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domenica 12 febbraio 2017

L'ingannevole Asghar Farhadi e il suo "Cliente" impunito




Mariuccia Ciotta

Candidato all'Oscar come miglior film straniero, premiato per la sceneggiatura e per l'attore protagonista a Cannes e apprezzato da una parte consistente della critica, The Salesman (Il cliente) dell'iraniano Asghar Farhadi, storia di una coppia di attori nell'Iran contemporaneo in forma di thriller psicofamiliare, affolla in questi giorni le sale d'essai.
Farhadi, beniamino dei festival, si presenta agli occhi del pubblico occidentale come un riformatore dell'immaginario islamico sciita, voce avvolgente di una enigmatica sirena, l'Iran con le sue coordinate mentali estranee ed esotiche.
Il 26 febbraio, però, Hollywood non vedrà (forse) salire sul palco il regista, in caso di vittoria, perché secondo il decreto presidenziale (bocciato, per ora) l'Iran è tra i magnifici sette nemici degli Usa. L'Oscar, comunque, l'aveva già conquistato con Una separazione (2011), vincitore inoltre di Golden Globe, Orso d'oro, César, David di Donatello. Importante “prologo” al Cliente, il film pluripremiato girava intorno a una scena mancante, la caduta di una donna incinta giù per le scale e conseguenze sul disequilibrio di una coppia che sta per separarsi. Lei, ribelle, capelli rossi, vuole fuggire dal “Paese senza speranza”, lui no. Il feto (si dà per acquisito) è una persona, morta. Chi ha spinto la donna? Farhadi ci dirà che è impossibile lasciare quell'omicidio (abbandonare l'Iran?) impunito.
Il copione si ripete nel Cliente, girato a Teheran, ma non dal taxi in cui è relegato il regista dissidente Jafar Panahi, Orso d'oro anche lui con Taxi, Teheran (2015). Farhadi omette ancora una volta il “fatto” intorno al quale organizza un teorema emotivo, una ragnatela suggestiva che indirizza verso una realtà ricostruita dal suo grandangolo mentale. Come preliminare, crea innanzitutto le condizioni per rendere accettabile il suo mondo di riferimento, valori, divieti, comandamenti.

Qui il gioco si appoggia a Morte di un commesso viaggiatore messo in scena dai protagonisti, Emad (Jhahab Hosseini) e Raana (Taraneh Alidoost) moglie e marito, attori di teatro. Il testo di Arthur Miller, disfacimento morale dell'America e del suo “sogno” materialista, fa da contrappunto a quello scritto Farhadi sul trionfo di un'etica a centralità religioso-familiare. Ringrazio Dio. La scritta apre il film, secondo i dettami dell'imam, e fa da monito a quel che segue, fluide e calde immagini quotidiane, una coppia deve traslocare, la casa ramificata dalle crepe ha ceduto, e finisce in un appartamento occupato prima da una prostituta, su cattivo consiglio dell'amico attore Babak (Babak Karimi).
Ed ecco il gioco a incastri, e la verità fuori campo. Raana sta per fare la doccia, sente il citofono e apre credendo che sia suo marito. La ritroveranno nel bagno con la testa spaccata, sangue dappertutto, rischio di morte, ricovero in ospedale e sostituzione del velo con fasciatura bianca. E' stata aggredita e violentata da qualcuno convinto di trovare in casa l'ex inquilina prostituta.
Lo spettatore non ha visto, ma nemmeno la vittima, priva di sensi. Intorno a questo buco di immagine, si avvia il “processo” di Farhadi. Chi è il vero colpevole? La donna che ha aperto distrattamente la porta, troppo occupata in faccende “diaboliche” di ordine cosmetico, l'uomo che l'ha violentata o il marito vendicativo?

Il thriller ha inizio con il pedinamento del “fantasma”, il “cliente” che ha lasciato un fascio di banconote per la prestazione sessuale involontaria (perché poi?), calzini insanguinati e un furgone parcheggiato in garage. Il marito Emad indaga sull'autore del crimine, dopo aver escluso, d'accordo con l'intimorita moglie Rana (Taraneh Alidoosti), di denunciare il fatto alla polizia. Gli consigliano di lasciar perdere. Il disonore ricadrebbe sulla famiglia. Già i vicini insinuano, e l'ospedale tace... Emad insiste, cerca giustizia fuori dalle coordinate khomeiniste, segue le tracce dello sconosciuto in un percorso “hitchcockiano” e alla fine lo trova e lo sequestra.
Ed ecco come la “Farhadi version”, con tono sommesso, fa convergere le simpatie sul colpevole che non abbiamo mai visto agire. Lo stupratore, potenziale omicida, non è il macho sospettato in un primo momento. E' qualcuno degno di misericordia, innominabile anche per il recensore che non vuole svelare il “giallo”. Emad sarà forzato (dal regista) a riprovevoli crudeltà sul vecchio metaforico Iran dal cuore barbuto e malato, così da negarsi ogni possibile empatia. In un capovolgimento di senso abietto, l'iraniano sprofondato nella sua insolenza dottrinale a rappresentare la tradizione, non sarebbe l'impunito violentatore, ma, secondo Farhadi, il “giustiziere della notte” Emad, mentre chiaramente è l'altro.
Ci sono principi che Farhadi difende. L'uomo che ha ceduto alla tentazione di prendersi l'oggetto del desiderio va assolto, e non per pietà, ma per diritto.
Il regista lo fa intendere con le sue pastose immagini “sacre” che dipingono Raana - sul volto l'ombra della colpa - mentre minaccia il marito “spietato”: se non lascerà subito libero il suo aggressore “sarà tutto finito tra noi”.
Nel lungo epilogo, Farhadi richiama il dramma di Miller, e la pièce dal palcoscenico si sposta nell'appartamento vuoto della casa che abbiamo visto cadere in rovina, la casa delle origini, la casa “pura” dove è meglio tornare. Contro la modernizzazione devastante, e il “trasloco simbolico” fuori dai confini del paese. Morte di un commesso viaggiatore, inoltre, è di segno opposto, lì c'è la crisi esistenziale senza happy end, qui la vittoria della “carità islamica” di fronte a moglie e figlia supplicanti per il “padre di famiglia”. Una famiglia iraniana spiritualmente corretta, non come la coppia di intellettuali senza figli.
Emad, “è un uomo evoluto, insegnante e attore, ma ha una reazione tradizionale... hanno oltraggiato la sua casa”, spiega il regista. La “reazione tradizione” sarebbe la richiesta di giustizia , ed è la casa e non la persona a essere oltraggiata.
Com'è bravo Farhadi a difendere l'ordinamento etico-estetico-giudiziario del suo Paese. E a dire che nel film nessuno vuole vendetta, ammazzare il “cliente” né mandarlo in prigione, ma soltanto “farlo vergognare” di fronte al mondo.
Dentro la cornice del film da Oscar, la donna umiliata "non si vede" e il patriarca indisturbato aguzzino "non è visto".





domenica 22 maggio 2016

La tela del ragno di Farhadi avvolge Cannes



Mariuccia Ciotta

Molto apprezzato in finale di partita, The Salesman (Il cliente) di Asghar Farhadi, storia di una coppia di attori nell'Iran contemporaneo in forma di “giallo”, ha ricevuto due premi a Cannes (sceneggiatura, attore protagonista) e raccolto una messe di critiche positive. Questo beniamino dei festival, infatti, è così abile nel manipolare gli spettatori da presentarsi come un riformatore dell'immaginario islamico sciita, tanto da vincere l'Oscar 2011 con La promessa.

Specializzato nell'omettere ogni volta il “fatto” intorno al quale organizza un teorema emotivo, una ragnatela suggestiva che avvolge il pubblico e lo indirizza verso una realtà distorta dal suo grandangolo mentale, Farhadi crea innanzitutto le condizioni per far accettare il suo mondo di riferimento, valori, divieti, comandamenti.

In questo caso, il gioco si appoggia a Morte di un commesso viaggiatore, interpretato dal protagonista e da sua moglie. Pièce celebre e quindi confortevole, nebulosa di sentimenti familiari e fallimenti morali nell'America del “sogno” che fa da trait-d'union tra occidente e oriente.

In scena. La moglie di un insegnante e attore teatrale apre la porta a uno sconosciuto pensando che sia suo marito. La ritroveranno nel bagno con la testa spaccata, sangue dappertutto, rischio di morte, ricovero in ospedale e sostituzione del velo con fasciatura bianca.

Fuori scena. Il cliente di una prostituta crede che abiti ancora nell'appartamento (la coppia ha appena traslocato), si accorge che la donna nuda sotto la doccia è un'altra, la colpisce con un oggetto pesante e la violenta mentre è svenuta.

Lo spettatore non ha visto, ma nemmeno la vittima, priva di sensi. Intorno a questo buco di immagine, si avvia il “processo” di Farhadi. Chi è il vero colpevole? La donna che ha aperto la porta, l'uomo che l'ha violentata o il marito vendicativo?

Il thriller ha inizio con il pedinamento del “fantasma”, che ha lasciato soldi per la prestazione sessuale involontaria (perché poi?), calzini insanguinati e un furgone parcheggiato in garage. Il marito Emad (Shahab Hosseini) indaga sull'autore del crimine, dopo aver escluso, d'accordo con l'intimorita moglie Rana (Taraneh Alidoosti), di denunciare il fatto alla polizia. Gli consigliano di lasciar perdere. Emad insiste, segue le tracce dello sconosciuto in un percorso “hitchockiano” e alla fine lo trova e lo sequestra.

Ed ecco come la “Farhadi version”, con tono sommesso, farà convergere le simpatie di pubblico e critica sul colpevole che non abbiamo mai visto agire. E' un povero vecchio malato di cuore, incapace di salire una rampa di scala, e non il macho sospettato in un primo momento. E allora perché non assolvere un buon uomo che ha ceduto alla tentazione? La moglie Rana - sul volto l'ombra della colpa - minaccia il marito che se non lascerà subito libero il suo aggressore piangente, circondato da coniuge, figlia e futuro genero, uniti in un coro straziante, “sarà tutto finito tra noi”.

L'ordine gerarchico sessuale e familiare vale più di tutto, ma Farhadi ci convince che a fronteggiarsi sono oscurantismo e carità islamica (e cristiana). Emad, “è un uomo evoluto, insegnante e attore, ma ha una reazione tradizionale... hanno oltraggiato la sua casa”, spiega il regista. E' la dignità del vecchio il bene da salvaguardare. Mentre l'unico vero colpevole è lui, Emad, l'intellettuale amante di Arthur Miller, lui che cerca giustizia, lui che non vuole ammazzare nessuno né mandarlo in galera, ma soltanto “farlo vergognare” di fronte ai suoi cari. Il giorno dopo, però, c'è il matrimonio della figlia, non sia mai.
Alla fine, rimane la donna umiliata, che "non si vede", e il patriarca che esercita indisturbato il suo potere, "non visto".
Questa è la sceneggiatura che ha vinto la 69a edizione di Cannes.





venerdì 17 maggio 2013

Farhadi, la morale ha la barba



di Roberto Silvestri
Cannes

Tahar Rahim, Berenice Bejo e Ali Mosaffa

Le Passé, racconto morale francese diretto dall'iraniano Asghar Farhadi al sesto lungometraggio, parte da un soggetto basic, che non sedurrebbe sulle prime nessun produttore occidentale (ma la produzione è francese). Una semplice pratica di divorzio. 
Però tra un iraniano posato e una francese nervosa. Due modi di pensare e di esprimersi. Ma tutti i film di Farhadi, parlatissimi, dinamo di conflitti psicologici familiari e extrafamiliari devastanti (Cassavetes senza senso dell'humor?)), si aprono a raggiera e indagano fatti e fatterelli insignificanti prendendo uno strano e intrigante sentiero suspense e trasformando un piccolo dilemma da nulla,  risolvibile con un po' di buon senso femminista in più e di ...laicismo, in un intrigo tragico. 
Ricordate About Elly e come viene represso il tentativo di far sposare una ragazza con un ragazzo senza passare per il consenso della Famiglia? O La separazione? Con la figlia teenager che deve decidere se fa bene la madre a scappare da un paese come l'Iran, dove vige il patriarcato è religiosamente 'armato', o il padre, che vuole resistere in patria (c'è un padre malato da accudire) ma che oltretutto sarebbe colpevole di un grave reato, aver fatto abortire, forse, la badante del padre, spintonandola in malo modo? Chiunque concluderebbe: ha ragione la madre (straordinariamente caritatevole con il padre) e la figlia farebbe meglio - la madre è agiata - a fare presto le valigie. E la scena clou, quella dello spintonamento, come mai venne così confusa e 'truccata' dall'implacabile cinepresa a mano, onnipotente e panottica? 
E' che la rinomata 'furbizia orientale', come direbbe la Bocassini, e in più la raffinata dialettica persiana, scompigliano le carte e trasformano in conflitto etico o esistenziale, attraverso molti punti di vista che aggiungono dati e sentimenti, quel che è una divaricazione politica. Modernità contro tradizione. O meglio due maniere di coniugare il vivere bene scegliendo dalla tradizione ciò che è progressista o ciò che è reazionario. Insomma c'è sempre nel comportamento dei personaggi femminili adulti di Farhadi, le ribelli, le progressiste, le moderne, le meno ancorate al passato, qualche nota moralista di biasimo fuori campo. Il lavoro prima della famiglia, il piacere individuale prima dei figli... 

Prendiamo questo Passato, che già ci sorprende perché vedremo solo donne senza velo. L'impero della macchina da presa a mano, inoltre, qui finisce. Perché è il non visto, il passato appunto, che viene raccontato, e sempre con molte ambiguità, in modo indiretto, e si fa uno dei protagonisti  dell'azione che via via divente sempre più 'poliziesca'. Il dialogo diventa spesso interrogatorio, il taglio deve essere 'documentaristico drastico', guai a recitare.
Siamo a Parigi, quasi sempre in un interno dei sobborghi. Samir (Ali Mosaffa), un signore iraniano, forse cineasta (con la barba) arriva da Tehran per formalizzare il divorzio dalla moglie farmacista francese Marie (Berenice Bejo, The artist) dopo 4 anni di separazione (per misteriosi motivi che non si chiariranno troppo). Marie vuole risposarsi con Ahmad (Tahar Rahim, Il profeta), un proprietario di lavanderia franco maghrebino (con la barba) di cui è incinta, sposato a sua volta con una bionda francese. Che è in coma dopo un tentato suicidio causato dal tradimento del marito. Dunque non basta una firma e via. Non è così semplice. La situazione è ancora più ingarbugliata di quando non si penserebbe. Ci sono di mezzo tre figli, una ragazza adolescente, che non è figlia di Samir né di Ahmad, che è senza madre e senza padre, e che si scoprirà più maligna di quanto non dimostri il candore biondo di Pauline Burlet, e due bambini (figli di Ahmad), il maschio pestifero, e uno in arrivo ('un incidente' commenterà Ahmad, aumentando ambiguità ad ambiguità). 
Il finale è una ronde di microcolpi di scena e di apertura al gioco delle interpretazioni. Marie e Samir sono ancora follemente innamorati? Lucie ha fatto tutto il possibile perché non si separassero mai? Ma sorge un sospetto atroce. Ed è che tutto il peso drammatico della situazione ricaschi proprio sul nascituro. Come se il suo destino deciso dalla storia passata degli altri possa essere segnato tragicamente da una madre che non è stata al suo posto. Insomma i sensi di colpa, nei film di Farhadi, non sono combattuti ma deviati verso le devianti.