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mercoledì 2 gennaio 2019

Suspiria di Luca Guadagnino, la crudele storia d'amore tra Fassbinder e Dario Argento


Roberto Silvestri


Aumentare il tasso di crudeltà e diminuire quello di horror, rispetto al Suspiria originale. Crudeltà vuol dire non sfornare mai allo spettatore immagini precotte. Ricondurlo a uno stato percettivo e ricettivo estremamente pericoloso. E poi. Aumentare il peso della storia dell'arte, della politica e del sesso. Rendere omaggio all'immaginario femminista anche iconografico, Gina Pane, Francesca Woodman, Judy Chicago e Ana Mendieta... Questo il progetto provocatorio, e anticonformista come Black Panther, di un film-remake di un remake (il primo progetto naufragato era stato scritto da Luca Guadagnino con David Gordon Green) sul Potere che trasforma le tre Madri, le streghe danzanti, in supereroine (capaci di scovare, affrontare e abbattere la psicoanalisi lacaniana del dottor Jozef Klemerer), e questo già irrita, e poi metterle pure in conflitto tra loro.  E il conflitto, come si sa, non è più di moda. La strega della continuità e della tradizione, Helena Markos. La strega del rinnovamento, Madame Blanc. La strega della discontinuità sovversiva... Le tre madri si azzuffano. E vince la 'rivoluzione di velluto' di Dakota Johnson-Susie Benner.
Figuriamoci. Il tutto lavorando su due testi, e non solo su quello di Argento. Anche su Germania in autunno. Perché Fassbinder, più ancora di Visconti, la sua crudeltà più del gusto macabro per la fiaba nera di Argento, è il punto di riferimento formale di questa nuova avventura visiva e musicale di Guadagnino (più Tom Yorke), come lo era di Io sono l'amore. E che dire del contributo cromatico del direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom?  Dove abbiamo visto quei grigi impuri, quelle ombre verdastre, quelle sfumature di marrone Fendi e di sangue non di routine, insomma tutto ciò che non è bianco né nero, perché i cattivi e i buoni amano travestirsi sempre da loro contrario? Ma in Balthus! Le adolescenti nude. Dunque un critofilm pienamente perverso, dalla parte di Woody Allen e non di Timothée Chalamet. Speriamo che turbi molto questo film. Non succedeva più neppure che Fofi o il New Yorker o il NYTimes s'incazzassero...


Cos'è un critofilm? Un film che critica un oggetto o un soggetto dell'arte letteraria, pittorica, scultorea, musicale o architettonica, ci aveva insegnato Carlo Ludovico Ragghianti. Ma, nella primavera del 1967, il futuro regista Luigi Faccini, in un intervento sul n.1 di Cinema&Film, ne amplia il significato.  Si può pensare e scrivere per immagini: "Il pensiero visuale è diverso da quello verbale, forse più ampio e significativo, più moderno, più sintetico, più espressivo e comunicativo, anche sul piano filosofico e saggistico". Inoltre il "fatto critico" può essere trasferito finalmente nella sede linguistica adeguata all'oggetto preso in esame, si può fare critica di un film girando un film (il critico e futuro regista Maurizio Ponzi aveva appena girato il critofilm Il cinema di Pasolini). 
Come la critica letteraria anche la perifrasi del critico cinematografico diventa così linguisticamente identica all'opera e analoga al senso, alla struttura e al ritmo dell'opera filmica.  Erede e sintetizzatore di Joe Dante e Jean-Luc Godard allo stesso tempo, Luca Guadagnino viene dalla critica scritta e ogni suo lavoro, perfino Chiamami col tuo nome (che si confrontava con il sistema James Ivory) è un crito-film, cioè un esplicito lavoro di tatuaggio che lui e il suo montatore d'affezione, Walter Fasano, compiono su testi prediletti o di ossessiva o demoniaca “forza” per abbellirli, adornarli, chiosarli, parafrasarli, cancellarne parti, rinnegarli, riaggregarli e criticarli, “costruttivamente” o “distruttivamente”. Non si lavora solo Suspiria di Argento, ma anche in sovrimpressione su Germania in autunno, il film collettivo che proprio sulla contrapposizione tra vecchia Germania-nuova Germania, tra il 1977 e il 1980 si esprime, senza compromessi di alcun tipo. Il rapporto tra Madam Blanc, la maestra di danza (una delle parti di Tilda Swinton), e Suzie Bannon, l'allieva che è una sorta di Biancaneve, non possiede la stessa violenza, lo stesso  seduttivo conflitto artistico e intellettuale di quello tra madre-figlio e tra regista e amante dell'episodio di Fassbinder in quel capolavoro sul riflusso del movimento rivoluzionario mondiale? 
   

Questa anomala mancanza di spontaneità narrativa, il meditare, anzi concettualizzare sulle immagini-suono, sulle immagini-spazio e sulle immagini-sguardo hanno reso problematico il rapporto con una parte di pubblico, soprattutto italiano, quella più rigida e meno ludica, che considera questo procedimento di arrangiamento da “cover” una “frivolezza floreale” (e Io sono l'amore un sotto Visconti, o “Melissa P” un sotto Jarman). 
Siamo abituati, se pigri o analfabeti schermici, più ancora degli spettatori americani, a non giocare con le immagini potenti, a non contribuire al finish artistico libertario di un film, ad affidarci invece completamente alla potenza delle immagini (come alla prepotenza dei politici "muscolari"), che siano forti e autoritarie, che non ammettono ulteriori “decostruzioni”. 



Invece il lavoro “futile” di Guadagnino sui testi è la novità estetica più interessante e feconda degli ultimi anni. Uso il temine futile nell'accezione etimologica latina. La crepa, la rottura del vaso che fa fuoriuscire il liquido dando altra forma al "contenuto". Fertilizzandoci il cervello. Che dal soggetto di Argento e Nicolodi, ispirato a sua volta a Wedekind di Mine-haha, la scuola di danza per adolescenti che nasconde segreti insostenibili, si possa rifondare, tramite incrinatura del vaso, il nostro rapporto con la gerarchia simbolico uomo-donna e con la memoria meno antica (l'antisemitismo, la shoa; il musical d'arte da Busby Berkeley a Powell-Pressburger, da 42th street a Scarpette rosse e quanta sofferenza e violenza sia nascosta nell'arte, perché anche l'arte ha una storia) e più recente (la nascita della Ddr, la guerra civile e anti imperialista in Germania degli anni ’70), conferma la unicità di questo film anche per Guadagnino (una sorta di rinascita e di esperimento è questo suo primo horror movie) e anche la grandezza culturale di quel movimento artistico degli anni ‘60 e ’70 troppo dimenticato e che non casualmente interessò Austria, Germania e Italia contemporaneamente. L'arte concettuale appunto, antisessista, antirazzista e antiautoritaria, alla quale Guadagnino questa volta esplicitamente si rivolge. Per mostrare e non per dimostrare. Il corpo forsennatamente dilaniato di Stelarc, le “tette a portata di mano” di Valie Export, l'eco-arte di Beuys, i giochi attici di Pino Pascali, le sfere anti-securitarie di Sergio Lombardo, gli akzionisti e le akzioniste austriache (non quelli della finanza), le orge di sangue di Otto Muhl, la mummificazione suicida di Rudolf Schwarzkogler, le schizo-passeggiate di Gunter Brus con l'anima divisa in tre, per dire un grande sì alla vita nonostante possenti e subdole aggressioni arrivassero da ovunque, neo-fascismi, caccia bombardieri in Vietnam, carri armati in Israele, eroina nelle metropoli, molestie e oltre alle donne... ecco tutto quel che ritroviamo - scandalizzando a morte i puristi puritani dell'horror perché in questo modo l'horror è costretto a far strip-tease -  in questo grandioso e inquietante film “triadico”, e non solo per la triplice performance di Tilda Swinton, ma per il gioco di scrittura contemporaneamente umano, sovrumano e subumano. 



E anche nel senso che lavora, secondo le istruzioni di Eisenstein, sul corpo terragno, sul corpo roteante e sul corpo librante. Mano. Piede. Spirito? Lavoro. Fuga. Ascesi. Se si è terrorizzati come si fa a non essere terroristi? Ritrovando, nell'era digitale, il contatto. Il tatto. Il senso “comune”. E "il tatto ha memoria", come ricordava il poeta John Keats. David Kajganich, il cosceneggiatore di Suspiria-Guadagnino, fa benissimo a ricordare lo sguardo tattile sulla Germania occidentale di Thomas Harlan, il primo a ribellarsi alla continuità tra nazismo e repubblica federale di Adenauer che aveva infarcito i posti di comando politico-finanziario di ex gerarchi del III Reich. Fassbinder proseguì nell'opera di ribellione e smascheramento di quella rimozione storica con il suo anti-teatro e anti-cinema (e la sua ex moglie  Ingrid Caven è qui a ricordarcelo). Molti registi del nuovo cinema tedesco, come Margaret von Trotta si sono confrontati con il terrorismo Baader-Meinhof e con la tolleranza repressiva di Bonn (a Angela Winkler è qui a ricordacelo). Al critofilm adulto che imprigiona il "pensiero sensibile" dentro gelide atmosfere strutturaliste Guadagnino contrappone però, da neo-beatnik, da femminista convinto,  da seguace di Dante e di Godard e di Bertolucci, il calore vitale dell'home movie, del film privato che ha un movente antico (a 10 anni, quel poster pauroso del film di Argento sbirciato, adorato e mal metabolizzato a Cesenatico, quando era in vacanza solo e in asilo), un senso autobiografico forte, una cinematica ossessione adolescenziale, che costringe al remake inaspettato, al film che, come ha scritto Larry Gross sulla rivista americana Filmmaker "al posto dei colori brucianti, di una colonna sonora minacciosa e della fiaba nera, sceglie la strada profondamente fastidiosa della riflessione semifilosofica sull'arte, la performance e le radici storiche del male". Senza sacrificare i viscerali piaceri di un film di genere, continua Gross (che è anche un collega sceneggiatore), Guadagnino sa espandere il suo raggio d'azione a temi sociali e politici, come sanno fare pochi altri cineasti. E tra questi Francis Ford Coppola nella saga politica-gangsteristica Il Padrino. Come Dreyer e Bunuel, Cronenberg e Bergman, Resnais e Kubrick, Aldrich e Carpenter, anche Guadagnino tende più a storicizzare il male e i cattivi che a moralisticheggiare sul peccato, dovere di ogni buon film horror, come ci ricordava Stephen King. 



Non poteva mancare dunque nel film la foto di un cineasta che quei tempi ha scolpito, il militante comunista rivoluzionario nonché grande cineasta Holger Meins, che fu l'unico che davvero si suicidò fino alla disincarnazione totale, della Baader-Meinhoff, offrendo il proprio corpo come Pasolini, in pasto al Moloch, per evitare ulteriori catastrofi. Le “tre madri”, appunto, che si contendono non senza spargimento di sangue il controllo del simbolico, strappandolo al fallocentrismo che “ha tante colpe e tante vergogne” da scontare (non dimentichiamo mai che a Guadagnino si deve l'unica riflessione cinematografica del nostro razzismo criminale all'opera in Etiopia, in un paese che lo ha rimosso completamente, perfino dalla parte progressista, Inconscio italiano, 2011). L' immersione dentro il testo cult come la cattedrale horror di Dario Argento dunque è riuscita. Grazie a un cast impeccabile e a danze e musiche che più che a Bausch rimandano a gesti, movenze, e rigidità da karate. Più a Chuck Norris che a Bruce Lee. Tranne, nel finale, addolcirsi. Flashdance. Spielberg. E' stato chiesto a Guadagnino perché dopo il calore sottile e l'umanità densa di un amore totale catturati in Chiamami col tuo nome avesse sterzato verso la rabbia di un horror. "Entrambi i film parlano di esseri umani e delle loro emozioni. A volte prevale la malinconica fusione d'amore, altre volte il devastante insorgere della violenza".


sabato 10 giugno 2017

Okja, il superpig di Cannes 70

Mariuccia Ciotta

Cannes
Il festival cambia “format” e genere, Okja (concorso) del coreano Bong Joon Ho, prodotto da Netflix, è una commedia per bambini. Cose insolite per Cannes. Ma c'è qualche problema. La proiezione del film alle 8,30 del mattino è andata avanti per 8' con il mascherino sbagliato taglia-teste tra urla e battimani di protesta e altri 10' ci sono voluti per studiare il caso e riprendere il film dall'inizio. La colpa sarà probabilmente attribuita all'operatore internet che non sa cos'è il cinema, e che comunque ha deciso, dopo l'accesa querelle dei giorni scorsi, di distribuire Okja in Corea, Stati Uniti e Gran Bretagna. Che la Francia aspetti, vista la guerra aperta a colpi di “eccezione culturale”.
Dopo Wonderstruck, questa fiaba viene dalle lussuose foreste sudcoreane dove vive una ragazzina, Mija, e la sua creatura, Okja, un animale geneticamente modificato, un superpig destinato, secondo la Mirando Corporation, a “sfamare il mondo”.
Okja - orecchie da maiale, corpo grigio da ippopotamo e muso da cane - ha negli occhi, però, il luccichio dell'intelligenza. Mija si arrampica sul corpaccione della sua compagna di giochi, che ricambia gli abbracci e la stringe a sé. Potrebbe essere la sorella coreana del giapponese Totoro, marchio Miyazaki. E al contrario del mostruoso anfibio mangia-uomini di The Host, record di incassi di Bong Joon Ho, Okja è un “animale da compagnia”, solo un po' ingombrante.
I due esseri, risultato della creatività digitale, non esistono, ma entrambi sono metafore della cupidigia del mercato, che qui si materializza in una fenomenale Tilda Swinton, look da Barbie, volto della corporation ereditata da un padre orrendo, inventore del napalm. Le fa da spalla un altrettanto strepitoso Jake Gyllenhaal, vanesio e queer conduttore tv.
Sul tono di una slapstick comedy con il bestione che travolge gli stand dell'aeroporto in una corsa fracassona e invade le strade di Seoul, il film sul “rapporto tra l'uomo e l'animale”, come dice il regista, vira verso un cupissimo epilogo, dentro un vero mattatoio-lager dove i superpigs vanno al macello consapevoli. Qualcosa tra John Berger e Alberto Grifi.

In scena, anche un gruppo di animalisti svitati che sostengono Mija nel recupero dell'animalone. L'ombra di King Kong si profila insieme allo skyline di New York dove Okja viene trascinata in catene per un finto concorso di bellezza. Netflix scommette sul gran successo di pubblico nelle sale e in rete, mentre Cannes non può che accogliere il simbolo della metamorfosi del cinema, sempre che azzecchi il mascherino. 

giovedì 26 novembre 2015

A bigger splash di Luca Guadagnino . E Dio esiste e vive a Bruxelles

Paul Thek, Il tuffatore 1969


Roberto Silvestri



I due film della settimana, che escono quasi contemporaneamente nelle sale italiane, sono una coproduzione italo-greca, A bigger splash di Luca Guadagnino, con quel titolo che rievoca tanto un dionisiaco e "fumatissimo" reggae sunsplash dell'epoca Bob Marley e Peter Tosh e una commmedia nera dal titolo provocatorio e blasfemo, Dio esiste e vive a Bruxelles, del geniale cineasta fiammingo Jaco van Dormael, qui pigramente adagiato, ma sa tirare colpi al ventre che raggiungono l'obiettivo, su un copione stipato di gag, lazzi e scherzi da prete tratti dalla tradizione blasfema e anarchicheggiante alla Hara Kiri. E' proprio il momento adatto per una pellicola così. Soprattutto per rispetto a Charlie Hebdo e pensando al Belgio del coprifuoco di questi giorni e ai belgi come sono stati maltrattati da Baudelaire e dai francesi di oggi piuttosto furibondo con la leggerezza poliziesca del piccolo vicino. Perché questa farsa serissima si presenta fin dal titolo come una controparabola cristiana (oltretutto parafemminista) e alla Pap'occhio che titilla i nostri piaceri più sarcastici, goliardici e proibiti, pur affrontando serie tematiche religiose, come la grazia, la predestinazione, il libero arbitrio, il senso di colpa e il ruolo imprecisato della donna. Dissacrare in fondo non è il cuore del nostro (esageratamente magnificato come nostro, ma a me sembra di tutta l'umanità non dominante) stile di vita? E quale attore più dissacrante di Benoit Poelveroorde, l'Alvaro Vitali transalpino,  per strappare la parte più ambita di tutte, se se ne vuole dare una versione anticlericale e da epoca Web? Il web sa scatenare i nostri istinti più sadici e abominevoli, egoisti e bisbetici e attraverso il computer si può punire eternamente tutte le creature viventi. E tenerle sotto controllo. Figuriamoci dio come si divertirebbe a immaginare quei misteriosi e imperscrutabili sui disegni sul Mac. Ma. Sostituite dio con il "sistema globale militare industriale" e comprenderete il succo obliquo e secrettato della parabola. La figlia di dio in persona, e la moglie di dio in persona, tradiscono il patriarcale tiranno e, diffondendo via computer tutto ciò che non si deve mai sapere, se no l'anarchia impazza, fanno saltare il giocattolo. Come Lassange con Washington.  Basta svelare a ognuno il giorno della propria morte. E a quel punto il divertimento macabro prende il sopravvento. Dio insegue la piccola peste che nel frattempo si è creata una corte di apostoli, secondo i consigli del fratello maggiore, che la sa molto lunga, e a Bruxelles si svolgerà una caccia divina all'ultimo sangue.
Ma blasfemo è anche il film di Luca Guadagnino, solo che il suo irridere è formale, è nei linguaggi compositi che si utilizzano - spesso male come ci ha spiegato perfino Muccino, antipasoliniano irriducibile -  nel raccontarie storie in immagini sonore. Guadagnino, italo-maghrebino, mamma algerina, nei suoi film mescola sempre un piacere narrativo tutto suspense hollywoodiano e un gusto grafico per l'arabesque musicale che il fido montatore Walter Fasano rende spiazzante e acido grazie a controtempi, trance improvvisa e deliranti racconti. Non a caso la tesi di laurea di Guadagnino, allievo di Giovanni Spagnoletti, è stata un radiografia di un maestro, Jonathan Demme, drastico formalista dal cuore sapiente.  Inoltre i suoi film che conosciamo e apprezziamo (a cominciare dagli epicurei Melissa P. e da Io sono l'amore)  sono speciali nel panorama italiano per una atmosfera accecante e solare e una sensualità dionisiaca, più che gay, sparsa ovunque. E, a proposito di amore.
Si fa sempre l'amore in quattro, anche quando si crede di farlo in due. E anche quando si crede di farlo tra un uomo e una donna. Parola di Lawrence Durrell che era più di un raffinato scrittore, un conoscitore delle nostre zone più dark, individuali, bisex, sfuggenti e collettive. Quattro è il cuore numerico di una rock band del periodo d'oro, 60-70. Beatles, Rolling....Monterrey/Woodstock... .E cos'è una rock band, soprattutto californiana, se non emozioni forti ed estreme in interfaccia, che si scambiano, in poliritmia, elettricità e corpi, palco e platea, musicisti e pubblico? Il film di Guadagnino è suonato da un quartetto. Quattro strumenti. Molti e avulsi intrecci erotici. Però il rock non è più quello di Janis. E' diventato business gelido. Ha il profumo di Rod Stewart, piuttosto. Ecco perché Tilda Swinton, che qui è la super star del palcoscenico, è afona. E' senza voce. Metafora del non saper cosa dire in questi tempi oscuri e senza via di scampo. In un film musicale libanese girato durante l'assurda guerra di allora, prove generali dello scontro babelico di oggi tra rivoluzionari (allora maoisti), sciiti, sunniti, maroniti, ebrei, la protagonista era una cantante, che aveva perduto la voce. Ed era un capolavoro. Come questo. Che ci trasporta in una bella villa con piscina nell'isola incantata di Pantelleria. Un panorama curiosamente simile a quello dell'ultimo Barbet Schreoder (anche se lì siamo a Ibiza, nella scena dee-jay anni 90).

Janis Joplin avrebbe detto: "Ibiza, Pantelleria, sì, posti esotici, come Lima, come Acapulco, come il nord Africa, uno di quei luoghi cool che piacciono tanto ai fighetti....". Ma oggi Pantelleria non è solo questo. Siamo dentro un eurofilm su commissione, finanzia Studio Canal. Ma l'effetto finale sarà quello di un eurogol. Una immagine agghiacciante lo chiuderà. E sembrerà un ricordo, un sogno di Brian Jones. Ma in realtà è come il requiem per i morti nel Mediterraneo di Isaac Julien. Un remake, questo A Bigger Splash, che fa la critica dell'economia immaginaria dell'originale francese del 1969. Mette molto sesso liberato e asimmetrico nel cinema italiano di oggi senza la concentrazione ossessiva di Tinto Brass. C'è aria profumata d'afghano alla Bertolucci, e non solo per la villa e per la piscina (un gigantesco Corrado Guzzanti maestro in comicità surreal-dadaista, che non ha neanche bisogno di alzare il tono, anche se fa il Benigni della situazione e impersona un carabiniere, ma non come nelle barzallette, lasciando perplessi chi al cinema è malato di muzak) e per Dakota Johnson, intrappolata col velluto, come successe a Liv Tyler. C'è la violenza viscontiana, con citazione quasi filologica di Ossessione, i due amanti nell'automezzo, a delitto compiuto. C'è l'horror di Mario Bava, un maestro nel kammerspiel dark.  E questo disomogeneità di riferimenti è ancora considerata molto scandalosa.
Torna il quartetto sentimentale di La Piscina, allora, a Maggio da poco sconfitto, un irritante e calligrafico pezzo di "cinema di papà", regia professionalissima (questo il guaio) di Jacques Deray, in realtà veicolo per il duo divistico "Alain Delon e Romy Schneider" alle prese con un borghesissimo doppio triangolo incrociato (grazie a una Jane Birkin come al solito polivalente) ambientato nell'ambiente intellettuale più banale (scrittori agiati). Oggi la piscina torna ad essere sessantottina, è in una villa a un passo dall'Africa, terra che il regista Luca Guadagnino conosce molto bene, e che quanto a soggettività desiderante sta dando una lezione a tutto il mondo (almeno a Tunisi). E siamo nel secolo dopo. Pantelleria vuol dire certo tragedia dell'esodo. Battelli, polizia, fuga, speranza... Ma vuol dire anche Claudio Baglioni, a proposito di pop music. E Baglioni è, ci crederete o meno, un mito della controcultura americana. Il regista Paul Morrissey, il braccio destro di Andy Warhol, lo adora... Piace a Morrissey la melodia e l'armonia pacificata, quel rock mediterraneo disintossicato dai veleni chimici della droga. Anche molto rock anglosassone è stato devitalizzato, dopo le grandi tragedie, e i grandi decenni, sono famosi gli strali dei Clash contro tutto il mercato rock british dell'epoca, Rod Stewart in particolare. Gruppi divisi per generi, incasellati come nel supermarket. Suoni preconfezionati e standardizzati. Poi salta sempre fuori qualche gemma. Qualche tesoro euritmico...Marianne (Tilda Swinton che omaggia la Faithful?) è sicuramente uno di questi. Ci crediamo sulla fiducia. Una specie di novella Annie Lennox. Altra consonanza, una rotondità di fraseggio che può far venire i brividi e fare impazzire più di un assolo alla carta vetrata di Syd Barrett.  La metafora del senza voce è geniale.  L'incredulità con la quale abbiamo assistito alla distruzione di ogni centro tranculturale, dalla Turchia purificata di curdi armeni ebrei e greci, a Beirut e Sarajevo, da Baghdad a Damasco, lascia senza parole. Si vuole costruire un mondo dominato dagli Orban e dagli Erdogan su modello asettico e monorazziale della Corea del Nord o molto peggio dell'Isis? Gli artisti non riescono più neanche ad urlare come Ginsberg, come Havel, come Zappa....
Nel film di Deray erano due letterati, a battersi per una donna. Cinema da boulevard. Qui siamo tra artisti diversi. Audiovisivi. Una star del rock che appunto ha perduto momentaneamente la voce (Marianne), un fotografo emergente (Paul) che è il suo nuovo amante; un genio della produzione discografica, dal passato mitico di manager dei Rolling Stones (Harry), ed  ex di Marianne, e sua figlia Penelope, appena conosciuta in effetti, potrebbe sembrare la sua amante Lolita, è tra il misterioso e il catatonico, il banale e il sublime, come si usa tra le millennial alla moda.
Con Walter Fasano al montaggio, la sezione ritmica è assicurata. il film pulsa, svisa, riffa. Mai una inquadratura è quella che spaziotemporalmente ti aspetti.Yorick Le Saux, che disciplina le luci, ha il compito di congelare il surplus di calore africano e di riscaldare le ombre più sinistre. Il quadro è un continuo controbalzo. Via il folklore meridionale. Il divo fiammingo emergente Matthias Schoenaerts offre il suo corpo di granito e macho, una sorta di Putin cubista, al desiderio gay (e senza bisogno di mettersi una barba posticcia come un combattente del daesh). Si parla di Hockney, no? Ralph Fiennes e Tilda Swinton sono per Guadagnino come gli Experience per Jimi. I loro gesti e i loro sguardi sono la storia universale di quel gesto e di quegli sguardi. Hanno il compito di inventare per un film pop, fluido, melodico (e iper realista, alla Hockney, dice il regista)  un tracciato sotterraneo e alternativo espressionista. Un basso continuo dissonante. Tanto che alla fine del tragitto l'energia che scagiona da questo film è simile all'energia Janis o Jimi. Come se Guadagnino si volesse ricollocare, tramite La piscina al 1969, all'anno in cui fu girato. Un viaggio nel tempo affascinante. La prova è nell'invettiva politica finale, inaspettata. Quando la tragedia dell'esodo "biblico" contemporaneo conquista e non strumentalmente il primo piano. In quell'attimo, nell'agosto 1969, un altro pittore dell'avanguardia statunitense, poi morto giovane di aids, amico di Warhol, dipinse "il tuffatore". Nella piscina. Il quadro che abbiamo messo in testa alla recensione. Autore un altro Paul. Paul Thek. Pittore da riscoprire. Proprio come questo film. Non basta una visione. Magnifiche visioni.  

domenica 6 settembre 2015

L'intervista ufficiale a Luca Guadagnino. Materiali per un dibattito


Ralph Fiennes e Tilda Swinton in A bigger splash di Luca Guadagnino
ASPETTANDO LA RECENSIONE DI QUESTO BELLISSIMO FILM IN COMPETIZIONE RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO DAL PRESS BOOK DI PUNTO E VIRGOLA L'INTERVISTA "ISTITUZIONALE" A LUCA GUADAGNINO.

attenzione lettori ormai le interviste saranno sempre più puro materiale pubblicitario e promozionale. Dunque beccatevi questo. Nel corso del recente "junket" (sì, deriva da junk, immondizia, ma sono i viaggi ufficiliali pagati ai giornalisti con soggiorno negli alberghi 5 stelle per promuovere un film in tutto il mondo a spese delle majors) londinese per il lancio di Star Wars (per altro sarà l'ennesimo capolavoro di J.J.Abrahams) ai giornalisti venivano date in anticipo le domande da fare e ai giornalisti televisivi veniva dato il girato solo dopo montaggio dell'Universal Europa. La cosa ormai può sembrare ovvia e banale. Non meritevole di indignazione. Capisco che siamo nell'era di Cameron, ma forse stiamo un po' esagerando a conformismo introiettato. Con i critici ridotti a far colore e i film che sono trasformati dai mass media in materiale pr delle star. E allora visto che si pubblica solo apologia scegliamoci i cineasti di cui fare l'apologia. A una domanda rivoltami a Pechino, Università del cinema, e alla stessa identica domanda rivoltami a Pechino, Accademia d'Arte drammatica: "Cosa c'è di bello in Italia nel cinema dopo Tinto Brass?" non potevo infatti che rispondere "Asia Argento e Luca Guadagnino", facendo l'apologia dei due cineasti più odiati dal pensiero critico cinematografico paraparrocchiale dominante in Italia (dopo lo sterminio dei cervelli effettuato dalle famigerate macchine della NORMALINA azionate dopo la legge Mammì e dopo la trasformazione delle sale parrocchiali cattoliche controllate e censurate in cinema d'art e d'essai). Ma non c'è solo il regno Fefé, anche se effettivamente dalle reazioni del pubblico della mistra del cinema di Venezia, di Berlino e di Cannes mi sa che ho torto marcio. 

Qual è stata la genesi del film?
All’origine di A Bigger Splash ci sono un triplo desiderio e un duplice rifiuto. StudioCanal - attraverso Ron Halpern, capo della produzione, e Olivier Courson, Ceo di produzione e distribuzione - mi avvicinò dopo l’uscita di Io sono l’amore chiedendomi di dirigere un rifacimento di La piscine di Jacques Deray. Alla prima richiesta risposi "no grazie". La cosa mi fu riproposta dopo un mese e io dissi nuovamente di no. Quando tornarono da me per una terza volta mi ricordai di uno dei miei motti e cioè che ai desideri altrui si deve venire incontro.



Arrivò dunque alla conclusione che tornare su quel film era possibile?
Persuaso dall’intelligenza seduttiva di Studio Canal e dall’incontro con due persone che amo molto per la loro capacità di capire il cinema come Olivier e Ron, ho accolto la loro intuizione.
Il film di Deray l’avevo visto da ragazzino e poi mai più. Schegge della Piscine baluginavano davanti ai miei occhi perché una sequenza era stata usata per la pubblicità di un profumo. È un film del 1969 realizzato secondo logiche di preistoria del marketing: Alain Delon e Romy Schneider erano stati una coppia, al momento delle riprese erano ormai separati, ma ancora rappresentavano icone potenti per l’immaginario mainstream europeo. E questo proprio in un momento in cui le Nouvelles Vagues in Francia, Italia, Giappone, Brasile, esplodevano con una potenza di fuoco straordinaria, con la loro capacità di riformare il linguaggio, di capire il segno politico di ogni immagine che si produceva. La piscine era antitetico rispetto a quel momento storico. Ma parlava di desiderio, di quattro persone chiuse in una stanza mentale che è la villa in cui si svolge l’azione. Di temi che mi attraggono: la rinuncia, il rifiuto, la violenza nei rapporti tra le persone.



Come ha affrontato la fase della scrittura?
Ho chiesto di lavorare con uno scrittore anglosassone; mi piaceva l’idea di giocare con i toni della lingua in maniera vera, non traducendo una sceneggiatura magari scritta da me in italiano. Mi erano stati sottoposti in passato alcuni lavori di David Kajganich, soprattutto sceneggiature di film horror: il talento di David era evidente, la sua capacità di comprendere la complessità delle azioni umane andava molto al di là degli imperativi del genere. Ci siamo incontrati a Los Angeles, abbiamo passato settimane a parlare, a capire il film, i suoi temi, i mondi che sviluppava. E da subito abbiamo compreso quanto cruciale sarebbe stato ambientarlo a Pantelleria.


Una scelta carica di conseguenze, anche dal punto di vista logistico.
Volevo che il paesaggio fosse il personaggio silenzioso che si aggiungeva ai quattro protagonisti. Perché, da un lato, funzionasse come marca potente del reale e, dall’altro, come specchio che rifletteva i conflitti. Pantelleria è un posto incredibilmente violento, è adagiata su un vulcano le cui attività sono silenziose, ma costanti. Il vento la sferza, il caldo non dà tregua, ma possono esserci sbalzi di temperatura quasi africani con notti inaspettatamente fredde. È un luogo non riconciliato, e questo mi piaceva molto.
Una scelta che imponeva anche di lasciare aperta la porta alla realtà?
Da lì dunque siamo partiti, lasciando però aperta la porta alla realtà. Pantelleria è Mediterraneo, non può certo essere ridotta a location, è un luogo che urla la propria urgenza. E il mio più grande desiderio, ancora una volta, era quello di mostrare come il privato di uomini e donne potesse venire squadernato dal reale. Se ognuno dei quattro protagonisti del film si confronta con l’alterità all’interno del gruppo, era indispensabile che tutti fossero anche costretti a confrontarsi con l’alterità vera, che è quella del Mediterraneo, con la presenza dei migranti che irrompono nella storia. E spero che il modo in cui questo incontro è raccontato nel film possa costituire per lo spettatore uno spunto di riflessione sul modo in cui anche ciascuno di noi considera quella alterità.
Non riconciliata è anche la musica dei Rolling Stones, centrale nel film.
Il Rock’n’Roll, segno del ‘900 che si allunga fino al XXI secolo, non può certo essere ridotto a costume: ho voluto che diventasse architrave del film. Il Rock’n’Roll nel film ha un corpo, si incarna nella figura del giullare, l’eterno Peter Pan, l’ingiunzione al godimento fatta uomo. Harry, un produttore musicale che ha vissuto tutta la sua vita all’insegna della verità, della necessità bruciante di non mentire mai e al contempo di divertirsi sempre, si specchia in Paul, un uomo molto più giovane e che ha quindi forse la necessità di trovare in Harry un padre. Ma Harry è un padre del godimento, un padre che non gli dà consigli, che al contrario gli dice: "Sei libero, puoi fare quello che vuoi".
Quali sono le conseguenze di questa contraddizione?
L’impossibilità di sostenere questa libertà scava tra i due uomini fiumi carsici di risentimento. Costringendoli a confrontarsi con le due donne. Marianne Lane è una grande rockstar e ha compreso di non volere la propria identità ridotta alla produzione di godimento per il pubblico per cui è diventata una leggenda. Il suo istinto nell’affiancare Harry nell’esplorazione degli eccessi del Rock’n’Roll si è trasformato, crescendo, nel desiderio di una maggiore tranquillità e nella capacità di una pacata protezione di sé con un nuovo compagno. L’agente incontrollabile, la giovane Penelope, viene dal nulla e forse ritornerà in una zona che non conosceremo mai, storicamente separata dal mondo di Harry e Marianne, ma anche di Paul. Penelope corrisponde alla generazione di oggi che cerca di osservare quelli che c’erano prima di lei e cerca di sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Innescando, senza accorgersene, reazioni estreme.


Il titolo del film viene dal celebre quadro di David Hockney: ha rappresentato una fonte di ispirazione?
Il quadro di Hockney rappresenta una regolarità di linee sconvolta da un tuffo, da uno splash di cui non si vede l’artefice, con una sedia da regista come unico dettaglio eccentrico. Insieme alla Nouvelle Vague, l’esperienza avanguardista di Hockney ha rappresentato una guida importante per questo film. Certamente più del "cinema di papà" di Jacques Deray. Mi sono chiesto, perché il quadro di Hockney, così apparentemente minimalista, apra in realtà una voragine di senso in chi lo guarda? Perché è un’immagine che nella sua semplicità, nell’attimo in cui la superficie dell’acqua si frange, apre mille prospettive, mille possibilità. Che cosa c’è sotto? Chi si è tuffato? Che cosa succede nella casa? Hockney cattura l’attimo che coincide con l’imprevedibilità del desiderio in maniera straordinaria contenendo i colori, la luce californiana in un modo che ha rappresentato per noi un’ispirazione formale fortissima. La lezione di Hockney ha guidato me, il montatore Walter Fasano, il direttore della fotografia Yorick Le Saux, trasferendola dallo spazio addomesticato della California a quello africano, incontrollato di Pantelleria.



Punti di riferimento importanti nel cinema che si sono manifestati durante la lavorazione di A Bigger Splash?
Dal punto di vista formale Viaggio in Italia di Roberto Rossellini ha certamente rappresentato una fonte di ispirazione. Come One Plus One di Jean-Luc Godard, il film sulla creazione di Simpathy for the Devil dei Rolling Stones. Ingrid Bergman che in Viaggio in Italia si abbandona, disperata e tormentata alle peregrinazioni per Napoli, che visita i musei o osserva i vulcanelli, ecco attraverso quelle immagini Roberto Rossellini costruisce una trama di suspense fortissima, la musica di Renzo Rossellini è quasi thriller, si potrebbe dire che sia una sorta di film hitchockiano, dove il disvelamento del colpevole è nell’interiorità della relazione impossibile tra i due protagonisti.



A Bigger Splash è un film ensemble: il processo di casting deve essere stato cruciale.
Gli attori che hanno lavorato nel mio film non sono solo attori, sono cineasti. Tilda Swinton ed io non possiamo non lavorare insieme, siamo come dice Tilda "partners in crime".
Una sorella per me ed una dei miei collaboratori più preziosi: non solo come performer il suo contributo è stato essenziale. È stata sua l’idea di privare della voce il personaggio di Marianne Lane, da lì è nato il dispositivo che permette di esplorare il suo tormento nei confronti del proprio cambiamento proprio quando l’handicap non le permette di esprimerlo.

Ralph Fiennes è sempre stato una mia personale ossessione: quando pensi un film devi partire da un erotismo spietato nei confronti dei corpi che vuoi raccontare e degli attori attraverso cui vuoi metterli in scena. Quando vidi Schindler’s List, Quiz Show, Strange Days, The End of the Affair, rimasi abbagliato da



Ralph. È un lungo percorso di desiderio che si compie: nella mia cameretta di ragazzino avevo le foto di Tilda e le foto di Ralph.

Dakota Johnson, poi, è il cinema incarnato, una vera, autentica, straordinaria creatura di Cinema, dotata di una grandissima intelligenza interpretativa. Sono felice ed emozionato di averla incontrata e di aver iniziato con lei quella che considero una lunga collaborazione.
Ho scoperto Matthias Schoenaerts in Bullhead. Di lui mi colpì subito la flagranza corporale coniugata ad una sensibilità lunare. Caratteristiche che io credo siano visibili in A Bigger Splash in una nuova declinazione: la fragilità di Matthias è il regalo più bello che ha fatto al film.



Anche Corrado Guzzanti fa parte dei desideri antichi che non ho mai smesso di coltivare, un attore sublime e raffinatissimo, al di là del divertimento che ci ha regalato nella sua lunga carriera. È stato un privilegio che abbia accettato di fare un provino con me: dimostra la sua grandezza e la sua grande solidità di essere umano. Corrado si è messo a rischio interpretando il personaggio di un commissario di polizia e un fan. La legge che diventa fan di una rockstar. Solo lui poteva farlo.

mercoledì 19 febbraio 2014

Planet Jarmania. Tilda Swinton on Derek Jarman


di Tilda Swinton (*)



Tilda Swinton in The Last of England


Dear Derek,



Jubilee is out on DVD. I found a copy in Inverness and

watched it last night. It’s as cheeky a bit of

inspired old ham punk spunk nonsense as ever grew out

of your brain and that’s saying something: what a buzz

it gives me to look at it now. And what a joke:

there’s nothing an eighth as mad bad and downright

spiritualized being made down here these days this

side of Beat Takeshi. There’s an interview with you at

the end of the thing: a Face to Face .. very nice to

see that face, I must say.  Jeremy Isaacs asks you,

last of all, how you would like to be remembered and

you say you would like to disappear. That you would

like to take all your works with you and ... evaporate

...


Tilda Swinton in Caravaggio


It’s a funny thing, because the truth is that, here, 8 years later, in so many ways you never could, but, it

has to be faced, in so many others, you have. It’s snowed since you were here and your tracks are covered. Fortunately you made them on hard ground.



Well, I could tell you that we got some things right,

back then, sitting round the kitchen table in

Dungeness projectile vomiting with the best of them:

you were INDEED the great Thatcherite filmmaker - for

every £200,000 film you made, real profits were seen -

by someone or other -  within at least the first 2

years, all those royal circus brides did indeed end up

cutting themselves out of their wedding dresses and

looking into the camera. Alan ‘ all -film- is-

an-advertisment- for- something’  Parker did end up

running the BFI and dissolving its production arm,

Film 4 WAS just a flash in the pan ..  I DID have

twins of all genders and head for the hills.



Derek Jarman e Tilda Swinton
Do you remember Norman Stone calling to arms about us

all in the Sunday Times? saying ‘The Last of England’

and ‘ Sammy and Rosie get Laid’ and ‘Raining Stones’

and  i can’t remember what else were a damaging and

misleading series of slanders on the British character

and profile? .. those were the days. That strictly for

export word ‘British’ .. reminds me always how on show

it encourages us  to consider ourselves. Surely the

idea of a national identity was always tricky enough:

strikes me any attempt to define a national identity

for film is not unlike trying to get a hairnet on a

jellyfish .. and, by the by, it not unreasonable to

suggest that  those in the definition business -

boardroom table dancers with pension plans and jobs to

lose - might not necessarily be best equipped to blue

sky the blue for the rest of us.



Jubilee di Derek Jarman
They talk about The British Film Industry a lot these days. You remember that   Renaissance they all got moist about in the 80’s after ‘Chariots of Fire’ won

Oscars: the British are Coming? And then that Kenneth Branagh thing with ‘Henry v’ ? Didn’t he even call his company Renaissance Films? Well, the renaissances are rolling themselves out pretty much yearly, now, as director after director makes his or her first film and then graduates to making commercials.



The fact is - you know why - I cannot  ever quite be

serious about the British Film Industry. Its not a

phrase I can use - could ever use - with much of a

straight face. it’s really nothing personal.  It’s

just that  I find I predate it, like I predate the

thinking man’s stocks and shares, and I haven’t quite

got with the groove. Do you remember, we saw them

setting up the stall in the empty field and the tiny

man with the megaphone settling himself into position

behind the imperial velvet curtain? We were there 

watching when the wily colonial entrepeneur circled

the ring at the village fete with hot hands and did

visible dollar sums in his head at the sight of the

handicraft  table and prepared to hand over bead

necklaces to the cottage weavers for their finger

woven items from hand reared indigenous materials ..

It felt like industrial films on these islands in

those eighties were made by people who could not quite

get into television. Or by shameless traitorous ex

patriots who had legged it for the free world in the

colonies. In those days, British Film, when invoked,

meant getting proud about  the Lavender Hill Mob or

Whisky Galore. An American/Indian partnership began to

give Britain an exportable identity : these were the

Crabtree and Evelyn Waugh days of ex- imperial mooning

about, when nostalgic dreams of The Grand Tour meant

film culture to a lot of people. Class obsession,

still, now, the greatest stock in the trade of

industrial cinema here, began to show a profit. Gotcha

became a word in the national anthem. Land of banal

hope, of Past Times glory .. still superior about the

land of the free on the grounds that we managed to

sell London Bridge to the desert .. who’s the colony,

though? Then and now ..



Tilda Swinton
I had run away to join a different circus, myself -

yours: Planet Jarmania -  you were the first person I

met who could gossip about St Thomas Aquinas and hold

a steady camera at the same time ..as you did at our

first meeting ..i thought it would be good to hang

out with you for 6 weeks .. I guess we had things to

say. Our outfit was an internationalist brigade.

Decidedly pre-industrial. A little loud, a lot louche.

Not always in the best possible taste. And not quite

fit, though it saddened and maddened us to recognise

it, for wholesome family entertainment.



Wholesome families were all the rage then. There was a

fashion for a thing called ‘normal’ and there was a

plague abroad called ‘ perversion’. There was no such

thing as society and culture meant something to do

with a yoghurt plant. This was before the Sunday Times

educated us that culture means digested opinions about

marketable  artistic endeavours. Things are a little

different now: People -  at least pretend to - have an

enormous amount of sex and tell everybody else about

it. Not much ‘Butterflies’ on telly, except on the

nostalgia channels. We use the word terrestrial

without a flicker of spacethink. People cook and

decorate their flats and celebrate the Millenium and

the opening of the Commonwealth Games in Manchester

after compatible cajun/Echo Park hacienda/ Alternative

Miss World c. 1978 styles. Straight has started to

mean honest again, getting very drunk is hilariously

funny and smart and newsreaders would refer to today

as July Seventeenth.



Derek Jarman
And there’s a big chat on about film culture now ... that means ... genuinely concerned and frustrated individuals scrupulously trying to drum up and contextualise a cinema that speaks to them ... I tend to have a kind of visual/aural disphasia with that phrase and end up thinking that what is being

championed is a sort of film couture, as distinct from

 the ready to wear or diffusion line cinema that it’s

always easier to find off the peg.. I suppose there’s

some kind of balance to that analogy: although the

fashion world - the business that fashion is - is at

least cynical enough to understand the lossleading

value of the mystique of the handstiched and the Marie

Antionette fantasy about seamstresses losing their

eyesight in exchange for their passionate toil over

the bugle beads. That old garret mythology, .. it

doesn’t half send shivers of glee down the spines of

the uber-rich - it’s a fantasy not only of patronage

but also some sort of sacrificial blooddrinking .. the

secret, if not of eternal youth, then of eternal

spiritual worth .. an artist suffered for me ..



Derek Jarman
We used to be referred to as the arthouse; how it used

to irk us then .. how disparaging it sounded ...how

sickly and high falutin pious. and extra curricular.

For arthouse superstar read jumbo shrimp . yet, then,

as now,  the myth prevailed that there was only ever

one mainstream. We were only too happy to know that

our audience existed and to hoe the row in peace.

Nobody here paid that much attention to us, that’s

true: noone ever thought we might make them any money,

I suppose. What grace that constituted . Not to be

identified as national product.. The intergalactic

BFI. ZDF in Germany. MIKADO in Italy. Uplink in Japan.

This was our nation state: this was continuity. We

snuck under the fence, looked for - and found - our

fellow travellers elsewhere. Here’s the thought: slice

the world longways, along its lines of sensibility,

and not straight up and down, through its geographical

markers, and company will be yours, young filmmaker.

company, continuity, identity. Treason? To what?



The dead hand of Good Taste has commenced its last

great attempt to buy up every soul on the planet, and

from where I’m sitting, it’s going great guns. Art is

now indivisible from the idea of culture: culture from

heritage: heritage from tourism: tourism from what I

saw emblazoned recently on the window of an American

chainstore in Glasgow as ‘the art of leisure’. That

means, incidentally, velour lounging suits by the ton.





The colonial balance has shifted and the long spoons are out. We now stand shoulder to shoulder with something as identifiable as Civilisation itself, or

else.. Security never felt so much like a term of abuse.

I was in Los Angeles earlier this year and was asked by a jeweller’s assistant - in a hypergrand jewellry emporium on Rodeo Drive, if the reason i declined to

wear a stars and stripes jewelled badge on my front at

a public event was because i was, in fact, ‘ an

Afghani bitch’...



You may not need me to tell you about the fight for

civilisation afoot these days. More of the same but

worse than even you could have imagined. Meanwhile, in

a binary world, we on these islands cream on creamily

up a Third Way.



Things have got awfully tidy recently. There is a lot of finish on things. Clingfilm gloss and the neatest of hospital corners. The formula merchants are out in force. They are in the market for guaranteed product.

Financial returns. ... add -water- and -stir

reputations after one appearance over the parapet ...

the elusive second film - the developing body of work - far down that yellow brick road ..

They go out looking for filmmakers with the nous(e?) of one who might consider employing halogen spotlights

in the hopes of attracting wild cats into a suburban

garden. They are missing the point. Don’t the know the

roulette wheel is fixed.? The croupier is a card

sharp.? Do these people not watch old movies? It’s the

spirited that hold the hands in the long run, it

always was, the low key for the long term, the

irreverent, the cheats, the undaunted and inspired

rulebreakers, not the goodygoody industrial types with

their bedside manners and managerial knowhow.

It is all done with smoke and mirrors and it always

will be. Not with memos and corporate steering groups.

Not with statistical evidence or test screening

audience feed back. Don’t they know the basic laws of

being in an audience? That we say we want to know more

about the villain, but we don’t really: that we say we

like happy endings but our souls droop without the

bittersweet touch of something we might recognize - as

we bend in  from our fascinating and complex mortal

world into the virtual dark and back again. That we

say we want famous faces we can recognise, but there’s

a thing a face that we identify as an actor’s - first

and foremost - cannot do for us that the face we might

see as that of a person can do. It’s human beings that

are of use to us in the figurative cinema. human

shapes and gauchenesses and human passions. not drama

and perfect timing and a well tuned charisma round

every bend.






I have always wholeheartedly treasured in your work the whiff of the school play. It tickles me still and I miss it terribly. I forage for it now in the films I make with Lynn Hershman. The antidote it offers to the mirrorball of  the marketable. the artful without the

art, the meaningful devoid of meaning - is meat and drink to so many of us looking for that dodgy wig, that moment of awkward zing, that loose corner: where we might prize up the carpet and uncover the rich slates of something we might recognise as spirit underneath. Something raw and dusty and inarticulate,

for heaven’s sake. This is what Pasolini knew. What

Rosselini knew. What Abbas Kiarostami knows.This is

also what Ken Loach knows. What Andrew Kotting knows.

What Bill Douglas knew. What Michael Powell and Emeric

Pressburger, what William Blake knew. And, for that

matter, what Caravaggio knew, painting prostitues as

madonnas and rent boys as saints; no - madonnas as

prostitutes and saints as rent boys .. there’s the

rub.It’s all about rhythm: it’s all in the knees. Bring

it from home. Bring it out from under your bed. Your

own bed. Your own life. That’s - eventually - what you

did, Derek, and measures your highest contribution as

an artist, in my opinion: that you made your work out

of the soup kitchen that was your life.



Derek Jarman
I think that the reason that people wanted to

inaugerate this event in your name, the reason that

you count for so much, so uniquely, to some people,

particularly in this hidebound little place we call

home, is that you lived so clearly the life that an

artist lives. Your money was where your mouth was

always. Your vocation - and here

maybe it helped a little that you offered that special

combination of utter self obsession with the

appearance of the kindest Jesuit classics master in

the school - was a spiritual one, even more than it

was political, even more than it was artistic. And the

clarity with which you offered up your life and the

living of it, particularly since the epiphany - I can

call it nothing less - of your illness, was a genius

stroke, not only of provocation, but of grace . With

your gesture of public confessional , both within and

without your work- at a time when people talked fairly

openly about setting up ostracised HIV island

communities and others feared, not only for their

lives, but, believe it or not, also for their jobs,

their insurance policies, their  friendships, their

civil rights - was made with such particular, and

characteristically inclusive, generosity that it was

at that point that you made an impact far outspanning

the influence of your work. ..you made your spirit ,

your nature, known to us - and the possibility of an

artist’s fearlessness,a  reality. And the truth of it

is: by defying it, you may have changed the market as

well.. 



Jubilee
There is a character in ‘La Dolce Vita’ - shall I

leave out that he is the suicide? - who describes

himself: ‘too serious to be a dillatante, too much of

a dabbler to be a professional .’.  I use it in my own

head from time to time to explain to myself, if to

noone else, my peculiar idle ways. Now I look at it

again, I think of you and how it might well describe

you. Your focus on the ball beyond the crowd. Your

amateur’s enthusiasm. Your delight in process. Your

perennial beginner’s mind.





Sebastian
Things you taught me:



The example of Huckleberry Finn getting a fence

painted by having such a visibly good time doing one

post himself that every passerby stops to join in.

and

never to leave a  place having done all you want to do

there



You should have been a Catholic, I sometimes think,

Del. All those robes in ‘Caravaggio’, all those

poppies in’ War Requiem’ and again in’ The Last of

England’ and ‘ The Garden’, to say nothing of all that

buggery in the crypt in ‘Jubilee’ ...: you and Michael

Powell have to be the best subscribers to the

passionate use of cardinal red in English cinema. The

secret language of holy blood in the hands of pagans

... longlivethepassion. Why is it that  the English

never mention that Shakespeare was a Catholic? All

those squeaky scrubbed classical columns. The

colourfree reformation. Clean up the sweat and blood,

if not the tears. Here we go again.  Longlivesweat.

Longlive secret blood. There’s more than one way to

organise a clearance.



Sebastian
A lot of people go to Dungeness nowadays. I expect you

know that from Keith. Those  old stones: you said

they’d grow things and they did. When I think of that

nice lady who showed us round Prospect Cottage that

day we found it. How quiet, how pale pink her bedroom

was there. I wonder where she went. Do you remember

that letter we found under the carpet with the old

rubber johnny in it: ...’ my wife is not a cold woman

but ..

you are so lovely ..’ somesuch. Addressed to a woman

in Vauxhall, as I remember.

And never sent. Under the carpet with it before she

comes in .. aah. unsent letters.



Tilda Swionton in The Last of England
I found this again the other day: this is Emeric

Pressburger writing to Wendy Hiller outlining the

Archers MO in the hopes of persuading her to work with

them on The Life and Death of Colonel Blimp:



"one; we owe allegience to nobody except the

financial interests which provide our money and to

them the sole responsibilty of ensuring them a profit

not a loss.



two; every single foot in our films is our own

responsibilty and nobody else’s. we refuse to be

guided or coerced by any influence but our own

judgement.



three; when we start work on a new idea we must be a

year ahead, not only of our competitors, but also of

the times. a real film, from idea to universal

release, takes a year. or more.



four, no artist believes in escapism. and we secretly

believe that no audience does . we have proved, at any

rate that they will pay to see the truth, for other

reasons than her nakedness.



five; at any time, and particularly at the present,

the self-respect of all collaborators, from star to

prop-man, is sustained, or diminished, by the theme

and purpose of the film  they are working on. they

will fight or intrigue to work on a subject they feel

is  urgent or contemporary, and fight equally hard to

avoid working on a trivial or pointless subject. and

we agree with them and want the best workmen with us;

and get them. these are the main things we believe in.

they have brought us an unbroken record of success and

a unique position. without the one of course we should

not have enjoyed the other very long. we are under no

illusions. we know we are surrounded by hungry sharks.

but you have no idea what fun it is surf-bathing, if

you have only paddled, with a nurse holding onto your

rompers. we hope you will come on in, the water’s

fine."



Tilda Swinton, The Last of Englan
Here’s a tradition speaking: and it’s a tradition that

you belong to, Derek: and those of us whose hearts

rise up to the challenge fall in alongside the best

company possible on these islands.. a long established

- and classical  national tradition, some might argue

- of powerful outsider artists .. pioneers .. devoted

to the idea of making things not made before .. shapes

and gestures new to the lexicon ..  people willing to

trust the law that humanity and human made work is

good for humanity .. at least that it’s better for

them to make than not to make .. that society’s shapes

and patterns, at heart, cannot be as profoundly

fascinating as the humans that live within them .. and

that they are not alone.



Tilda Swinton e Derek Jarman
That earlier Jubilee year, you gave us prophesy:

painting extinct in Paranoia Paradise, the generation

who grew up and forgot to lead their lives, the idea

of artists as the world’s blood donors,  history

written on a Mandrax, fear of dandelions.. and yet,

like

Carnation from Floris , not all the good things have

disappeared.



Maybe it’s as bad as you and I used to say it could

possibly get, now. Maybe it’s worse. But here we are,

the rest of us, tilting at the sameold sameold

windmills and spooking at the same old ghosts. and

keeping company, all the same. It’s a rotten mess of a

shambles, you could say. It’s driving into the curve,

at the very least. Some would say you are well out of

it. I reckon you would say let me attam.



Tilda Swinton in Caravaggio
I say bring it on. Bring on the fisticuffs and let’s

get weaving. And that we could do with you here among

us. And I can’t be the only one, cos look: hey, you’re

a memorial lecture now and look: hey, stranger still:

I’m giving it .. Are they tired of the academic view,

one wonders, tired of the need to listen to lectures

about  funding bodies and cultural diversity? What do

they want to hear about from me? What can I give them?





Given that it’s you who should be the one standing

here giving your own Memorial Lecture - not for the

first time, your closest friends might cry - and you

are presently otherwise engaged, or at least have left

the building, I suppose I might as well read them this

and let them in on the trick - that the conversation

is not done yet .. that the company you keep with us,

when we care to think of it, is just as strong and

empowering as it ever was. That the example you set us

is as simple as a logo to sell a sports shoe; less

chat, more action, less fiscal reports, more films,

less paralysis, more process. Less deference. More

dignity. Less money. More work. Less rules. More

examples. Less dependence. More love.



Tilda Swinton
It has nothing whatever to do with money. Money is the

easier thing in the world for any filmmaker to come

by: next to vision, stamina, vocation,

resourcefulness, comradeship, a sense of the

ridiculous, and the long, long view,  money grows on

trees. Money is the one element that socializes a

filmmaker - that ....ties him to the shore. Easier to

control, easier to scupper. .. who’s for Emeric’s

surf-bathing?



A suggestion about money:  keepit clean.  Have less.

Need less. Want less. Work with straw, but work.



And the challenges facing a film culture here?



The possibility of filmmakers losing the use of their

own spirits.

The paralysis of isolated original voices

The existence of the student loan in the place of the

student grant

The rarity of distributers with kamikazi vision 

The habit of patronage

Too many  conference tables

Too few cinemas

Too little patience

Pomp and circumstance

The concept of the ‘ successful’ product

The idea that there is not enough to go around

The eye to the main chance

The substitution of codependence for independence

The idea that it has to cost  millions of pounds to

make a feature film

The idea that there is only one way to skin a cat



WH Auden to BBritten: ‘Goodness and beauty result from

a combination of order and chaos, bohemianism and

bourgeois convention ... bohemianism alone leads to a

mad jumble of beautiful scraps ... bourgeois convention

alone to large unfeeling corpses.’



This is what I miss, there being no more Derek Jarman

films:

the mess

the vulgarity

the cant

the poetry

the edge

the pictures

Simon Fisher Turner’s music

the real faces

the intellectualism

the science

the bad temperedness

the good temperedness

the cheek

the standards

the anarchy

the gauchness

the romanticism

the classicism

the optimism

the activism

the challenge

the longeurs

the glee

the playfulness

the bumptiousness,

the resistance

the wit

the fight

the colours

the grace

the passion

the goodness

the beauty



Longlivemess.



Longlivepassion



Longlivecompany.





yr,



Tild 







(*) grazie all'intercessione di Luca Guadagnino, Tilda Swinton regalò al manifesto questo suo scritto in memoria di Derek Jarman. L'articolo fu pubblicato sul supplemento culturale alias nel 2002