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lunedì 20 gennaio 2014

Nebraska di Alexander Payne. Post scriptum a L'ultimo spettacolo


Mariuccia Ciotta

Poteva essere senza scandalo la Palma d'oro di Cannes 2013.  Per aguzzare lo sguardo, azione necessaria di questi tempi, Alexandre Payne torna in Nebraska, dove è nato 52 anni fa, e si incammina sulla strada con l'andatura sbilenca dell'ottuagenario Bruce Dern, via dalle Hawaii (The Discendants, 2011) per rievocare il Jack Nicholson disilluso e testardo di About Smith (2002). 
Nebraska, incanto del cinema ritrovato dove il bianco e nero (noir et blanc, si dice in Francia, rovesciando l'ordine alfabetico) è il detour nella filiera del film-format, un segnale stradale verso Lincoln, cittadina luminosa e sperduta, traguardo di padre e figlio lungo il percorso dell'origini, da L'ultimo spettacolo di Bogdanovich ai paesaggi western di Ford con l'orizzonte a metà schermo per ricordare che il mito è passato e adesso ci sono solo i campi secchi, i villaggi fantasma del mid-west, l'abbandono di luoghi sospesi nel nulla, la crisi... 
Deviazione e visita al monte Rushmore, Sud Dakota, anche i presidenti scolpiti nella roccia non hanno più il glamour di Hitchcock con quelle facce non finite... a qualcuno “gli mancano le orecchie” osserva lo svaporato Woody Grant (Dern), chioma bianca arruffata e la smania di arrivare a destinazione per ritirare la vincita di un milione di dollari come promesso da un volantino pubblicitario-mappa del tesoro. 

Invano il figlio David (Will Forte) cerca di persuaderlo che si tratta di una lotteria fasulla, Woody Grant ci crede e se ne andrebbe a piedi dal Montana al Nebraska, inseguito dalla moglie indiavolata contro il vecchio demente e alcolizzato che vuole un nuovo truck e un “compressor”, il suo gli fu rubato dall'ex compagno di officina Ed Pigram (Stacy Keach).

Sorpassando il trattore di David Linch, Payne distilla dai generi classici la benzina per ricomporre nuovi linguaggi, pesca in Frank Capra con i suoi angoli miracolosi di provincia, la tipografia di un vecchio giornale dove l'ex girl-friend conserva le edizioni rilegate, e dove c'è una foto del giovanissimo Woody in divisa. Tornato dalla guerra in Corea non parlò quasi più. Ed eccolo che si fracassa la testa cadendo per troppo birra, scappa dall'ospedale con indosso il grembiule e dialoga con i parenti rivisti dopo decenni, abbrutiti davanti alla tv, con l'humour straniato di Kaurismaki.

Epopea di Woody Grant, che tutti credono milionario, nell'esilarante incontro con la gente della sua infanzia, una specie di Christmas Carol infiltrato di tutta la memoria del cinema, e scandito dai luoghi del West, i bar a immagine dell'antico saloon, giocatori di poker, banconi di legno, e Ed Pigram che si merita un pugno sul naso dal gentile David per aver sbeffeggiato il vincitore immaginario.

Alexandre Payne compone la sua lirica, ricordando Bruce Springsteen, sulle musiche sensuali di Mark Orton, e dimostra che è solo da quel cinema vitale si può ricominciare. Nebraska, pellicola old fashion, marchio Paramount compreso, guarda al domani con gli occhi accesi di Bruce Dern al volante del suo nuovo truck lungo la main-street della piccola città, fiero di aver vinto, se non la lotteria, il suo irriducibile amore per le nuvole e i sogni in viaggio.    

domenica 26 maggio 2013

Grande Cannes o mediocre Cannes?

Roberto Silvestri


Non mi piace il verdetto, ma è 'perfetto'. Il grande successo di pubblico e di stampa e l'unanimità ecumenica con la quale è stato accolto il Palmares della giuria, per 4/9 formata da cineasti extraoccidentali, ottimo, senza alcun critico o storico cinematografico, pessimo, e il trionfo, dopo 5 anni di una opera francese, scandalosa e sentimentale, ma anche digeribile come un prodotto tv generalista, proprio come all'epoca di Brigitte Bardot, non possono nascondere le perplessità che la formula del festival - l'esibizione annuale della potenza creativa francese di 'qualità'  e della gigantesca macchina promozionale della sua industria - suscita all'occhio imparziale e preoccupato per un ruolo subalterno che il cinema europeo, viziato di statalismo, sta volontariamente assumendo.
Si dice che quasi tutti i film in gara meritavano un premio. E' così solo quando l'ambizione di attraversare territori più spigolosi viene narcotizzata da un flusso più regolare e omogeneo.  Ma a fine della festa cosa consiglierei agli amici? I film di Soderbergh, Haroun, Payne, Coen,  Jia Zhan ke, Bruni Tedeschi. Ovvio Jarmusch e Polanski. Forse Desplechin (che però non ho visto). Meno della metà. Come in una normale edizione di Berlino e Venezia. E, fuori gara, troppi film si uniformano allo standard del film da festival.
Del vincitore Kechiche, poi, mi è piaciuto più il discorso durante la premiazione, un incoraggiamento forte alla rivoluzione per la democrazia e per la libertà nel Maghreb, del suo Adéle, per quanto sia una lancia spezzata in favore della libertà e dell'insorgenza delle donne, e un omaggio alle teenagers francesi. Ed è stato un gustoso atto di sadismo, da parte della giuria, rendere complici della fase artistica le due performer. Una palma d'oro, per una volta divisa in tre... Orson Welles avrebbe gradito, sono gli attori i veri director.
Il fatto che Steven Spielberg, presidente del qualificato gruppo giudicante (Kawase, Kidman, Auteuil, Waltz, Mungiu, Ang Lee e l'attrice indiana Vidya Balan), nella serata di premiazione, abbia voluto rendere omaggio all'eccezione e alla diversità culturale, i cavalli di battaglia dell'Esagono nella guerra per salvaguardare margini di manovra nazionali nell'epoca della flessibilità global, e del dominio sempre più incontrastato dei giganti audiovisivi, dichiarazione inimmaginabile dieci anni fa, fa infatti capire che una stagione è definitivamente tramontata.
Netflix, colosso internet del consumo a pagamento, e anche Apple, You Tube e Google, stanno mettendo nei guai il modello francese. Molto ben congeniato e organizzato: la salvaguardia del lavoro e dell'occupazione nazionale (il salario di cittadinanza per gli artisti del cinema qui è garantito); il coinvolgimento di banche e privati in un business così gigantesco e cruciale come quello culturale; l'attenta politica di coproduzione con cineasti provenienti da tutti i paesi del mondo (indipendenti Usa compresi, in ponte ideale con l'istituto e il festival Sundance di Redford); una cronologia dei passaggi di filiera bel rispettati; l'uso raffinato e non mafioso della tassazione dei biglietti venduti (anche dei blockbuster Usa) per sostenere sia la produzione media che 'd'autore', cioé il canone e ciò che sarà il format futuro del cinema come divertimento popolare (una manovra che l'Italia non ha mai potuto attuare, garante delle major, per lungo tempo, Andreotti). Tutto questo è fantascienza rispetto all'architettura produttiva italiana, che subisce la sua marginalità in Europa senza fare piazza pulite di leggi controproducenti e di una sistema di poliziotti dell'immaginario (i funzionari Rai e Mediaset) arcaico. Ma la Francia riuscirà adesso a reinventare tutto, a scendere a compromessi con i nuovi padroni dei media digitali e a tassare i proprietari di iphones e Samsung?
Gli Stati Uniti, che hanno trasferito tutto il loro esercito di produttori e distributori qui sulla Croisette, dai giganti delle majors ai 'pazzi' radicali della Troma ai geniali inventori di Hbo di forme innovative (non c'è qualità formale senza sostanza formale) sembrano intenzionati a far concorrenza alla Francia nella produzione e distribuzione anche dei film fuori formato che saranno i format di domani.
Lo spicchio di mercato marginale, la "nicchia" di qualità occupata finora dalla Francia è a rischio. A giudicare dal prodotto medio che è passato in passerella sulla Croisette.  Harmony Korine, Sofia Coppola Kathe Bigelow, Spielberg di Lincoln, Ben Affleck di Argo sono già gli avamposti di un altro tipo di 'cinema bis' (rispetto ai kolossal 3d eroico-mitologici). Per questo Cannes non può esimersi dal rendere omaggio a Payne, Soderbergh, a uno dei film meno 'formalisti' dei Coen, a Jarmusch (che ha fatto fischiare una proiezione stampa che proiezione stampa non è più) e Polanski (che americano in esilio è, più che europeo in stato di allerta). Ma non può premiarli troppo. Bruce Dern in qualche modo, finalmente in una parte adeguata alla sua storia di fuoriclasse della cultura contro, li rappresenta tutti, in secondo piano.
Bruce Dern



 
Da questo punto di vista l'indicazione teorica (osannata esageratamente) che ci viene dal palmares principale fa riflettere e preoccupa. La crisi degli snodi e dei giochi postmoderni è palmare. La riflessione sulla storia e sulla 'nuda vita' resa immagine dai venti film in competizione è penetrante e responsabile, gli attrezzi del mestiere sono stati lucidati e restaurati, sia nella scelta dell'affresco storico (Escalante, Jia Zhang Ke, Grey, Payne, Haroun, Takashi Miike, Soderbergh, Desplechin...) che dell'autofiction o nel grottesco metaforico (Farhadi, Valeria Bruni Tedeschi, Sorrentino, Refn, Warmerdam). Maneggiano bene i generi, il mélo soprattutto, e anche la qualità documentaristica, di cui è affamato anche il più pigro degli spettatori televisivi.  Il problema come sempre è di immagine. Aperta o chiusa, critica o chiusa in un visuale televisivo che è parola d'ordine subdolamente imposta, meticoloso inghiottimento della libertà di sguardo nella rigida accettazione di un ferreo dato simbolico immutabile (autoritario, come si vede dall'imprigionamento del binomio uguaglianza, di sessi soprattutto, e libertà, che si esprime nella rabbia salafita in Maghreb e in Egitto e nelle violente manifestazione degli integralisti cristiani  contro il diritto al matrimonio per tutti).
Il terrore dell'esplosione d'immaginario, registrato con un certo tremore, si avverte nelle due opere che più hanno affascinato lo strano pubblico della sala Lumiere. Non è Adele H., melodramma expanding e exploding, La vita di Adele capitolo 1 e 2L'amore impossibile non apre sentieri alternativi esistenziali, non scopre desideri di vita 'altra' e non contesta gli archetipi vigenti, concentrati sulla famiglia diversamente patriarcale. Ma la quiete familiare di due donne (e del loro figlio) da una parte e l'attraversamento delle turbe adolescenziali omosessuali di una ragazza che troverà presumibilmente la sua identità nella complementarità eterosessuale. L'ossessione della macchina da presa come strumento di seduzione  che Valeria Golino innesca in Miele sembra più avventurosa e 'aperta' di quella analoga di Kechiche sul volto della sua Adéle Exarchopoulos. In fondo sganciare una donna dalla passione lesbica non è il luogo comune del machio latino (e beur)?
Hitchockiano come sempre nell'attentissimo e microscopico indagare tra i sentimenti e i microsentimenti che costruiscono una azione domestica e la spostano verso il suspense, dove il crimine è nell'anima, Farhadi indica, come Jia Zhang Ke, nel passato, nelle radici, nelle tradizioni, in certe tradizioni e non in altre, nella memoria, il territorio fertile che accentua la suggestione e la fantasia e la soluzione invisibile di un duello coniugale.
Anche qui, come nel Kechiche più spettacolare (la lunga scena d'amore morbido e simulato-non simulato, esplicitamente non esplicito), la donna è in primo piano. Scutata, come nelle analisi di Laura Mulvey, dall'occhio dell'uomo. Giudicata. Condannata. In base a degli apriori fuori del tempo. Certo. Non dalla banale lettura coranica postmoderna, quella fanatica e letteralista. Ma spirituale, profonda, neoarcaica. Anche le donne sono importanti. Se al loro posto. Nella differenza. Non nell'indifferenza. Se no, rottura. Crudeltà. Cattiveria. Massacro. Viene in mente, come antidoto, un passo di La valigia del dissidente russo Sergei Dovlatov: "Tutt'attorno sorgevano e crollavano con fragore mondi misteriosi e meravigliosi.  Come corde tese allo spasimo si spezzavano rapporti umani.  I nostri amici rinascevano e morivano alla ricerca della felicità. E noi? A tutte le tentazioni e gli orrori della vita contrapponevamo la nostra unica facoltà. L'indifferenza. Ci si può chiedere: cosa c'è di più duraturo di un castello costruito sulla sabbia?... Cosa c'è nella vita familiare, di più resistente e affidabile dell'apatia di entrambi i coniugi?...Cosa ci si può immaginare di più prosperoso di due stati ostili incapaci di dfendersi?...                      

Tutti i premi

La Palma d'oro del 66° Festival di Cannes è andata a La vita d'Adele, capitolo I e II,  di Abdellatif Kechiche (Francia). Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, le protagoniste del film, sono state associate, eccezionalmente, al premio come insostituibili creative (al film anche il premio Fipresci, assegnato da una giuria di soli critici).  5 anni dopo Laurent Cantet, Tra le mura la Palma d'oro torna in Francia. Il premio per la migliore interpretazione femminile è stato assegnato a Bérénice Bejo per Le Passé di Asghar Farhadi (Iran) e quello per la miglior interpretazione maschile a Bruce Dern, Nebraska di Alexaner Payne (Usa). Il Grand Prix lo ha conquistato Inside Llewyn Davis di Ethan e Joel Coen, mentre il premio della giuria lo ha vinto Tale padre tale figlio del giapponese Kore-Eda Hirokazu. All'autore e regista Jia Zhangke il premio per la migliore sceneggiatura per A touch of sin (Cina). Il riconoscimento per la miglior regia è andato a Amat Escalante per Heli (Messico). Asiatica la Palma d’oro 2013 per il cortometraggio, Safe (Corea del Sud) di Byoung-gon Moon (3.500 opere selezionate in rappresentanza di 132 paesi). Una menzione speciale è stata assegnata a 37/o 4S dell'italiano Adriano Valerio, allievo di Bellocchio, che vive e lavora tra Berlino e Parigi e a Whale Valley (La valle delle balene) di Gudmundur Arnar Gudmundsson (Islanda). La Quinzaine ha vinto la Camerà d'or, assegnata al miglior lungometraggio d'esordio: Ilo ilo di Anthony Chen (Singapore). 

Ed ecco i premi delle sezioni collaterali

Un Certain Regard
L'Image manquante, regia di Rithy Pahn
Premio della giuria: Omar, regia di Hany Abu-Assad
Premio per la regia: Alain Guiraudie per L'Inconnu du Lac
Premio A Certain Talent: al cast di La Jaula de Oro, regia di Diego Quemada-Diez
Premio Avenir: Fruitvale Station, regia di Ryan Coogler

Settimana Internazionale della Critica
Gran Premio Settimana Internazionale della Critica: Salvo, regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (Italia/Francia)
Premio SACD: Le Démantèlement, regia di Sébastien Pilote (Canada)

Quinzaine des Réalisateurs
Premio Art Cinéma: Les Garçons et Guillaume, à table!, regia di Guillaume Gallienne (Francia)
Premio Europa Cinema Label: The Selfish Giant, regia di Clio Barnard (Regno Unito)
Premio SACD: Les Garçons et Guillaume, à table!, regia di Guillaume Gallienne (Francia)

Un Certain Regard:
Manuscripts Don't Burn, regia di Mohammad Rasoulof
Sezioni collaterali: Blue Ruin, regia di Jeremy Saulnier

Queer Palm:
Lungometraggio: L'Inconnu du Lac, regia di Alain Guiraudie (il film è statao acquistato dalla Teodora Film per la distribuzione italiana)

giovedì 23 maggio 2013

Le palme d'oro crescono in Nebraska


Mariuccia Ciotta
Cannes
Finalmente la Palma d'oro, Spielberg giurato numero uno permettendo, in questi ultimi giorni di festival pietrificato nello smarrimento dei “tempi che cambiano”, popolato di cineasti annichiliti dal mondo imperscrutabile e dominato dall'”io”. Registi che non “vedono”. Per aguzzare lo sguardo, Alexandre Payne torna in Nebraska, dove è nato 52 anni fa, e si incammina sulla strada con l'andatura sbilenca dell'ottuagenario Bruce Dern, via dalle Hawaii (The Discendants, 2011) per rievocare il Jack Nicholson disilluso e testardo di About Smith (2002).
Nebraska (concorso), incanto del cinema ritrovato dove il bianco e nero è il detour nella filiera del film-format, un segnale stradale verso Lincoln, cittadina luminosa e sperduta, traguardo di padre e figlio lungo il percorso dell'origini, da L'ultimo spettacolo di Bogdanovich ai paesaggi western di Ford con l'orizzonte a metà schermo per ricordare che il mito è passato e adesso ci sono solo i campi secchi, i villaggi fantasma del mid-west, l'abbandono di luoghi sospesi nel nulla, la crisi...
Deviazione e visita al monte Rushmore, Sud Dakota, anche i presidenti scolpiti nella roccia non hanno più il glamour di Hitchcock con quelle facce non finite... a qualcuno “gli mancano le orecchie” osserva lo svaporato Woody Grant (Dern), chioma bianca arruffata e la smania di arrivare a destinazione per ritirare la vincita di un milione di dollari come promesso da un volantino pubblicitario-mappa del tesoro. Invano il figlio David (Will Forte) cerca di persuaderlo che si tratta di una lotteria fasulla, Woody Grant ci crede e se ne andrebbe a piedi dal Montana al Nebraska, inseguito dalla moglie indiavolata contro il vecchio demente e alcolizzato che vuole un nuovo truck e un “compressor”, il suo gli fu rubato dall'ex compagno di officina Ed Pigram (Stacy Keach).
Sorpassando il trattore di David Linch, Payne distilla dai generi classici la benzina per ricomporre nuovi linguaggi, pesca in Frank Capra con i suoi angoli miracolosi di provincia, la tipografia di un vecchio giornale dove l'ex girl-friend conserva le edizioni rilegate, e dove c'è una foto del giovanissimo Woody in divisa. Tornato dalla guerra in Corea non parlò quasi più. Ed eccolo che si fracassa la testa cadendo per troppo birra, scappa dall'ospedale con indosso il grembiule e dialoga con i parenti rivisti dopo decenni, abbrutiti davanti alla tv, con l'humour straniato di Kaurismaki.
Epopea di Woody Grant, che tutti credono milionario, nell'esilarante incontro con la gente della sua infanzia, una specie di Christmas Carol infiltrato di tutta la memoria del cinema, e scandito dai luoghi del West, i bar a immagine dell'antico saloon, giocatori di poker, banconi di legno, e Ed Pigram che si merita un pugno sul naso dal gentile David per aver sbeffeggiato il vincitore immaginario.
Alexandre Payne compone la sua lirica, ricordando Bruce Springsteen, sulle musiche sensuali di Mark Orton, e dimostra che è solo da quel cinema vitale si può ricominciare. Nebraska, pellicola old fashion, marchio Paramount compreso, guarda al domani con gli occhi accesi di Bruce Dern al volante del suo nuovo truck lungo la main-street della piccola città, fiero di aver vinto, se non la lotteria, il suo irriducibile amore per le nuvole e i sogni in viaggio.