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mercoledì 2 gennaio 2019

Suspiria di Luca Guadagnino, la crudele storia d'amore tra Fassbinder e Dario Argento


Roberto Silvestri


Aumentare il tasso di crudeltà e diminuire quello di horror, rispetto al Suspiria originale. Crudeltà vuol dire non sfornare mai allo spettatore immagini precotte. Ricondurlo a uno stato percettivo e ricettivo estremamente pericoloso. E poi. Aumentare il peso della storia dell'arte, della politica e del sesso. Rendere omaggio all'immaginario femminista anche iconografico, Gina Pane, Francesca Woodman, Judy Chicago e Ana Mendieta... Questo il progetto provocatorio, e anticonformista come Black Panther, di un film-remake di un remake (il primo progetto naufragato era stato scritto da Luca Guadagnino con David Gordon Green) sul Potere che trasforma le tre Madri, le streghe danzanti, in supereroine (capaci di scovare, affrontare e abbattere la psicoanalisi lacaniana del dottor Jozef Klemerer), e questo già irrita, e poi metterle pure in conflitto tra loro.  E il conflitto, come si sa, non è più di moda. La strega della continuità e della tradizione, Helena Markos. La strega del rinnovamento, Madame Blanc. La strega della discontinuità sovversiva... Le tre madri si azzuffano. E vince la 'rivoluzione di velluto' di Dakota Johnson-Susie Benner.
Figuriamoci. Il tutto lavorando su due testi, e non solo su quello di Argento. Anche su Germania in autunno. Perché Fassbinder, più ancora di Visconti, la sua crudeltà più del gusto macabro per la fiaba nera di Argento, è il punto di riferimento formale di questa nuova avventura visiva e musicale di Guadagnino (più Tom Yorke), come lo era di Io sono l'amore. E che dire del contributo cromatico del direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom?  Dove abbiamo visto quei grigi impuri, quelle ombre verdastre, quelle sfumature di marrone Fendi e di sangue non di routine, insomma tutto ciò che non è bianco né nero, perché i cattivi e i buoni amano travestirsi sempre da loro contrario? Ma in Balthus! Le adolescenti nude. Dunque un critofilm pienamente perverso, dalla parte di Woody Allen e non di Timothée Chalamet. Speriamo che turbi molto questo film. Non succedeva più neppure che Fofi o il New Yorker o il NYTimes s'incazzassero...


Cos'è un critofilm? Un film che critica un oggetto o un soggetto dell'arte letteraria, pittorica, scultorea, musicale o architettonica, ci aveva insegnato Carlo Ludovico Ragghianti. Ma, nella primavera del 1967, il futuro regista Luigi Faccini, in un intervento sul n.1 di Cinema&Film, ne amplia il significato.  Si può pensare e scrivere per immagini: "Il pensiero visuale è diverso da quello verbale, forse più ampio e significativo, più moderno, più sintetico, più espressivo e comunicativo, anche sul piano filosofico e saggistico". Inoltre il "fatto critico" può essere trasferito finalmente nella sede linguistica adeguata all'oggetto preso in esame, si può fare critica di un film girando un film (il critico e futuro regista Maurizio Ponzi aveva appena girato il critofilm Il cinema di Pasolini). 
Come la critica letteraria anche la perifrasi del critico cinematografico diventa così linguisticamente identica all'opera e analoga al senso, alla struttura e al ritmo dell'opera filmica.  Erede e sintetizzatore di Joe Dante e Jean-Luc Godard allo stesso tempo, Luca Guadagnino viene dalla critica scritta e ogni suo lavoro, perfino Chiamami col tuo nome (che si confrontava con il sistema James Ivory) è un crito-film, cioè un esplicito lavoro di tatuaggio che lui e il suo montatore d'affezione, Walter Fasano, compiono su testi prediletti o di ossessiva o demoniaca “forza” per abbellirli, adornarli, chiosarli, parafrasarli, cancellarne parti, rinnegarli, riaggregarli e criticarli, “costruttivamente” o “distruttivamente”. Non si lavora solo Suspiria di Argento, ma anche in sovrimpressione su Germania in autunno, il film collettivo che proprio sulla contrapposizione tra vecchia Germania-nuova Germania, tra il 1977 e il 1980 si esprime, senza compromessi di alcun tipo. Il rapporto tra Madam Blanc, la maestra di danza (una delle parti di Tilda Swinton), e Suzie Bannon, l'allieva che è una sorta di Biancaneve, non possiede la stessa violenza, lo stesso  seduttivo conflitto artistico e intellettuale di quello tra madre-figlio e tra regista e amante dell'episodio di Fassbinder in quel capolavoro sul riflusso del movimento rivoluzionario mondiale? 
   

Questa anomala mancanza di spontaneità narrativa, il meditare, anzi concettualizzare sulle immagini-suono, sulle immagini-spazio e sulle immagini-sguardo hanno reso problematico il rapporto con una parte di pubblico, soprattutto italiano, quella più rigida e meno ludica, che considera questo procedimento di arrangiamento da “cover” una “frivolezza floreale” (e Io sono l'amore un sotto Visconti, o “Melissa P” un sotto Jarman). 
Siamo abituati, se pigri o analfabeti schermici, più ancora degli spettatori americani, a non giocare con le immagini potenti, a non contribuire al finish artistico libertario di un film, ad affidarci invece completamente alla potenza delle immagini (come alla prepotenza dei politici "muscolari"), che siano forti e autoritarie, che non ammettono ulteriori “decostruzioni”. 



Invece il lavoro “futile” di Guadagnino sui testi è la novità estetica più interessante e feconda degli ultimi anni. Uso il temine futile nell'accezione etimologica latina. La crepa, la rottura del vaso che fa fuoriuscire il liquido dando altra forma al "contenuto". Fertilizzandoci il cervello. Che dal soggetto di Argento e Nicolodi, ispirato a sua volta a Wedekind di Mine-haha, la scuola di danza per adolescenti che nasconde segreti insostenibili, si possa rifondare, tramite incrinatura del vaso, il nostro rapporto con la gerarchia simbolico uomo-donna e con la memoria meno antica (l'antisemitismo, la shoa; il musical d'arte da Busby Berkeley a Powell-Pressburger, da 42th street a Scarpette rosse e quanta sofferenza e violenza sia nascosta nell'arte, perché anche l'arte ha una storia) e più recente (la nascita della Ddr, la guerra civile e anti imperialista in Germania degli anni ’70), conferma la unicità di questo film anche per Guadagnino (una sorta di rinascita e di esperimento è questo suo primo horror movie) e anche la grandezza culturale di quel movimento artistico degli anni ‘60 e ’70 troppo dimenticato e che non casualmente interessò Austria, Germania e Italia contemporaneamente. L'arte concettuale appunto, antisessista, antirazzista e antiautoritaria, alla quale Guadagnino questa volta esplicitamente si rivolge. Per mostrare e non per dimostrare. Il corpo forsennatamente dilaniato di Stelarc, le “tette a portata di mano” di Valie Export, l'eco-arte di Beuys, i giochi attici di Pino Pascali, le sfere anti-securitarie di Sergio Lombardo, gli akzionisti e le akzioniste austriache (non quelli della finanza), le orge di sangue di Otto Muhl, la mummificazione suicida di Rudolf Schwarzkogler, le schizo-passeggiate di Gunter Brus con l'anima divisa in tre, per dire un grande sì alla vita nonostante possenti e subdole aggressioni arrivassero da ovunque, neo-fascismi, caccia bombardieri in Vietnam, carri armati in Israele, eroina nelle metropoli, molestie e oltre alle donne... ecco tutto quel che ritroviamo - scandalizzando a morte i puristi puritani dell'horror perché in questo modo l'horror è costretto a far strip-tease -  in questo grandioso e inquietante film “triadico”, e non solo per la triplice performance di Tilda Swinton, ma per il gioco di scrittura contemporaneamente umano, sovrumano e subumano. 



E anche nel senso che lavora, secondo le istruzioni di Eisenstein, sul corpo terragno, sul corpo roteante e sul corpo librante. Mano. Piede. Spirito? Lavoro. Fuga. Ascesi. Se si è terrorizzati come si fa a non essere terroristi? Ritrovando, nell'era digitale, il contatto. Il tatto. Il senso “comune”. E "il tatto ha memoria", come ricordava il poeta John Keats. David Kajganich, il cosceneggiatore di Suspiria-Guadagnino, fa benissimo a ricordare lo sguardo tattile sulla Germania occidentale di Thomas Harlan, il primo a ribellarsi alla continuità tra nazismo e repubblica federale di Adenauer che aveva infarcito i posti di comando politico-finanziario di ex gerarchi del III Reich. Fassbinder proseguì nell'opera di ribellione e smascheramento di quella rimozione storica con il suo anti-teatro e anti-cinema (e la sua ex moglie  Ingrid Caven è qui a ricordarcelo). Molti registi del nuovo cinema tedesco, come Margaret von Trotta si sono confrontati con il terrorismo Baader-Meinhof e con la tolleranza repressiva di Bonn (a Angela Winkler è qui a ricordacelo). Al critofilm adulto che imprigiona il "pensiero sensibile" dentro gelide atmosfere strutturaliste Guadagnino contrappone però, da neo-beatnik, da femminista convinto,  da seguace di Dante e di Godard e di Bertolucci, il calore vitale dell'home movie, del film privato che ha un movente antico (a 10 anni, quel poster pauroso del film di Argento sbirciato, adorato e mal metabolizzato a Cesenatico, quando era in vacanza solo e in asilo), un senso autobiografico forte, una cinematica ossessione adolescenziale, che costringe al remake inaspettato, al film che, come ha scritto Larry Gross sulla rivista americana Filmmaker "al posto dei colori brucianti, di una colonna sonora minacciosa e della fiaba nera, sceglie la strada profondamente fastidiosa della riflessione semifilosofica sull'arte, la performance e le radici storiche del male". Senza sacrificare i viscerali piaceri di un film di genere, continua Gross (che è anche un collega sceneggiatore), Guadagnino sa espandere il suo raggio d'azione a temi sociali e politici, come sanno fare pochi altri cineasti. E tra questi Francis Ford Coppola nella saga politica-gangsteristica Il Padrino. Come Dreyer e Bunuel, Cronenberg e Bergman, Resnais e Kubrick, Aldrich e Carpenter, anche Guadagnino tende più a storicizzare il male e i cattivi che a moralisticheggiare sul peccato, dovere di ogni buon film horror, come ci ricordava Stephen King. 



Non poteva mancare dunque nel film la foto di un cineasta che quei tempi ha scolpito, il militante comunista rivoluzionario nonché grande cineasta Holger Meins, che fu l'unico che davvero si suicidò fino alla disincarnazione totale, della Baader-Meinhoff, offrendo il proprio corpo come Pasolini, in pasto al Moloch, per evitare ulteriori catastrofi. Le “tre madri”, appunto, che si contendono non senza spargimento di sangue il controllo del simbolico, strappandolo al fallocentrismo che “ha tante colpe e tante vergogne” da scontare (non dimentichiamo mai che a Guadagnino si deve l'unica riflessione cinematografica del nostro razzismo criminale all'opera in Etiopia, in un paese che lo ha rimosso completamente, perfino dalla parte progressista, Inconscio italiano, 2011). L' immersione dentro il testo cult come la cattedrale horror di Dario Argento dunque è riuscita. Grazie a un cast impeccabile e a danze e musiche che più che a Bausch rimandano a gesti, movenze, e rigidità da karate. Più a Chuck Norris che a Bruce Lee. Tranne, nel finale, addolcirsi. Flashdance. Spielberg. E' stato chiesto a Guadagnino perché dopo il calore sottile e l'umanità densa di un amore totale catturati in Chiamami col tuo nome avesse sterzato verso la rabbia di un horror. "Entrambi i film parlano di esseri umani e delle loro emozioni. A volte prevale la malinconica fusione d'amore, altre volte il devastante insorgere della violenza".


venerdì 30 agosto 2013

The Canyons. Il cinema si chiama Paul Schrader.Joe e La moglie del poliziotto


Lindsay Lohan
Mariuccia Ciotta

Venezia

Il cinema è tutto nel mirino di Paul Schrader, produttore, regista, critico cinematografico e nel suo Canyons (fuori concorso), lussuoso omaggio zero budget alla New Hollywood e ai quei cinema romantici con il frontespizio triangolare dove scorrevano i titoli al neon. Fotogrammi in bianco e nero di uno di questi monumenti al 35mm (“cos'è?” chiede un quindicenne nel film di Sono Sion) intercalano la storia scritta da un altro teorico del “trascendente” Bret Easton Elllis (American Psycho). Noir su noir, i due autori compiono slittamenti semantici dal “genere” anni '40, oggetto di un insuperabile saggio del regista di American Gigolo, alla morte del grande schermo per mano di quelle telecamerine invasive di cui Schrader si ricopre passeggiando per Manhattan nel suo corto per i 70 anni della Mostra. Nulla in contrario al digitale e al web, il cineasta interviene all'incontro stampa a fianco di Easton Ellis, ma certo le rivoluzioni generano caos, almeno all'inizio. Anche se da Internet e da un sito per progetti creativi e indipendenti sono arrivati i dollari per Canyons, durata delle riprese una settimana.

E dunque ecco Los Angeles perlustrata in ogni suo set leggendario, scandita dalla Sunset Plaza a Venice, da Westwood a Santa Monica, da Melrose alle colline di Hollywood con le sue gettate di ville faraoniche, meta dei turisti, visita alle dimore-mausolei dell'era d'oro del cinema. Ed ecco divi e divine ridotti a ectoplasmi, gonfi di nostalgia e di altre sostanze psicotrope come si vede dalla faccia di Lindsay Lohan, l'attrice più ricercata, dalla polizia. Le sue foto, di fronte e di profilo, infestato le riviste di gossip, ritratti della multicarcerata per violazione del codice stradale e per risse in stato di alterazione alcolica. Nessuna meglio di lei, un tributo alla Marilyn degli Spostati, dichiara Schrader, poteva interpretare il personaggio della disfatta Tara, ex aspirante attrice, finita nelle mani sporche di Christian, produttore di infimi filmetti web, interpretato dal vero campione del porno James Deen, amato dalle adolescenti che ne apprezzano i caldi virtuosismi sessuali in Rete.

Nessuno più ricorda il visetto bambino di Lindsay sdoppiato nelle gemelle di The Parent Trap (Genitori in trappola, '98), remake Disney del mitico film con Hayley Mills di David Swift (Il cowboy col velo da sposa, '61) e il seguito sempre in casa di Mickey Mouse, Herbie il super maggiolino (Herbie Fully Loades, 2005). Carriera deviata verso Scary Movie 5 e lo schedario della Lapd. Schrader la vuole icona del suo poema nero sul cinema in disfacimento in mezzo a una trama incrociata di gelosia e vendetta con lei ridotta a dar spettacolo erotico per voyeur solitari, carne in mostra per l'onanismo da tablet. Perché l'alternativa al gioco domestico del suo “produttore” amante con piscina, possessivo e compulsivo smanettattore hi-phone, sarebbe la sua precedente vita accanto a un ragazzetto disneyano, anche lui, però, irretito dalla voglia di successo, all'oscuro della fine del cinema e pronto a prostituirsi per una particina.

Schrader omaggia Brian De Palma, come lui espulso dalla macchina blockbuster e costretto a finanziamenti esili (ed europei) per l'ultimo, bellissimo Possession, riflessione matematica sul cinema perduto attraverso un'altra storia nero-erotica. E mima Vestito per uccidere con il suo James Dean-Deen che indossa tuta e guanti neri per trucidare una bionda. Nella magnifica fotografia di John DeFazio a colori pop, la città degli angeli dispiega la sua malinconia bellezza, e segue la videocamera ubbidiente alle traiettorie del regista che sogna quella sala buia con le insegne a luce intermittente.

Philip Groning, autore tedesco di Il grande silenzio, documentario estenuante (162') sulla vita in convento, tenta ancora un “film estremo”, quasi tre ore, con La moglie del poliziotto (concorso) diviso in capitoli di due o tre minuti l'uno, una specie di corsa ad ostacoli per l'occhio dello spettatore, costretto a un lavoro di montaggio in diretta al seguito della vita domestica di una giovane coppia con bambina nella religiosa provincia bavarese. Ogni frammento è chiuso dalla scritta “fine del capitolo 1” e dal seguente “inizio del capitolo 2” in un lento susseguirsi di moduli narrativi che, dice il regista, fanno da avvertimento a chi guarda: attenzione all'anima delle cose, soprattutto della bambina minacciata dal crescendo di violenza del dolce papà afflitto da un'impotenza sentimentale. La “preghiera” di Groning si articola in tanti fioretti, bimba che impara a far germogliare le piante, metafore della vita interiore, bimba che impara ad apprezzare perfino il padre cattivo, picchiatore della moglie, alla quale urla : “Sei tu la base della mia logistica”.

Lo stile rigoroso e “spirituale” di Groning rischia l'autoritarismo dello sguardo. E viene in mente, purtroppo, Jerome K. Jerome in Tre uomini a zonzo, viaggio in bicicletta nel paese di Groning, quando descrive i tedeschi, ciecamente perfezionisti , tutti in fila, dalla fine del primo capitolo all'inizio del secondo. Molto “logicistici”. Molto devoti. Era il 1900, e Jerome spaventosamente prevedeva l'attitudine teutonica all'ordine del '33.

Sorprendente Joe del 38enne David Gordon Green (vincitore del Torino film festival 2000 con il debutto George Washington) che entra in gara con una istantanea sul Texas, dove è cresciuto. La sorpresa è nel giro a vuoto di un film emozionalmente ambizioso che si disgrega fotogramma dopo fotogramma dopo un affondo sul degrado di un postaccio ai confini del nulla con un Nicholas Cage come sempre allibito. Impariamo però che i commercianti di legname abbattono illegalmente gli alberi dopo averli avvelenati, e ripiantano alberelli più robusti per più pingui incassi, evento che costituisce l'happy end del film, dove si susseguono scene di repertorio del genere, alcolizzati, bruti, cani cattivi, puttane, mogli e fidanzate oppresse. E dove il macho sfida l'altro macho fino alla resa dei conti. C'è qualcosa di marcio nel Texas.