La Palma d'oro del 66° Festival di Cannes è andata a La vita d'Adele, capitolo I e II, di Abdellatif Kechiche (Francia). Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, le protagoniste del film, sono state associate, eccezionalmente, al premio come insostituibili creative (al film anche il premio Fipresci, assegnato da una giuria di soli critici). 5 anni dopo Laurent Cantet, Tra le mura la Palma d'oro torna in Francia. Il premio per la migliore interpretazione femminile è stato assegnato a Bérénice Bejo per Le Passé di Asghar Farhadi (Iran) e quello per la miglior interpretazione maschile a Bruce Dern, Nebraska di Alexaner Payne (Usa). Il Grand Prix lo ha conquistato Inside Llewyn Davis di Ethan e Joel Coen, mentre il premio della giuria lo ha vinto Tale padre tale figlio del giapponese Kore-Eda Hirokazu. All'autore e regista Jia Zhangke il premio per la migliore sceneggiatura per A touch of sin (Cina). Il riconoscimento per la miglior regia è andato a Amat Escalante per Heli (Messico). Asiatica la Palma d’oro 2013 per il cortometraggio, Safe (Corea del Sud) di Byoung-gon Moon (3.500 opere selezionate in rappresentanza di 132 paesi). Una menzione speciale è stata assegnata a 37/o 4S dell'italiano Adriano Valerio, allievo di Bellocchio, che vive e lavora tra Berlino e Parigi e a Whale Valley (La valle delle balene) di Gudmundur Arnar Gudmundsson (Islanda). La Quinzaine ha vinto la Camerà d'or, assegnata al miglior lungometraggio d'esordio: Ilo ilo di Anthony Chen (Singapore).
Ed ecco i premi delle sezioni collaterali
Un Certain Regard
L'Image manquante, regia di Rithy Pahn
Premio della giuria: Omar, regia di Hany Abu-Assad
Premio per la regia: Alain Guiraudie per L'Inconnu du Lac
Premio A Certain Talent: al cast di La Jaula de Oro, regia di Diego Quemada-Diez
Premio Avenir: Fruitvale Station, regia di Ryan Coogler
Settimana Internazionale della Critica
Gran Premio Settimana Internazionale della Critica: Salvo, regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (Italia/Francia)
Premio SACD: Le Démantèlement, regia di Sébastien Pilote (Canada)
Quinzaine des Réalisateurs
Premio Art Cinéma: Les Garçons et Guillaume, à table!, regia di Guillaume Gallienne (Francia)
Premio Europa Cinema Label: The Selfish Giant, regia di Clio Barnard (Regno Unito)
Premio SACD: Les Garçons et Guillaume, à table!, regia di Guillaume Gallienne (Francia)
Un Certain Regard:
Manuscripts Don't Burn, regia di Mohammad Rasoulof
Sezioni collaterali: Blue Ruin, regia di Jeremy Saulnier
Queer Palm:
Lungometraggio: L'Inconnu du Lac, regia di Alain Guiraudie (il film è statao acquistato dalla Teodora Film per la distribuzione italiana)
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domenica 26 maggio 2013
venerdì 17 maggio 2013
Farhadi, la morale ha la barba
di Roberto Silvestri
Cannes
Cannes
Le Passé, racconto morale francese diretto
dall'iraniano Asghar Farhadi al sesto lungometraggio, parte da un soggetto
basic, che non sedurrebbe sulle prime nessun produttore occidentale (ma la
produzione è francese). Una semplice pratica di divorzio.
Però tra un iraniano posato e una francese nervosa. Due modi di pensare e di esprimersi. Ma tutti i film di Farhadi, parlatissimi, dinamo di conflitti psicologici familiari e extrafamiliari devastanti (Cassavetes senza senso dell'humor?)), si aprono a raggiera e indagano fatti e fatterelli insignificanti prendendo uno strano e intrigante sentiero suspense e trasformando un piccolo dilemma da nulla, risolvibile con un po' di buon senso femminista in più e di ...laicismo, in un intrigo tragico.
Ricordate About Elly e come viene represso il tentativo di far sposare una ragazza con un ragazzo senza passare per il consenso della Famiglia? O La separazione? Con la figlia teenager che deve decidere se fa bene la madre a scappare da un paese come l'Iran, dove vige il patriarcato è religiosamente 'armato', o il padre, che vuole resistere in patria (c'è un padre malato da accudire) ma che oltretutto sarebbe colpevole di un grave reato, aver fatto abortire, forse, la badante del padre, spintonandola in malo modo? Chiunque concluderebbe: ha ragione la madre (straordinariamente caritatevole con il padre) e la figlia farebbe meglio - la madre è agiata - a fare presto le valigie. E la scena clou, quella dello spintonamento, come mai venne così confusa e 'truccata' dall'implacabile cinepresa a mano, onnipotente e panottica?
E' che la rinomata 'furbizia orientale', come direbbe la Bocassini, e in più la raffinata dialettica persiana, scompigliano le carte e trasformano in conflitto etico o esistenziale, attraverso molti punti di vista che aggiungono dati e sentimenti, quel che è una divaricazione politica. Modernità contro tradizione. O meglio due maniere di coniugare il vivere bene scegliendo dalla tradizione ciò che è progressista o ciò che è reazionario. Insomma c'è sempre nel comportamento dei personaggi femminili adulti di Farhadi, le ribelli, le progressiste, le moderne, le meno ancorate al passato, qualche nota moralista di biasimo fuori campo. Il lavoro prima della famiglia, il piacere individuale prima dei figli...
Prendiamo questo Passato, che già ci sorprende perché vedremo solo donne senza velo. L'impero della macchina da presa a mano, inoltre, qui finisce. Perché è il non visto, il passato appunto, che viene raccontato, e sempre con molte ambiguità, in modo indiretto, e si fa uno dei protagonisti dell'azione che via via divente sempre più 'poliziesca'. Il dialogo diventa spesso interrogatorio, il taglio deve essere 'documentaristico drastico', guai a recitare.
Siamo a Parigi, quasi sempre in un interno dei sobborghi. Samir (Ali Mosaffa), un signore iraniano, forse cineasta (con la barba) arriva da Tehran per formalizzare il divorzio dalla moglie farmacista francese Marie (Berenice Bejo, The artist) dopo 4 anni di separazione (per misteriosi motivi che non si chiariranno troppo). Marie vuole risposarsi con Ahmad (Tahar Rahim, Il profeta), un proprietario di lavanderia franco maghrebino (con la barba) di cui è incinta, sposato a sua volta con una bionda francese. Che è in coma dopo un tentato suicidio causato dal tradimento del marito. Dunque non basta una firma e via. Non è così semplice. La situazione è ancora più ingarbugliata di quando non si penserebbe. Ci sono di mezzo tre figli, una ragazza adolescente, che non è figlia di Samir né di Ahmad, che è senza madre e senza padre, e che si scoprirà più maligna di quanto non dimostri il candore biondo di Pauline Burlet, e due bambini (figli di Ahmad), il maschio pestifero, e uno in arrivo ('un incidente' commenterà Ahmad, aumentando ambiguità ad ambiguità).
Il finale è una ronde di microcolpi di scena e di apertura al gioco delle interpretazioni. Marie e Samir sono ancora follemente innamorati? Lucie ha fatto tutto il possibile perché non si separassero mai? Ma sorge un sospetto atroce. Ed è che tutto il peso drammatico della situazione ricaschi proprio sul nascituro. Come se il suo destino deciso dalla storia passata degli altri possa essere segnato tragicamente da una madre che non è stata al suo posto. Insomma i sensi di colpa, nei film di Farhadi, non sono combattuti ma deviati verso le devianti.
Però tra un iraniano posato e una francese nervosa. Due modi di pensare e di esprimersi. Ma tutti i film di Farhadi, parlatissimi, dinamo di conflitti psicologici familiari e extrafamiliari devastanti (Cassavetes senza senso dell'humor?)), si aprono a raggiera e indagano fatti e fatterelli insignificanti prendendo uno strano e intrigante sentiero suspense e trasformando un piccolo dilemma da nulla, risolvibile con un po' di buon senso femminista in più e di ...laicismo, in un intrigo tragico.
Ricordate About Elly e come viene represso il tentativo di far sposare una ragazza con un ragazzo senza passare per il consenso della Famiglia? O La separazione? Con la figlia teenager che deve decidere se fa bene la madre a scappare da un paese come l'Iran, dove vige il patriarcato è religiosamente 'armato', o il padre, che vuole resistere in patria (c'è un padre malato da accudire) ma che oltretutto sarebbe colpevole di un grave reato, aver fatto abortire, forse, la badante del padre, spintonandola in malo modo? Chiunque concluderebbe: ha ragione la madre (straordinariamente caritatevole con il padre) e la figlia farebbe meglio - la madre è agiata - a fare presto le valigie. E la scena clou, quella dello spintonamento, come mai venne così confusa e 'truccata' dall'implacabile cinepresa a mano, onnipotente e panottica?
E' che la rinomata 'furbizia orientale', come direbbe la Bocassini, e in più la raffinata dialettica persiana, scompigliano le carte e trasformano in conflitto etico o esistenziale, attraverso molti punti di vista che aggiungono dati e sentimenti, quel che è una divaricazione politica. Modernità contro tradizione. O meglio due maniere di coniugare il vivere bene scegliendo dalla tradizione ciò che è progressista o ciò che è reazionario. Insomma c'è sempre nel comportamento dei personaggi femminili adulti di Farhadi, le ribelli, le progressiste, le moderne, le meno ancorate al passato, qualche nota moralista di biasimo fuori campo. Il lavoro prima della famiglia, il piacere individuale prima dei figli...
Prendiamo questo Passato, che già ci sorprende perché vedremo solo donne senza velo. L'impero della macchina da presa a mano, inoltre, qui finisce. Perché è il non visto, il passato appunto, che viene raccontato, e sempre con molte ambiguità, in modo indiretto, e si fa uno dei protagonisti dell'azione che via via divente sempre più 'poliziesca'. Il dialogo diventa spesso interrogatorio, il taglio deve essere 'documentaristico drastico', guai a recitare.
Siamo a Parigi, quasi sempre in un interno dei sobborghi. Samir (Ali Mosaffa), un signore iraniano, forse cineasta (con la barba) arriva da Tehran per formalizzare il divorzio dalla moglie farmacista francese Marie (Berenice Bejo, The artist) dopo 4 anni di separazione (per misteriosi motivi che non si chiariranno troppo). Marie vuole risposarsi con Ahmad (Tahar Rahim, Il profeta), un proprietario di lavanderia franco maghrebino (con la barba) di cui è incinta, sposato a sua volta con una bionda francese. Che è in coma dopo un tentato suicidio causato dal tradimento del marito. Dunque non basta una firma e via. Non è così semplice. La situazione è ancora più ingarbugliata di quando non si penserebbe. Ci sono di mezzo tre figli, una ragazza adolescente, che non è figlia di Samir né di Ahmad, che è senza madre e senza padre, e che si scoprirà più maligna di quanto non dimostri il candore biondo di Pauline Burlet, e due bambini (figli di Ahmad), il maschio pestifero, e uno in arrivo ('un incidente' commenterà Ahmad, aumentando ambiguità ad ambiguità).
Il finale è una ronde di microcolpi di scena e di apertura al gioco delle interpretazioni. Marie e Samir sono ancora follemente innamorati? Lucie ha fatto tutto il possibile perché non si separassero mai? Ma sorge un sospetto atroce. Ed è che tutto il peso drammatico della situazione ricaschi proprio sul nascituro. Come se il suo destino deciso dalla storia passata degli altri possa essere segnato tragicamente da una madre che non è stata al suo posto. Insomma i sensi di colpa, nei film di Farhadi, non sono combattuti ma deviati verso le devianti.
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