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mercoledì 14 giugno 2023
Arnold Schwarzenegger per la prima volta in streaming si prende in giro in Fubar, otto episodi al Cia...nuro
di Roberto Silvestri
Luke Brunner (Arnold Schwarzenegger), prima della pensione, fa 2 missioni per la Cia. Dopo un blitz cruento ad Anversa per sgominare un traffico di diamanti è in Guyana per salvare un collega in pericolo e strappare dalle grinfie del boss Boro (Gabriel Luna) un' atomica portatile (e pericolosamente in vendita). Luke ama più il lavoro della famiglia (però se la moglie vuol divorziare, lui vuole riconquistarla) e poi Boro, a cui ha ucciso il padre trafficante d'armi, ma gli ha pagato gli studi per evitare, senza successo, che ne seguisse l'esempio.
Sarebbe un thriller come gli altri se Luke non contasse su tecnologie futuriste e collaboratori (il suo capo è un giovane african-american) le cui veloci battute esigono super-prontezza di spirito. E se la spia nei guai, che Luke ritrova mentre gonfia di pugni un malcapitato nella giungla, non fosse sua figlia Emma (Monica Barbaro, italo-californiana), che credeva una pacifica vestale del volontariato. Anche Emma è stupefatta: “Ah! Ecco perché sparivi sempre da casa”! Gli scontri edipici che seguono danno ritmo a un “concept” ritrito ma regalano al copione acrobazie sorprendenti e non le variazioni a 360° sul carattere e sull'etica dei personaggi.
Per il compleanno di Eastwood, 93 anni, Schwarzenegger gli ha scritto: “sei il mio mentore, ho sempre cercato di imitarti!”. Meno come regista (Eroe per famiglie, 1992, non è memorabile) più attore-reattore e come repubblicano anticonformista, quando era governatore della California (su armi, ambiente e diritti civili). E così, dopo due Terminator inerziali, a 76 anni, l'attore austro-americano più palestrato del mondo, icona della new Hollywood (esordì con Bob Raphelson), scodella 8 buffi episodi di Fubar (“Fucked Up Beyond All Recognition”), serie ideata da Nick Santora, prima sua fiction di “gran fondo”, regalandoci campionature da True Lies, e ripetuti omaggi obliqui a Clint: il ri-matrimonio (Gunny), fenomenologia di una spia in pensione (Assassinio sull'Eiger), identificazione con il nemico e i sensi di colpa del padre per la figlia trascurata (Potere assoluto, e quasi tutti). Invece l'atroce, violentissima sequenza di esecuzione “pasoliniana”, quando passa e ripassa mentre parla d'altro, con un fuori strada, distrattamente, sul corpo esanime di un nemico ispanico ricorda piuttosto John Huston di Lettera al Cremlino, l'unico film capace di equiparare Kgb con la Cia, per metodi e etica.
sabato 10 giugno 2017
Okja, il superpig di Cannes 70
Cannes
Il festival cambia
“format” e genere, Okja (concorso) del coreano Bong Joon
Ho, prodotto da Netflix, è una commedia per bambini. Cose insolite
per Cannes. Ma c'è qualche problema. La proiezione del film alle
8,30 del mattino è andata avanti per 8' con il mascherino sbagliato
taglia-teste tra urla e battimani di protesta e altri 10' ci sono
voluti per studiare il caso e riprendere il film dall'inizio. La
colpa sarà probabilmente attribuita all'operatore internet che non
sa cos'è il cinema, e che comunque ha deciso, dopo l'accesa querelle
dei giorni scorsi, di distribuire Okja in Corea, Stati Uniti e
Gran Bretagna. Che la Francia aspetti, vista la guerra aperta a colpi
di “eccezione culturale”.
Dopo Wonderstruck,
questa fiaba viene dalle lussuose foreste sudcoreane dove vive una
ragazzina, Mija, e la sua creatura, Okja, un animale geneticamente
modificato, un superpig destinato, secondo la Mirando
Corporation, a “sfamare il mondo”.
Okja - orecchie da maiale,
corpo grigio da ippopotamo e muso da cane - ha negli occhi, però,
il luccichio dell'intelligenza. Mija si arrampica sul corpaccione
della sua compagna di giochi, che ricambia gli abbracci e la stringe
a sé. Potrebbe essere la sorella coreana del giapponese Totoro,
marchio Miyazaki. E al contrario del mostruoso anfibio mangia-uomini
di The Host, record di incassi di Bong Joon Ho, Okja è un
“animale da compagnia”, solo un po' ingombrante.
I due esseri, risultato
della creatività digitale, non esistono, ma entrambi sono metafore
della cupidigia del mercato, che qui si materializza in una
fenomenale Tilda Swinton, look da Barbie, volto della corporation
ereditata da un padre orrendo, inventore del napalm. Le fa da spalla
un altrettanto strepitoso Jake Gyllenhaal, vanesio e queer conduttore
tv.
Sul tono di una slapstick
comedy con il bestione che travolge gli stand dell'aeroporto in una
corsa fracassona e invade le strade di Seoul, il film sul “rapporto
tra l'uomo e l'animale”, come dice il regista, vira verso un
cupissimo epilogo, dentro un vero mattatoio-lager dove i superpigs
vanno al macello consapevoli. Qualcosa tra John Berger e Alberto
Grifi.
In scena, anche un gruppo
di animalisti svitati che sostengono Mija nel recupero
dell'animalone. L'ombra di King Kong si profila insieme allo skyline
di New York dove Okja viene trascinata in catene per un finto
concorso di bellezza. Netflix scommette sul gran successo di
pubblico nelle sale e in rete, mentre Cannes non può che accogliere
il simbolo della metamorfosi del cinema, sempre che azzecchi il
mascherino.
domenica 26 maggio 2013
Grande Cannes o mediocre Cannes?
Roberto Silvestri
Non mi piace il verdetto, ma è 'perfetto'. Il grande successo di pubblico e di stampa e l'unanimità ecumenica con la quale è stato accolto il Palmares della giuria, per 4/9 formata da cineasti extraoccidentali, ottimo, senza alcun critico o storico cinematografico, pessimo, e il trionfo, dopo 5 anni di una opera francese, scandalosa e sentimentale, ma anche digeribile come un prodotto tv generalista, proprio come all'epoca di Brigitte Bardot, non possono nascondere le perplessità che la formula del festival - l'esibizione annuale della potenza creativa francese di 'qualità' e della gigantesca macchina promozionale della sua industria - suscita all'occhio imparziale e preoccupato per un ruolo subalterno che il cinema europeo, viziato di statalismo, sta volontariamente assumendo.
Si dice che quasi tutti i film in gara meritavano un premio. E' così solo quando l'ambizione di attraversare territori più spigolosi viene narcotizzata da un flusso più regolare e omogeneo. Ma a fine della festa cosa consiglierei agli amici? I film di Soderbergh, Haroun, Payne, Coen, Jia Zhan ke, Bruni Tedeschi. Ovvio Jarmusch e Polanski. Forse Desplechin (che però non ho visto). Meno della metà. Come in una normale edizione di Berlino e Venezia. E, fuori gara, troppi film si uniformano allo standard del film da festival.
Del vincitore Kechiche, poi, mi è piaciuto più il discorso durante la premiazione, un incoraggiamento forte alla rivoluzione per la democrazia e per la libertà nel Maghreb, del suo Adéle, per quanto sia una lancia spezzata in favore della libertà e dell'insorgenza delle donne, e un omaggio alle teenagers francesi. Ed è stato un gustoso atto di sadismo, da parte della giuria, rendere complici della fase artistica le due performer. Una palma d'oro, per una volta divisa in tre... Orson Welles avrebbe gradito, sono gli attori i veri director.
Il fatto che Steven Spielberg, presidente del qualificato gruppo giudicante (Kawase, Kidman, Auteuil, Waltz, Mungiu, Ang Lee e l'attrice indiana Vidya Balan), nella serata di premiazione, abbia voluto rendere omaggio all'eccezione e alla diversità culturale, i cavalli di battaglia dell'Esagono nella guerra per salvaguardare margini di manovra nazionali nell'epoca della flessibilità global, e del dominio sempre più incontrastato dei giganti audiovisivi, dichiarazione inimmaginabile dieci anni fa, fa infatti capire che una stagione è definitivamente tramontata.
Netflix, colosso internet del consumo a pagamento, e anche Apple, You Tube e Google, stanno mettendo nei guai il modello francese. Molto ben congeniato e organizzato: la salvaguardia del lavoro e dell'occupazione nazionale (il salario di cittadinanza per gli artisti del cinema qui è garantito); il coinvolgimento di banche e privati in un business così gigantesco e cruciale come quello culturale; l'attenta politica di coproduzione con cineasti provenienti da tutti i paesi del mondo (indipendenti Usa compresi, in ponte ideale con l'istituto e il festival Sundance di Redford); una cronologia dei passaggi di filiera bel rispettati; l'uso raffinato e non mafioso della tassazione dei biglietti venduti (anche dei blockbuster Usa) per sostenere sia la produzione media che 'd'autore', cioé il canone e ciò che sarà il format futuro del cinema come divertimento popolare (una manovra che l'Italia non ha mai potuto attuare, garante delle major, per lungo tempo, Andreotti). Tutto questo è fantascienza rispetto all'architettura produttiva italiana, che subisce la sua marginalità in Europa senza fare piazza pulite di leggi controproducenti e di una sistema di poliziotti dell'immaginario (i funzionari Rai e Mediaset) arcaico. Ma la Francia riuscirà adesso a reinventare tutto, a scendere a compromessi con i nuovi padroni dei media digitali e a tassare i proprietari di iphones e Samsung?
Gli Stati Uniti, che hanno trasferito tutto il loro esercito di produttori e distributori qui sulla Croisette, dai giganti delle majors ai 'pazzi' radicali della Troma ai geniali inventori di Hbo di forme innovative (non c'è qualità formale senza sostanza formale) sembrano intenzionati a far concorrenza alla Francia nella produzione e distribuzione anche dei film fuori formato che saranno i format di domani.
Lo spicchio di mercato marginale, la "nicchia" di qualità occupata finora dalla Francia è a rischio. A giudicare dal prodotto medio che è passato in passerella sulla Croisette. Harmony Korine, Sofia Coppola Kathe Bigelow, Spielberg di Lincoln, Ben Affleck di Argo sono già gli avamposti di un altro tipo di 'cinema bis' (rispetto ai kolossal 3d eroico-mitologici). Per questo Cannes non può esimersi dal rendere omaggio a Payne, Soderbergh, a uno dei film meno 'formalisti' dei Coen, a Jarmusch (che ha fatto fischiare una proiezione stampa che proiezione stampa non è più) e Polanski (che americano in esilio è, più che europeo in stato di allerta). Ma non può premiarli troppo. Bruce Dern in qualche modo, finalmente in una parte adeguata alla sua storia di fuoriclasse della cultura contro, li rappresenta tutti, in secondo piano.
Da questo punto di vista l'indicazione teorica (osannata esageratamente) che ci viene dal palmares principale fa riflettere e preoccupa. La crisi degli snodi e dei giochi postmoderni è palmare. La riflessione sulla storia e sulla 'nuda vita' resa immagine dai venti film in competizione è penetrante e responsabile, gli attrezzi del mestiere sono stati lucidati e restaurati, sia nella scelta dell'affresco storico (Escalante, Jia Zhang Ke, Grey, Payne, Haroun, Takashi Miike, Soderbergh, Desplechin...) che dell'autofiction o nel grottesco metaforico (Farhadi, Valeria Bruni Tedeschi, Sorrentino, Refn, Warmerdam). Maneggiano bene i generi, il mélo soprattutto, e anche la qualità documentaristica, di cui è affamato anche il più pigro degli spettatori televisivi. Il problema come sempre è di immagine. Aperta o chiusa, critica o chiusa in un visuale televisivo che è parola d'ordine subdolamente imposta, meticoloso inghiottimento della libertà di sguardo nella rigida accettazione di un ferreo dato simbolico immutabile (autoritario, come si vede dall'imprigionamento del binomio uguaglianza, di sessi soprattutto, e libertà, che si esprime nella rabbia salafita in Maghreb e in Egitto e nelle violente manifestazione degli integralisti cristiani contro il diritto al matrimonio per tutti).
Il terrore dell'esplosione d'immaginario, registrato con un certo tremore, si avverte nelle due opere che più hanno affascinato lo strano pubblico della sala Lumiere. Non è Adele H., melodramma expanding e exploding, La vita di Adele capitolo 1 e 2. L'amore impossibile non apre sentieri alternativi esistenziali, non scopre desideri di vita 'altra' e non contesta gli archetipi vigenti, concentrati sulla famiglia diversamente patriarcale. Ma la quiete familiare di due donne (e del loro figlio) da una parte e l'attraversamento delle turbe adolescenziali omosessuali di una ragazza che troverà presumibilmente la sua identità nella complementarità eterosessuale. L'ossessione della macchina da presa come strumento di seduzione che Valeria Golino innesca in Miele sembra più avventurosa e 'aperta' di quella analoga di Kechiche sul volto della sua Adéle Exarchopoulos. In fondo sganciare una donna dalla passione lesbica non è il luogo comune del machio latino (e beur)?
Hitchockiano come sempre nell'attentissimo e microscopico indagare tra i sentimenti e i microsentimenti che costruiscono una azione domestica e la spostano verso il suspense, dove il crimine è nell'anima, Farhadi indica, come Jia Zhang Ke, nel passato, nelle radici, nelle tradizioni, in certe tradizioni e non in altre, nella memoria, il territorio fertile che accentua la suggestione e la fantasia e la soluzione invisibile di un duello coniugale.
Anche qui, come nel Kechiche più spettacolare (la lunga scena d'amore morbido e simulato-non simulato, esplicitamente non esplicito), la donna è in primo piano. Scutata, come nelle analisi di Laura Mulvey, dall'occhio dell'uomo. Giudicata. Condannata. In base a degli apriori fuori del tempo. Certo. Non dalla banale lettura coranica postmoderna, quella fanatica e letteralista. Ma spirituale, profonda, neoarcaica. Anche le donne sono importanti. Se al loro posto. Nella differenza. Non nell'indifferenza. Se no, rottura. Crudeltà. Cattiveria. Massacro. Viene in mente, come antidoto, un passo di La valigia del dissidente russo Sergei Dovlatov: "Tutt'attorno sorgevano e crollavano con fragore mondi misteriosi e meravigliosi. Come corde tese allo spasimo si spezzavano rapporti umani. I nostri amici rinascevano e morivano alla ricerca della felicità. E noi? A tutte le tentazioni e gli orrori della vita contrapponevamo la nostra unica facoltà. L'indifferenza. Ci si può chiedere: cosa c'è di più duraturo di un castello costruito sulla sabbia?... Cosa c'è nella vita familiare, di più resistente e affidabile dell'apatia di entrambi i coniugi?...Cosa ci si può immaginare di più prosperoso di due stati ostili incapaci di dfendersi?...
Non mi piace il verdetto, ma è 'perfetto'. Il grande successo di pubblico e di stampa e l'unanimità ecumenica con la quale è stato accolto il Palmares della giuria, per 4/9 formata da cineasti extraoccidentali, ottimo, senza alcun critico o storico cinematografico, pessimo, e il trionfo, dopo 5 anni di una opera francese, scandalosa e sentimentale, ma anche digeribile come un prodotto tv generalista, proprio come all'epoca di Brigitte Bardot, non possono nascondere le perplessità che la formula del festival - l'esibizione annuale della potenza creativa francese di 'qualità' e della gigantesca macchina promozionale della sua industria - suscita all'occhio imparziale e preoccupato per un ruolo subalterno che il cinema europeo, viziato di statalismo, sta volontariamente assumendo.
Si dice che quasi tutti i film in gara meritavano un premio. E' così solo quando l'ambizione di attraversare territori più spigolosi viene narcotizzata da un flusso più regolare e omogeneo. Ma a fine della festa cosa consiglierei agli amici? I film di Soderbergh, Haroun, Payne, Coen, Jia Zhan ke, Bruni Tedeschi. Ovvio Jarmusch e Polanski. Forse Desplechin (che però non ho visto). Meno della metà. Come in una normale edizione di Berlino e Venezia. E, fuori gara, troppi film si uniformano allo standard del film da festival.
Del vincitore Kechiche, poi, mi è piaciuto più il discorso durante la premiazione, un incoraggiamento forte alla rivoluzione per la democrazia e per la libertà nel Maghreb, del suo Adéle, per quanto sia una lancia spezzata in favore della libertà e dell'insorgenza delle donne, e un omaggio alle teenagers francesi. Ed è stato un gustoso atto di sadismo, da parte della giuria, rendere complici della fase artistica le due performer. Una palma d'oro, per una volta divisa in tre... Orson Welles avrebbe gradito, sono gli attori i veri director.
Il fatto che Steven Spielberg, presidente del qualificato gruppo giudicante (Kawase, Kidman, Auteuil, Waltz, Mungiu, Ang Lee e l'attrice indiana Vidya Balan), nella serata di premiazione, abbia voluto rendere omaggio all'eccezione e alla diversità culturale, i cavalli di battaglia dell'Esagono nella guerra per salvaguardare margini di manovra nazionali nell'epoca della flessibilità global, e del dominio sempre più incontrastato dei giganti audiovisivi, dichiarazione inimmaginabile dieci anni fa, fa infatti capire che una stagione è definitivamente tramontata.
Netflix, colosso internet del consumo a pagamento, e anche Apple, You Tube e Google, stanno mettendo nei guai il modello francese. Molto ben congeniato e organizzato: la salvaguardia del lavoro e dell'occupazione nazionale (il salario di cittadinanza per gli artisti del cinema qui è garantito); il coinvolgimento di banche e privati in un business così gigantesco e cruciale come quello culturale; l'attenta politica di coproduzione con cineasti provenienti da tutti i paesi del mondo (indipendenti Usa compresi, in ponte ideale con l'istituto e il festival Sundance di Redford); una cronologia dei passaggi di filiera bel rispettati; l'uso raffinato e non mafioso della tassazione dei biglietti venduti (anche dei blockbuster Usa) per sostenere sia la produzione media che 'd'autore', cioé il canone e ciò che sarà il format futuro del cinema come divertimento popolare (una manovra che l'Italia non ha mai potuto attuare, garante delle major, per lungo tempo, Andreotti). Tutto questo è fantascienza rispetto all'architettura produttiva italiana, che subisce la sua marginalità in Europa senza fare piazza pulite di leggi controproducenti e di una sistema di poliziotti dell'immaginario (i funzionari Rai e Mediaset) arcaico. Ma la Francia riuscirà adesso a reinventare tutto, a scendere a compromessi con i nuovi padroni dei media digitali e a tassare i proprietari di iphones e Samsung?
Gli Stati Uniti, che hanno trasferito tutto il loro esercito di produttori e distributori qui sulla Croisette, dai giganti delle majors ai 'pazzi' radicali della Troma ai geniali inventori di Hbo di forme innovative (non c'è qualità formale senza sostanza formale) sembrano intenzionati a far concorrenza alla Francia nella produzione e distribuzione anche dei film fuori formato che saranno i format di domani.
Lo spicchio di mercato marginale, la "nicchia" di qualità occupata finora dalla Francia è a rischio. A giudicare dal prodotto medio che è passato in passerella sulla Croisette. Harmony Korine, Sofia Coppola Kathe Bigelow, Spielberg di Lincoln, Ben Affleck di Argo sono già gli avamposti di un altro tipo di 'cinema bis' (rispetto ai kolossal 3d eroico-mitologici). Per questo Cannes non può esimersi dal rendere omaggio a Payne, Soderbergh, a uno dei film meno 'formalisti' dei Coen, a Jarmusch (che ha fatto fischiare una proiezione stampa che proiezione stampa non è più) e Polanski (che americano in esilio è, più che europeo in stato di allerta). Ma non può premiarli troppo. Bruce Dern in qualche modo, finalmente in una parte adeguata alla sua storia di fuoriclasse della cultura contro, li rappresenta tutti, in secondo piano.
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| Bruce Dern |
Da questo punto di vista l'indicazione teorica (osannata esageratamente) che ci viene dal palmares principale fa riflettere e preoccupa. La crisi degli snodi e dei giochi postmoderni è palmare. La riflessione sulla storia e sulla 'nuda vita' resa immagine dai venti film in competizione è penetrante e responsabile, gli attrezzi del mestiere sono stati lucidati e restaurati, sia nella scelta dell'affresco storico (Escalante, Jia Zhang Ke, Grey, Payne, Haroun, Takashi Miike, Soderbergh, Desplechin...) che dell'autofiction o nel grottesco metaforico (Farhadi, Valeria Bruni Tedeschi, Sorrentino, Refn, Warmerdam). Maneggiano bene i generi, il mélo soprattutto, e anche la qualità documentaristica, di cui è affamato anche il più pigro degli spettatori televisivi. Il problema come sempre è di immagine. Aperta o chiusa, critica o chiusa in un visuale televisivo che è parola d'ordine subdolamente imposta, meticoloso inghiottimento della libertà di sguardo nella rigida accettazione di un ferreo dato simbolico immutabile (autoritario, come si vede dall'imprigionamento del binomio uguaglianza, di sessi soprattutto, e libertà, che si esprime nella rabbia salafita in Maghreb e in Egitto e nelle violente manifestazione degli integralisti cristiani contro il diritto al matrimonio per tutti).
Il terrore dell'esplosione d'immaginario, registrato con un certo tremore, si avverte nelle due opere che più hanno affascinato lo strano pubblico della sala Lumiere. Non è Adele H., melodramma expanding e exploding, La vita di Adele capitolo 1 e 2. L'amore impossibile non apre sentieri alternativi esistenziali, non scopre desideri di vita 'altra' e non contesta gli archetipi vigenti, concentrati sulla famiglia diversamente patriarcale. Ma la quiete familiare di due donne (e del loro figlio) da una parte e l'attraversamento delle turbe adolescenziali omosessuali di una ragazza che troverà presumibilmente la sua identità nella complementarità eterosessuale. L'ossessione della macchina da presa come strumento di seduzione che Valeria Golino innesca in Miele sembra più avventurosa e 'aperta' di quella analoga di Kechiche sul volto della sua Adéle Exarchopoulos. In fondo sganciare una donna dalla passione lesbica non è il luogo comune del machio latino (e beur)?
Hitchockiano come sempre nell'attentissimo e microscopico indagare tra i sentimenti e i microsentimenti che costruiscono una azione domestica e la spostano verso il suspense, dove il crimine è nell'anima, Farhadi indica, come Jia Zhang Ke, nel passato, nelle radici, nelle tradizioni, in certe tradizioni e non in altre, nella memoria, il territorio fertile che accentua la suggestione e la fantasia e la soluzione invisibile di un duello coniugale.
Anche qui, come nel Kechiche più spettacolare (la lunga scena d'amore morbido e simulato-non simulato, esplicitamente non esplicito), la donna è in primo piano. Scutata, come nelle analisi di Laura Mulvey, dall'occhio dell'uomo. Giudicata. Condannata. In base a degli apriori fuori del tempo. Certo. Non dalla banale lettura coranica postmoderna, quella fanatica e letteralista. Ma spirituale, profonda, neoarcaica. Anche le donne sono importanti. Se al loro posto. Nella differenza. Non nell'indifferenza. Se no, rottura. Crudeltà. Cattiveria. Massacro. Viene in mente, come antidoto, un passo di La valigia del dissidente russo Sergei Dovlatov: "Tutt'attorno sorgevano e crollavano con fragore mondi misteriosi e meravigliosi. Come corde tese allo spasimo si spezzavano rapporti umani. I nostri amici rinascevano e morivano alla ricerca della felicità. E noi? A tutte le tentazioni e gli orrori della vita contrapponevamo la nostra unica facoltà. L'indifferenza. Ci si può chiedere: cosa c'è di più duraturo di un castello costruito sulla sabbia?... Cosa c'è nella vita familiare, di più resistente e affidabile dell'apatia di entrambi i coniugi?...Cosa ci si può immaginare di più prosperoso di due stati ostili incapaci di dfendersi?...
mercoledì 15 maggio 2013
Eccezione culturale, Atto secondo
Roberto Silvestri
CANNES
Cannes sotto la pioggia, e non solo per il gran galà di The Great Gasby che apre il festival n.66 (da oggi al 26 maggio). Così dicono i meteorologi. Ma tempeste minacciose si annunciano anche sul cinema francese, che si considera il terzo al mondo, dopo Hollywwod e India e dimostra ogni anno proprio sulla Croisette la sua potenza planetaria e la leadership nel settore 'film d'autore'. Ma Amazon, Google, You Tube e Netflix e la possibilità di scaricare e diffondere gratuitamente i contenuti cinematografici in tempo reale, stanno mettendo rapidamente a soqquadro le regole del gioco, la 'chronologie mediatique', la filiera finora immutabile che scandiva i tempi di uscita su ogni comparto (sala, dvd, tv a pagamento, tv generalista...) e ridisegnano la geografia del business, mettendo a repentaglio la tranquillità di nicchia aurea che Parigi si era costruita negli ultimi 30 anni, a partire da Jack Lang. La Francia ha una architettura produttiva e distributiva invidiabile che si basa sulla possibilità di tassare gli incassi cinematografici anche dei kolossal americani (una mossa che, per colpa o per merito dell'irreversibile fermezza di Giulio Andreotti, in Italia non è mai stata possibile, bloccando ogni nostra ambizione industriale e trasformandoci in appendice della Francia), ma anche sui preacquisti dei canali a pagamento, su una trasparente politica di film commission, sulle coproduzioni internazionali di qualità, su un forte prodotto medio, sull'intelligente e mirato utilizzo di finanziamenti privati e bancari (il sistema Sofica). Ma adesso l'intero business va ridisegnato. Così Pierre Lescure, 68 anni, giornalista, presidente di Canal Plus dal 1994, da cinque anni direttore del Théâtre Marigny (nonché nipote del fondatore delle Éditions de Minuit) ha presentato lunedì scorso al presidente Francois Hollande, che lo aveva incaricato nell'agosto 2012, il suo piano per adattare l'intero sistema audiovisivo esagolale. La Francia si appresta dunque a varare una impopolarissima tassa su tablet e telefonini, iphone e simili, e un'altra sui lauti profitti dei server, per finanziare la produzione culturale. Il voluminoso rapporto, 500 pagine, 80 proposte e 2,3 chilogrammi di peso, per rispondere al pericolo Internet afferma la necessità di un altro tipo di regolamentazione. Si tratta di mettere al passo con i tempi l’«eccezione culturale», cioè l’idea difesa per la prima volta dalla Francia durante i negoziati dell’Uruguay Round (1993) che i prodotti culturali non possano essere considerati una merce come le altre. Restano opere 'a parte' anche se sono trasmesse sotto forma di file digitali. Lo stato ha dunque il diritto di intervenire con legislazioni protettive, al di là del 'libero scambio', cercando di mettere nella rete la Rete, per difendere con forza, nei negoziati commerciali bilaterali e multilaterali, la specificità di trattamento dei servizi culturali. E' la conservazione del diritto d'autore nell'era digitale il cuore della missione Lescure. Hollande e il ministro della cultura, Aurélie Filippetti, avevano chiesto a Lescure di tenere testa alla rivoluzione digitale con criteri meno repressivi rispetto alla questione 'pirateria', che Sarkozy, fautore della legge Hadopi combatteva «staccando la spina» al terzo download illegale. Dunque cancellazione della legge Hadopi, come primo punto. Scartata l'ipotesi di un prelevamente di 5 euro sui 24 milioni di abbonati a Internet (se ne ricaverebbe solo 1 miliardo e 44 milioni di euro che non servirebbe neppure a compensare l'abbassamento degli introiti di vendita del solo settore musicale che si aggira sui 2 miliardi di euro), il rapporto Lescure opta, secondo punto importante, sulla tassazione degli apparecchi connessi. Si tratta di 8,6 miliardi di euro. La multa per gli 'scaricatori' clandestini si aggirerebbe invece sui 60 euro, pari a un anno di abbonamento al servizio streaming musicale Deezer): sarebbero i giganti Apple, Samsung, Google, Amazon e gli altri produttori di tablet e telefonini, dunque, i finanziatori del cinema della musica e della editoria francese. Lescure sostiene che molti utenti esitano ancora a comprare legalmente un cd o un dvd a 9,9 euro mentre sono pronti a spendere da 300 a 800 euro per iPad o smartphone. Una scommessa senza precedenti al mondo, a parte l'ipotesi, poi bocciata, dell'allora ministro dell cultura brasiliano Gilberto Gil di finanziare la produzione culturale paulista, carioca etc...tassando gli spot televisivi. (r.s.)
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| Pierre Lescure, presidente di Canal Plus |
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