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giovedì 15 febbraio 2018

The Post. E' Spielberg, bellezza




mariuccia ciotta

Prospettiva rinascimentale, lo spazio si perde in fondo alla stanza, campo lungo, messa a fuoco di una molteplicità di figure... non solo il direttore del Washington Post Ben Bradlee (Tom Hanks) emerge nella luce grigio-azzurra, ma i fantasmi della New Hollywood richiamati da Steven Spielberg per un episodio storico che sta al Watergate come Dunkirk allo sbarco in Normandia.
Fatti oscurati dai grandi avvenimenti ma che risulteranno determinanti. I Pentagon Papers, 1971. Eppure il regista di Sugarland Express non si perde nella nostalgia di quelle redazioni fumose con il ticchettio delle macchine da scrivere e le fragorose rotative, l'invio in tipografia della posta pneumatica, i cilindri con gli articoli giù per i tubi, e poi il nastro danzante delle copie stampate. The Post è una chiamata alle armi in tempi di contraffazione delle idee e abusi di potere, e non solo a favore della libertà di stampa. Spielberg l'ha girato in estrema urgenza – via dal set italiano di The Kidnapping of Edoardo Mortara - per consegnare il suo “pezzo” prima della Deadline celebrata da Richard Brooks con la famosa frase di Humphrey Bogart. “E' la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente”.
Katharine Graham (Meryl Streep), la prima editrice di un grande giornale trasformerà il quotidiano locale di Washington in un colosso dell'informazione mondiale in coppia con Ben Bradlee, che un anno dopo, 1972, guiderà l'offensiva finale contro Nixon, missione trasferita sullo schermo da Alan Pakula in Tutti gli uomini del presidente, protagonista Jason Robards.
New York Times e Washington Post se la battono oggi come allora per avere documenti top-secret in grado di smascherare un governo inganna-cittadini. Ma nel '71 l'uomo-chiave è Daniel Ellsberg (Matthew Rhys), il cittadino "più pericoloso d'America” secondo Kissinger. Analista militare per due anni in Vietnam, collaboratore del segretario di stato Robert McNamara per la stesura del rapporto sulla guerra che registrava la progressiva e inevitabile sconfitta degli Stati Uniti contro i vietcong, Ellsberg, disgustato dalle bugie dei portavoce governativi sull'avanzata vittoriosa dei marines, fotocopiò le 7.000 pagine dei Pentagon Papers destinate ai posteri e li consegnò al New York Times. Domenica 13 giugno 1971 la prima pagina del giornale titolava così “Archivio Vietnam: gli studi del Pentagono rivelano tre decenni di crescente coinvolgimento americano”. Due giorni dopo, l'amministrazione Nixon chiese alla Corte Federale di bloccare la pubblicazione per motivi di sicurezza nazionale. E così fu.
Spielberg inizia da qui il suo thriller che ha l'andamento avvincente del discorso di Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones) contro la schiavitù in Lincoln, le arguzie e i détournement politici, labirinti mentali e suspense negli atti di coraggio, la paura prima di dare l'ok alla stampa, prima che si perda l'edizione del mattino, con i tipografici in attesa. Il Washington Post raccolse la sfida. Sequenza incantata: il pavimento trema in redazione sotto i piedi del giornalista al vibrare delle rotative in moto giù nella tipografia. Miracoli da E.T. . E' il cinema di Spielberg (bellezza) che catalizza quei giorni, risucchiati nel vortice di corpi gloriosi, dei nostri vicini nel tempo, non super-eroi ma persone degne di rispetto.
Katharine Graham, vedova dell'editore, ex casalinga, non è giornalista, ma sa leggere negli occhi del direttore Bradlee, un Tom Hanks trasformista inarrivabile, circondata da uno stuolo di uomini con sigaro, consiglieri sgomenti. Si va in prigione se si pubblicano i documenti interdetti al New York Times. Il legale si oppone. Katharine Graham non lo ascolta. E, come in Dunkirk, a salvare la libertà arrivano le barchette in forma di una miriade di piccole testate cittadine che il giorno stesso pubblicano stralci dei Pentagono Papers. “Dal mio punto di vista – scrive nella sentenza di assoluzione il giudice della Corte Suprema Hugo Black – lungi dal meritare la condanna per la loro coraggiosa inchiesta, il New York Times, il Washington Post e gli altri giornali dovrebbero essere lodati per aver servito lo scopo che i Padri Fondatori indicarono così chiaramente”. La stampa deve essere al servizio dei governati, non dei governanti.
Con quanta leggerezza, una poesia da cronista che batte sulla tastiera circondato da gente vociante, Spielberg racconta le sue fiabe radicate nella Storia, ripercorsa dai registi scrigni di memoria, da Clint Eastwood in poi. Storia di amori nel flusso di una macchina da presa (35mm!) che accumula dettagli in una sola inquadratura, composizione pittorica, abiti, arredamento, gesti, sigarette, movimenti e dati precisi su quel che accadde. Armonie romantico-stellari di John Williams. Sullo sfondo si muovono i protagonisti reali, e il fuori-campo suggerisce note a margine.
Perché Robert McNamara (Bruce Greenwood), autore dei Pentagon Papers, è amico della famiglia democratica di Katharine Graham - lo vediamo in affettuosa confidenza con l'editrice - che pubblicherà i documenti segreti contro il suo parere? Perché era un uomo di John F. Kennedy che nel 1961 lo nominò segretario della Difesa. Il riluttante ex insegnante di Haward lasciò la presidenza della Ford e uno stipendio di 800 mila dollari all'anno (contro uno da 25 mila dollari) per contrastare il superpotere del Pentagono e la sua strategia militare che mirava alla distruzione del nemico. McNamara, molto critico rispetto alla devastazione di Tokyo e alla bomba nucleare, elaborò la sua dottrina della “risposta flessibile” che prevedeva un'Escalation in proporzione alla minaccia degli avversari. Ma scrivendo il suo diario sulla guerra in Vietnam si rese conto che il continuo invio di soldati si risolveva in una carneficina e in una sconfitta, e propose a Kennedy il ritiro entro due anni degli uomini (16.000) impegnati sul fronte. Il presidente fu ucciso a Dallas il 22 novembre 1963, e il successore alla Casa Bianca, Lyndon Johnson, invertì l'ordine e spedì 500.000 marines in Vietnam. McNamara, intenzionato a consegnare i Pentagon Papers a Bob Kennedy, assassinato a Los Angeles il 5 giugno 1968, si dimise dall'incarico il 29 novembre 1967 in rotta con Johnson. La guerra in Vietnam finì con la disfatta americana nel 1975. “Abbiamo agito in base a quello che pensavamo fossero i principi e le tradizioni di questa nazione. – confessa McNamara a Errol Morris nel documentario The Fog of War – Eppure abbiamo sbagliato, terribilmente sbagliato”. L'errore corre negli anni fino a oggi con lo sdoganamento dei generali che tornano a dominare senza più il controllo politico, e con l'opzione nucleare fissa in testa.
I nuovi Pentagon Papers sono i fotogrammi classici e ribelli di The Post usciti dal cinema combattente di Coppola, De Palma, Altman, Corman, Lucas, Cimino, Penn, Romero, Peckimpah, Forman... Spielberg li ha messi in forma con il suo sguardo purissimo. Due le candidature all'Oscar – miglior film, migliore attrice - ma gli è stata negata la nomination alla regia. Non ci sarebbe stata partita.






lunedì 6 gennaio 2014

2013: Top Ten (e qualcosa in più) di Mariuccia Ciotta


Abramo Lincoln
Daniel Day Lewis, il Lincoln di Spielberg



Tommy Lee Jones nei panni del senatore Thaddeus Stevens in "Lincoln"


 di Mariuccia Ciotta

(non in ordine di preferenza)


Lincoln di Steven Spielberg


Pays Barbare di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi

Gravity di Alfon Cuaron

The Canyons di Paul Schrader

The Wind Rises di Hayao Miyazaki

Fear of Falling di Jonathan Demme

Django Unchained di Quentin Tarantino

Palo Alto di Gia Coppola

At Berkley di Frederick Wiseman

A proposito di Davis di Joel e Ethan Coen

Dietro i candelabri di Steven Soderbergh

Nebraska di Alexander Payne

Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza

Sacro Gra di Gianfranco Rosi

Night Moves di Kelly Reichardt





.......................ed ecco il vero senatore Thaddeus Stevens



domenica 26 maggio 2013

Grande Cannes o mediocre Cannes?

Roberto Silvestri


Non mi piace il verdetto, ma è 'perfetto'. Il grande successo di pubblico e di stampa e l'unanimità ecumenica con la quale è stato accolto il Palmares della giuria, per 4/9 formata da cineasti extraoccidentali, ottimo, senza alcun critico o storico cinematografico, pessimo, e il trionfo, dopo 5 anni di una opera francese, scandalosa e sentimentale, ma anche digeribile come un prodotto tv generalista, proprio come all'epoca di Brigitte Bardot, non possono nascondere le perplessità che la formula del festival - l'esibizione annuale della potenza creativa francese di 'qualità'  e della gigantesca macchina promozionale della sua industria - suscita all'occhio imparziale e preoccupato per un ruolo subalterno che il cinema europeo, viziato di statalismo, sta volontariamente assumendo.
Si dice che quasi tutti i film in gara meritavano un premio. E' così solo quando l'ambizione di attraversare territori più spigolosi viene narcotizzata da un flusso più regolare e omogeneo.  Ma a fine della festa cosa consiglierei agli amici? I film di Soderbergh, Haroun, Payne, Coen,  Jia Zhan ke, Bruni Tedeschi. Ovvio Jarmusch e Polanski. Forse Desplechin (che però non ho visto). Meno della metà. Come in una normale edizione di Berlino e Venezia. E, fuori gara, troppi film si uniformano allo standard del film da festival.
Del vincitore Kechiche, poi, mi è piaciuto più il discorso durante la premiazione, un incoraggiamento forte alla rivoluzione per la democrazia e per la libertà nel Maghreb, del suo Adéle, per quanto sia una lancia spezzata in favore della libertà e dell'insorgenza delle donne, e un omaggio alle teenagers francesi. Ed è stato un gustoso atto di sadismo, da parte della giuria, rendere complici della fase artistica le due performer. Una palma d'oro, per una volta divisa in tre... Orson Welles avrebbe gradito, sono gli attori i veri director.
Il fatto che Steven Spielberg, presidente del qualificato gruppo giudicante (Kawase, Kidman, Auteuil, Waltz, Mungiu, Ang Lee e l'attrice indiana Vidya Balan), nella serata di premiazione, abbia voluto rendere omaggio all'eccezione e alla diversità culturale, i cavalli di battaglia dell'Esagono nella guerra per salvaguardare margini di manovra nazionali nell'epoca della flessibilità global, e del dominio sempre più incontrastato dei giganti audiovisivi, dichiarazione inimmaginabile dieci anni fa, fa infatti capire che una stagione è definitivamente tramontata.
Netflix, colosso internet del consumo a pagamento, e anche Apple, You Tube e Google, stanno mettendo nei guai il modello francese. Molto ben congeniato e organizzato: la salvaguardia del lavoro e dell'occupazione nazionale (il salario di cittadinanza per gli artisti del cinema qui è garantito); il coinvolgimento di banche e privati in un business così gigantesco e cruciale come quello culturale; l'attenta politica di coproduzione con cineasti provenienti da tutti i paesi del mondo (indipendenti Usa compresi, in ponte ideale con l'istituto e il festival Sundance di Redford); una cronologia dei passaggi di filiera bel rispettati; l'uso raffinato e non mafioso della tassazione dei biglietti venduti (anche dei blockbuster Usa) per sostenere sia la produzione media che 'd'autore', cioé il canone e ciò che sarà il format futuro del cinema come divertimento popolare (una manovra che l'Italia non ha mai potuto attuare, garante delle major, per lungo tempo, Andreotti). Tutto questo è fantascienza rispetto all'architettura produttiva italiana, che subisce la sua marginalità in Europa senza fare piazza pulite di leggi controproducenti e di una sistema di poliziotti dell'immaginario (i funzionari Rai e Mediaset) arcaico. Ma la Francia riuscirà adesso a reinventare tutto, a scendere a compromessi con i nuovi padroni dei media digitali e a tassare i proprietari di iphones e Samsung?
Gli Stati Uniti, che hanno trasferito tutto il loro esercito di produttori e distributori qui sulla Croisette, dai giganti delle majors ai 'pazzi' radicali della Troma ai geniali inventori di Hbo di forme innovative (non c'è qualità formale senza sostanza formale) sembrano intenzionati a far concorrenza alla Francia nella produzione e distribuzione anche dei film fuori formato che saranno i format di domani.
Lo spicchio di mercato marginale, la "nicchia" di qualità occupata finora dalla Francia è a rischio. A giudicare dal prodotto medio che è passato in passerella sulla Croisette.  Harmony Korine, Sofia Coppola Kathe Bigelow, Spielberg di Lincoln, Ben Affleck di Argo sono già gli avamposti di un altro tipo di 'cinema bis' (rispetto ai kolossal 3d eroico-mitologici). Per questo Cannes non può esimersi dal rendere omaggio a Payne, Soderbergh, a uno dei film meno 'formalisti' dei Coen, a Jarmusch (che ha fatto fischiare una proiezione stampa che proiezione stampa non è più) e Polanski (che americano in esilio è, più che europeo in stato di allerta). Ma non può premiarli troppo. Bruce Dern in qualche modo, finalmente in una parte adeguata alla sua storia di fuoriclasse della cultura contro, li rappresenta tutti, in secondo piano.
Bruce Dern



 
Da questo punto di vista l'indicazione teorica (osannata esageratamente) che ci viene dal palmares principale fa riflettere e preoccupa. La crisi degli snodi e dei giochi postmoderni è palmare. La riflessione sulla storia e sulla 'nuda vita' resa immagine dai venti film in competizione è penetrante e responsabile, gli attrezzi del mestiere sono stati lucidati e restaurati, sia nella scelta dell'affresco storico (Escalante, Jia Zhang Ke, Grey, Payne, Haroun, Takashi Miike, Soderbergh, Desplechin...) che dell'autofiction o nel grottesco metaforico (Farhadi, Valeria Bruni Tedeschi, Sorrentino, Refn, Warmerdam). Maneggiano bene i generi, il mélo soprattutto, e anche la qualità documentaristica, di cui è affamato anche il più pigro degli spettatori televisivi.  Il problema come sempre è di immagine. Aperta o chiusa, critica o chiusa in un visuale televisivo che è parola d'ordine subdolamente imposta, meticoloso inghiottimento della libertà di sguardo nella rigida accettazione di un ferreo dato simbolico immutabile (autoritario, come si vede dall'imprigionamento del binomio uguaglianza, di sessi soprattutto, e libertà, che si esprime nella rabbia salafita in Maghreb e in Egitto e nelle violente manifestazione degli integralisti cristiani  contro il diritto al matrimonio per tutti).
Il terrore dell'esplosione d'immaginario, registrato con un certo tremore, si avverte nelle due opere che più hanno affascinato lo strano pubblico della sala Lumiere. Non è Adele H., melodramma expanding e exploding, La vita di Adele capitolo 1 e 2L'amore impossibile non apre sentieri alternativi esistenziali, non scopre desideri di vita 'altra' e non contesta gli archetipi vigenti, concentrati sulla famiglia diversamente patriarcale. Ma la quiete familiare di due donne (e del loro figlio) da una parte e l'attraversamento delle turbe adolescenziali omosessuali di una ragazza che troverà presumibilmente la sua identità nella complementarità eterosessuale. L'ossessione della macchina da presa come strumento di seduzione  che Valeria Golino innesca in Miele sembra più avventurosa e 'aperta' di quella analoga di Kechiche sul volto della sua Adéle Exarchopoulos. In fondo sganciare una donna dalla passione lesbica non è il luogo comune del machio latino (e beur)?
Hitchockiano come sempre nell'attentissimo e microscopico indagare tra i sentimenti e i microsentimenti che costruiscono una azione domestica e la spostano verso il suspense, dove il crimine è nell'anima, Farhadi indica, come Jia Zhang Ke, nel passato, nelle radici, nelle tradizioni, in certe tradizioni e non in altre, nella memoria, il territorio fertile che accentua la suggestione e la fantasia e la soluzione invisibile di un duello coniugale.
Anche qui, come nel Kechiche più spettacolare (la lunga scena d'amore morbido e simulato-non simulato, esplicitamente non esplicito), la donna è in primo piano. Scutata, come nelle analisi di Laura Mulvey, dall'occhio dell'uomo. Giudicata. Condannata. In base a degli apriori fuori del tempo. Certo. Non dalla banale lettura coranica postmoderna, quella fanatica e letteralista. Ma spirituale, profonda, neoarcaica. Anche le donne sono importanti. Se al loro posto. Nella differenza. Non nell'indifferenza. Se no, rottura. Crudeltà. Cattiveria. Massacro. Viene in mente, come antidoto, un passo di La valigia del dissidente russo Sergei Dovlatov: "Tutt'attorno sorgevano e crollavano con fragore mondi misteriosi e meravigliosi.  Come corde tese allo spasimo si spezzavano rapporti umani.  I nostri amici rinascevano e morivano alla ricerca della felicità. E noi? A tutte le tentazioni e gli orrori della vita contrapponevamo la nostra unica facoltà. L'indifferenza. Ci si può chiedere: cosa c'è di più duraturo di un castello costruito sulla sabbia?... Cosa c'è nella vita familiare, di più resistente e affidabile dell'apatia di entrambi i coniugi?...Cosa ci si può immaginare di più prosperoso di due stati ostili incapaci di dfendersi?...