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venerdì 5 gennaio 2018

TOP FIVE LA CLASSIFICA (IMPOSSIBILE) DEI MIGLIORI FILM DEL 2017

A Ciambra di Jonas Carpignano


di Roberto Silvestri

Radio Onda Rossa come ogni anno chiede a un mucchio selvaggio di critici italiani (per lo più uomini perché radio onda rossa non rispetta il politicamente corretto e le quote, per far piacere a Tom Wolfe, il rapporto è 12 a 3) quali sono i cinque migliori film del 2017 usciti regolarmente nelle sale, anche off off. (*)
Spielberg e prima ancora Welles ci hanno però sempre messi in guardia da questo giochino utile semmai a ricordare e riassumere l'annata, e spiegato che l'arte non ammette classifiche generali, alla faccia dei grandi festival (Cannes, Berlino, Rotterdam, Venezia, Toronto, Locarno e Telluride) e delle loro giurie di super star, e checché ne dicessero ad Atene i fan delle olimpiadi culturali.
I film potrebbero essere sì giudicati da esperti esterni, teorici e critici d'arte, direttori di festival, cioé da un pubblico particolarmente consapevole e onnivoro (a parte i premi Oscar che sono premi aziendali, assegnati per ogni categoria dai rispettivi colleghi) solo se differenti registi partissero dallo stesso copione. Se no come pesare l'originalità e l'unicità delle opere d'arte? Comunque qualche film si imprime nella memoria più di altri. E non sempre questo vuol dire che sia più artistico e affascinante di un altro, che magari si introduce in parti del cervello molto meno esibizioniste, ma è sempre pronto a esplodere, prima o poi. Comunque.
Radio Onda Rossa chiede anche un giudizio sull'annata. Più il cinema, inteso come sala, è in crisi più si vedono film, attraverso una molteplicità di supporti inimmaginabili pochi anni fa. Dunque la situazione è eccellente. Si producono molti film e si possono vedere ovunque opere da tutto il mondo. Anche se aspettiamo ancora il Lav Diaz che ha vinto Venezia 2017. Altro dato interessante. I primi tre film nella classifica Usa di incassi vedono tre donne super star protagoniste. E sono tre super eroine che hanno scalzato i Batman e i Superman, i Lanterne Verdi e i Daredevil: Wonder Woman, La Bella e la Bestia e Guerre Stellari Episodio 8: Gal Gadot, Emma Watson e Daisy Ridley. Insomma l'anno è caratterizzato da una certa supremazia simbolico-immaginario delle donne. La conferma arriva anche sul lato del cinema non hollywoodiano. I nuovi film di Claire Denis, Agnes Varda, Lucrecia Martel, Valeska Grisebach, Greta Gerwig, Sally Potter, Valeria Sarmiento, Annemarie Jacir... entrano in moltissime classifiche critiche.

Il Giovane Marx di Raoul Peck

LA TOP FIVE....

Premessa: non ho visto Il giovane Marx di Raoul Peck, sulla vita pubblica e privata di Karl Marx fino al 1848, alle prese con Proudhon e Feurbach, con Hegel e con la prima grande rivoluzione in Occidente. Il film forse uscirà in Italia con I wonder per tre giorni, intanto si può acquistare in dvd all'estero. Siamo o no al bicentenario? Non è un caso che sia un grande cineasta haitiano a ricordarcelo. Toussaint Louverture non è passato invano. Ha guidato la prima rivoluzione proletaria mondiale. Vincente. Nel 1804. E certamente ha molto influenzato non solo l'Otello di Rossini, ma anche il Genio di Treviri.

Premessa n.2. Non ho ancora visto Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino che spero vinca qualche oscar perché credo che Guadagnino sia il cineasta italiano più coraggioso, inventivo e spregiudicato della nuova generazione, meno manierista di Garrone e più colto visualmente di Sorrentino. Lo dimostra il fatto che sia il primo cineasta italiano/italieno che riesce a sfidare i grandi del cinema Usa nelle categorie principali. Non come regista del migliore film alieno. Cosa inedita per un regista italiano. O quasi. Ma il gay movie che avrebbe dovuto dirigere Jams Ivory, non è ancora uscito in Italia.

Premessa 3. Non sono ancora usciti una decina di opere importanti ammirate nei vari festival come:

David Lynch e Harry Dean Stanton in Lucky
Lucky, di John Carroll Lynch, con David Lynch, l'ultimo film, semi autobiografico, quasi un auto necrologio, di Harry Dean Stanton,

First Reformed di Paul Schrader sulla Chiesa Riformata d'Olanda, sui calvinisti d'America che tanto hanno massacrato l'infanzia del cineasta, e sulla interpretazione così inquietante e letteralista della Bibbia da istigare il cristiano dai saldi principi etici a passare alla lotta armata e a inseguire il fondamentalismo talebano sul suo stesso terreno. Perché “bisogna distruggere i distruttori della terra”. Come ci impone di fare il Libro Sacro.

La mini serie tv, molto politica, su una pagina oscura della storia usa anni 60, di Errol Morris Wormwood;

The Nothing Factory, un musical portoghese (trotskista ma senza pasticcini, quasi come lo sognava Nanni Moretti) di Pedro Pinho su una occupazione di fabbrica anti-globalizzazione piuttosto festosa nonostante il tetro clima;

un doc di Barbet Schroeder Le venerable W. di Barbet Schroeder che ha anticipato prima che il mondo se ne accorgesse che in Birmania peggioravano i pogrom contro le minorante musulmane bengalesi dei Rohingya. Aizzati da un monaco First Reformed e Talebano contemporaneamente.

Post di Steven Spielberg, che sta però per uscire nelle sale e probabilmente farà incetta di statuette e di globi..

Premessa 4. Non sono usciti mai in Italia se non nei festival e sono attesi, tra gli altri:

Sinestesia di Maged el Madhi (per capire a pelle, con l'occhio l'orecchio e la bocca, cosa sta succedendo nell'Egitto rimilitarizzato da al-Sisi e perché una sollevazione popolare ha rovesciato i fratelli musulmani)

L'ornitologo di Joao Rodrigues (ai padovani non piacerà perché scopriranno che sant'antonio è portoghese)

Hissein Habré, a Chadian Tragedy di Mahamat Saleh Haroun (forse prima di dire di “aiutare l'africa a svilupparsi” sarebbe bene osservare attentamente questo film che racconta perché gli aiuti europei sottosviluppano ferocemente da più di 4 secoli l'Africa, perché la Francia ha organizzato oltre 60 colpi di stato per tenere tutte le ex colonie sotto controllo neocoloniale e perché Minniti rischia di imitare più Crispi che Zanardelli)


Premessa 5. Tra i film quelli usciti (o in procinto di uscire) che non metto in classifica, una decina di ottimi film visti, conferme ulteriori di altisssima qualità:

Ex Libris di Fredrick Wiseman (anche senza essere esperti in biblioteche 'viventi' si può capire perché questo testo dovrebbe essere conosciuto e studiato da tutti gli assessori alla cultura)

Wonderstuck di Todd Haynes (opera tattile, non è simile a Hugo Cabret, anche se il film è tratto da un romanzo dello stesso scrittore, e anche se racconta l'amicizia a distanza tra due adolescenti che hanno molto in comune, perché tono e timbro restano di Haynes, e i nervi sono meno a fior di pelle, la magia del vedere l'invisibile è più morbida, la profondità storico-politica che circonda l'avventura è più palpabile. Anni venti/anni settanta, stessa epoca di ribellione ad alta tensione.

La vita in comune di Edoardo Winspeare, perché fa capire (anche se il racconto riguarda la giunta di sinistra di un paese dell'entroterra salentino: la cultura, che sembra polverosa, dei suoi intellettuali organici, le strategie economiche per uscire dall'immobilismo e perfino la politica carceraria, che è all'opposto di quella leghista e pentastellata) il miracolo di Lecce, unico comune strappato dal Pd alla destra nelle ultime amministrative, merito di Salvemini ovvero l'estremista che ha quelle capacità di mediazione politica e di rispetto per gli avversari che un moderato non sembra possedere.
Guardiani della galassia 2 di James Gunn, il primo era perfetto, questo troppo identico al primo, anche in perfezione, nel gioco agro-dolce, nel tono brechtiano e super camp....

Personal shopper di Olivier Assayas, migliore film francese dell'anno.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri scritto e diretto da Martin McDonagh (quello che Minervini ha anticipato in poesia, su come è fatta strana l'America redneck, qui viene spiegato anche ai muri e ai cartelloni pubblicitari. Elogio funebre al fondatore di Playboy che, come ha scritto Camille Paglia, ha cercato di strappare i cowboy alla loro rozzezza atavica e brutale, quella di Trump e di Weinstein, senza riuscirci, se non un po' sulle coste est e ovest)

The Other Side of Hope di Aki Kaurismaki, il migliore film comunista

Okja di Bong Joon-Ho il migliore film animalista

Da una storia vera di Roman Polanski, Eva contro Eva, ma come se Norman Mailer (Emmanuelle Seigner) duellasse con Thomas Wolf (Eva Green).

L'insulto di Ziad Doueri (Libano), miglior contributo alla soluzione della questione israelo- palestinese. Se non ci riescono i politici, ci riescono gli artisti a spiegarci attraverso un film uno e bino, commedia feroce e dramma processuale, la strada per superare il conflitto. Riconoscere i proprii errori e massacri e trovare mediazioni e compromessi. L'arte è estremista, la politica deve essere sempre capace di patteggiare con il nemico e ripudiare ogni soluzione finale.

Premessa 6.
MIGLIORE FILM FUORI FORMATO: Twins peaks return, oltre 18 ore che rendono David Lynch imparagonabile, se non a Guerre Stellari Episodio VIIII


Inoltre:

migliore performance attoriale, sia maschile che femminile (a parte i giudizi sconsiderati su Polanski) :
Asia Argento (da Bianca Berlinguer a spiegare davvero cos'era successo 20 anni prima con Weinstein e cioé che non è vero che lo ha frequentato per 5 anni dopo il fattaccio - difficile da evitare perché il boss Miramax è di una grandezza erculea e forza irresistibile, impossibile dargli un calcio alle palle - e che ha accettato lussuosi doni: ma chi ha diffuso queste balle che tutti hanno immediatamente date per vere?)

miglior film IN ASSOLUTO il movimento “me to”, primo tempo, ovvero testimoniare e Time's up, secondo tempo, ovvero creare un fondo di molti milioni di dollari per assistere finanziariamente e legalmente tutte le donne vittime di molestie sessuali soprattutto fuori dall'ambiente del cinema, nelle fabbriche, negli uffici e nei ristoranti e supermercati: l'8 gennaio ai Golden Globes tutte le attrici e tutti gli attori che aderiscono vestiranno in nero.


MIGLIORE DOC

“I am not your negro” di Raoul Peck, dall'ultimo libro non finito di James Baldwin, basato su interessanti materiali di repertorio televisivi, come i suoi celebri scontri in diretta con intellettuali reazionari, tutti facilmente distrutti. Il film racconta il rapporto personale dello scrittore e militante nero con tre delle tante vittime del razzismo anti african american negli Stati Uniti degli anni 60 e 70, Martin Luther King, Malcolm x e Medgar Evers. Strano che dal film non esca la polemica contro il black panthers party, di cui Baldwin fu bersaglio prediletto (in particolare di Eldridge Cleaver) non perché fosse politicamente un moderato, ma per essere gay dichiaratissimo. E' uscito anche nella collana doc di Feltrinelli in dvd.
Peck fotografo giornalista laureato in ingegneria, formato cinematograficamente a Berlino, è un regista haitiano che ha alternato doc e fiction, ed è famoso per un magnifico film su Lumumba, preceduto da un doc sull'assassinio di Lumumba visto “in diretta” perché Peck era figlio di diplomatici del presidente della repubblica del Congo appena indipendente, Kasavubu. Suoi anche importanti film sulla comunità haitiana di Manhattan. Suo anche Il giovane Marx.
Non si possono dimenticare infine due ottimi doc statunitensi: I called him Morgan di Casper Collin (sull'assassinio del trombettista jazz Lee Morgan) e Dawson City: Frozen Time di Bill Morrison, prodotti però nel 2016. E tra i doc del Tff (Torino non  Toronto) il russo  Cronaca del tempo dei guai di Vladimir Eisner Evaldovich  Tra i doc italiani da tenere d'occhio nelle sale "normali": Lorello e Brunello di Iacopo Quadri; 77 no commercial use di Luis Fulvo (anche se c'è qualche Cossiga di troppo); Cento anni di Davide Ferrario; Vento di soave di Corrado Punzo (sui disastri ambientali a Brindisi e nel grande Salento).

Alcuni grandi registi come Scorsese, Verhoeven, Gibson, Zemeckis confermano la loro grandezza con film superbi come Il silenzio, Elle, Allied, Hacksaw Ridge..... Ma ci sono 5 film davvero speciali quest'anno, che possiamo isolare perché sono i migliori in ambiti più ristretti:






  1. Detroit di Katherine Bigelow, miglior film rivoluzionario dell'anno perché non è tanto importante la bellissima seconda parte, certo un omaggio a Jonas Mekas, sulla tortura - simil Diaz e simil troppe azioni di sopercheria poliziesca assassina ai danni di tutti i dannati della terra, dall'Illinois a Tehran da Damasco a Mosca - ma per il blocco Motown sound/rivolta della moltitudine: più è potente, accerchiante, organizzata e promiscua la ribellione, ritmata da una musica egemonica mai udita prima, è il suono del 68, più i poliziotti locali pubblici e privati, la guardia nazionale e l'esercito, come tori nell'arena circondati, colpiscono a vanvera e perdono la testa, perdendo. Come in Vietnam (indipendentemente dal verdetto del magistrato). Salvo lasciare un deserto, per vendetta, come in Vietnam (non pagando quel che era dovuto secondo i patti di resa). Come è ridotta oggi Detroit si sa.
  2. Wonder Woman di Patti Jenkins, miglior block buster del'anno. Ovvero tutto sulle spalle dell'attrice israeliana GAL GADOT (è l'amazzone semi dea “Diana Prince”). E' il film fumetto Marvel che rilancia tutta la serie deviandone il baricentro simbolico (La bella e la bestia con Emma Watson, e Guerre Stellari con Daisy Ridley hanno altrettanto forti protagoniste). In più si tratta di una inedita coproduzione Hong Kong, Cina e Usa. Inoltre è il primo film di super eroi diretto da una donna, e la regista di Monster qui è come se si vendicasse in anticipo dell'affare Weinstein che sta per scoppiare e come se fosse la portavoce del movimento nato per mettere fine a pratiche di potere troglodite. Nata nel 1942 Wonder Women è la prima eroina a fumetti della storia, innesto di mitologia greca e eroismo anti nazista. Diventa importante quanto Batman e Superman, ma non in Italia. Simbolo dell'insorgenza femminile nella società americana durante la la seconda guerra mondiale. Era dal 1958 che non primeggiavano nelle top ten film ben tre protagioniste (in quell'occasione erano molto meno muscolose: Auntie Mame di Morton Da Costa con Rosalind Russell e South Pacific di Joshua Logan con Mitzy Gaynor. 
  3. L'inganno di Sofia Coppola, miglior remake obliquo dell'anno, un contro western femminista che divide e ovviamente sa farsi odiare. Via col vento incontra l'horror. Clint il nemico bello da sedurre a tutti i costi qui perde il posto centrale, quello di magnete simbolico dell'horror freddo, che passa a Nicole Kidman, l'ape regina che controlla gerarchicamente, come fosse il generale Lee, tutte le sue ragazze. Ma non per questo è femminista il film. In realtà non si tocca nemmeno il capolavoro di Siegel, ma si ritocca il romanzo da cui L'inganno, The Beguiled, ha origine. Non è tanto la rozzezza yankee contro la raffinatezza southern delle ragazze, il bianco merlettato e ombreggiante, la luce di candela della mansion contro la miserabile astuzia seduttiva del ferito prigioniero, ma rozzo e macho, che interessa Coppola, ma decostruire i capisaldi della cultura americana: né pragmatismo industriale e cultodel profitto né decadentismo schiavistico e culto della rendita. Uscire dalla contrapposizione originaria tra piantagione e fabbrica, per rifare daccapo l'America. Senza mostri. Questa la rilettura storico politica femminista. 
  4. The shape of water di Guillermo del Toro, miglior film-saggio. Un classico horror di Jack Arnold adorato, adornato e rispettato dal cineasta messicano, entra nell'immaginario fantasy più conturbante del momento, e come in una nota a piè pagina se ne spiega lo sfondo, accuratamente: la guerra fredda, l'idiozia della Cia (non a caso formata da ex stalinisti pentiti, ma rimasti identici “dentro”) e dell'Fbi.
  5. A Ciambra di Jonas Carpignano. Migliore trasformazione di un corto in un lungometraggio. Il meno italiano nei nostri cineasti da molti anni è un cittadino di Manhattan che passa metà dell'anno in quel pezzo di Calabria (anche mafiosa) che bloccò il petrolchimico (dando una certa indicazione umanista non raccolta dall'Ilva) e che si chiama Gioia Tauro, dove attraverso il lungo sodalizio con Pio, il piccolo rom, adolescente, il peggiore dei peggiori distrugge ogni conformismo scolastico di regia, entra ed esce dalla finzione come solo Rossellini sapeva fare, e ci dà un esempio di “cinema falsità” che è più vero di ogni cinema del reale. 

A Ciambra ha vinto il referendum di Rasdio Onda Rossa.
In attesa della top ten di Film Parlato, a cura di Lorenzo Esposito, diamo alcune interessanti classifiche.
Per i Cahiers du cinema ha vinto Twin Peaks Return.
Per Sight and Sound Get out.
Per Raymond Bellour: I had nowhere to go di Douglas Gordon; Western di Valeska Grisebach; Zamas di Lucrecia Martel; Ex Libris di Fredrick Wiseman; Domain et tous le autres jours di Noemie Lvovsky.
Per Carlo Chatrian (direttore del festival di Locarno): Twin Peaks: Return; Zama, Call me by Your Nome, Three Billboard Outside: Ebbing, Missouri; Jeannette di Bruno Dumont.
Per Molly Haskell (critica statunitense femminista): Lady Bird di Greta Gerwig; I, Tonya di Craig Gillespie; The Meyerowitz Story di Noah Baumbach; Logan Lucky di Steven Soderbergh; One Mississippi di Diablo Cody e Tig Notaro.
Jonathan Rosenbaum (critico Usa): 24 Frames di Abbas Kiarostami; Let The Sunshine In di Claire Denis; Mudbound di Dee Rees; Faces Places di Agnès Varda; Twin Peaks: Return
Noel Vera (critico filippino): Twin Peaks: The Return; Silence di Martin Scorsese; A Quiet Passion di Terence Davies; Respeto di Treb Monteras II; Okja di Bong Joon-ho

(1) Federico Raponi, redattore della trasmissione di Radio Onda Rossa "Visionari" che ogni anno organizza la classifica, e ha chiesto anche i miei 5 titoli, mi ha mandato due precisazioni:
"la prima, da ascoltatore: un redattore e una trasmissione (Visionari) non rappresentano un collettivo redazionale, come è quello di ROR che tra l'altro vanta da anni una trasmissione autogestita da femministe e lesbiche, e sfido a trovarne un'altra nel panorama dell'etere nazionale.
La seconda, da giornalista: i criteri nella scelta del "mucchio selvaggio di critici italiani" sono stati sia personali (amicizia/stima) sia professionali (precedenti partecipazioni - a vario titolo - alla trasmissione/autorevolezza/visibilità di chi muove il cinema in Italia oppure ne scrive e ne parla). Questo tenendo anche conto della parità di genere, cosa che del resto faccio per tutto il resto dell'anno. In questo caso, però, non ho trovato alternative convincenti alla scelta finale, con un rapporto di 12 a 3 ".

Bisogna riconoscere che non è un problema solo dei Visionari e dell'Italia. La classifica di "Sight and Sound" è stata redatta con un rapporto simile: 12 critiche e 28 critici.



venerdì 22 settembre 2017

L'inganno - La vendetta delle vergini suicide

Il film di Sofia Coppola, premiata per la migliore regia al festival di Cannes 2017, è nelle sale italiane dal 21 settembre

Mariuccia Ciotta

Le querce della Virginia aprono varchi nebbiosi mentre l'inquadratura scivola in basso sul sentiero dove una bambina con le treccine e un cesto in mano cammina lentamente nel bosco. Cappuccetto rosso incontrerà il lupo nelle vesti del caporale nordista John McBurney che nell'immaginario ha il volto di Clint Eastwood, il Jonathan della notte brava di Don Siegel, anno 1971, accolto ferito nel collegio femminile durante la guerra di secessione, 1863.
Sofia Coppola, magnifico Leone d'oro con Somewhere, firma sceneggiatura e regia del remake The Beguiled (L'inganno) e sceglie Colin Farrell, oggetto erotico (non a caso) meno potente di Eastwood, nelle vesti blu dell'uomo ferito alla gamba e trovato tra l'erba dalla dodicenne Amy (Oona Laurence), per spostare l'attenzione sulla algida e spettrale Nicole Kidman, nel ruolo perverso che fu di Geraldine Page. Sguardo affilato anche su Elle Fanning, Carol, la Lolita, e su Kristen Dunst, Edwina, la romantica sessualmente repressa. Donne-stereotipo che Coppola esplicita nel suo southern gothic, statuine in abito bianco che esploderanno in una vulcanica rappresaglia contro il maschio creatore di gender. Eredi di The Virgin Suicides.
Allevate al ricamo dai punti perfetti, alla cucina impeccabili e alle buone maniere, le signore del collegio in stile neo-classico riproducono, potenziate, Le piccole donne di Louise May Alcott, ragazze del New England, nordiste, anche loro in piena guerra civile e alla ricerca di uno spiraglio contro il destino di femmine docili e vittoriane. Joe ci riuscirà con i suoi romanzi e Beth con l'esodo più radicale, la morte.
Ognuna di queste “vergini” isolate nel tempio immerso tra gli alberi ha un conto aperto con il soldato bugiardo e mercenario che le blandisce a seconda del loro “tipo”. Ad Edwina, insegnante di francese, dirà che la ama, ad Amy, fotocopia della piccola, sensibile Beth, che si prenderà cura della sua tartaruga, prima di scagliarla per terra in uno scoppio d'ira. A Martha, la Madame, farà intendere quel che sognava la Geraldine Page di Siegel, una visita nella sua camera da letto. Ma sarà Carol a perderlo. Il caporale precipita dalle scale, spinto da mani deluse, perché sorpreso tra le gambe della ninfetta. Il gioco è smascherato. I candidi angeli ricoperti di trine e merletti si mutano in Erinni. Il corpo desiderato del caporale sarà spartito in brandelli metaforici.
Sofia Coppola costruisce un film rarefatto, elimina quasi tutto il contesto storico - Eastwood compariva in flash-back feroci sul campo di battaglia, e le fotografie dal fronte del pioniere Mathew Brody dominavano i titoli di testa - e i retroscena narrativi - il passato incestuoso di Martha con il fratello - e si immerge nella nebulosa gotica, candele e pianoforte, fruscio di abiti, sensualità vellutata e scale a chiocciola.
Un'opera horror e non più il western anomalo di Don Siegel, consacrato all'epoca autore per un film considerato “europeo”, flop al botteghino. Qui le manine delicate cuciono squarci sanguinolenti, tagliano gambe in un rituale sacro, e rispondono alle accuse di misoginia rivolte negli anni Settanta al regista di Dirty Harry ('71, stesso anno). Alle critiche di The Velvet Light Trap risponderà, solo nel 1998, G. Herring in The Film Quarterly consacrando il film “favola femminista”.
Non sono “cattive” le ragazze del collegio, solo che le dipingono così. E Sofia Coppola ne disintegra il guscio, ne cambia la forma. La metamorfosi è compiuta con la mela di Biancaneve sostituita dai funghi avvelenati del romanzo di Thomas Cullinan, A Painted Devil ('66) dal quale è tratto The Beguiled.
Il cerchio si chiude con Amy dal cestino ricolmo di mistero, ombra fatata nel bosco.





giovedì 14 settembre 2017

L'inganno di Sofia Coppola. Amore, sesso, gender, funghi e violenza. Né nordista né sudista




di Roberto Silvestri



“And don’t let your young man
Even carry a gun…”
(The Dove, ballata popolare della guerra di Secessione)




* * *

Esce oggi in Italia The Beguiled,  L’inganno, di Sofia Coppola dopo la prima di Cannes nel maggio scorso, il premio per la migliore regia e un suo allestimento verdiano, La Traviata. Si tratta di un southern gothic ambientato in Virginia (dove il padre girò Gardens of Stone, nel 1987, esattamente nel cimitero di Arlington) ma trasposto nella piantagione di Madewood (4250 Highway 308, Napoleonville, Louisiana), nello stato dove nacque Dorothy Lamour; dove si ambientano gli schiavistici  Mandingo e Drum, il capolavoro Southern Comfort e il faulkneriano La lunga estate calda. E dove Coppola ha ritrovato le grandi querce sudiste del classico (sfortunato solo commercialmente) di Don Siegel, elaborato in pieno 68 e uscito nel 1971, The Beguiled. In Italia La notte brava del soldato Jonathan (anche se il protagonista si chiama John), star Clint Eastwood. Il box office nordamericano parla chiara. Il film di Sofia Coppola, che non è il remake del film ma un’altra interpretazione del romanzo da cui è tratto, ha incassato oltre 3 milioni di dollari e la popolarità dell’opera è in crescita.


Nicole Kidman e Colin Farrel

Che storia raccontava Siegel? Quella di Cappuccetto rosso che incontra il lupo cattivo ma… non ha più bisogno del cacciatore, se ha, vicino a sé, tante donne complici. Un film circolare che iniziava e finiva in bianco e nero, iniziava e finiva con Clint tra i funghi, in un happy end di difficile digestione. Otto donne che non fanno che interessarsi a un solo uomo. Come quoziente femminista non andiamo bene. Però.


Sofia Coppola ha voluto risarcire e strappare dall’oblio questo capolavoro dimenticato che proprio di misoginia e di femminismo trattava. E di sesso e di amore. Di violenza e di passione. Di charme, etichetta, erotismo e piacere del flirt trattava (e di storia patria, sullo sfondo), rarefacendo le atmosfere e illuminando di seta e cotone bianchi gli interni dark di Bruce Surtees, perché, 50 anni dopo, certi arrangiamenti e giochi tonali spaventano meno.
Sofia Coppola firma anche il ritocco alla sceneggiatura storica di Maltz e Kemp, e ben maneggia quel mucchio selvaggio di piccole donne del sud alle prese con un caporale yankee bugiardo e mercenario che vorrebbe controllare: la Lolita; la romantica, sessualmente repressa; l’iceberg che nasconde un fuoco perverso; l’ex bimba sbocciante…  Donne-stereotipo, statuine in abito candido che esploderanno in una vulcanica rappresaglia contro il maschio creatore di gender (e geneticamente, oltre che per educazione e cultura, loro nemico). Sono le eredi e le pronipoti di The Virgin Suicides. Contro chi conosce alla perfezione la scienza dei punti di ricamo perfetti, capaci di mutarsi in Erinni al minimo errore del loro giocattolo di piacere, c’è poco da fare, non servono neppure i metodi spicci del maggiore generale Sherman (che in nome di Lincoln bruciò Atlanta, capovolse le sorti della guerra e schernì l’etica militare e umana). 



Si riscodella allora, ma per la ricezione di oggi, un women film coraggioso, tratto da un romanzo radicale, fantasmatico e ad almeno sette strati di ambiguità. Il baricentro erotico però si sposta e passa da Clint Eastwood (che qui è Colin Farrel) a Nicole Kidman (lì Martha era Genevieve Page). E siccome nel buio schermico i divi ci traghettano dal godimento fallico allo spazio dell’amore “femminile”, l’oggetto d’affezione non è riferito, in entrambi i film, a un’appartenenza di genere, ma a una posizione psichica e etica della persona, indifferente ai sessi ma non al potere. I divi non hanno sesso. Sono ombre. Potenti.



Nel 1978 The Velvet Light Trap accusò il film di Siegel di misoginia. Ma nel 1998, l’altrettanto autorevole The Film Quarterly consacrò il film come “favola femminista”. Non c’era bisogno di aspettare il rifacimento di Sofia per capire che in entrambi i casi le domande che ci si fa, e le risposte che si danno, sono le stesse. Come essere una persona che ama se stessa rispettando gli altri? Una persona che gli altri prendono seriamente? Come essere se stessi indipendentemente da ciò che si aspettano da te la famiglia, gli amici e gli estranei? Come usare il potere che la bellezza ti conferisce (sia che ti chiami Clint, sia che ti chiami Nicole) e che prezzo vuoi pagare?
Non c’è più traccia, nel rifacimento di Coppola, di misticismo religioso hard né di Pietà di Botticelli attaccata alla parete in una riproduzione imprevista, né di metafora del corvo imprigionato. Nessuna pioneristica foto di guerra di Mathew Brady. E’ eliminato il bacio “rubato” alla tredicenne da John. Manca la schiava african-american, scettica sul fine umanitario della guerra: “le cose non cambieranno molto con la fine dello schiavismo”. Sarebbero state scene pletoriche.


Clint Eastwood in The Beguiled 1

Torniamo al film originale e alla sua genesi. 
Clint Eastwood, a 38 anni, sul set del contro-western Gli avvoltoi hanno fame, è profondamente turbato dal romanzo The Painted Devil (1966) di Thomas P. Cullinan. “Divento pazzo, Don. Non so se l’ho capito, se mi piace o se lo odio. Prendi il libro, leggilo e dimmi che lo detesti!”.
Il giorno dopo Siegel arriva entusiasta del libro, canticchiano l’antica ballata pacifista The Dove, proprio come il caporale nordista John McBurney, protagonista di quella sconvolgente storia ambientata alla fine della guerra di Secessione, 1863-64.



Ferito, e con le mani ustionate, salvato da 7 donne sudiste (di età e temperamento diverso) e da una cameriera nera, che lo nascondono nella Mansion, diventato oggetto di seduzione palese e di contesa sotterranea spietata, John McB scoprirà presto che essere beato tra le donne non è la migliore delle situazioni possibili.



“Me lo sono sognato stanotte – afferma Siegel - gotico e macabro, un noir a luce di candela: il bacio alla tredicenne innocente; le ninfette polpose che s’accarezzano l’un l’altra; l’istitutrice incestuosa e lesbica. Tu che baciavi sia Martha che l’assistente. L’incubo finiva con la cameriera nera che respingeva le tue avances: ‘l’unico modo per avermi è prendermi morta’ ”.  
“Già. E io mi sono sognato – continuò Clint- l’amputazione della mia gamba e la ragazzina che mi avvelenava con una minestra di funghi. E’ un libro che mi fa una paura folle. Non c’è da meravigliarsi che stia diventando pazzo”.  



L’Universal, visto che siamo in piena new hollywwod, che il mercato permette film emozionalmente sempre più audaci, che i manager sono saggi anziani che non capiscono molto bene che succede ma prediligono film strani e un po’ incomprensibili che incassano, produrrà il film con il titolo di The Beguiled, sbagliando però completamente il lancio promozionale. E’ un western da camera, sofisticato e cupo. Ma invece di consacrarsi al festival di Cannes si sceglie, per l’anteprima mondiale, Milano, dove i fan italiani dei western spaghetti, spiazzati e terrorizzati dall’inquietante, inedita e destabilizzante conquista femminile del potere simbolico, fischiano e imprecano per la noia. Sarà il peggiore incasso di sempre per Siegel. 


Prima di iniziare le riprese in Louisiana, presso Baton Rouge (lo studio aveva messo il veto su Jeanne Moreau, sostituita da Genevieve Page) Siegel aveva lavorato oltre un anno al copione. Non lo convincevano le quattro stesure, dal titolo John McB., dell’ex black listed Albert Maltz, che gli aveva scritto Gli avvoltoi hanno fame dopo anni di emarginazione e anche prigione maccartista, ma che aveva trasformato il romanzo in una romantica storia d’amore con happy end tradizionale: “Mi addolorano troppo queste ragazzine alla mercé di un perverso manipolatore”. Il liberal Siegel invece desiderava strappare la maschera alle ninfette e svelarne la forza demoniaca nascosta. Esigeva uno script feroce e strano, pieno di suspense e atmosfere viziose alla Ambrose Bierce, Edgar Allan Poe, Tennessee Williams o Truman Capote.  “Ma io non scrivo mai dal punto di vista dei personaggi cattivi”, fu la risposta del comunista Maltz (che si firma John B. Sherry).  Si chiamò allora Irene Kamp (alias Grimes Grice), anche lei pronta all’happy end, a semplificare allegorie e simbolismi freudiani e a schierarsi con le vittime, le ragazze aggredite. Ma neppure i suoi due script, dall’emblematico titolo di Nest of Sparrow, il nido del passero, convincevano Donald. Poi arrivò Claude Traverse, scrittore-produttore-esecutivo, a riavvicinare finalmente lo script al perturbante incedere del libro.  Sarà Coppola a tornare a Irene Kemp, ma solo nelle tonalità dolci, non nella sostanza luciferina. Lei non è né né col nord né col sud. Né con il maschio né con le ragazze.


The beguiled fu un fiasco, però lanciò Siegel nell’empireo degli autori hollywoodiani di serie A (anche grazie all’aiuto della critica europea) e sarà il film di svolta per Clint, gli darà la forza e le motivazioni per passare alla regia, girando proprio su quel set il doc corto d’esordio, The Beguiled, the Storyteller (1971) prima di Brivido nella notte.



“The Beguiled è il migliore film che ho fatto e che farò – affermerà Siegel - E’ un women film, cioè non è realizzato per il pubblico femminile ma è sulle donne. Le donne sono capaci di ingannare, rubare, assassinare. Di fare ogni cosa. Dietro la maschera di innocenza nascondono la malvagità di un mafioso. Le ragazze più innocue possono essere killer”.  La fine della donna vittoriana (perfino nel sonnolento sud) e il ritorno della donna capace di fare “qualunque cosa”, persino superarsi nel gender, passa dunque dal collegio di Martha, dopo essere stata evocata da Mary Pickford, Clara Bow, Katherine Hepburn, Greta & Marlene…Le streghe erano proprio tornate nel 1968. Questo film se ne accorse viaggiando nel sud di Piano piano dolce Carlotta e di I guerrieri della palude silenziosa, altri capolavori che mettono in scena in maniera horror il conflitto tra sud e alterità, sud e modernità.
    




sabato 10 giugno 2017

The Beguiled, la vendetta delle vergini suicide e di Sofia Coppola



Premiato a Cannes 70 (migliore regista Sofia Coppola) il film uscirà in Italia il 14 settembre

Mariuccia Ciotta

Cannes
Le querce della Virginia aprono varchi nebbiosi mentre l'inquadratura scivola in basso sul sentiero dove una bambina con le treccine e un cesto in mano cammina lentamente nel bosco. Cappuccetto rosso incontrerà il lupo nelle vesti del caporale nordista John McBurney che nell'immaginario ha il volto di Clint Eastwood, il Jonathan della notte brava di Don Siegel, anno 1971, accolto ferito nel collegio femminile durante la guerra di secessione, 1863.
Sofia Coppola firma sceneggiatura e regia del remake The Beguiled (concorso) e sceglie Colin Farrell, oggetto erotico meno potente di Eastwood, nelle vesti blu dell'uomo ferito alla gamba e trovato tra l'erba dalla dodicenne Amy (Oona Laurence), per spostare l'attenzione sulla algida e spettrale Nicole Kidman, nel ruolo perverso che fu di Geraldine Page. Sguardo affilato anche su Elle Fanning, Carol, la Lolita, e su Kristen Dunst, Edwina, la romantica sessualmente repressa. Donne-stereotipo che Coppola esplicita nel suo southern gothic, statuine in abito bianco che esploderanno in una vulcanica rappresaglia contro il maschio creatore di gender. Eredi di The Virgin Suicides.
Allevate al ricamo dai punti perfetti, alla cucina impeccabili e alle buone maniere, le signore del collegio in stile neo-classico riproducono, potenziate, Le piccole donne di Louise May Alcott, ragazze del New England, nordiste, anche loro in piena guerra civile e alla ricerca di uno spiraglio contro il destino di femmine docili e vittoriane. Joe ci riuscirà con i suoi romanzi e Beth con l'esodo più radicale, la morte.
Ognuna di queste “vergini” isolate nel tempio immerso tra gli alberi ha un conto aperto con il soldato bugiardo e mercenario, che le blandisce a seconda del loro “tipo”. Ad Edwina, insegnante di francese, dirà che la ama, ad Amy, fotocopia della piccola, sensibile Beth, che si prenderà cura della sua tartaruga, prima di scagliarla per terra in uno scoppio d'ira. A Martha, la Madame, farà intendere quel che sognava la Geraldine Page di Siegel, una visita nella sua camera da letto. Ma sarà Carol a perderlo. Il caporale precipita dalle scale, spinto da mani deluse, perché sorpreso tra le gambe della ninfetta. Il gioco è smascherato. I candidi angeli ricoperti di trine e merletti si mutano in Erinni. Il corpo desiderato del caporale sarà spartito in brandelli metaforici.
Sofia Coppola costruisce un film rarefatto, elimina quasi tutto il contesto storico - Eastwood compariva in flash-back feroci sul campo di battaglia, e le fotografie dal fronte del pioniere Mathew Brody dominavano i titoli di testa - e i retroscena narrativi - il passato incestuoso di Martha con il fratello - e si immerge nella nebulosa gotica, candele e pianoforte, fruscio di abiti, sensualità vellutata e scale a chiocciola.
Un'opera horror e non più il western anomalo di Don Siegel, consacrato all'epoca autore per un film considerato “europeo”, flop al botteghino. Qui le manine delicate cuciono squarci sanguinolenti, tagliano gambe in un rituale sacro, e rispondono alle accuse di misoginia rivolte negli anni Settanta al regista di Dirty Harry ('71, stesso anno). Alle critiche di The Velvet Light Trap risponderà, solo nel 1998, G. Herring in The Film Quarterly consacrando il film “favola femminista”.
Non sono “cattive” le ragazze del collegio, solo che le dipingono così. E Sofia Coppola ne disintegra il guscio, ne cambia la forma. La metamorfosi è compiuta con la mela di Biancaneve, sostituita dai funghi avvelenati del romanzo di Thomas Cullinan, A Painted Devil ('66) dal quale è tratto The Beguiled (L'inganno, titolo italiano, uscirà il 14 settembre).
Il cerchio si chiude con Amy dal cestino ricolmo di mistero, ombra fatata nel bosco. 




venerdì 17 maggio 2013

"The bling ring" di Sofia Coppola, e il Grande Gatsby

di Mariuccia Ciotta
Cannes
Effetto speciale climatico sulla monte d'escalier per The Great Gatsby, film d'apettura (fuori concorso) di Cannes 66, un torrente d'acqua si è rovesciato su una folla in smoking e lustrini, rifugiata sotto un tappeto di ombrelli, per la prima alla sala Lumière. Baz Luhrmann, regista australiano, ha avuto l'ardire di ricostruire la New York del primo Novecento e il profilo acquatico di Long Island negli studi di posa di Sydney in perfetta coerenza con il suo stile di “modernizzatore” dei classici, prima Shakespeare (Romeo + Giulietta) ora Francis Scott Fitzgerald, il dandy dalla prosa danzante, il complice della flapper, lo scrittore che inventò gli anni Venti, le sue speranze, il swing, le feste da ballo “di qua dal paradiso” , l'intossicazione da “sogno americano” e la caduta di un sé infiltrato alla corte dei ricchi... Non è tenera la notte nel film di Luhrmann ma un frastornante circo a tre piste e in 3D, un match tra il sognatore Jay Gatsby e l'ex campione di polo Tom Buchanan che mette ko il testo di Fitzgerald nel tentativo di aggiornare l'era del jazz.
Per sottrarsi alla pellicola d'epoca, il regista disintegra l'angoscia che preme sulla fine delle illusioni seguita alla grande guerra, e il ritorno all'ordine di classe e alla politica del “laissez faire” che condurrà gli anni dell'euforia alla catastrofe del '29. Questo era Jay Gatsby alias Francis Scott, innamorato del passato, Daisy, che una volta portava le lunghe trecce di Berenice e che adesso veste Miuccia Prada, nella versione della bionda sbiadita Carey Mulligan (Shame, Wall Street 2).
Daisy aveva la sensibilità straniata di Mia Farrow, femme fatale inconsapevole, amore adolescenziale di Robert Redford, nell'adattamento dell'inglese Jack Clayton. Film patinato senza l'eccentrico e l' humour originali ma registrato sulle vibrazioni dei due attori pronti a catturare la malinconia del tempo perduto mentre qui si va sullo spettacolo orgiastico, carneficina di prospettive e panoramiche a colpi di skycam. Un Hollywood Party fuori sede. Non è l'eccesso di visivo il problema ma la mancanza di immagini nell'accozzaglia pop che shakera la macchina da presa in svisate stonate e si aggroviglia nello spazio chiuso dello studio dove domina una piscina rotonda, cornice delle baldorie chez Gatsby.
Quentin Tarantino ha diretto Leo DiCaprio verso l'Oscar in Django, se non fosse per un'Academy che ce l'ha con l'attore fin dai tempi del Titanic, Luhrmann invece lo spinge fuori quadro, ed è una fortuna. Il suo misterioso miliardario nato povero e pieno di dollari tossici da proibizionismo, è una presenza avulsa, galleggiante nell'aria, trascinato da un desiderio indicibile per qualcosa che non c'è, in scena. DiCaprio ha tatuato il romanzo sulla pelle, e se ne va radioso fuoricampo. A raccontarne la parabola è Nick Carraway, ammiratore e vicino di casa, interpretato dall'uomo-ragno Tobey Maguire, curioso di scovarne la segreta passione per sua cugina Daisy, che sposò il poderoso Tom Buchanan, e tradì il giuramento d'amore con il soldato Gatsby, partito per il fronte e tornato cinque anni dopo grondante dollari per riprendersi il suo angelo. Storia che non riguarda Luhrmann concentrato nella potenza dei fuochi d'artificio, nella velocità rumorosa della fuoriserie gialla di Gatsby che travolgerà l'unica passione dell'aristocratico Tom, Myrtle Wilson(Isla Fisher) , moglie pittoresca del benzinaio. Il raccordo con la contemporaneità dei subprime si perde in questo gioco dell'attrazione tra diversi, quando è il cinismo dei Tom e delle Daisy, difensori del proprio ceto sociale, il mood del capolavoro di Fitzgerald, quello sì premonitore di altre stagioni finanziarie. Il congegno rutilante di Luhrmann mette in uno strano rilievo il corpo degli attori, figurette dematerializzate e ritagliate nella pellicola digitale, un po' burattini mosse da scariche di hip-hop, e
catapultati in avanti dal 3D che fanno di questo Grande Gatsby un'attrazione da parco a tema.


The Bling Ring di Sofia Coppola, con Israel Broussard, Katie Chang, Taissa Farmiga, Emma Watson. Usa 2013
Inaugura la sezione Un certain regard Sofia Coppola con The Bling Ring, ispirato a fatti realmente accaduti là dove le alte palme di Beverly Hills scuotono le loro piccole teste coronate, Anzi, siamo più in alto, sulle colline di Hollywood tra le ville dei divi in bilico sulla cresta delle rocce, e dove vive gente come Paris Hilton, che ha prestato la sua casa per le riprese del film. Una banda di ragazzine di “buona famiglia” si diletta a svaligiare le ville dei loro miti, a bivaccare nei salotti delle star, provare gli abiti Chanel, i gioielli, i Rolex, a infilarsi scarpe leopardate tacco smisurato, a rubare mazzette di dollari e a sniffare coca. Hanno sedici anni e l'idea che non ci sia niente di male a divertirsi così, visto che i genitori, più che assenti, sono troppo presenti con i loro modelli di riferimento, soldi, new age, preghiere del mattino e totale indifferenza per il mondo. Sofia Coppola, dopo il Leone d'oro Somewhere, torna ai personaggi anestetizzati, quelli che non sentono niente e vivono “fuori da sé” nel riflesso dei reality, banalmente disumani, come le teen-ager losangeline portate alle cronache da Vanity Fair. Delinquenti delicate, felici di finire in tv anche se in veste di imputate, accanto ai volti delle loro eccellenti vittime. Generazione Facebook e Twitter, usati per localizzare gli appartamenti di star in vacanza, e fare baldoria. “Un film in forma di avvertimento”, dice Coppola, che mostrerà l'unico maschio del gruppo, amante anche lui di calzature chic, in tuta arancione, stile Guantanamo, e incatenato a rudi ergastolani. Il minorenne americano se tocca la roba non sua finisce così. Quattro anni di carcere ai capibanda, e risarcimento di migliaia di dollari.
Emma Watson
La regista dai tempi estatici questa volta preme sul ritmo sincopato e rincorre Springbreakers di Harmony Korine in un rutilante “documentario” pop, dove si susseguono rapine in villa e corse in macchina sotto il ronzio degli elicotteri vigilantes di Los Angeles. Tutte attrici esordienti, tranne la maghetta di Harry Potter, Emma Watson, che avrebbe meritato, almeno lei, un personaggio prismatico, perché tutte sono “nature”, lontane dallo sguardo di Sofia, che non vuol giudicare, sostiene, ma nemmeno amare le sue piccole furie.