia del crogiuolo di razze! Cinema diretto allo stato puro. Ma con qualcosa di più, dentro, che non avevamo mai notato in un lavoro del grande documentarista statunitense. Ira. Rabbia. Furia. Indignazione? Ci sono sempre. Nascoste nel fuori campo o sotto le righe del nastro digitale. Ma qui c'è un'altra dolcezza di sguardo. Qualcosa di più della compassione. E della complicità con gli emarginati del sogno americano (che quel sogno a forza di sudore lo realizzano per gli altri). Come se l'occhio della telecamera vedesse sfilare in sovrimpresssione mentale spettri combattenti,  ipotesi ancora disincarnate di cambiamento sociale. Hope. Così Wiseman fa il maoista, qui, il pesce nell'acqua. Fa un'inchiesta basata sulla triade critica, autocritica e trasformazione. Sembra quasi Joris Ivens.  Diventa parte del territorio. Ipotizza risposte. Wiseman torna così all'aria aperta. Basta con le istituzioni da radiografare in profondità, con metodo ormai accademico, come il Crazy Horse o la National Gallery di Londra...Invece: descriviamo la vita di un quartiere pulsante. Là manca un semaforo e i bambini muoino attraversando la strada. Siamo alla citazione di Jonathan Demme (Cugino Bobby). E ancora. Il trio di mariachi, ma le musiciste sono donne messicane, e contagiano la piazza, e allora siamo dalle parti di Tarantino. Poi un piccolo mattatoio, El pollo vivo, come si spenna il pennuto e si trasforma, stritolato dalla macchina, in docile confezione da supermarket. Il cinema splatter. La novantenne dell'ospizio che aspetta la morte molto annoiata; la gentrificazione, ovviamente, stanno cacciando le piccole botteghe anche lì. Le associazioni di volontari che tutelano o inventano i diritti (abitazione lavoro sanità...) per chi ha scavalcato i confini, per gli illegali per lo più ispanici che racccontano le loro tragedie desertiche, e almeno le possono raccontare;  i militanti che raccolgono firme contro i soprusi di zona, aizzando all'organizzazione, all'unione. La sinagoga di quartiere diretta da un rabbino evidentemente eccentrico che diventa il "covo" di un movimento di massa multireligioso che protegge trans, gay, atei, clandestini, perseguitati di ogni tipo...  Una nuova atmosfera Iww sta contagiando l'America che si appresta a chiedersi se votare o no mister Trump? Wiseman sembra fiancheggiare da militante un movimento dal basso organizzato contro la globalizzazione dall'alto. Non l'avevamo mai visto così radicale. Un po' come Mario Monicelli. Invecchiando non si ha più nulla da perdere?  

Riunione politica a Jackson Height, Queens, N:Y:
A proposito di maoisti.Sono al potere in Nepal (in un governo di coalizione e compromesso) dopo la guerra che è durata 10 anni, dal 1996 al 2006. Eppure, scivolone inspiegabile del Sncci, si sceglie da Kathmandu un film striato di propaganda arcaica. E nel catalogo della Settimana della critica si leggono frasi filomonarchiche sul presunto arruolamento forzato di bambini rapiti dalle scuole ("dove gli insegnanti tentavano di strapparli all'analfabetismo", figuriamoci) e "arruolati a forza nelle file maoiste". Sic. Anche nei titoli di coda del film si leggono cose anti comuniste, ovviamente legittime - visto che il regista ci racconta di essersi ispirato a fatti accadutigli e di cui è stato testimone - ma che non hano niente a che vedere con la sostanza drammaturgica scodellata dalle immagini. Stiamo parlando di La gallina nera, un'opera prima nepalese ambientata nel 2001, sotto l'Himalaya, durante la rivoluzione (per fortuna riuscita) contro il dispotico e oscurantista potere feudale della monarchia (i reali più amati del mondo, in realtà, ma solo negli anni 60-70, quando da laggiù arrivava in occidente una qualità insuperata di hascisc. Nel film, in realtà si fuma molto, anche troppo). Il regista, buddista, Min Bahadur Bham, non sempre a suo agio con un parco attori più che dilettante, finge di raccontare una fiaba morale (due ragazzi - alla ricerca di una gallina perduta, unica speranza di reddito nella povertà rurale più atroce - litigano tra di loro perché la divisione in casta rovina ogni spontanea amicizia)  ma in realtà si serve di questo esile filo conduttore non per aggredire le vecchie idee con le idee nuove ma per ricantare i soliti ritornelli: i comunisti fanno spettacoli di danza e musica ridicola. I comunisti torturano crudelmente e sadicamente i loro prigionieri. Peccato che non c'è una sola scena nella quale bambini vengono arruolati a forza. Anzi, la sorella del protagonista va spontanemante sulle montagne per far parte del distaccamento rosso femminile. Insomma un pasticcio.

Fascisti "privati" (ma sempre ben protetti dall'alto) all'opera, dalla prima all'ultima inquadratura, invece in El Clan, diretto da un beniamino dei festival, capofila del nuovo cinema argentino, Pablo Trapero (in concorso) che getta di solito dell'ottimo acido corrosivo (qui in modo più insidioso e indiretto) sul tradizionale modo di raccontare una storia. Tutto consequenziale. Tutto spiegato. Senza una inquadratura di troppo. Verismo e realismo a manetta nel raccontare la vittoria del bene sul male. Invece Trapero, disinteressandosi spesso perfino della plausibilità dell'azione, e facendoci sorbire un interno di famiglia tutto noia domestiva, proprio come accade nella vita di tutti i giorni se non arrivasse Hitch, intraprende un match privato, a forza di primi e primissimi piani, con il suo attore protagonista, Arquimedes, nella parte della "banalità del mostro", slavandogli lo sguardo, radiografandone ogni atto di patriarcale sovranità, e portandolo da subito alla sbarra "etica". Ebbene gli occhioni gelidi di buon cristiano del vecchio, che prega prima di ogni pasto, reggono magnificamente gli shooting della macchina da presa. Ha ragione lui. Incarna il nuovo spirito dei tempi. L'individualismo sfrenato. Altro che bandiera argentina sacra da conservare nella cassettiera buona. Dimentichiamoci quel che in un film d'azione è il motore,  il suspense, il fatto che qualcuno stia braccando il cattivo per catturarlo prima che sia troppo tardi. No. Qui il catalogo va avanti, ripetitivo, senza intoppi. Rapimento dopo rapimento. Uccisione dopo uccisione. C'è stato un tempo, forse, in cui la violenza fascista della dittatura militare poteva anche avere delle motivazioni elevate, perfino spirituali, quelle di difendere i valori cristiani degli argentini dal pericolo del comunismo materialista. Perfino Sokurov potrebbe dare ragione a Videla. E invece al povero Arquimedes viene lasciato il fardello di incorporare il vero segreto della violenza fascista di quegli anni. Soldi. Profitti. Conti in banca da proteggere. Paura di mollare un solo cent per colpa della destra e della sinistra peronista. Del radicale Alfonsin meglio non preoccuparsi. I radicali al potere in Argentina durano lo spazio di un mattino....Dopo la caduta di Videla, comunque, saranno quelli i valori spirituali dominanti. Grazie Archimede.   
Il film è tratto da un tremendo fatto di cronaca. Una famiglia "rispettabile" della media borghesia del quartiere San Isidro, i Puccio, padre padrone (e membro dei servizi segreti) più madre insegnante e figli troppo servizievoli e "embedded", rapisce nei primi anni 80 ricchi rampolli della borghesia di Buenos Aires e, presi i soldi del lauto riscatto, li ammazza senza pietà, uno dopo l'altro. Funziona da magnete irresistibile, e scudo (perché la sua popolarità tiene i Puccio lontano da ogni sospetto) Alejandro, il figlio maggiore, un riccioluto campione di rugby, idolo dei Pumas, adorato da tutti coloro che, con i militari al potere, hanno visto i loro conti in banca crescere, crescere, crescere smisuratamente. E' il fascino del fascio, bellezza. Sulle prime Archimede fa finta di essere un militante rivoluzionario del Fronte di liberazione Nazionale. Poi fa sempplicemente la jena. Anche perché i cattivi vanno fortissimo di questi tempi. Se poi sono schegge impazzite degli squadroni della morte di Galtieri e Videla, addestrati al sequestri di persona politico, e che continuano ad agire indisturbati perfino dopo che il radicale Alfonsin è ritornato garante della democrazia, il godimento sarà massimo. Certo essere esposti alle radiazioni dei Puccio per 108' può nuocere gravemente alla salute.       

11 minuti di Jerzy Skolimowski
Attenzione. Potrebbe finire tutto di colpo. Siamo sull'orlo dell'abisso. Fateci un film sopra. Detto fatto. Una decina di cittadini, a Varsavia. Quasi tutti seguiti, estremizzando Roger Corman, negli ultimi 11 minuti della loro vita. Attrice sexy, regista geloso, cineasta hollywoodiano lubrico, venditore di hot dogs, suore dal buon appetito, ragazzi che sniffano coca e portano pacchi, paramedici robusti, lavavetri, ex disegnatore di identikit per la polizia, ladro frustrato.  Non si conoscono tutti tra di loro, ma le loro azioni e pulsioni, i loro sotterfugi e sentimenti, i loro progetti e destini, il loro lavoro e i loro automezzi, la loro coca e i loro champagne, li condurranno tutti nei pressi di un hotel di lusso tutto vetri e cemento (ma dalla pessima manutenzione esterna) del centro città. Dove misurarsi, per il regista, con la potenza visiva degli artisti e dei fotografi (le luci sono di MikolajLebkowsi)  e dei musicisti delle ultime generazione (le armonie sono di Pavel Mykietyn), sarà una sfida più che eccitante .... Il regista, qui più che altro un Giove che osserva dall'Olimpo le miserie umane, Jerzy Skolimowski, padrino della nuova onda polacca anni sessanta, tifa nella curva opposta rispetto a quella di Trapero. Il suo cinema è dalla parte della comunicazione non verbale, sta per gli shock visuali, sta per la fabbricazione di meccanismi amorali e di misteri umorali. Si parte da una immagine e si costruisce da lì un puzzle di immagini. Andando a ritroso, avanti e indietro nel tempo.La regia di questo musical catastrofico è affidata al destino, piuttosto cinico. In 11 minuti (in concorso), perché il film si svolge dalle 17 alle 17 e 11', Skolimowski ha 81 minuti di tempo per dare sfoggio di virtuosismo spaziale e sonoro (il merito maggiore va al fonico, Radoslaw Ochno, che trasforma perfino un aereo che atterra nella cavalcata delle valchirie),  e va ancora più in là del divertissment cronologico Lola corre e molto deve alla lezione di Brian De Palma.

Brian De Palma
Brian De Palma il vecchio, proprio il gioiello della new hollywood, il creatore di classici del cinema come Il fantasma del palcoscenico, Le due sorelle,  Carrie, Gli Intoccabili, Obsession, Hi Mom e dei più sorprendenti noir mai concepiti dentro e ai margini di Hollywood,  racconta se stesso a Noah Baumbach e Jake Paltrow, esponenti della next generation già attivi (Frances Ha...) in De Palma. E' una lunga intervista realizzata in circa dieci anni. Il cineasta del New Jersey, dalle studentesche passioni scientifiche, arrivato molto tardi alla regia, rampollo del teatro off di Manhattan, scopritore di De Niro, folgorato sulla via di Damasco da Vertigo, segnato per tutta la vita dall'assassinio Kennedy, spiega in maniera dettagliata, umoristica e illuminante la sua vita, le sue mogli, le sue attrici d'affezione, le sue opere bellissime, tutte anche quando lui non ci crede e si schernisce, la sua famiglia difficile, i suoi film d'affezione (Godard, Truffaut...ma soprattutto Hitchcock di cui è il discepolo unico), il suo rapporto con gli attori (perfino con Michael J. Fox, perfino Sean Penn che lo prendeva per il culo "sei solo un attore tv!"; o  Al Pacino che lo ha lasciò di punto in bianco andandosene dal set metropolitano troppo faticoso di Carlito's Way), le sue amicizie professionali (the group: Cappola, Lucas, Spielberg, non Robert Towne il pessimo, Schrader, Scorsese...), perché ha combattutto contro l'aggressione al Vietnam e all'Iraq, utilizzando ogni strumento possibile perfino la cinepresa digitale portatile, perché ammirava le Black Panthers, perché deve essere grato a Medevoy, producer geniale dell'United Artists e poi Orion, il mistero dei suoi piani sequenza a gru carpiata o a forma di otto, il suo andare avanti e indietro, a Hollywood e via, verso l'aria più pura, e perché ogni sua scrittura cinematografica ha un senso preciso, anche se può sembrare uno scarabocchio (ed è sembrato indecifrabile a molti critici illustri, eccetto che a Pauline Kael e a quasi tutti gli europei).  A chi, come i critici fondamentalisti, considera immutabili le leggi aristoteliche della narrazione, per esempio la scansione a,b,c e d.... eroe all'opera, prime difficoltà, situazione quasi senza uscita, vittoria sorprendente finale, De Palma appare l'anti Cristo, perché lui dice che, se sono applicate al cinema d'azione, fanno sempre dormire sonni profondi e nauseabondi. Credo che se c'è qualcuno che ha avuto il coraggio di misurarsi e sfidare con il Drago che erurtta fuoco chiamato Hollywood dagli anni 80 ad oggi è stato proprio Brian, domatore in Blow out di Travolta (da cui è stato a sua volta conquistato) e che ha accettato di attraversare l'inferno Tom Cruise-Mission impossible, uscendone vivo e vegeto dall'esperienza (molto meno quel "traditore" di sceneggiatore di nome Robert Towne) 

Un film turco, d'atmosfera dark, e in concorso, è un bel ritorno. Anche se negli ultimi anni Ankara ha espresso già un cineasta testa di serie, da festival di primo livello, come il denso e spesso criptico Bilge Ceylan, di cui Emil Alper, 41 anni, studi in storia e economia, è stato assistente. Ma se nel plot di Abluka (Follia), in concorso, che in inglese suona addirittura Frenzy come se stessimo nei dintorni di Hitchcock, che racconta sul difficile sodalizio tra tre fratelli, si insiste anche su un personaggio che per mestiere uccide i cani randagi sia con il fucile che con le polpette avvelenate ecco che la memoria ci riporta esplicitamente a uno dei capolavori di Yilmaz Guney, il regista curdo marxista leninista, per anni in carcere dopo un processo truffa e messo al bando come terrorista comunista per decenni, ma che oggi viene ristudiato dalle giovani generazioni, riverito, restaurato e diffuso all'estero (Umut è qui, nella sezione dei classici riesumati). Chissà come mai. Forse perchè è sempre stato contrario al separatismo curdo, perché a favore dell'internazionalismo proletario. Guney parlava di un paese lacerato dalla lotta di classe. Diviso in due, tra Erdogan il sinistro e Demirel il destro. Con gruppi armati che si colpivano vicendevolmente. Con colpi di stato sia di destra che di sinistra per rafforzare un kemalismo che sembra ormai nascosto da un fondamentalismo che solo i media chiamano moderato. Ebbene anche la Turchia di oggi, che Erdogan sta conducendo alle elezioni forzando su un clima da stato d'assedio, appare simile a quella di Yol o di Muri. Si bombardano i covi Isis come i patrioti curdi. Si scatenano strane stragi di stato. Si rievoca la resurrezione dei gruppi armati di estrema sinistra. Anche in questo film in campo agiscono i servizi segreti, gli informatori della polizia spediti nei quarieri più incandescenti, una guerriglia endemica, bombe che esplodono di notte, squadre anti terrorismo che non riescono a scovare i colpevoli. E i nostri tre fratelli di cui uno è scomparso e forse è leader della guerriglia (di che tipo non si capisce), un altro ha i sensi di colpa per aver accoppato tutti i randagi della zona e se li sogna di notte che lo divorano e per questo alleva in grande segreto un bastardino. E il terzo, Kadir, il protagonista, che, in libertà condizionata, se scopre qualcosa di losco e riferisce  ai capi, se no sconterà tutti i 22 anni, entra in paranoia e inventa la più assurda delle ipotesi di complotto. Una doppia sindrome folle che fa deragliare il film avanti e indietro nel tempo, dentro e fuori i sogni di uno dei fratelli o gli incubi dell'altro. Non sempre il regista porta a consonanza le troppe dissonanze. 
Follia di Emil Alper

  
Un film di Laurie Anderson. Che esperienza. Come parlare con un saggio vagabondo del dharma. Penso a Enzo Ungari che portò a Monticelli nei primi anni 80 i suoi video concettuali, sculture pixellate, autoritratti in bianco, grigio e nero. Ci dicevano: "siete voi stessi le opere d'arte. Abbiate il coraggio di esibirle, trasfomatevi. Sappiatevi far risuonare". Se l'occhio è per così dire l'evoluzione biologica di una lacrima, da una blue note cosa scaturirà tra qualche migliaia di anni, un secondo cuore? un cervello di riserva?  Avete presente "Dog star man", inizi anni 60 di Stan Brakhage? Questa ne è la versione overground, donna, digitale, in prosa. "Heart of a dog". Fosse stato presentato a Rotterdam transennavano le entrate. Il problema allora non è Barbera e la Mostra, ma il paese e la sua desertificazione. Non la classe dominante, è il suo lavoro sterminare, ma soprattutto le classi dominate, è il suo lavoro impedirglielo. E invece.