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lunedì 5 settembre 2022

Mostra di Venezia 90. Seconda parte. Guadagnino e Padre Pio. Di Roberto Silvestri

Athena di Romain Gavras Concorso Più che dal papà Costis Costa Gavras, la cui profondità e radicalità dello sguardo politico-sociale ha comunque incorporato, deformandola appena, Romain ha rubato a Kathryn Bigelow i segreti dei piani sequenza vorticosi e complicati. E per i primi venti minuti il film ti inchioda sulla poltrona perché, rendendo omaggio a John Carpenter e a Distretto 13 Brigate della morte, e perfino a Mad Max III, si assiste a una azione ribelle riuscita e entusiasmante, di solito viene censurata nei film che ricevono finanziamenti pubblici. I black block parigini, neri e beur, di un suburbio degradato e gelido, dopo l'uccisione di un ragazzo del quartiere per mano – si ritiene - poliziesca, si impadroniscono di armi, caschi, giubbotti antiproiettili e automezzi della polizia, facendo un'irruzione imprevista ed esasperata nel commissariato dove si svolge la solita conferenza stampa piena di promesse e retorica. Abdel, fratello della vittima, un militare (Dani Benssalah), cercherà di impedire altre vittime e trovare un compromesso con i reparti speciali della polizia che hanno circondato i manifestanti, asserragliati nella loro fortezza dopo aver fatto uscire le famiglie, e rapito un poliziotto. Ma l'uccisione anche di un secondo fratello, Karim, leader dell'ala irriducibile e dunque “pazzoide” (Sami Slimane), scatenerà l'inferno..... Nel suo terzo film, scritto anche con Alexis Manenti e Lady Ly (I miserabili), un guerrilla-movie che si avvale di una drammaturgia secondaria non molto originale e di personaggi stereotipati, l'adrenalina di spegne via via e la scienza della moltitudine in lotta scompare: si prepara un finale salva Stato.
Bones and All di Luca Guadagnino Concorso Non si cannibalizzano da sempre i teenager? I giochi di potere su di loro non sono orrendamente sadici, come vediamo in Ucraina da mesi morire a frotte senza un perché? Ed ecco la magnifica vendetta, il grosso “ti mangio vivo” di Maren e Lee, a nome della Z generation.. Un “duetto per cannibali”, Taylor Russell eTimothée Chalamet, rovesciato rispetto al film del 1969 di Susan Sontag sul riflusso dei rivoluzionari. “Grazie a questo film ho deciso di non suicidarmi”, potrebbe scrivere a Guadagnino qualche spettatore centennial. Ha infatti il sapore di Twilight il neo Badlans che Camille De Angelis ha spolpato per farne un un film politico (politico perché è bello, perché gli attori si muovono bene, anche Chloe Sevigny lascia a bocca aperta) scritto con David Kajganich e che ci e si trasporta nel cuore degli States, dall'Ohio all'Illinois, all'Iowa e al Nebraska: lunghe strade vuote, distributori di benzina deserti, sobborghi in cui i cartelloni pubblicitari sono due volte più alti delle case circostanti. Atmosfere e panorami dark e marginali, “non luoghi” che sputano “non libertà” grazie ai totali del bielorusso Arseni Kachaturian, che forse ha letto le poesie di Weldon Kees. Guadagnino inventa un tragitto antitetico, ma solo geograficamente, rispetto a quello di Easy Rider (il soundtrack possente, è ugualmente epocale). “Born to be wild”, cantavano lì gli Steppenwolf, e qui l'inizio è identicamente selvaggio. Non si va da Los Angeles a New Orleans, come con Hopper e Fonda, ma qui i ragazzi si impadroniscano del camion assassino: sono in cerca di gore e vendetta e, questa volta, di happy end. Uno scandalo per un horror, dar speranza. Forse Bob Dylan avrebbe regalato a Guadagnino la canzone che negò a Hopper perché quel finale gli sembrava troppo cupo e avrebbe preferito che si bruciasse quel pick-up.... Questi cannibali sono ovunque, una comunità di diversi, e si capiscono al volo o al fiuto, e sanno come ridurre all'osso la malvagità redneck, la giocondità del potere di classe e di razza, la vigliaccheria degli adulti, il risentimento dei vecchi eredi dell'alterità nativa (Mark Rylance). Hanno una loro etica, opposta ma profonda come quella dei guerrieri della Papua Nuova Guinea di una volta, che mangiavano i nemici uccisi per glorificarne il coraggio. Questi sono più ”vegetariani”, non sopportano la carne morta come invece in L'impero dei sensi. Easy rider in fondo non significava “il ganzo che vive con la pollastrella”? Fin dentro la morte, anche nella versione “la ganza che vive col pollastrello”.
Monica di Andrea Pallaoro Concorso Non totali, ma soprattutto primi piani (e insistentemente di profilo); sempre l'Ohio, ma più metropolitano (Cincinnati), con i bar, i camionisti, gli interni cupi...; una cinamatographer 'aliena' come Katelin Arizmendi per dare immagini corpose e seduttive al copione scritto dal duo Andrea Pallaoro e Orlando Tirado, ancora insieme a Venezia dopo aver fatto vincere una coppa Volpi, per Hannah, nel 2017, a Charlotte Rampling. Anche qui c'è una mattatrice delle scene e dei set, Patricia Clarkson (Lontano dal Paradiso, Il miglio verde …) mamma morente di Trace Lysette, trans ripudiata che torna a casa per assistere e curare chi quasi non ricorda di aver ripudiato. Film d'atmosfera, di sgaurdi sfuggenti, di dialoghi azzoppati sul nascere, ellittico fino alla perversione.
Margini di Niccolò Falsetti Settimana della critica La scena street punk di Grosseto 2008. O meglio Edoardo, Jacopo e Michele. Tre amici: uno, sposato con figlio, moglie cassiera, è impermeabile a ogni ipotesi di lavoro salariato. L'altro lavora in un night, sottopagato. Il terzo suona anche la classica e lo aspettano a Parigi per una registrazione. Insieme però spaccano: temperano bene le deformazioni armoniche e stropicciano con eleganza le melodie oblique. Ma: non hanno un soldo, non hanno appoggi politici, non riescono a esibirsi, li cacciano dalla cascina dove provavano, sono senza impianto e puntano tutto sull'accoppiata agognata con una mitica band americana, i Defense, idoli dell'hardcore, che a fatica riescono a far deviare in Toscana, da Mosca (4000 euro di biglietti aerei! Prosciugato il conto in banca). E andrà proprio tutto storto. Tranne il concerto degli americani. Trionfo. Ma qualche soddisfazione se la prenderanno lo stesso, i ragazzi. Per esempio distruggono l'orrido locale dell'amante della mamma (Valentina Carnelutti) di uno dei tre. Poi qualche bevuta, qualche battuta feroce in dialetto, l'amicizia, che li rende nonostante tutti inossidabili. Opera prima, sicuramente non ultima.
Padre Pio di Abel Ferrara Giornate degli Autori Quoziente di difficoltà alto per Ferrara, dopo copiosi studi di storici e ecclesiastici super partes che, voluti da papa Giovanni XXIII e da Paolo VI, smascherarono non senza difficoltà stigmate, apparizioni e miracoli. Attorno a un frate, forse giusto e buono, se ci arrendiamo alla devozione popolare, ma certo simpatizzante sempre per i latifondisti, i loro sgherri e successivamente per gli squadristi fascisti e che fu strumentalizzato, in anni di ossessione anticomunista, dal potere feudale e poi dalla Dc reazionaria. Così Ferrara sfiora solo la parte miracolistica, divide il film in due parti poco comunicanti (strage dei contadini da una parte, incerto nello stile tra ballata popolare e realismo socialista) e esperienza mistica del frate dall'altra, e qui è più Friedkin e l'esorcismo che lo appassiona)), compresi i suoi numerosi scontri fisici con il demonio, ovvero con i mali del mondo presente, passato e futuro (dai dieci milioni di morti della prima guerra mondiale ai 100 milioni di morti della seconda, che lui già prevede). La parte più interessante è proprio quella mistico-horror ovviamente già ben maneggiata in passato (e grazie anche alla presenza diabolica di Asia Argento). Fare di Padre Pio un Brus o unoSchwarzkogler, un esponente ante litteram della avanguardia azionista viennese degli anni 60, è stato il colpo di genio di Ferrara.

mercoledì 2 gennaio 2019

Suspiria di Luca Guadagnino, la crudele storia d'amore tra Fassbinder e Dario Argento


Roberto Silvestri


Aumentare il tasso di crudeltà e diminuire quello di horror, rispetto al Suspiria originale. Crudeltà vuol dire non sfornare mai allo spettatore immagini precotte. Ricondurlo a uno stato percettivo e ricettivo estremamente pericoloso. E poi. Aumentare il peso della storia dell'arte, della politica e del sesso. Rendere omaggio all'immaginario femminista anche iconografico, Gina Pane, Francesca Woodman, Judy Chicago e Ana Mendieta... Questo il progetto provocatorio, e anticonformista come Black Panther, di un film-remake di un remake (il primo progetto naufragato era stato scritto da Luca Guadagnino con David Gordon Green) sul Potere che trasforma le tre Madri, le streghe danzanti, in supereroine (capaci di scovare, affrontare e abbattere la psicoanalisi lacaniana del dottor Jozef Klemerer), e questo già irrita, e poi metterle pure in conflitto tra loro.  E il conflitto, come si sa, non è più di moda. La strega della continuità e della tradizione, Helena Markos. La strega del rinnovamento, Madame Blanc. La strega della discontinuità sovversiva... Le tre madri si azzuffano. E vince la 'rivoluzione di velluto' di Dakota Johnson-Susie Benner.
Figuriamoci. Il tutto lavorando su due testi, e non solo su quello di Argento. Anche su Germania in autunno. Perché Fassbinder, più ancora di Visconti, la sua crudeltà più del gusto macabro per la fiaba nera di Argento, è il punto di riferimento formale di questa nuova avventura visiva e musicale di Guadagnino (più Tom Yorke), come lo era di Io sono l'amore. E che dire del contributo cromatico del direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom?  Dove abbiamo visto quei grigi impuri, quelle ombre verdastre, quelle sfumature di marrone Fendi e di sangue non di routine, insomma tutto ciò che non è bianco né nero, perché i cattivi e i buoni amano travestirsi sempre da loro contrario? Ma in Balthus! Le adolescenti nude. Dunque un critofilm pienamente perverso, dalla parte di Woody Allen e non di Timothée Chalamet. Speriamo che turbi molto questo film. Non succedeva più neppure che Fofi o il New Yorker o il NYTimes s'incazzassero...


Cos'è un critofilm? Un film che critica un oggetto o un soggetto dell'arte letteraria, pittorica, scultorea, musicale o architettonica, ci aveva insegnato Carlo Ludovico Ragghianti. Ma, nella primavera del 1967, il futuro regista Luigi Faccini, in un intervento sul n.1 di Cinema&Film, ne amplia il significato.  Si può pensare e scrivere per immagini: "Il pensiero visuale è diverso da quello verbale, forse più ampio e significativo, più moderno, più sintetico, più espressivo e comunicativo, anche sul piano filosofico e saggistico". Inoltre il "fatto critico" può essere trasferito finalmente nella sede linguistica adeguata all'oggetto preso in esame, si può fare critica di un film girando un film (il critico e futuro regista Maurizio Ponzi aveva appena girato il critofilm Il cinema di Pasolini). 
Come la critica letteraria anche la perifrasi del critico cinematografico diventa così linguisticamente identica all'opera e analoga al senso, alla struttura e al ritmo dell'opera filmica.  Erede e sintetizzatore di Joe Dante e Jean-Luc Godard allo stesso tempo, Luca Guadagnino viene dalla critica scritta e ogni suo lavoro, perfino Chiamami col tuo nome (che si confrontava con il sistema James Ivory) è un crito-film, cioè un esplicito lavoro di tatuaggio che lui e il suo montatore d'affezione, Walter Fasano, compiono su testi prediletti o di ossessiva o demoniaca “forza” per abbellirli, adornarli, chiosarli, parafrasarli, cancellarne parti, rinnegarli, riaggregarli e criticarli, “costruttivamente” o “distruttivamente”. Non si lavora solo Suspiria di Argento, ma anche in sovrimpressione su Germania in autunno, il film collettivo che proprio sulla contrapposizione tra vecchia Germania-nuova Germania, tra il 1977 e il 1980 si esprime, senza compromessi di alcun tipo. Il rapporto tra Madam Blanc, la maestra di danza (una delle parti di Tilda Swinton), e Suzie Bannon, l'allieva che è una sorta di Biancaneve, non possiede la stessa violenza, lo stesso  seduttivo conflitto artistico e intellettuale di quello tra madre-figlio e tra regista e amante dell'episodio di Fassbinder in quel capolavoro sul riflusso del movimento rivoluzionario mondiale? 
   

Questa anomala mancanza di spontaneità narrativa, il meditare, anzi concettualizzare sulle immagini-suono, sulle immagini-spazio e sulle immagini-sguardo hanno reso problematico il rapporto con una parte di pubblico, soprattutto italiano, quella più rigida e meno ludica, che considera questo procedimento di arrangiamento da “cover” una “frivolezza floreale” (e Io sono l'amore un sotto Visconti, o “Melissa P” un sotto Jarman). 
Siamo abituati, se pigri o analfabeti schermici, più ancora degli spettatori americani, a non giocare con le immagini potenti, a non contribuire al finish artistico libertario di un film, ad affidarci invece completamente alla potenza delle immagini (come alla prepotenza dei politici "muscolari"), che siano forti e autoritarie, che non ammettono ulteriori “decostruzioni”. 



Invece il lavoro “futile” di Guadagnino sui testi è la novità estetica più interessante e feconda degli ultimi anni. Uso il temine futile nell'accezione etimologica latina. La crepa, la rottura del vaso che fa fuoriuscire il liquido dando altra forma al "contenuto". Fertilizzandoci il cervello. Che dal soggetto di Argento e Nicolodi, ispirato a sua volta a Wedekind di Mine-haha, la scuola di danza per adolescenti che nasconde segreti insostenibili, si possa rifondare, tramite incrinatura del vaso, il nostro rapporto con la gerarchia simbolico uomo-donna e con la memoria meno antica (l'antisemitismo, la shoa; il musical d'arte da Busby Berkeley a Powell-Pressburger, da 42th street a Scarpette rosse e quanta sofferenza e violenza sia nascosta nell'arte, perché anche l'arte ha una storia) e più recente (la nascita della Ddr, la guerra civile e anti imperialista in Germania degli anni ’70), conferma la unicità di questo film anche per Guadagnino (una sorta di rinascita e di esperimento è questo suo primo horror movie) e anche la grandezza culturale di quel movimento artistico degli anni ‘60 e ’70 troppo dimenticato e che non casualmente interessò Austria, Germania e Italia contemporaneamente. L'arte concettuale appunto, antisessista, antirazzista e antiautoritaria, alla quale Guadagnino questa volta esplicitamente si rivolge. Per mostrare e non per dimostrare. Il corpo forsennatamente dilaniato di Stelarc, le “tette a portata di mano” di Valie Export, l'eco-arte di Beuys, i giochi attici di Pino Pascali, le sfere anti-securitarie di Sergio Lombardo, gli akzionisti e le akzioniste austriache (non quelli della finanza), le orge di sangue di Otto Muhl, la mummificazione suicida di Rudolf Schwarzkogler, le schizo-passeggiate di Gunter Brus con l'anima divisa in tre, per dire un grande sì alla vita nonostante possenti e subdole aggressioni arrivassero da ovunque, neo-fascismi, caccia bombardieri in Vietnam, carri armati in Israele, eroina nelle metropoli, molestie e oltre alle donne... ecco tutto quel che ritroviamo - scandalizzando a morte i puristi puritani dell'horror perché in questo modo l'horror è costretto a far strip-tease -  in questo grandioso e inquietante film “triadico”, e non solo per la triplice performance di Tilda Swinton, ma per il gioco di scrittura contemporaneamente umano, sovrumano e subumano. 



E anche nel senso che lavora, secondo le istruzioni di Eisenstein, sul corpo terragno, sul corpo roteante e sul corpo librante. Mano. Piede. Spirito? Lavoro. Fuga. Ascesi. Se si è terrorizzati come si fa a non essere terroristi? Ritrovando, nell'era digitale, il contatto. Il tatto. Il senso “comune”. E "il tatto ha memoria", come ricordava il poeta John Keats. David Kajganich, il cosceneggiatore di Suspiria-Guadagnino, fa benissimo a ricordare lo sguardo tattile sulla Germania occidentale di Thomas Harlan, il primo a ribellarsi alla continuità tra nazismo e repubblica federale di Adenauer che aveva infarcito i posti di comando politico-finanziario di ex gerarchi del III Reich. Fassbinder proseguì nell'opera di ribellione e smascheramento di quella rimozione storica con il suo anti-teatro e anti-cinema (e la sua ex moglie  Ingrid Caven è qui a ricordarcelo). Molti registi del nuovo cinema tedesco, come Margaret von Trotta si sono confrontati con il terrorismo Baader-Meinhof e con la tolleranza repressiva di Bonn (a Angela Winkler è qui a ricordacelo). Al critofilm adulto che imprigiona il "pensiero sensibile" dentro gelide atmosfere strutturaliste Guadagnino contrappone però, da neo-beatnik, da femminista convinto,  da seguace di Dante e di Godard e di Bertolucci, il calore vitale dell'home movie, del film privato che ha un movente antico (a 10 anni, quel poster pauroso del film di Argento sbirciato, adorato e mal metabolizzato a Cesenatico, quando era in vacanza solo e in asilo), un senso autobiografico forte, una cinematica ossessione adolescenziale, che costringe al remake inaspettato, al film che, come ha scritto Larry Gross sulla rivista americana Filmmaker "al posto dei colori brucianti, di una colonna sonora minacciosa e della fiaba nera, sceglie la strada profondamente fastidiosa della riflessione semifilosofica sull'arte, la performance e le radici storiche del male". Senza sacrificare i viscerali piaceri di un film di genere, continua Gross (che è anche un collega sceneggiatore), Guadagnino sa espandere il suo raggio d'azione a temi sociali e politici, come sanno fare pochi altri cineasti. E tra questi Francis Ford Coppola nella saga politica-gangsteristica Il Padrino. Come Dreyer e Bunuel, Cronenberg e Bergman, Resnais e Kubrick, Aldrich e Carpenter, anche Guadagnino tende più a storicizzare il male e i cattivi che a moralisticheggiare sul peccato, dovere di ogni buon film horror, come ci ricordava Stephen King. 



Non poteva mancare dunque nel film la foto di un cineasta che quei tempi ha scolpito, il militante comunista rivoluzionario nonché grande cineasta Holger Meins, che fu l'unico che davvero si suicidò fino alla disincarnazione totale, della Baader-Meinhoff, offrendo il proprio corpo come Pasolini, in pasto al Moloch, per evitare ulteriori catastrofi. Le “tre madri”, appunto, che si contendono non senza spargimento di sangue il controllo del simbolico, strappandolo al fallocentrismo che “ha tante colpe e tante vergogne” da scontare (non dimentichiamo mai che a Guadagnino si deve l'unica riflessione cinematografica del nostro razzismo criminale all'opera in Etiopia, in un paese che lo ha rimosso completamente, perfino dalla parte progressista, Inconscio italiano, 2011). L' immersione dentro il testo cult come la cattedrale horror di Dario Argento dunque è riuscita. Grazie a un cast impeccabile e a danze e musiche che più che a Bausch rimandano a gesti, movenze, e rigidità da karate. Più a Chuck Norris che a Bruce Lee. Tranne, nel finale, addolcirsi. Flashdance. Spielberg. E' stato chiesto a Guadagnino perché dopo il calore sottile e l'umanità densa di un amore totale catturati in Chiamami col tuo nome avesse sterzato verso la rabbia di un horror. "Entrambi i film parlano di esseri umani e delle loro emozioni. A volte prevale la malinconica fusione d'amore, altre volte il devastante insorgere della violenza".


giovedì 20 settembre 2018

Mostra di Venezia 75. Cuarón, un Leone all’unanimità



Roberto Silvestri

Mai un Leone d'oro è stato meno contestato. Mai è stato anticipato da tanti unanimi apprezzamenti internazionali. Il film messicano Roma di Alfondo Cuarón, autobiografia “da cucciolo”, e non solo, del regista, montatore, sceneggiatore e produttore, ha vinto senza polemiche o fischi o insulti la Mostra di Venezia 2018.
Roma produce uno tsunami di emozioni estetiche immediate, potenti e originali. Come se fosse l'antidoto, spettacolarmente corretto, ai Marvel movie. Qui esci dal cinema (anzi dal tuo megaschermo domestico, perché è un prodotto Netflix) sentendoti un super eroe e non più schiacciato dalla potenza dei superpoteri altrui. Rimetti in sesto il sistema sensorio, ogni facoltà percettive. Come una droga digitale alla carnitina che inietta più sensibilità umana, più acume politico e più capacità di collegare le due cose.
Il fatto che siano stati premiati, a margine, due para-western claudicanti (Audiard e i Coen) e altri tre film storici in costume (il Van Gogh, il diavoletto della Tasmania di Nightingale e La favorita) che deragliano verso emozioni “di genere” troppo messe a fuoco (l'agiografico, lo splatter etnocolpevole, la parodia encomiastica) sembrerebbe invece una indicazione antitetica, a parte le qualità performative sofisticate di Willem Dafoe e di Olivia Colman. Sulla stessa linea di Roma metterei invece i dimenticati dal palmarès: La quietud di Trapero, (neppure messo in concorso), i tre ottimi film italiani, e soprattutto Suspiria, né horror né pamphlet politico, folgorante immersione nel cinema e nella rivoluzione totale; The Mountain, troppo odiato da tutti per non possedere qualità visuali e concettuali premonitrici; l'Arpa birmana di uno Tsukamoto che purifica le sue forme fino all'essenziale; Peterloo, ovvero come tornare alle origini del Capitale di Marx per bastonare Trump, e Vox Lux che di ogni parodia, di ogni agiografia e di ogni attrazione splatter è la critica. 
Film eccitanti, non antidolorifici. Solo così si è competitivi nell'immaginario. Rischiando di perdercisi, come questo Nemes ancora più presuntuoso del precedente.
Torniamo a Cuarón. L'autore (cittadino onorario di Pietrasanta, Toscana, perché la sua ex moglie è italiana) ha raccontato in bianco e nero e tensione espressionista il quartiere Colonia Roma di Mexico City (le gite al mare, il cinema e la passione per la fantascienza, le lunghissime auto americane, la famiglia agiata e poi in crisi economica, le donne di servizio indios, il massacro del Corpus Christi) con la nostalgia un po' lisergica di chi aveva nel 1970 dieci anni, subiva già i traumi, molto ravvicinati, di un regime stragista e corrotto e di un papà irresponsabile e ancora doveva diventare il director di film di successo internazionale come Anche tua madre, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban e Gravity.
Si è detto che Roma (notare il furto di un titolo felliniano) è l'8 e ½ più Amarcord latino americano, e la libertà di fraseggio è identica, ma il concept è opposto. Lo sguardo in soggettiva sugli avvenimenti esistenziali (quasi una morte per annegamento suo e dei suoi fratelli) e sui fatti storicizzati dell'era riformistico-criminale di Echeverria, ormai patrimonio dell'immaginario collettivo, come in un quadro di Bacon si complica, viene contorto e distorto da una sovrimpressione proibita finora, dallo sguardo obliquo e avulso e altrettanto consapevole della sua adorata tata, del sottoproletariato inurbato delle campagne, e, come in Sissignora di Poggioli, o Le noire de di Sembene Ousmane, o Diario di una cameriera di Bunuel, diventa “scandalosamente” il centro di gravità della storia. Soprattutto perché come quella tata centinaia di migliaia di messicani poveri sono rispediti oltre muro e separati dai figli da Trump per salvare qualche briciolo di Pil e le promesse anticostituzionali elargite ai suoi selvaggi elettori.
Un film di 135' che poteva essere molto, molto più lungo. E probabilmente lo è. Come quello di Martone, che ha evidentemente tagliato la sua versione originale per non debordare pericolosamente, come 22 luglio sulla strage di giovani socialdemocratici norvegesi e Opera senza autoredel pittore della Germania Est perseguitato ancora dai nazisti. Come La favorita. Sunset di Nemes.  O Nightingale. Il cinema va disperatamente verso il racconto lunghissimo e dettagliato. Che esce ed entra da costellazioni di genere. Lo aveva ben anticipato il regista filippino Lav Diaz, un insuperato e dimenticato vincitore della Mostra perché il suo film non ha incassato e non è uscito (neppure su Netflix). Anche se oggi tutti lo imitano (e Kluge è andato proprio in Filippine a risciacquare i suoi panni) e incassano. 
Forse un prestigioso festival internazionale deve stare attento a non confondere i suoi film con le serie tv che di troppa (e finta) libertà narrativa moriranno.
Da quando non ci sono più nelle giurie dei mega festival i critici, gli storici del cinema e le personalità planetarie di grande prestigio culturale (e fragile risonanza mediatica), ma solo cineasti per lo più di origine occidentale, colleghi dei premiandi, a copiare il modello Oscar, i premi si stanno talmente svalutando come indicazione potente di “altro mercato”, che a stento si ricorda chi ha vinto Cannes 2015, Berlino 2016 o Venezia nel 2014. 
Così la Mostra d'arte di Barbera ha avuto l'astuzia di far presiedere la giuria 2018 proprio dal vincitore dell'edizione passata, il messicano Guillermo Del Toro, poi Academy Award con il fantastico fantapolitico La forma dell'acqua, a sottolineare la “via della seta” che deve collegare da ora in poi il Lido alla cerimonia del Dolby Theatre di Los Angeles. Anche la scelta di aprire le gare con il nuovo Chazelle, il lungo ricalco di Apollo 13, First Man va nella stessa direzione. Se una sola regista ha vinto l'Oscar, la statistica dice che è meglio non portare in gara troppi film diretti da donne. Soprattutto perché la maggioranza proviene da paesi lontani e statisticamente poco premiabili. E restringere così all'area angloamericana i confini della competizione e i paesi di origine della giuria. Muri che speriamo verranno fatti brillare da Barbera e dai suoi esperti che possono essere soddisfatti a metà del loro lavoro.  In particolare per la scelta del giurato italiano, che non era certo chiamato a favorire il cinema di bandiera, ma il buon cinema.  

Mostra di Venezia 75. La visione triadica di Luca Guadagnino



Venezia 2018 / “Suspiria”



Roberto Silvestri
Come Joe Dante e Jean-Luc Godard, Luca Guadagnino viene dalla critica e ogni suo lavoro, perfino Chiamami col tuo nome (che si confrontava con il sistema James Ivory) è un crito-film, cioé un esplicito lavoro di tatuaggio che lui e il suo montatore d'affezione, Walter Fasano, compiono su testi prediletti o di ossessiva o demoniaca “forza” per abbellirli, adornarli, chiosarli, cancellarne parti e criticarli, “costruttivamente” o “distruttivamente”. Questa anomala mancanza di spontaneità narrativa, il meditare, anzi concettualizzare sulle immagini-suono, sulle immagini-spazio e sulle immagini-sguardo hanno reso problematico il rapporto con una parte di pubblico, soprattutto italiano, che considera questo procedimento di arrangiamento da “cover” una “frivolezza floreale” (e Io sono l'amore un sotto Visconti, o “Melissa P” un sotto Jarman). Siamo abituati, se pigri, più ancora degli spettatori americani, a non giocare con le immagini potenti, a non contribuire al finish artistico libertario di un film, ad affidarci invece completamente alla potenza delle immagini (come ai politici), che siano forti e autoritarie, che non ammettono ulteriori “decostruzioni”. Invece il lavoro “futile” di Guadagnino sui testi è la novità estetica più interessante degli ultimi anni. Uso il temine futile nell'accezione etimologica latina. La crepa, la rottura del vaso che fa fuoriuscire il liquido. Fertilizzandoci il cervello. Che dal soggetto di Argento e Nicolodi, ispirato a sua volta a Wedekind di Mine-haha, la scuola di danza per adolescenti che nasconde segreti insostenibili, si possa rifondare, tramite incrinatura del vaso, il nostro rapporto con la memoria antica (la shoa) e più recente (la guerra civile e anti imperialista in Germania degli anni ’70) conferma la grandezza culturale di quel movimento artistico degli anni ‘60 e ’70. L'arte concettuale appunto, antisessista, antirazzista e antiautoritaria, alla quale Guadagnino questa volta esplicitamente si rivolge. Stelarc, le “tette a portata di mano” di Valie Export, l'eco-arte di Beuys, i giochi attici di Pascali, le sfere anti-securitarie di Sergio Lombardo, gli akzionisti e le akzioniste austriache (non quelli della finanza), le orge di sangue di Otto Muhl, i corpi martoriati e suicidi di Rudolf Schwarzkogler, le schizo-passeggiate di Brus con l'anima divisa in tre, per dire un grande sì alla vita nonostante possenti e subdole aggressioni arrivassero da ovunque, caccia bombardieri in Vietnam, carri armati in Israele, eroina nelle metropoli, molestie e oltre alle donne... ecco tutto quel che ritroviamo in questo grandioso e inquietante film “triadico”. Nel senso che lavora sul corpo terragno, sul corpo roteante e sul corpo librante. Mano. Piede. Spirito? Lavoro. Fuga. Ascesi. Se si è terrorizzati come si fa a non essere terroristi? Ritrovando, nell'era digitale, il contatto. Il tatto. Il senso “comune”. Non poteva mancare dunque nel film la foto di un cineasta che quei tempi ha scolpito, il militante comunista nonché grande cineasta Holger Meins, che fu l'unico che davvero si suicidò fino alla disincarnazione totale, della Baader-Meinhoff, offrendo il proprio corpo come Pasolini, in pasto al Moloch, per evitare ulteriori catastrofi. Le “tre madri”, appunto, che si contendono non senza spargimento di sangue il controllo del simbolico, strappandolo al fallocentrismo che “ha tante colpe e tante vergogne” da scontare (non dimentichiamo mai che a Guadagnino si deve l'unica riflessione cinematografica del nostro razzismo criminale all'opera in Etiopia, in un paese che lo ha rimosso completamente, perfino dalla parte progressista). L' immersione dentro il testo cult come la cattedrale horror di Dario Argento dunque è riuscita. Grazie a un cast impeccabile e a danze e musiche che più che a Bausch rimandano a gesti, movenze, e rigidità da karate. Più a Chuck Norris che a Bruce Lee. Tranne, nel finale, addolcirsi. Flashdance. Spielberg.
Suspiria
Regia: Luca Guadagnino

venerdì 5 gennaio 2018

TOP FIVE LA CLASSIFICA (IMPOSSIBILE) DEI MIGLIORI FILM DEL 2017

A Ciambra di Jonas Carpignano


di Roberto Silvestri

Radio Onda Rossa come ogni anno chiede a un mucchio selvaggio di critici italiani (per lo più uomini perché radio onda rossa non rispetta il politicamente corretto e le quote, per far piacere a Tom Wolfe, il rapporto è 12 a 3) quali sono i cinque migliori film del 2017 usciti regolarmente nelle sale, anche off off. (*)
Spielberg e prima ancora Welles ci hanno però sempre messi in guardia da questo giochino utile semmai a ricordare e riassumere l'annata, e spiegato che l'arte non ammette classifiche generali, alla faccia dei grandi festival (Cannes, Berlino, Rotterdam, Venezia, Toronto, Locarno e Telluride) e delle loro giurie di super star, e checché ne dicessero ad Atene i fan delle olimpiadi culturali.
I film potrebbero essere sì giudicati da esperti esterni, teorici e critici d'arte, direttori di festival, cioé da un pubblico particolarmente consapevole e onnivoro (a parte i premi Oscar che sono premi aziendali, assegnati per ogni categoria dai rispettivi colleghi) solo se differenti registi partissero dallo stesso copione. Se no come pesare l'originalità e l'unicità delle opere d'arte? Comunque qualche film si imprime nella memoria più di altri. E non sempre questo vuol dire che sia più artistico e affascinante di un altro, che magari si introduce in parti del cervello molto meno esibizioniste, ma è sempre pronto a esplodere, prima o poi. Comunque.
Radio Onda Rossa chiede anche un giudizio sull'annata. Più il cinema, inteso come sala, è in crisi più si vedono film, attraverso una molteplicità di supporti inimmaginabili pochi anni fa. Dunque la situazione è eccellente. Si producono molti film e si possono vedere ovunque opere da tutto il mondo. Anche se aspettiamo ancora il Lav Diaz che ha vinto Venezia 2017. Altro dato interessante. I primi tre film nella classifica Usa di incassi vedono tre donne super star protagoniste. E sono tre super eroine che hanno scalzato i Batman e i Superman, i Lanterne Verdi e i Daredevil: Wonder Woman, La Bella e la Bestia e Guerre Stellari Episodio 8: Gal Gadot, Emma Watson e Daisy Ridley. Insomma l'anno è caratterizzato da una certa supremazia simbolico-immaginario delle donne. La conferma arriva anche sul lato del cinema non hollywoodiano. I nuovi film di Claire Denis, Agnes Varda, Lucrecia Martel, Valeska Grisebach, Greta Gerwig, Sally Potter, Valeria Sarmiento, Annemarie Jacir... entrano in moltissime classifiche critiche.

Il Giovane Marx di Raoul Peck

LA TOP FIVE....

Premessa: non ho visto Il giovane Marx di Raoul Peck, sulla vita pubblica e privata di Karl Marx fino al 1848, alle prese con Proudhon e Feurbach, con Hegel e con la prima grande rivoluzione in Occidente. Il film forse uscirà in Italia con I wonder per tre giorni, intanto si può acquistare in dvd all'estero. Siamo o no al bicentenario? Non è un caso che sia un grande cineasta haitiano a ricordarcelo. Toussaint Louverture non è passato invano. Ha guidato la prima rivoluzione proletaria mondiale. Vincente. Nel 1804. E certamente ha molto influenzato non solo l'Otello di Rossini, ma anche il Genio di Treviri.

Premessa n.2. Non ho ancora visto Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino che spero vinca qualche oscar perché credo che Guadagnino sia il cineasta italiano più coraggioso, inventivo e spregiudicato della nuova generazione, meno manierista di Garrone e più colto visualmente di Sorrentino. Lo dimostra il fatto che sia il primo cineasta italiano/italieno che riesce a sfidare i grandi del cinema Usa nelle categorie principali. Non come regista del migliore film alieno. Cosa inedita per un regista italiano. O quasi. Ma il gay movie che avrebbe dovuto dirigere Jams Ivory, non è ancora uscito in Italia.

Premessa 3. Non sono ancora usciti una decina di opere importanti ammirate nei vari festival come:

David Lynch e Harry Dean Stanton in Lucky
Lucky, di John Carroll Lynch, con David Lynch, l'ultimo film, semi autobiografico, quasi un auto necrologio, di Harry Dean Stanton,

First Reformed di Paul Schrader sulla Chiesa Riformata d'Olanda, sui calvinisti d'America che tanto hanno massacrato l'infanzia del cineasta, e sulla interpretazione così inquietante e letteralista della Bibbia da istigare il cristiano dai saldi principi etici a passare alla lotta armata e a inseguire il fondamentalismo talebano sul suo stesso terreno. Perché “bisogna distruggere i distruttori della terra”. Come ci impone di fare il Libro Sacro.

La mini serie tv, molto politica, su una pagina oscura della storia usa anni 60, di Errol Morris Wormwood;

The Nothing Factory, un musical portoghese (trotskista ma senza pasticcini, quasi come lo sognava Nanni Moretti) di Pedro Pinho su una occupazione di fabbrica anti-globalizzazione piuttosto festosa nonostante il tetro clima;

un doc di Barbet Schroeder Le venerable W. di Barbet Schroeder che ha anticipato prima che il mondo se ne accorgesse che in Birmania peggioravano i pogrom contro le minorante musulmane bengalesi dei Rohingya. Aizzati da un monaco First Reformed e Talebano contemporaneamente.

Post di Steven Spielberg, che sta però per uscire nelle sale e probabilmente farà incetta di statuette e di globi..

Premessa 4. Non sono usciti mai in Italia se non nei festival e sono attesi, tra gli altri:

Sinestesia di Maged el Madhi (per capire a pelle, con l'occhio l'orecchio e la bocca, cosa sta succedendo nell'Egitto rimilitarizzato da al-Sisi e perché una sollevazione popolare ha rovesciato i fratelli musulmani)

L'ornitologo di Joao Rodrigues (ai padovani non piacerà perché scopriranno che sant'antonio è portoghese)

Hissein Habré, a Chadian Tragedy di Mahamat Saleh Haroun (forse prima di dire di “aiutare l'africa a svilupparsi” sarebbe bene osservare attentamente questo film che racconta perché gli aiuti europei sottosviluppano ferocemente da più di 4 secoli l'Africa, perché la Francia ha organizzato oltre 60 colpi di stato per tenere tutte le ex colonie sotto controllo neocoloniale e perché Minniti rischia di imitare più Crispi che Zanardelli)


Premessa 5. Tra i film quelli usciti (o in procinto di uscire) che non metto in classifica, una decina di ottimi film visti, conferme ulteriori di altisssima qualità:

Ex Libris di Fredrick Wiseman (anche senza essere esperti in biblioteche 'viventi' si può capire perché questo testo dovrebbe essere conosciuto e studiato da tutti gli assessori alla cultura)

Wonderstuck di Todd Haynes (opera tattile, non è simile a Hugo Cabret, anche se il film è tratto da un romanzo dello stesso scrittore, e anche se racconta l'amicizia a distanza tra due adolescenti che hanno molto in comune, perché tono e timbro restano di Haynes, e i nervi sono meno a fior di pelle, la magia del vedere l'invisibile è più morbida, la profondità storico-politica che circonda l'avventura è più palpabile. Anni venti/anni settanta, stessa epoca di ribellione ad alta tensione.

La vita in comune di Edoardo Winspeare, perché fa capire (anche se il racconto riguarda la giunta di sinistra di un paese dell'entroterra salentino: la cultura, che sembra polverosa, dei suoi intellettuali organici, le strategie economiche per uscire dall'immobilismo e perfino la politica carceraria, che è all'opposto di quella leghista e pentastellata) il miracolo di Lecce, unico comune strappato dal Pd alla destra nelle ultime amministrative, merito di Salvemini ovvero l'estremista che ha quelle capacità di mediazione politica e di rispetto per gli avversari che un moderato non sembra possedere.
Guardiani della galassia 2 di James Gunn, il primo era perfetto, questo troppo identico al primo, anche in perfezione, nel gioco agro-dolce, nel tono brechtiano e super camp....

Personal shopper di Olivier Assayas, migliore film francese dell'anno.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri scritto e diretto da Martin McDonagh (quello che Minervini ha anticipato in poesia, su come è fatta strana l'America redneck, qui viene spiegato anche ai muri e ai cartelloni pubblicitari. Elogio funebre al fondatore di Playboy che, come ha scritto Camille Paglia, ha cercato di strappare i cowboy alla loro rozzezza atavica e brutale, quella di Trump e di Weinstein, senza riuscirci, se non un po' sulle coste est e ovest)

The Other Side of Hope di Aki Kaurismaki, il migliore film comunista

Okja di Bong Joon-Ho il migliore film animalista

Da una storia vera di Roman Polanski, Eva contro Eva, ma come se Norman Mailer (Emmanuelle Seigner) duellasse con Thomas Wolf (Eva Green).

L'insulto di Ziad Doueri (Libano), miglior contributo alla soluzione della questione israelo- palestinese. Se non ci riescono i politici, ci riescono gli artisti a spiegarci attraverso un film uno e bino, commedia feroce e dramma processuale, la strada per superare il conflitto. Riconoscere i proprii errori e massacri e trovare mediazioni e compromessi. L'arte è estremista, la politica deve essere sempre capace di patteggiare con il nemico e ripudiare ogni soluzione finale.

Premessa 6.
MIGLIORE FILM FUORI FORMATO: Twins peaks return, oltre 18 ore che rendono David Lynch imparagonabile, se non a Guerre Stellari Episodio VIIII


Inoltre:

migliore performance attoriale, sia maschile che femminile (a parte i giudizi sconsiderati su Polanski) :
Asia Argento (da Bianca Berlinguer a spiegare davvero cos'era successo 20 anni prima con Weinstein e cioé che non è vero che lo ha frequentato per 5 anni dopo il fattaccio - difficile da evitare perché il boss Miramax è di una grandezza erculea e forza irresistibile, impossibile dargli un calcio alle palle - e che ha accettato lussuosi doni: ma chi ha diffuso queste balle che tutti hanno immediatamente date per vere?)

miglior film IN ASSOLUTO il movimento “me to”, primo tempo, ovvero testimoniare e Time's up, secondo tempo, ovvero creare un fondo di molti milioni di dollari per assistere finanziariamente e legalmente tutte le donne vittime di molestie sessuali soprattutto fuori dall'ambiente del cinema, nelle fabbriche, negli uffici e nei ristoranti e supermercati: l'8 gennaio ai Golden Globes tutte le attrici e tutti gli attori che aderiscono vestiranno in nero.


MIGLIORE DOC

I am not your negro” di Raoul Peck, dall'ultimo libro non finito di James Baldwin, basato su interessanti materiali di repertorio televisivi, come i suoi celebri scontri in diretta con intellettuali reazionari, tutti facilmente distrutti. Il film racconta il rapporto personale dello scrittore e militante nero con tre delle tante vittime del razzismo anti african american negli Stati Uniti degli anni 60 e 70, Martin Luther King, Malcolm x e Medgar Evers. Strano che dal film non esca la polemica contro il black panthers party, di cui Baldwin fu bersaglio prediletto (in particolare di Eldridge Cleaver) non perché fosse politicamente un moderato, ma per essere gay dichiaratissimo. E' uscito anche nella collana doc di Feltrinelli in dvd.
Peck fotografo giornalista laureato in ingegneria, formato cinematograficamente a Berlino, è un regista haitiano che ha alternato doc e fiction, ed è famoso per un magnifico film su Lumumba, preceduto da un doc sull'assassinio di Lumumba visto “in diretta” perché Peck era figlio di diplomatici del presidente della repubblica del Congo appena indipendente, Kasavubu. Suoi anche importanti film sulla comunità haitiana di Manhattan. Suo anche Il giovane Marx.
Non si possono dimenticare infine due ottimi doc statunitensi: I called him Morgan di Casper Collin (sull'assassinio del trombettista jazz Lee Morgan) e Dawson City: Frozen Time di Bill Morrison, prodotti però nel 2016. E tra i doc del Tff (Torino non  Toronto) il russo  Cronaca del tempo dei guai di Vladimir Eisner Evaldovich  Tra i doc italiani da tenere d'occhio nelle sale "normali": Lorello e Brunello di Iacopo Quadri; 77 no commercial use di Luis Fulvo (anche se c'è qualche Cossiga di troppo); Cento anni di Davide Ferrario; Vento di soave di Corrado Punzo (sui disastri ambientali a Brindisi e nel grande Salento).

Alcuni grandi registi come Scorsese, Verhoeven, Gibson, Zemeckis confermano la loro grandezza con film superbi come Il silenzio, Elle, Allied, Hacksaw Ridge..... Ma ci sono 5 film davvero speciali quest'anno, che possiamo isolare perché sono i migliori in ambiti più ristretti:






  1. Detroit di Katherine Bigelow, miglior film rivoluzionario dell'anno perché non è tanto importante la bellissima seconda parte, certo un omaggio a Jonas Mekas, sulla tortura - simil Diaz e simil troppe azioni di sopercheria poliziesca assassina ai danni di tutti i dannati della terra, dall'Illinois a Tehran da Damasco a Mosca - ma per il blocco Motown sound/rivolta della moltitudine: più è potente, accerchiante, organizzata e promiscua la ribellione, ritmata da una musica egemonica mai udita prima, è il suono del 68, più i poliziotti locali pubblici e privati, la guardia nazionale e l'esercito, come tori nell'arena circondati, colpiscono a vanvera e perdono la testa, perdendo. Come in Vietnam (indipendentemente dal verdetto del magistrato). Salvo lasciare un deserto, per vendetta, come in Vietnam (non pagando quel che era dovuto secondo i patti di resa). Come è ridotta oggi Detroit si sa.
  2. Wonder Woman di Patti Jenkins, miglior block buster del'anno. Ovvero tutto sulle spalle dell'attrice israeliana GAL GADOT (è l'amazzone semi dea “Diana Prince”). E' il film fumetto Marvel che rilancia tutta la serie deviandone il baricentro simbolico (La bella e la bestia con Emma Watson, e Guerre Stellari con Daisy Ridley hanno altrettanto forti protagoniste). In più si tratta di una inedita coproduzione Hong Kong, Cina e Usa. Inoltre è il primo film di super eroi diretto da una donna, e la regista di Monster qui è come se si vendicasse in anticipo dell'affare Weinstein che sta per scoppiare e come se fosse la portavoce del movimento nato per mettere fine a pratiche di potere troglodite. Nata nel 1942 Wonder Women è la prima eroina a fumetti della storia, innesto di mitologia greca e eroismo anti nazista. Diventa importante quanto Batman e Superman, ma non in Italia. Simbolo dell'insorgenza femminile nella società americana durante la la seconda guerra mondiale. Era dal 1958 che non primeggiavano nelle top ten film ben tre protagioniste (in quell'occasione erano molto meno muscolose: Auntie Mame di Morton Da Costa con Rosalind Russell e South Pacific di Joshua Logan con Mitzy Gaynor. 
  3. L'inganno di Sofia Coppola, miglior remake obliquo dell'anno, un contro western femminista che divide e ovviamente sa farsi odiare. Via col vento incontra l'horror. Clint il nemico bello da sedurre a tutti i costi qui perde il posto centrale, quello di magnete simbolico dell'horror freddo, che passa a Nicole Kidman, l'ape regina che controlla gerarchicamente, come fosse il generale Lee, tutte le sue ragazze. Ma non per questo è femminista il film. In realtà non si tocca nemmeno il capolavoro di Siegel, ma si ritocca il romanzo da cui L'inganno, The Beguiled, ha origine. Non è tanto la rozzezza yankee contro la raffinatezza southern delle ragazze, il bianco merlettato e ombreggiante, la luce di candela della mansion contro la miserabile astuzia seduttiva del ferito prigioniero, ma rozzo e macho, che interessa Coppola, ma decostruire i capisaldi della cultura americana: né pragmatismo industriale e cultodel profitto né decadentismo schiavistico e culto della rendita. Uscire dalla contrapposizione originaria tra piantagione e fabbrica, per rifare daccapo l'America. Senza mostri. Questa la rilettura storico politica femminista. 
  4. The shape of water di Guillermo del Toro, miglior film-saggio. Un classico horror di Jack Arnold adorato, adornato e rispettato dal cineasta messicano, entra nell'immaginario fantasy più conturbante del momento, e come in una nota a piè pagina se ne spiega lo sfondo, accuratamente: la guerra fredda, l'idiozia della Cia (non a caso formata da ex stalinisti pentiti, ma rimasti identici “dentro”) e dell'Fbi.
  5. A Ciambra di Jonas Carpignano. Migliore trasformazione di un corto in un lungometraggio. Il meno italiano nei nostri cineasti da molti anni è un cittadino di Manhattan che passa metà dell'anno in quel pezzo di Calabria (anche mafiosa) che bloccò il petrolchimico (dando una certa indicazione umanista non raccolta dall'Ilva) e che si chiama Gioia Tauro, dove attraverso il lungo sodalizio con Pio, il piccolo rom, adolescente, il peggiore dei peggiori distrugge ogni conformismo scolastico di regia, entra ed esce dalla finzione come solo Rossellini sapeva fare, e ci dà un esempio di “cinema falsità” che è più vero di ogni cinema del reale. 

A Ciambra ha vinto il referendum di Rasdio Onda Rossa.
In attesa della top ten di Film Parlato, a cura di Lorenzo Esposito, diamo alcune interessanti classifiche.
Per i Cahiers du cinema ha vinto Twin Peaks Return.
Per Sight and Sound Get out.
Per Raymond Bellour: I had nowhere to go di Douglas Gordon; Western di Valeska Grisebach; Zamas di Lucrecia Martel; Ex Libris di Fredrick Wiseman; Domain et tous le autres jours di Noemie Lvovsky.
Per Carlo Chatrian (direttore del festival di Locarno): Twin Peaks: Return; Zama, Call me by Your Nome, Three Billboard Outside: Ebbing, Missouri; Jeannette di Bruno Dumont.
Per Molly Haskell (critica statunitense femminista): Lady Bird di Greta Gerwig; I, Tonya di Craig Gillespie; The Meyerowitz Story di Noah Baumbach; Logan Lucky di Steven Soderbergh; One Mississippi di Diablo Cody e Tig Notaro.
Jonathan Rosenbaum (critico Usa): 24 Frames di Abbas Kiarostami; Let The Sunshine In di Claire Denis; Mudbound di Dee Rees; Faces Places di Agnès Varda; Twin Peaks: Return
Noel Vera (critico filippino): Twin Peaks: The Return; Silence di Martin Scorsese; A Quiet Passion di Terence Davies; Respeto di Treb Monteras II; Okja di Bong Joon-ho

(1) Federico Raponi, redattore della trasmissione di Radio Onda Rossa "Visionari" che ogni anno organizza la classifica, e ha chiesto anche i miei 5 titoli, mi ha mandato due precisazioni:
"la prima, da ascoltatore: un redattore e una trasmissione (Visionari) non rappresentano un collettivo redazionale, come è quello di ROR che tra l'altro vanta da anni una trasmissione autogestita da femministe e lesbiche, e sfido a trovarne un'altra nel panorama dell'etere nazionale.
La seconda, da giornalista: i criteri nella scelta del "mucchio selvaggio di critici italiani" sono stati sia personali (amicizia/stima) sia professionali (precedenti partecipazioni - a vario titolo - alla trasmissione/autorevolezza/visibilità di chi muove il cinema in Italia oppure ne scrive e ne parla). Questo tenendo anche conto della parità di genere, cosa che del resto faccio per tutto il resto dell'anno. In questo caso, però, non ho trovato alternative convincenti alla scelta finale, con un rapporto di 12 a 3 ".

Bisogna riconoscere che non è un problema solo dei Visionari e dell'Italia. La classifica di "Sight and Sound" è stata redatta con un rapporto simile: 12 critiche e 28 critici.