venerdì 4 settembre 2015

Sokurov al Louvre. Perplesso

Francofonia. Per chi non afferrasse il concetto
Roberto Silvestri
Venezia

Dai film impariamo molte cose. E i festival fanno un po' da periodici corso di aggiornamento. Motti di spirito, detti popolari e saggezza impopolare, informazioni destabilizzanti, cose false ma suggestive, comportamenti utili, affascinanti, anticonformisti. Mai senza bloc notes in sala buia. Gli sceneggiatori, in costante gara di originalità, sono costretti a scovare storie, ed  eccentricità per aromatizzare quei plot, che più saltino all'occhio. Dal grasso di vacca, "senza il quale non si produce mai un buon gelato" (Neon Bull di Gabriel Mascaro, un bel film brasiliano - scuola Recife - presentato per errore nella sezione Orizzonti e non in gara, un omaggio vaccaro al cinema novo tendenza Cacà Diegues, quello di Bye Bye Brasil, Tir delle magie compreso), al 50% dei sacerdoti della diocesi di Boston (che sono circa 1000) che eludono il voto di castità, ma solo il 6% in stile pedofilo drastico; dal "sedano, ottimo compagno di lavoro delle prostitute" (Black Mass di Scott Cooper, con Johnny Depp) ai 2000 dollari a settimana pagati da una ricca novantottenne bianca per finire i suoi giorni in un ospizio del Queens, New York City. Costa caro morire, almeno quannto vivere per un non wasp, a giudicare da uno dei frammenti di In Jackson Height di Frederick Wiseman, impressionante doc fuori concorso sull'America "terra di libertà, democrazia, voto libero e tolleranza", ma anche omofoba, classista, razzista, poliziesca, corrotta e tanto tanto ipocrita.
Ma oggi è la giornata di Alexander Sokurov e del suo Francofonia, un film transgender (documentario, fiction, film-saggio, home movie perfino) che è stato respinto da Cannes perché irrispettoso, almeno così hanno pensato Lescure e Fremaux, della Francia e dei suoi grandiosi Miti: la Rivoluzione, Marianna, Napoleone, la Resistenza e perfino il Louvre, l'ex residenza dei Re, trasformata poco prima di Marianna in un museo del popolo, costantemente ampliato architettonicamente e ingigantito urbanisticamente fino a diventare infine il più grande spazio d'arte del mondo, e che quei miti li custodisce e li sintetizza tutti.
Il Louvre è al centro della storia. Anzi l'isituzione stessa ha coprodotto l'opera. E il centro del centro è nel 1940, con l'occupazione tedesca della Francia, quando Hitler commissaria l'edificio, mantendo alla guida un direttore francese che nel frattempo ha nascosto in vari castelli del paese la maggior parte delle preziose collezioni. Conservatore francese e amministratore nazista incaricato della salvaguardia del patrimonio culturale "europeo" si incontrano, si stimano e collaborano tranquillamnente. E Sokurov utilizza nelle prime scene le celebre immagini dei nazisti che occupano una Parigi "città aperta" completamente deserta, le stesse sequenze di Casablanca: l'SS a cavallo coi tamburoni, i plotoni sugli Champs Elisees, i generali della Werhmacht "ospiti" del Ritz Hotel, Hitler che ammira la torre Eiffel (irresistibile la tentazione di giocarci sopra con lo stile della commedia all'italiana, perfino per un cineasta raffinato come lo sfregiatore del Faust), le musichette marziali che poi Russ Meyer ci ha tramandato ai posteri, ridipinti di pop, nei suoi celebri soft porno. E i francesi dove sono? In fuga. Scappati. Nascosti. O tutti a Vichy, a  rendere omaggio al collaborazionista Petain che ha salvato la Francia e Parigi dai bombardamenti e dalla distruzione totale. Non come Londra. Non come Rotterdam. Perché si chiede Sokurov? Perché Parigi e Berlino sono parenti serpenti ma incarnano perfettamente lo spirito dell'Europa e una identica cultura. Le distruzioni, i bombardamenti, i massacri sono tutti dedicati al fronte orientale, perché è lì il vero nemico dell'Occidente, il bolscevismo. Leningrado e il suo Hermitage saranno sotto assedio perenne. Ma anche lì, per fortuna, i quadri sono spariti. Messi in salvo. Come a Palmira. Se il direttore non parla, lo si uccide. Ma se collabora tutto va bene. Non c'è nel film di Sokurov, che pure sembra voler essere storicamente corretto e filologicamente completo, nulla che si riferisca alle gigantesche delocalizzazioni di opere d'arte trasferite in Germania, di cui abbiamo saputo nei più umili, apparetemente, ma molto più feroci Monument Men e Il colonnello von Ryan. Insomma avete presente Il silenzio del mare? Qui è come se Melville, all'arrivo del colto e sofisticato generale nazista, avesse chiesto alla sua coppia di coniugi francesi di mostrarsi sinceramente contenti. Il problema del film, a parte la ingloriosa censura dei fatti accaduti al Louvre durante la Comune di Parigi (quando furono proprio i borghesi a mettere a repentaglio i tesori dell'arte mondiale, del tutto secondari quando si tratta di riafferrare la Borsa e le industrie) e la cattiva comprensione dell'arte europea non da parte di Sokurov ma della generazione sovietica deformata dal realismo socialista. E dalla incapacità di afferrare la rivoluzione dell'umanesimo e del rinascimento. Da qui il lungo monologo iniziale su ciò che differenzia la pittura europea da quella islamica. L'ossessione del ritratto e dello sguardo. Ciò che una parte della cultura islamica giudica blasfemo. Non si rappresenta l'uomo, perché sarebbe come rappresentare l'Eterno che lo ha creato. E' proprio quella sfida prometeica che ha aperto altre prospettive al di là della fissità iconica della rappresentazione sacra bizantina. Con quello sguardo mai individuale, sempre assoluto.Il comunismo sovietico ha cercato di far avanzare l'economica del paese, magari forzando le tappe e resistendo a una invasione. Ma non ha avuto il tempo di recuperare il gap culturale con l'europa dell'ovest. Tipica di questa incomprensione il giudizio di Sokurov su chi è il più grande architetto di tutti i tempi. Per lui il più grande vuol dire architetto che fa cose gigantesche. Come il Cremlino.             

giovedì 3 settembre 2015

"Spotlight". Sì, era la stampa, bellezza


Venezia
Mariuccia Ciotta

C'è odore di inchiostro in Spotlight e l'adrenalina va su e giù nella concitazione che una volta scorreva in redazione quando il giornalismo investigativo meritava il premio Pulitzer, vinto nel 2002 dal Boston Globe per l'inchiesta sui preti pedofili. Pochi anni fa. Eppure l'aria che circola nel team capeggiato dall'ex birdman Michael Keaton sembra quella del Watergate anni 70, di Tutti gli uomini del presidente diretto da Alan Pakula, e nell'infilata di scrivanie sembra di vedere Bob Woodward e Carl Bernstein. Invece tra i segugi del quotidiano di Boston troviamo Mark Ruffalo, che fa il portoghese, e Rachel McAdams, sguinzagliati dal neo-direttore che “vuoi far causa alla Chiesa?”. Sì, perché lui, Liev Schreiber (Manchurian candidate di Jonthan Demme, premiato qui al Lido) viene da fuori e non tratta con i guanti l'irlandese cattolica Boston, tanto più che è ebreo, non ama i Red Sox, e ha deciso di sprovincializzare il giornale, appena acquistato dal New York Times.



La storia è vera e racconta come gli “spotlight” misero sotto i riflettori il caso di abusi su centinaia di bambini compiuti da una novantina di preti nella città del New England, e come l'inchiesta provocò un effetto valanga in tutto il mondo. Vescovi e cardinali, sapremo poi, insabbiavano i reati e spostavano i colpevoli di parrocchia in parrocchia. L'arcivesco Law, al centro dell'investigazione, finirà a Santa Maria Maggiore, Roma, informa il film. La faccia del porporato è quella di Len Cariou, attore di teatro e partner di Angela Lansbury nella Signora in giallo, e fa da magnifico controcampo a Stanley Tucci nella parte di un avvocato che, solo e minacciato, cerca da anni di strappare il sipario sui minori violati.



Ma perché raccontare una storia così tanti anni dopo? Quando la Chiesa ha già ammesso e punito? Perché Spotlight più che un film di denuncia è un omaggio al “metodo” del giornalismo e del cinema politico di ieri, oggi e domani, è una provocazione dell'attore, sceneggiatore, regista Thomas McCarthy, cresciuto a Boston, scuola cattolica, qualche amico del college abusato. Il suo film è una corsa a zigzag tra uffici, testimoni, bar, magistrati, biblioteche, spie in un rincorrersi di godibilissimi incastri narrativi, un percorso alla Marlowe con penna e taccuino. “Oggi l'industria dei quotidiani negli Stati Uniti è stata decimata e non ci sono chiare alternative alla preziosa funzione che giornali, come il Boston Globe, svolgono per il lettori. La situazione è disperata”.

Ed ecco, però, che fa ripartire le rotative mentali, “E' la stampa, bellezza”, uno che a 49 anni non ha vissuto la tipografia, eppure il suo Spotlight è un rollercoaster di giornalisti che “stanno sul pezzo”, schizzano da un lato all'altro della città, vanno in redazione pure di domenica e ballano in un musical di parole. Niente di meno ci aspettavamo da Thomas McCarthy, regista di L'ospite inatteso (2007) delicato con gli immigrati, e lontano dall'effetto “bambino morto sulla spiaggia” oggi in prima pagina. Così delicato McCarthy da far volare le case appese ai palloncini colorati di Up, film d'animazione di cui ha scritto il soggetto.

Mostra 72. Bestie, Gangsters e Death Dogs. Inizio malissimo il concorso

Roberto Silvestri

da Venezia

Feroci guerre civili, e perfino genocidi a colpi di machete.  Bambini trasformati in macchine da combattimento tossiche come Rambo. Ragazze rapite dai più ambigui dei guerriglieri - i mercenari di Boko Haram - senza che si intervenga militarmente per fermarli, a parte in periodo elettorale. Colpi di stato a ripetizione. Processi democratici interrotti o ostruiti per volere del Fmi. Sappiamo i nomi. N'Kruma, Lumumba, Sankara...

Beasts of No Nation. Il capo dei ribelli
L'Africa è talmente ricca di millenaria cultura e materie prime, speziata di minerali dai magici e futuristici poteri tecnologici che mentre il suo Pil cresce (a beneficio di pochi caudillos ex filoamericani o ex filosovietici) si scatenano i peggiori bassi istinti rapaci neoimperialisti (a beneficio di pochissime compagnie). E più si prosciuga quel sottosuolo, più si neutralizza e avvilisce il ceto medio produttivo più si produce quotidiano e tragico esodo biblico. Sarà l'eterna punizione dell'occidente per la fine dell'apartheid a Pretoria? Bisogna interrompere l'olocausto nel Mediterraneo ma non basta incolpare di tutto solo il neoliberismo.
Qualcosa non funziona in Africa se i Compaoré si moltiplicano e i Sankara svaniscono, se gli hutu massacrano i tutsi e viceversa, e se si continua ad essere teleguidati dalle armi e dalla valuta belga o francese o tedesca o cinese o americana.
Ma non si può essere generici o qualunquisti quando si affronta il cuore del problema. O meglio, si può esserlo, se si passa alla fiaba, alla metafora pura, ma non quando nei film ibridi alcune indicazioni storico-politiche sono perfidamente lanciate sul tavolo.  Il cuore di tenebra è sempre lì. Come si riforma il modello di sviluppo mondiale? Come si forme un pensiero antisistemico egemone? Chi riuscirà, se non gli africani stessi, a capovolgere a favore dell'Africa i rapporti di forza economici e culturali tra nord e sud? Tra i pochi che hanno sviluppato una strategia di autodeterminazione c'è stato le'ex presidente del Ghana Jerry Rawlings, ottimo musicista rock, oltre tutto. E vederselo nominare come idolo di una banda di mercenari all'opera come i macellai di Ciombé raccontati da Pasolini, fa un certo ribrezzo.
Il diritto alla difesa non è mai terrorismo. I nichilisti russi allora e i ragazzini palestinesi oggi ce lo insegnano. Ma quando il diritto alla difesa colpisce gli innocenti, i disarmati, i prigionieri, gli "alieni" (per il solo fatto di esserlo) si parla giustamente di terrorismo. E quando ci si addentra, per spiegare questioni storicamente più che determinate nell'ideologia dell'oscura ferocia atavica connaturata all'essere umano, e particolrmente ad alcuni esseri umani, allora si può parlare di razzismo oltre che di "terrorismo ideologico". Gli africani sono naturalmente più selvaggi, più bestiali, più cannibali, più pedofili di un prete cattolico bostoniano, più incapaci di "rappresentarsi" dentro. Il vecchio vizio dell'orientalismo e dell'esotismo coloniale eccolo riesumarsi, agitarsi, tornare in campo e in piena forma. E in qualche modo il film che ha aperto la competizione di Venezia, Beasts of no nations, scodella tutte queste cattive vibrazioni, è un pezzo di puro terrorismo immaginario scaturito dal romanzo di un fisico e professore di sociologia di origini nigeriane e di ceto Harvard, Uzodinma Iweala. Che magari non ne ha colpa. Perché il film utilizza armi di distruzioni di massa sue proprie. Il primo piano. L'occhio di pesce. Le riprese dal basso in alto. l'illuminazione sghimbescia, la correzione colore. Vedere utilizzare perfino il cromatismo hippies da acido lisergico per dipingere la follia, che più follia non si può, della violenza selvaggia tribale e stregonesca scatenata, fa un certo senso.

Il ragazzo soldato
Cary Joji Fukunaga, il regista di True Detective, beniamino degli appassionati delle serie tv very sophisticated, che promettono il massimo della libertà espressiva mentre nascondono solo con più astuzia le catene ferree del format, era molto atteso, dopo il mezzo fiasco di True Detective 2, con questa poco interessante produzione Netflix, Beasts of No Nation, protagonista Idris Elba, nel ruolo del Comandante guerrigliero sanguinario, ambientata in un imprecisato stato africano anglofono durante una imprecisata guerra civile in un imprecisato momento storico, davanti agli occhi delle truppe Onu di interposizione e a quelli dei manager delle big company, ovviamente cinesi. Occhi distratti i primi e famelici i secondi, catturati questa volta con chirurgica precisione, come esige ogni apologo di regime. E il fastidio inizia poco dopo le prime buffe scene iniziali, quando una banda di ragazzini cerca di vendere un "televisiore dell'immaginazione" perché, sfondato di tubo catodico sono gli stessi ragazzini a mettere in scena, utilizzando lo scheletro dell'apparecchio come fosse una scena teatrale, l'effetto 3D, il combattimento di kung fu e il musical hip hop a secondo dei desideri del telespettatore-compratore. Dopo Fukanaga utilizza ogni variazione possibile del bestiario africano (particolarmente piacevole il riutilizzo della tecnica Tom Savini nella scena della doppia spaccatura di cranio di un prigioniero) perché l'uomo nero se affidato a se stesso e alle proprie radici animiste è davvero abominevole (a parte pregevoli capi di moda jungle). Un  combattente invincibile, perfetto, animalisticamente corretto. Infatti solo il messaggio cristiano potrebbe impedire alle famiglie middle class descritte come se fossimo a Payton Place a inizio film di trasformarsi di nuovo in guerrieri assetati di sangue come le belve che gironzolano attorno a quei set. Anche se alla domanda del maestro su dove vivono i leoni il ragazzo nero giustamente risponde: "Allo zoo". 

Una stessa sensibilità cristiana aleggia in "Looking for Grace" di una cineasta aussie, Sue Broks, moderatamente eccentrica nel fraseggio e nel montaggio, a mezza strada tra commedia nera e dramma adolescenziale. Controlliamo noi il destino dalla a alla zeta o c'è qualcosa che guida la nostra vita? Bisogna dire la verità o è meglio qualche bugia? Si tradisce e basta o ci sono almeno 50 sfumature nel tradimento? Una sedicenne bionda dell'estremo occidente australiano scappa di casa con l'amica del cuore per assistere a un concerto hard core dei Death Dogs. Ha preso 13 mila dollari dalla cassaforte di papà forse perché al giorno d'oggi questi concerti ormai sono inaccessibili ai teenagers....Sulla via amoreggia con un bel coetaneo bruno che la deruba, perde l'amica infuriata per cotanto tradimento sessuale e poi, ripresa dai genitori e da un detective eccentrico perde pure la madre, schiacciata da un gigantesco Tir mentre cerca di fare la pipì. Le musiche giocano con Ravel e con il jazz più light stile Keith Jarrett.

Del film di Renato De Maria parleremo domani. Anche perché chi tra Notarnicola il drastico futurista e Cavallaro "il chierichetto" passatista preferisce chi non accettò mai compromessi e non tradì, è rimasto molto male nel vedere in "Italian Gangsters" Sante Notarnicola ridicolizzato come fa oggi Il corriere della sera con D'Alema e bersani. Gli illusi, i passatisti.... Non avrà fatto Renato De Maria un film alla moda? Non ci possimao credere. Merita il film un supplemento di meditazione.    

mercoledì 2 settembre 2015

I primi mostri della Mostra 72. Kruger, Welles e la Cina se dimentica i patriarchi

Roberto Silvestri

Venezia 72

Sabato omaggio a Wes Craven: Nightmare, arriva Freddie Kruger!
Alberto Barbera afferma nelle interviste che non si può più pensare al cinema come si faceva il secolo scorso. Tutto è cambiato. Il digitale, il web, Netflix, la sala, il gore & lo splatter, la ricezione...e non solo. La globalizzazione ha anche complicato la topografia dell'immaginario, siamo senza capitali, punti di riferimento, come sono state recentemente Tehran, Seul, Manila, Austin, Bangkog...."Dobbiamo immaginare il cinema contemporaneo come un arcipelago con isole semoventi, ad aggregazioni effimere...." (bella immagine, piacerà certo a Stefano Martina e alla band romana di "Arcipelago del cinema italiano").
E se lo afferma il direttore della Mostra del cinema edizione 72, che è anche il conservatore del Museo del cinema di Torino e dunque un espertone di XX secolo e il responsabile più che morale di metà festival norditaliani che contano (ambiente, gay, corti, nuove tendenze...), quasi un oligarca del cinema - d'esplorazione, si badi, non d'exploitation - dobbiamo credergli.
Toronto ha imposto quest'anno al Lido uno slittamento di date, affinché le anteprime mondiali della collezione autunnno inverno fossero canadesi e non più europee. Venezia ha dovuto cedere e accettare il diktat. E così si è partiti oggi, 2 settembre e si finirà sabato 12. Con più pioggia annunciata e meno "world premiere", quelle di cui andava fierissimo Marco Mueller. E' il supermercato bellezza.
E siccome siamo retrocessi nella euroclassifica degli incassi sala e del business cinema in tv, da maglia rosa a maglia nera, in quattro decenni, non solo le major ma anche gli "indie" celebri o emergenti, preferiscono altri festival. Dunque, per restare la numero 1, almeno europea, di fine anno Barbera, o chi gli succederà, dovrà ottimizzare fiuto, gusto, antenne, fortuna, bluff, ambizione, per scoprire prima degli altri il sublime schermico o il trash che piace, proiettarlo bene in sale modernissime e attorniare il tutto con un clima elegante, eccitante e charming. Tutto questo costa. Ma il presidente della Biennale giustamente ha ricordato che pochi anni fa, quando tutto stava sprofondando, le risorse sono arrivate per salvare il Lido dalla retrocessione in serie D e rendere presentabili sala Darsena, sala Perla, Pasinetti e Volpi.

L'angoscia del direttore di festival consapevole, prima della serata d'inaugurazione, insomma è tutta qui: "e se avessi preso quel film (che intanto cresce nella sua testa...) invece di questo (che alla prova del pubblico magari si sgonfierà)?". Sembrava un prototipo cristallino, grondante humor spiazzante, e invece è dentro il canone, ricalca piste già solcate, non piacerà né agli accademici né ai fan del "detrito culturale spinto" né ai cerchiobottisti che non si sbottonano mai.
Mi viene in mente questo classico "rovello interiore", pensando che sabato prossimo, 5 settembre, il festival renderà giustamente omaggio a Wes Craven, che oggi persino la sensibilità mainstream definisce, assieme a Romero, Cronenberg e a Carpenter, il più "auteur" tra i maestri dell' horror.  Un Visconte dello splatter freudiano. Un barone del gore apocalittico. E che a me invece piace non come autore ma come "sleaze artist", un artista "squallor" perché considera squallido e collaborazionista, e da fare a pezzi con la tecnologia Freddy Krueger, il "cinema nobile" e il "cinema borghese". Perché compito dell'artista è cambiare la vita non il cinema, se no Dada e surrealisti cosa sarebbero apparsi a fare? Non si tratta infatti di "originalità, personaggi incisivi e realismo psicoanalistico" dei colti Romero e Craven contrapposti a "pura formula, sensazionalismo spinto ed effetti speciali" dei loro presunti imitatori (che semmai, come l'ex pornografo Cunningham, avevano studiato molto bene Mario Bava).

Wes Craven
Il quotidiano La Repubblica, appena nato ma già perversamente attento, mostruosizzò, invece, Craven & Company nel corso di una virulenta campagna a puntate, equiparando in sostanza tutto il cinema Trash, che il colto Craven non si vergognava di rappresentare, a una sorta di devastante e diseducativa bomba atomica spirituale, neanche fosse la longa manus di Potere Operaio sui filmgoers planetari. Aveva ragione La Repubblica. Craven fa cinema pericolosissimo.
Sabato vedremo che effettivamente se è insostenibile e irrecuparabile, o meno (secondo me sì), il suo Nightmare - Dal profondo della notte, 1984, primo cantico di una saga di successo sulla quale hanno scritto cose profonde i più raffinati critici nordamericani (Matt Hills, Jeffrey Sconce, Mark Jancovich, Joan Hawkins, Ian Conrich, Tony Williams, Kevin Heffernan, Steven Jay Schneider, Andrew Tudor, Paul Budra, Harry Benshoff...) strappandolo all'abbraccio dei cultural studies e riportandolo nell'alveo del cosidetto "para paracinema" al quale appartengono altri slasher movies, come Henry pioggia di sangue, o quelli di H.Gordon Lewis e  Sean S.Cunningham, con i suoi dieci Grand Guignol del ciclo di Jason,  Venerdì 13. E non si tratta di estremismo politico o espressivo. Craven ha girato un documentario sull'amico Bill Clinton, negli ultimi giorni del suo mandato presidenziale. E ha presentato uno dei suoi lavori apparentemente non horror,  La musica del cuore, del 1999 alla Casa Bianca, con Bill e Hillary osannanti. Semplicemente rooseveltiano, Wes. A spiegarci come era stato trasformato il sogno americano in un incubo piuttosto cruento, bastava seguire i danni di immaginario commessi da Truman in poi, fino al decennio Bush Reagan. Smantellamento del Wefare. Che vuol dire non assistenzuialismo come si pensa. Ma Benessere. L'attentato al benessere onirico, sue origini e conseguenze, mandanti e esecutori, è il disegno post nazista che Wes Craven ci ha consegnato. E ha fatto bene Alberto Barbera a ricordarcelo.

Orson Welles durante la lavorazione di Il Mercante di Venezia
Rooseveltiano era anche Orson Welles. Scriveva i discorsi per il presidente! Ed è per questo, semplicemente per questo, che è stato fatto fuori da Hollywood dopo i primi ostruzionismi "brasiliani" e alcuni "fiaschi", e costretto a emigrare e a viaggiare negli anni 50 in Europa. Residente soprattutto in Italia, ha rischiato progetti ambiziosi mendicando finanziamenti di qua e di là, mentre maccarthy cacciava le strege. Impunito per anni. A Venezia (e non solo) Welles ha girato Otello. Che poi vinse Cannes nel 1952 in versione originale inglese perché il film fu ritirato dalla Mostra a causa di una copia tecnicamente impresentabile (era in versione doppiata in italiano) arrivata al Palazzo del cinema. Ieri l'abbbiamo rivista con alcuni minuti di dialogo, e restaurata dalla Cineteca nazionale in più in occasione del centenario della nascita del grande cineasta, anzi gigantesco. Come gigantesco è stato il restauro di Il mercante di Venezia (1969) un film televisivo a colori mai visto (se non 10 minuti su trenta muti) perché la Cbs che lo aveva commissionato aveva poi smesso di finanziarlo. Il mediometraggio dunque incompiuto doveva far parte di un programma di viaggi attraverso il mondo, "Orson's bag", con Welles protagonista e narratore. Questa puntata era dedicata a Venezia e a Shylock, l'usuraio ebreo perseguitato e oppresso da un potere schiacciante e vanesio, che disegna una lucida e spietata strategia di vendetta. Nel 1960 Welles aveva dichiarato: "Il ruolo che davvero sogno di interpretare è l'ebreo di Shakespeare. Io sono cristiano (non che la cosa importi), ma ho sempre sentito una certa affinità verso Shylock e vorrei raccontare questo semtimento al pubblico".

Shylock (Orson Welles) umiliato, sbeffeggiato e abbandonato dalla amata figlia...
Non è un personaggio cattivo Shylock, ma un esempio tragico e nobile di reazione vendicativa alla tirannia e alla discriminazione sia essa sessuale, religiosa, sociale o razziale. Molto attuale (il moro Otello e la stessa vittima Desdemone, in fondo, subiscono la stessa discriminazione e Shakespeare è al loro fianco). Questo mediometraggio sarebbe da far girare nelle scuole. Il testo è sintetizzato e semplificato, con effetti alla Carmelo Bene, grazie alle immagini claustrofobiche, con primissi piani espressionisti, e rese astratte dal montaggio frammentario, dagli spazi chiusi e minacciosi, dal tempo sincopato come in una melodia cool jazz e dai costumi e dalla scenografia "asincrona", settecentesca.  Il negativo è andato perduto ma il ritrovamento di nuovi materiali da parte di Cinemazero ha permesso un complicato sistema di restauro, sonoro e visivo, quasi completo che ha convolto anche gli eredi Lavagnino per quanto riguarda la partitura. Eseguita, prima della proiezione, dall'orchestra Lavagnino di Gavi-Alessandria, un'ensemble di una ventina di musicisti.

Orson Welles, Shylock
La Settimana della critica è stata aperta fuori concorso dal denso e ritmato film cinese Lia (La famiglia) di Liu Shumin. Una lunghissima suite tragica (quasi 5 ore) sulla Cina di oggi, con la sua dinamica crescita accompagnata da devastazioni ambientali e sociali, geologiche e psicologiche che toccano tutto l'immenso territorio da Pechino a Shangai, dalle province più lontane  dell'interno alle località marine. Una coppia anziana e abbastanza agiata (lui era un ex quadro ministeriale) va a trovare i figli. Alcuni più ricchi, altri più in difficoltà. Dunque il film è una sorta di epopea familiare che molto ha ereditato, dilatandolo in  stile fiction tv, dallo stile secco e sobrio di Ozu in Viaggio a Tokyo. Un viaggio nella Cina inquinatissima, però. La vita domestica e i suoi retroscena. Lo scontro tra generazioni. Le abitudini inossidabili. Tra i rapolli c'è chi ha i bambini, chi non può dare nipotini. I soliti drammi, soft e hard domestici. Le abitudini, la cucina, i prezzi... l'amabile tirannia di mamma e papà che continuano a condizionare eternamente i comportamenti degli eredi, la loro dolcezza amabile, i loro piccoli orrori e segreti. Entrando nella vita di questi personaggi, a poco a poco, pranzo dopo cena, colazione dopo passeggiatina, l'esito tragico che prenderà a un certo punto il film sarà ancora più imprevisto e devastante. La metafora ci dice forse troppo platealmente che la fine della centralità patriarcale, ovvero la fine del partito comunista, ovvero la fine di un centro forte e autorevole capace di controllare il gigantesco paese - utopia di un paese che si sente esageratamente controllato e legato, potrebbe avere effetti traumatici sul millenario equilibrio dell'Impero del Sole. Ma forse il sottottesto è più misterioso.

La famiglia di Liu Shumin

La Mostra ad alta quota, Everest


Venezia
Mariuccia Ciotta

Everest (fuori concorso) ha inaugurato ieri sera la Mostra n.72 davanti a ministri, politici e notabili, invitato d'onore il presidente Mattarella e di disonore il neo-sindaco Luigi Brugnaro, quello che non vuole i “froci” per le calli. Fuori davanti al palazzo un corteo di dipendenti comunali, vittime della corruzione miliardaria intorno al Mose, il mostro della laguna ancora fuori uso. L'ultima notizia in merito è il cassone esploso sott'acqua e che costerà in riparazioni almeno 12 milioni di euro.

La vigilia abbagliante del festival con un doppio Orson Welles ci ha accompagnato sulle vette se non del cinema di un Nepal ghiacciato meta di scalatori perlopiù dilettanti che affollano le pareti della montagna più alta della terra, dove l'aria è così rarefatta che il corpo comincia a morire nell'avvicinarsi al “tetto del mondo”, 8.848 metri.

Everest non è un film catastrofico stile anni 70 in ascesa di pathos e in attesa di scene madri, è quasi un docu-film (girato un po' in Nepal, un po' a Cinecittà) ricalcato sulla storia vera di una spedizione del 1996, bilancio 5 morti. Pochi. Negli anni successivi le vittime si moltiplicarono. Agenzie di avventure estremamente pericolose, nel film e nella realtà, si dividono i turisti, e competono, tra sponsor e foto-reporter, per conquistare le piste e le date migliori. Sessantacinquemila dollari ha pagato il patalogo texano interpretato da Josh Brolin per farsi portare lassù dalla tenera, protettiva guida Rob (Jason Clarke) e così gli altri che davvero partirono il 10 maggio del '96 dal campo base himalayano.

La schiera di star in rapida apparizione sono l'unico dato in comune con il genere, e qui le facce note sono (a parte Brolin e Clarke, protagonisti) quelle di Sam Worthington (Avatar) Keria Knightley, Emily Watson, Jake Gyllenhaal, Robin Wright.

Devia dal format valanghe, terremoti, eruzioni, invasioni di api assassine etc il regista islandese Blatasar Kormàkur, attore e produttore, autore di 101 Reykjavík (2000) Inhale (2010), Contraband (2012). Il suo The Deep ha corso per l'Oscar straniero 2012, anche questa una storia di resistenza e sopravvivenza (naufragio sulle coste islandesi) in un'isola dove la natura oltre a essere estrema è anche “commercializzata”.

Everest documenta i passaggi, i dettagli tecnici, le procedure di una follia collettiva e internazionale che si riunisce come una congrega religiosa, si ammucchia sotto le tende piantate nelle neve, e cova i suoi piaceri nascosti, toccare il cielo, anche se costerà qualche dita della mano e dei piedi. I corpi trascinati, boccheggianti, senza fiato... il cervello può schizzare, i polmoni sono a rischio, avverte la guida, non saranno solo le tempeste a uccidere ma soprattutto la montagna che non è un paese per uomini, e neppure per donne (nella vera spedizione morì l'unica scalatrice, giapponese).

La carovana sale con l'aiuto dei portatori d'alta quota provenienti dalla popolazione sherpa, che non rischiano più di tanto, sanno che Shangri-La non esiste, che dio non abita sull'Everest, e che è meglio tornare indietro se la montagna lo chiede. Ma perché questi ricchi signori in gran parte occidentali si rivolgono a ”Mountain Madness”? La domanda viene finalmente posta. E qui Kormàkur mette sotto la luce radiante dell'Everest il malessere dei suoi dilettanti. Non tanto il trofeo, non tanto l'adrenalina, ma a spingere in alto è un'esistenza ferita che solo lassù dimentica se stessa. La sofferenza fisica inflitta dalla montagna spazza via l'altra, impalpabile come la neve.

Il film (in sala dal 24 settembre) risente di inserti lacrimosi, mogli incinte all'altro filo del telefono, e concede a produttori e distributori (Universal) quel tanto in più di azione e emozione, col rischio di apparire un dejà vu. Ma c'è qualcosa di sconcertante in Everest, una caparbietà atletico-spirituale da far invidia a Werner Herzog, ma anche al Clint Eastwood di Assassinio sull'Eiger. E poi si impara che a una certa altezza gli elicotteri non possono volare perché l'aria è insufficiente e l'elica gira a vuoto, a meno che non sei un “texano al 100%”, allora si mobilita l'ambasciata americana e l'elicottero militare nepalese arriva, precipita per un po' e poi riprende il volo.





martedì 1 settembre 2015

Venezia 72 pre-inaugurazione stasera con Otello e Shylock di Orson Welles. Promemoria di appuntamenti da non mancare o nomi da appuntare

Il Louve sotto i nazisti di Sokurov. Francofonia, in concorso, e di grande attualità dopo la tragedia di Palmira. Il Louvre fa salvato dalle barbarie borghesi già nel 1871 durante la Comune da un valoroso antropologo e raffinato uomo di cultura che poi rischiò la condanna a morte come gli altri suoi 30 mila comunadi trucidati......


PRONOSTICI. Le teste di serie del cartellone messo a punto da Alberto Barbera sono Sokurow e Tsai Ming Liang. Seguono Egoyan, Skolimovski, Bellocchio, Gitai (il suo film è sugli ultimi giorni di Rabin), Trapero. Outsider Zhao linag,  Plà, Gaudino, Fukunaga, Guadagnino.....Non c'è l'Iran in concorso, ma Turchia e Venezuela. I quattro film italiani in gara sono tutti coprodotti dalla Francia. Colonizzati?

 EUGENIO BARBA. L'11 settembre al Lido di Venezia, Hotel Excelsior, Sala Tropicana, ore 16.00. Convegno Le Buone Pratiche Cinema e Teatro 2. Dissolvenze incrociate organizzato dalle Giornate degli Autori e Associazione Culturale Ateatro, ospite il regista italo-danese Eugenio Barba. L’incontro, ad ingresso gratuito, è a cura di Angelo Curti, Marina Fabbri e di Oliviero Ponte di Pino. Nella serata di venerdì 11 verrà inoltre proiettato il film Il paese dove gli alberi volano di Jacopo Quadri e Davide Barletti, realizzato a Holstebro per i 50 anni dell’Odin Teatret di Eugenio Barba.

ALFONSO CUARON. Il grande regista messicano è il presidente della giuria (ci sono anche Munzi e Hou Hasiao Hsien) che non ci convince troppo, donne a parte, nella sua composizione fotocopiata dal gusto Cannes......

JONATHAN DEMME. Il suo ultimo magnifico film con Meryl Streep rokkettara è nelle sale. Qui è invece il presidente della giuria di Orizzonti, sezione più esplorativa, almeno sulla carta (con Fruit Chan e Anita Caprioli). Il tributo al cineasta del "Silenzio degli innocenti" è il 3 settembre, nella sala Darsena alle 15. Verrà premiato da uno degli sponsor.Saverio Costanzo e Charles Burnett sono nella giuria Luigi De Laurentiis per la migliore opera prima con il grande critico di Hong Kong Roger Garcia, era ora che i cirtici venissero rimessi nelle giurie serie....

BRIAN DE PALMA: Il 9 settembre, in Sala Grande, Palazzo del Cinema, ore 21.30. Cerimonia di consegna del premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker 2015 al regista statunitense Brian De Palma. A seguire la presentazione in prima mondiale, Fuori Concorso, del documentario De Palma di Noah Baumbach e Jake Paltrow.

HOLLYWOOD PARTY. Il 4 settembre nella sala Tropicana dell'Hotel Excelsior presentazione di I Cento Colpi. I migliori 100 film (e oltre) della storia del cinema italiano. Per insindacabile giudizio degli ascoltatori di Hollywood Party, programma di RadioTre Rai, tutti i giorni in diretta dalle 19 alle 1945, tranne il sabato e la domenica.

NICOLAS SAADA. Ex critico di punta, scuola francese, tendenza Cahiers du cinema, fazione Jean Claude Biette, fine esegeta di Clint Eastwood, poi esperto di musica applicata, e infine regista. E' nella sezione Orizzonti con Taj Mahal, da non predere...Il 10 settembre alle 1730 in sala Darsena. Produzione franco-belga.

Taj Mahal

RESTAURI. Sono oltre 20....Tra questi  Umut di Yilmaz Guney, To sleep with anger di Charles Burnett, Salò di Pasolini, Pyaasa di Guru Dutt, The trial of Vivienne Ware e The power and the Glory di William K. Howard, Alexander Nevskij di Eisenstein......

SETTIMANA DELLA CRITICA.Da tenere d'occhio Joao Salaviza, titolo Montanha. Ha vinto tutti i festival, Cannes, Berlino, con i suoi corti, tra Pedro Costa e Mondrian, ambienti sotto proletari ma tocco da para-paracinema adorabile. Una sorta di Garrone senza alcun orpello. Si vede il 6 settembre in sala Perla alle ore 14.

MERZAK ALLOUACHE. Presenta Madame Courage. E ci vuole un bel coraggio a farsi produrre dai wahabiti degli Emirati Arabi Uniti qualcosa che ha a che vedere con Brecht. Ma ormai soldi per il cinema - senza ricorrere ai francesi, non ce ne sono più. E il bravo regista algerino certamente non si sarà fatto imporre niente da nessuno....Il 7 alle 1430 in sala Darsena.....

SPONSOR. C'è anche un'impresa taiwanese, attiva nel settore del tè. Così Pechino non dovrebbe polemizzare....

ps. Mi ricordo un Wes Craven in giuria al Certain Regard di Cannes.... O sbaglio ed è una allucinazione ? O una sopravvalutazione del festival della Croisette? E a quando Cunningham presidente della giuria qui al Lido? Quando ci sarà un Venerdì 13? 

Orson Welles nel Mercante di Venezia, "miracolosamente" ritrovato, ricostruito e restaurato per Venezia 72

lunedì 31 agosto 2015

E' morto Wes Craven, o della vitalità dell'horror. Lo ricordiamo con una recensione che iniziava con un necrologio....




"Le colline hanno gli occhi". Quando abbiamo scoperto la dolcezza della paura drastica
SCREAM
Wes Craven, Usa 1996


Wes Craven e la sua colta maschera della morte


Scream. Shout. Howl. Il grido, l'urlo. La fine. Il tremendo crash parigino del 31 agosto scorso ci ha tolto il quarantaduenne magnate Dodi Fayed, produttore, in 17 anni, di sei film non secondari come Momenti di gloria, Hook, Lettera scarlatta, Breaking glass, F/X e F/X2, ha sintetizzato in un'immagine sola, da tutti solo immaginata, ma consciamente o inconsciamente desiderata perché siamo intossicati dai media e, peggio, dai loro acerrimi nemici, la fame di orrore che ha caratterizzato l'estate '97. E, non a caso, il contemporaneo riafforare repentino di un genere cinematografico, l'horror, che si dava per defunto a Hollywood solo mesi fa. Problemi di censura, soprattutto, e di costi che lievitano. Ma anche di una maggiore permissività di giornali e tv che offrono dosi di raccapriccio "autentico" in prima serata o in prima pagina sempre più volentieri, togliendo l'aura dell'iper-macabro (simulato) alla sala buia. Tanto che il filmaker newyorkese Frank Henenlotter s'era detto pessimista: Basket case o Brain damage non si potranno più fare. Infatti: chi va a vedere un horror "per tutti"? E se non è "per tutti" chi si azzarda a produrlo?

Un recente numero di Variety si interroga sul perché del ritorno di fiamma di gore (sangue raggrumato) e splatter (arti tagliati), cioè delle opere nello stesso tempo più inquietanti, sovversive e moraliste (non si perde mai d'occhio il "peccato" messo in scena, si punisca o meno alla fine il peccatore: perché è il senso di colpa dell'immaginazione criminale che si bracca), scodellando una convincente lista dei film "terrificanti" in sala e in produzione. Evidentemente hanno trovato il sistema per rendere digeribile l'indigeribile. E soft l'hard.
E' stato Wes Craven e il suo impressionante e demoniaco, ma irresistibilmente divertente Scream ("L'urlo") la causa di tutto. E Craven sta già scrivendo Scream 2... Un successone, questo intelligente Grease insanguinato (è ambientato in un campus dai colori pop) sia negli Usa che in Europa (a Parigi è stato il film dell'estate). Un horror shakerato col thriller, pieno di facezie, rompicapi, trabochetti, profondità psicologica, pezzi di bravura (i Cahiers du cinema sono andati in visibilio per la sequenza hitchcockiana dell'assassinio di Fonzie, qui preside democratico e simpatico). 



Un film scritto dal giovane fan Kevin Williamson, capace di terrorizzare, spalmare di suspense lo schermo, divertire e contemporaneamente fare il punto sulle epopee horror degli anni 80 (Freddy Kruger and Co.), conosciutissime dal pubblico svezzato a homevideo, microscopico vivisezionatore di cult movie da Blood feast a Venerdì 13, col quale Craven si diverte un mondo: a citare, ironizzare, dribblare, tendere agguati, suggerire incubi, senza perdere l'obiettivo. La paura. Produrre paura. Fabbricare emozioni forti e adrenaliniche. Senza pietà. Senza strizzatine d'occhio smitizzanti o autoironiche. Ricordando anche ai ragazzi quali sono gli oggetti di culto al Blockbuster: Sotto shock, Il serpente e l'arcobaleno di Craven, certo, ma anche l'opera omnia del grande collega e amico John Carpenter, al cui Halloween questo film è - anche esplicitamente - dedicato. 


Omaggio a chi inventò, grazie al personaggio della fragile e tosta Jamie Lee Curtis, l'antidoto al sadismo soperchiante, vigente e vincente, di tanta pornografia camuffata a la page nella vita e nell'arte (dalle sedie elettriche guaste a Breaking away, per intenderci). Il film si apre con dieci minuti giganteschi, star Drew Barrymore che si prepara il pacchetto di pop corn in una villettona vetro e luce mentre l'assassino col cellulare, nell'ombra del rigoglioso giardino, fa con lei da gatto col topo, promettendole salva la vita se riuscirà a rispondere esattamente ai suoi horror quiz.

Wes Craven e Drew Barrymore
E parte così un film terrificante e grottesco, cinefilo e baudelairiano ("il riso è demoniaco"), un vero gioco della morte, pericoloso, vertiginoso, alla ricerca del killer seriale specializzato in donne, vestito da uomo nero con la maschera dell'"Urlo" di Munch sul volto che potrebbe essere chiunque: chi, se non il cervello a fantasia piatta, non è infatti, coi morti che ci fioccano attorno senza movente, o peggio per esclusive ragioni bancarie, un cultore di film dell'orrore? Così mentre i liceali impazziscono letteralmente per la fantasia espressionista dell'assassinio, travestendosi da mitico killer e affittando sempre più videocassette infernali, complicando le indagini, la piccola Sidney (Neve Campbell), madre assassinata l'anno prima, padre perennemente assente, ragazzo (Skeet Ulrich) di nazistoide seraficità, diventa la vittima designata. Ma chi è l'assassino: il buffone della classe, il fidanzatino, la squallida reporter tv, il poliziotto, la migliore amica, Tatum, o Stu, il suo ragazzo?