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sabato 10 giugno 2017

Okja, il superpig di Cannes 70

Mariuccia Ciotta

Cannes
Il festival cambia “format” e genere, Okja (concorso) del coreano Bong Joon Ho, prodotto da Netflix, è una commedia per bambini. Cose insolite per Cannes. Ma c'è qualche problema. La proiezione del film alle 8,30 del mattino è andata avanti per 8' con il mascherino sbagliato taglia-teste tra urla e battimani di protesta e altri 10' ci sono voluti per studiare il caso e riprendere il film dall'inizio. La colpa sarà probabilmente attribuita all'operatore internet che non sa cos'è il cinema, e che comunque ha deciso, dopo l'accesa querelle dei giorni scorsi, di distribuire Okja in Corea, Stati Uniti e Gran Bretagna. Che la Francia aspetti, vista la guerra aperta a colpi di “eccezione culturale”.
Dopo Wonderstruck, questa fiaba viene dalle lussuose foreste sudcoreane dove vive una ragazzina, Mija, e la sua creatura, Okja, un animale geneticamente modificato, un superpig destinato, secondo la Mirando Corporation, a “sfamare il mondo”.
Okja - orecchie da maiale, corpo grigio da ippopotamo e muso da cane - ha negli occhi, però, il luccichio dell'intelligenza. Mija si arrampica sul corpaccione della sua compagna di giochi, che ricambia gli abbracci e la stringe a sé. Potrebbe essere la sorella coreana del giapponese Totoro, marchio Miyazaki. E al contrario del mostruoso anfibio mangia-uomini di The Host, record di incassi di Bong Joon Ho, Okja è un “animale da compagnia”, solo un po' ingombrante.
I due esseri, risultato della creatività digitale, non esistono, ma entrambi sono metafore della cupidigia del mercato, che qui si materializza in una fenomenale Tilda Swinton, look da Barbie, volto della corporation ereditata da un padre orrendo, inventore del napalm. Le fa da spalla un altrettanto strepitoso Jake Gyllenhaal, vanesio e queer conduttore tv.
Sul tono di una slapstick comedy con il bestione che travolge gli stand dell'aeroporto in una corsa fracassona e invade le strade di Seoul, il film sul “rapporto tra l'uomo e l'animale”, come dice il regista, vira verso un cupissimo epilogo, dentro un vero mattatoio-lager dove i superpigs vanno al macello consapevoli. Qualcosa tra John Berger e Alberto Grifi.

In scena, anche un gruppo di animalisti svitati che sostengono Mija nel recupero dell'animalone. L'ombra di King Kong si profila insieme allo skyline di New York dove Okja viene trascinata in catene per un finto concorso di bellezza. Netflix scommette sul gran successo di pubblico nelle sale e in rete, mentre Cannes non può che accogliere il simbolo della metamorfosi del cinema, sempre che azzecchi il mascherino. 

giovedì 24 settembre 2015

Dio abita in Nepal. "Everest"

Mariuccia Ciotta



Everest, che ha inaugurato, fuori concorso, la Mostra di Venezia n.72 ci ha accompagnato sulle vette se non del cinema di un Nepal  ghiacciato idealmente luogo dell'aldilà, meta di scalatori perlopiù dilettanti che affollano le pareti della montagna più alta della terra, dove l'aria è così rarefatta che il corpo comincia a morire nell'avvicinarsi al “tetto del mondo”, 8.848 metri.
Un film meno sfolgorante del due ultimi film di apertura, Gravity (2013) e Birdman (2014). Eppure.
Everest non è un film catastrofico stile anni 70 in ascesa di pathos e in attesa di scene madri. E' un docu-film ibrido (girato un po' in Nepal, un po' a Cinecittà) ricalcato sulla storia vera di una spedizione del 1996, bilancio 5 morti. Pochi. Negli anni successivi le vittime si moltiplicarono. Agenzie di avventure estremamente pericolose, nel film e nella realtà, si dividono i turisti, e competono, tra sponsor e foto-reporter, per conquistare le piste e le date migliori. Sessantacinquemila dollari ha pagato il patologo texano interpretato da Josh Brolin per farsi portare lassù dalla tenera, protettiva guida Rob (Jason Clarke) e così gli altri che davvero partirono il 10 maggio del '96 dal campo base himalayano.



La schiera di star in rapida apparizione (e sparizione) sono l'unico dato in comune con il genere, e qui le facce note sono (a parte Brolin e Clarke, protagonisti) quelle di Sam Worthington (Avatar) Keria Knightley, Emily Watson, Jake Gyllenhaal, Robin Wright.


Devia dal format valanghe, terremoti, eruzioni, invasioni di api assassine etc il regista islandese Blatasar Kormàkur, attore e produttore, autore di 101 Reykjavík (2000) Inhale (2010), Contraband (2012). Il suo The Deep ha corso per l'Oscar straniero 2012, anche questa una storia di resistenza e sopravvivenza (naufragio sulle coste islandesi) in un'isola dove la natura oltre a essere estrema è anche “commercializzata”.


Everest documenta i passaggi, i dettagli tecnici, le procedure di una follia collettiva e internazionale che si riunisce come una congrega religiosa, si ammucchia sotto le tende piantate nelle neve, e cova i suoi piaceri nascosti - toccare il cielo - anche se costerà qualche dita della mano e dei piedi. I corpi trascinati, boccheggianti, senza fiato... il cervello può schizzare, i polmoni sono a rischio, avverte la guida, non saranno solo le tempeste a uccidere ma soprattutto la montagna che non è un paese per uomini, e neppure per donne (nella vera spedizione morì l'unica scalatrice, giapponese).



La carovana sale con l'aiuto dei portatori d'alta quota provenienti dalla popolazione sherpa, che non rischiano più di tanto, sanno che Shangri-La non esiste, che dio non abita sull'Everest, e che è meglio tornare indietro se la montagna lo chiede. Ma perché questi ricchi signori in gran parte occidentali si rivolgono a ”Mountain Madness”? La domanda viene finalmente posta. E qui Kormàkur mette sotto la luce radiante dell'Everest il malessere dei suoi dilettanti. Non tanto il trofeo, non tanto l'adrenalina, ma a spingere in alto è un'esistenza ferita che solo lassù dimentica se stessa. La sofferenza fisica inflitta dalla montagna spazza via l'altra, impalpabile come la neve.



Il film (in sala da oggi  24 settembre) risente di inserti lacrimosi, mogli incinte all'altro filo del telefono, e concede a produttori e distributori (Universal) quel tanto in più di azione e emozione, col rischio di apparire un dejà vu. Ma c'è qualcosa di sconcertante in Everest, una caparbietà atletico-spirituale da far invidia a Werner Herzog, ma anche al Clint Eastwood di Assassinio sull'Eiger. E poi si impara che a una certa altezza gli elicotteri non possono volare perché l'aria è insufficiente e l'elica gira a vuoto, a meno che non sei un “texano al 100%”, allora si mobilita l'ambasciata americana e l'elicottero militare nepalese arriva, precipita per un po' e poi riprende il volo.














mercoledì 2 settembre 2015

La Mostra ad alta quota, Everest


Venezia
Mariuccia Ciotta

Everest (fuori concorso) ha inaugurato ieri sera la Mostra n.72 davanti a ministri, politici e notabili, invitato d'onore il presidente Mattarella e di disonore il neo-sindaco Luigi Brugnaro, quello che non vuole i “froci” per le calli. Fuori davanti al palazzo un corteo di dipendenti comunali, vittime della corruzione miliardaria intorno al Mose, il mostro della laguna ancora fuori uso. L'ultima notizia in merito è il cassone esploso sott'acqua e che costerà in riparazioni almeno 12 milioni di euro.

La vigilia abbagliante del festival con un doppio Orson Welles ci ha accompagnato sulle vette se non del cinema di un Nepal ghiacciato meta di scalatori perlopiù dilettanti che affollano le pareti della montagna più alta della terra, dove l'aria è così rarefatta che il corpo comincia a morire nell'avvicinarsi al “tetto del mondo”, 8.848 metri.

Everest non è un film catastrofico stile anni 70 in ascesa di pathos e in attesa di scene madri, è quasi un docu-film (girato un po' in Nepal, un po' a Cinecittà) ricalcato sulla storia vera di una spedizione del 1996, bilancio 5 morti. Pochi. Negli anni successivi le vittime si moltiplicarono. Agenzie di avventure estremamente pericolose, nel film e nella realtà, si dividono i turisti, e competono, tra sponsor e foto-reporter, per conquistare le piste e le date migliori. Sessantacinquemila dollari ha pagato il patalogo texano interpretato da Josh Brolin per farsi portare lassù dalla tenera, protettiva guida Rob (Jason Clarke) e così gli altri che davvero partirono il 10 maggio del '96 dal campo base himalayano.

La schiera di star in rapida apparizione sono l'unico dato in comune con il genere, e qui le facce note sono (a parte Brolin e Clarke, protagonisti) quelle di Sam Worthington (Avatar) Keria Knightley, Emily Watson, Jake Gyllenhaal, Robin Wright.

Devia dal format valanghe, terremoti, eruzioni, invasioni di api assassine etc il regista islandese Blatasar Kormàkur, attore e produttore, autore di 101 Reykjavík (2000) Inhale (2010), Contraband (2012). Il suo The Deep ha corso per l'Oscar straniero 2012, anche questa una storia di resistenza e sopravvivenza (naufragio sulle coste islandesi) in un'isola dove la natura oltre a essere estrema è anche “commercializzata”.

Everest documenta i passaggi, i dettagli tecnici, le procedure di una follia collettiva e internazionale che si riunisce come una congrega religiosa, si ammucchia sotto le tende piantate nelle neve, e cova i suoi piaceri nascosti, toccare il cielo, anche se costerà qualche dita della mano e dei piedi. I corpi trascinati, boccheggianti, senza fiato... il cervello può schizzare, i polmoni sono a rischio, avverte la guida, non saranno solo le tempeste a uccidere ma soprattutto la montagna che non è un paese per uomini, e neppure per donne (nella vera spedizione morì l'unica scalatrice, giapponese).

La carovana sale con l'aiuto dei portatori d'alta quota provenienti dalla popolazione sherpa, che non rischiano più di tanto, sanno che Shangri-La non esiste, che dio non abita sull'Everest, e che è meglio tornare indietro se la montagna lo chiede. Ma perché questi ricchi signori in gran parte occidentali si rivolgono a ”Mountain Madness”? La domanda viene finalmente posta. E qui Kormàkur mette sotto la luce radiante dell'Everest il malessere dei suoi dilettanti. Non tanto il trofeo, non tanto l'adrenalina, ma a spingere in alto è un'esistenza ferita che solo lassù dimentica se stessa. La sofferenza fisica inflitta dalla montagna spazza via l'altra, impalpabile come la neve.

Il film (in sala dal 24 settembre) risente di inserti lacrimosi, mogli incinte all'altro filo del telefono, e concede a produttori e distributori (Universal) quel tanto in più di azione e emozione, col rischio di apparire un dejà vu. Ma c'è qualcosa di sconcertante in Everest, una caparbietà atletico-spirituale da far invidia a Werner Herzog, ma anche al Clint Eastwood di Assassinio sull'Eiger. E poi si impara che a una certa altezza gli elicotteri non possono volare perché l'aria è insufficiente e l'elica gira a vuoto, a meno che non sei un “texano al 100%”, allora si mobilita l'ambasciata americana e l'elicottero militare nepalese arriva, precipita per un po' e poi riprende il volo.