Visualizzazione post con etichetta Renato De Maria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Renato De Maria. Mostra tutti i post

sabato 5 settembre 2015

Renato De Maria e Piero Messina sperimentatori

Roberto Silvestri

Venezia

L'attesa di Piero Messina
Michel Foucault ricorda in una delle sue celebri lezioni che André Breton, lo psicanalista travestito da surrealista e da fine letterato, come regola critica per scovare nella letteratura le pratiche più disinteressanti e retrive utilizzava la frase "specchietto per le allodole" la baronessa uscì alle cinque. Dove e quando troviamo frasi simili, stare sempre alle larga. Anche molto giornalismo di bassa lega, non quello del Boston Globe, ovviamente, che è d'inchiesta e non ha a che fare con il lavoro dell''informatore (che diffondi veline o documenti di magistrati e servizi segreti) è fatto di "baronesse - o personalità politiche - che dopo essersi ammirate allo specchio e aver pensato oggi è la mia giornata di gloria sono uscite alle cinque". Ma persino i premi letterali sovente hanno un segno e un tono ancora fastidiosamente anti bretoniano ... Per questo motivo mi piacerebbe lasciare la parola a Breton o a Daumal per stroncare il film in gara Marguerite di Xavier Giannoli, che proprio di una baronessa francese anni venti che esce alle cinque per esibire le sue atroci qualità vocali tratta, coinvolgendo nel divertimento naturalmente inizio XXI secolo i punk, gli anarchici, i dadaisti dell'epoca che vengono sbeffeggiati sorrentinianamente nella storia più ancora della baronessa e ne condividono, per volontà dello stesso autore, la stessa, funerea, sorte.
A proposito, invece, di procedimenti linguistici ad alta denotazione e connotazione, sperimentali e "distorcenti, che dovrebbero ampliare la gamma sonora o visiva o emozionale consentita, quella che fece davvero, per esempio, l'originalità più che melodica e armonica della rivoluzione Sex Pistols, cioé dei più che intonati, rispuntano felicemente nel nuovo film di Renato De Maria e in uno dei quattro film italiani in concorso (che sono tutti di coproduzione francese), L'attesa, con Juliette Binoche in un ruolo stravagante di francocatanese.

Da sempre interessato agli aspetti criminali di uomini e donne dalla personalità forte e indocile, che non ci stanno mai al destino che è loro imposto, il regista di Paz, introduce in Italian Gangsters (sezione Orizzonti) degli elementi "scandalosi" che mi sembrano invece funzionali a una delle più riuscite immersioni destabilizzanti dentro il patrimonio documentaristico, così inossidabile e inamidato, del Luce.
Certo si utilizzano brani bellissimi da celebri thriller popolari, firmati Bava, Tessari, Lenzi, Bellocchi, Vancini... Ma questo è normale, anche se la riflessione fiction è anacronistica, e per lo più, avviene già a mostro sbattutto in prima pagina dieci anni prima. Fuori sincrono soprattutto i poliziotteschi anni 70 di Ferdinando Di Leo che ci parlano di qualcosa che non è più nello stile Fred Buscaglione, Jannacci o I soliti ignoti. Al Boom economico, sue origini e conseguenze, sempre disastrose per i lavoratori, si poteva anche rispondere con qualche piccolo e spesso incruento "boom boom" privato. Nei quartieri popolari, parola di testimone diretto, abitando nel quartiere San Paolo di Torino per tutto il decennio 50, posso assicurarvi che i banditi della periferia erano non dico amati ma certo più rispettati dei poliziotti di Scelba. Quella che al Trullo o a San Basilio di Roma non poteva neanche mettere piede.

Francesco Sferrazza Papa è il bandito Ezio Barbieri in "Italian Gangsters"
Così assieme ai suoi giovani collaboratori, De Maria, ha scelto di raccontare 25 anni di storia, soprattutto nordica, lì dove c'erano più danè, del nostro paese, dalla banda del Gobbo a Sante Notarnicola, attraverso i suoi più famosi banditi. Sei personaggi chiave della malavita italiana, dal solista del mitra Luciano Lutring all'anarchico Horst Fantazzini, da Casaroli a Barbieri, da Cavallero a De Maria (notare l'omonimia), prima che, con il 1969, cambi tutto con l'efferato assassinio romano dei due fratelli Menegazzo, gli orefici del Nomentano. Diciamo che svanisce, con quell'esecuzione imprevista da parte dei rapinatori sciagurati un certo concetto di onore, di "morale a parte", che tutti i noir nobili di Melville con Lino Ventura e Serge Reggiani avevano radiografato come calco di un mondo emozionale perduto. Giro della droga, banda della Magliana, della Uno bianca e tutto il resto riportarono tra l'altro i poliziotti ben dentro i quartieri popolari, anzi c'è qualche maligno convinto che qualcuno ne divenne, da allora, il ras...

Horst Fantazzini nella ricostruzione di Andrea Di Casa
L'idea forte di De Maria (di Valentina Strada e di Federico Gnesini) è di mettere in scena i sei banditi attraverso sei magnifici attori che li reinterpretano, raccontando finalmente la loro vita e i loro crimini con calma, critici della società ma anche autocritici rispetto alla limitatezza della loro risposta, davanti a una platea di cittadini e non al solito poliziotto manesco o al mostro di magistrato o ai parenti delle vittime (l'organo che ormai ha superato la cassazione, come superiore grado di giudizio). E invece. Qui come davanti a un tribunale del popolo, sembra M di Fritz Lang. Certo, sono usciti fuori, quei ragazzi istintivi e di cultura scapigliata, come rampolli degeneri, dalla guerra civile tra rossi e neri, democratici e nazifascisti, ai margini della resistenza, forzando i limiti della soggettività desiderante legittima, indicando però un accesso finalmente possibile alla ricchezza e alla felicità da parte di ceti secolarmente indigenti.Basta imbracciare un mitra malmesso.  Il cinema delle nouvelle vagues rubò a manbassa e fece andare ai pazzi la sinistra storica. Ricordate Fino all'ultimo respiro? E i banditi di Oshima? E De Maria cineasta colto restituisce così al De Maria criminale e agli altri compari quella luce e quella dignità, almeno fotografica e scenografica, che l'ideologia visuale razzista del Luce e dei giornali popolari dell'epoca gli avevano tolto. Ricordate quando Toni Negri maledisse di non avere delle sue fotografie normali perché i media avevano inondato i nostri occhi con quelle foto tessere da macchinetta a 1000 lire quattro? Ecco, il film di De maria è come se facesse rifotografare Negri da Luxardo. C'è un più, non un meno di conoscenza critica e di rispetto etico, che salta agli occhi in questo esperimento (a parte la sciagurata caduta di stile nei riguardi di Sante Notarnicola, che da bandito diventò in carcere un serio militante rivoluzionario, e non c'è da farci nessuna ironia sopra, soprattutto quando a farla è il rinato in Cristo Cavallero) . Qualcuno dice: ma così li si romanticizza, quei banditi! Io dico il contrario. Sono stati i mass media a romanticizzare la mala. Non è stato forse anche il Corriere della Sera che per anni glorificava "Ornella Vanoni, la musa della Mala", e continuarlo a fare adesso che è la musa di Berlusconi? Lo ha fatto forse per coprire, per nascondere i canti operai rivoluzionari della banda dell'ex Pci Cavallero al termine del processo, probabilmente. La prova del nove è che quando finalmente Lutring viene intervistato, a galera passata, come ottimo pittore di successo, ecco che quegli occhi, quello sguardo, quell'atteggiamento non più embedded, torna quello di un essere umano che ha sbagliato, senza tutte quelle connotazioni che i moralisti e gli ipocriti esigono che si aggiungano. E vale, a un tratto, tutti gli occhi, gli sguardi, l'espressione e il linguaggio impostato, insomma tutta la fiction, perfetta, degli attori.      

Juliette Binoche in L'attesa di Piero Messina
Una vedova catanese di orgini francesi (Juliette Binoche) perde improvvisamente il giovane figlio. La bionda fidanzata francese del ragazzo (Lou de Laage), ignara, va a trovarlo. La signora, che non la conosceva, non le dice nulla di quella morte. Ma l'accoglie per lunghi giorni. Siamo alla vigilia di Pasqua. "Arriverà tra qualche giorno". Passeggiate al lago. Ricordi, sogni, incursioni nella stanza del ragazzo, messaggi al cellulare, una cena casuale con amici fortuiti...La ragazza non riesce a capire perché il suo ragazzo non c'è e non la raggiunga. Forse è ancora offeso dopo il litigio dell'estate precedente? ...
Juliette Binoche e Lou de Laage
Film d'atmosfera. Non naturalista. Duetto d'azione interiore. Doppia elaborazione del lutto. Di intenzionalità e commozioni fuori campo.... Anche L'attesa, opera prima di piero Messina (alle sue spalle corti da festival e doc), scritta a otto mani, ambientata nella solatia provincia etnea, in una villa (ex baronale certamente) con tenuta gigante, in attesa della festa patronale emozionante come fossimo in Viaggio in Italia, contiene oltre che due attrici strepitose in cerca di personaggi adeguati,  non poche imperfezioni, imprecisioni, deviazioni, sospensioni, stravaganze impreviste che giocano, anche ironicamente, ma programmaticamente, con una forma cinema che si esibisce prepotentemente come padroneggiata alla grande. Francesco Di Giacomo, alle luci, è in stato di grazia e conosce bene arte e fotografia contemporanea.Ma che succede di strano?  Carrellate rasomuro che rischiano il deragliamento. Oppure. Avete presente il raccordo sull'asse? E' quando si inquadra una scena in campo lungo e poi ci si avvicina in campo medio con stacco di montaggio mantenendo lo stesso asse di ripresa. Ebbene qui lo si utilizza, ma capovolto. Vicini e poi lontani. Bizzarria? No. Stiamo attenti a quel che vediamo e ascoltiamo. Se la nostra prospettiva si amplia è meglio. In fondo queste due donne hanno molto in comune. Amori sbocciati casualmente, neanche tanto intensi, nel passato. Eppure. Prendiamola alla lontana la storia. E avverrà qualcosa di strano. Una emozione catturata e condivisa, dentro e fuori lo schermo. Come dentro e fuori il simulacro della Madonna, nei riti di Pasqua, avviene sempre qualcosa che travolge le folle dei fedeli. Anche la statua della Madonna, da cui spuntano solo le mani prima dell'apparizione nel rito, con quel suo bambini venuto casualmente....e ucciso altrettanto assurdamente....con certe particolari cromatismi luministici di cui i paesini del sud maneggiano la magia, va al di là dell'automatica riproduzione, diventa robot... E che dire di un primo piano improvviso, d'ambiente, del tutto fuori senso, e apparentemente insignificante, come se entrasse di soppiatto un dettaglio di oggettiva descrizione da nouvea roman?  Il fatto è che Piero Messina, anche chitarrista oltre che cineasta,  dà il massimo come regista di attori e visualizzatore di atmosfere (l'unica nota realistica è nella battuta di Giorgio Colangeli: "sono stanco", e lo credo bene visto che grazie al reference system si deve fare tutti i film italiani prodotti nell'anno). Peccato che, non solo al suo film, è un difetto nazionale, manchino ancora personaggi alti, forti, tragici.     

venerdì 4 settembre 2015

Sokurov al Louvre. Perplesso

Francofonia. Per chi non afferrasse il concetto
Roberto Silvestri
Venezia

Dai film impariamo molte cose. E i festival fanno un po' da periodici corso di aggiornamento. Motti di spirito, detti popolari e saggezza impopolare, informazioni destabilizzanti, cose false ma suggestive, comportamenti utili, affascinanti, anticonformisti. Mai senza bloc notes in sala buia. Gli sceneggiatori, in costante gara di originalità, sono costretti a scovare storie, ed  eccentricità per aromatizzare quei plot, che più saltino all'occhio. Dal grasso di vacca, "senza il quale non si produce mai un buon gelato" (Neon Bull di Gabriel Mascaro, un bel film brasiliano - scuola Recife - presentato per errore nella sezione Orizzonti e non in gara, un omaggio vaccaro al cinema novo tendenza Cacà Diegues, quello di Bye Bye Brasil, Tir delle magie compreso), al 50% dei sacerdoti della diocesi di Boston (che sono circa 1000) che eludono il voto di castità, ma solo il 6% in stile pedofilo drastico; dal "sedano, ottimo compagno di lavoro delle prostitute" (Black Mass di Scott Cooper, con Johnny Depp) ai 2000 dollari a settimana pagati da una ricca novantottenne bianca per finire i suoi giorni in un ospizio del Queens, New York City. Costa caro morire, almeno quannto vivere per un non wasp, a giudicare da uno dei frammenti di In Jackson Height di Frederick Wiseman, impressionante doc fuori concorso sull'America "terra di libertà, democrazia, voto libero e tolleranza", ma anche omofoba, classista, razzista, poliziesca, corrotta e tanto tanto ipocrita.
Ma oggi è la giornata di Alexander Sokurov e del suo Francofonia, un film transgender (documentario, fiction, film-saggio, home movie perfino) che è stato respinto da Cannes perché irrispettoso, almeno così hanno pensato Lescure e Fremaux, della Francia e dei suoi grandiosi Miti: la Rivoluzione, Marianna, Napoleone, la Resistenza e perfino il Louvre, l'ex residenza dei Re, trasformata poco prima di Marianna in un museo del popolo, costantemente ampliato architettonicamente e ingigantito urbanisticamente fino a diventare infine il più grande spazio d'arte del mondo, e che quei miti li custodisce e li sintetizza tutti.
Il Louvre è al centro della storia. Anzi l'isituzione stessa ha coprodotto l'opera. E il centro del centro è nel 1940, con l'occupazione tedesca della Francia, quando Hitler commissaria l'edificio, mantendo alla guida un direttore francese che nel frattempo ha nascosto in vari castelli del paese la maggior parte delle preziose collezioni. Conservatore francese e amministratore nazista incaricato della salvaguardia del patrimonio culturale "europeo" si incontrano, si stimano e collaborano tranquillamnente. E Sokurov utilizza nelle prime scene le celebre immagini dei nazisti che occupano una Parigi "città aperta" completamente deserta, le stesse sequenze di Casablanca: l'SS a cavallo coi tamburoni, i plotoni sugli Champs Elisees, i generali della Werhmacht "ospiti" del Ritz Hotel, Hitler che ammira la torre Eiffel (irresistibile la tentazione di giocarci sopra con lo stile della commedia all'italiana, perfino per un cineasta raffinato come lo sfregiatore del Faust), le musichette marziali che poi Russ Meyer ci ha tramandato ai posteri, ridipinti di pop, nei suoi celebri soft porno. E i francesi dove sono? In fuga. Scappati. Nascosti. O tutti a Vichy, a  rendere omaggio al collaborazionista Petain che ha salvato la Francia e Parigi dai bombardamenti e dalla distruzione totale. Non come Londra. Non come Rotterdam. Perché si chiede Sokurov? Perché Parigi e Berlino sono parenti serpenti ma incarnano perfettamente lo spirito dell'Europa e una identica cultura. Le distruzioni, i bombardamenti, i massacri sono tutti dedicati al fronte orientale, perché è lì il vero nemico dell'Occidente, il bolscevismo. Leningrado e il suo Hermitage saranno sotto assedio perenne. Ma anche lì, per fortuna, i quadri sono spariti. Messi in salvo. Come a Palmira. Se il direttore non parla, lo si uccide. Ma se collabora tutto va bene. Non c'è nel film di Sokurov, che pure sembra voler essere storicamente corretto e filologicamente completo, nulla che si riferisca alle gigantesche delocalizzazioni di opere d'arte trasferite in Germania, di cui abbiamo saputo nei più umili, apparetemente, ma molto più feroci Monument Men e Il colonnello von Ryan. Insomma avete presente Il silenzio del mare? Qui è come se Melville, all'arrivo del colto e sofisticato generale nazista, avesse chiesto alla sua coppia di coniugi francesi di mostrarsi sinceramente contenti. Il problema del film, a parte la ingloriosa censura dei fatti accaduti al Louvre durante la Comune di Parigi (quando furono proprio i borghesi a mettere a repentaglio i tesori dell'arte mondiale, del tutto secondari quando si tratta di riafferrare la Borsa e le industrie) e la cattiva comprensione dell'arte europea non da parte di Sokurov ma della generazione sovietica deformata dal realismo socialista. E dalla incapacità di afferrare la rivoluzione dell'umanesimo e del rinascimento. Da qui il lungo monologo iniziale su ciò che differenzia la pittura europea da quella islamica. L'ossessione del ritratto e dello sguardo. Ciò che una parte della cultura islamica giudica blasfemo. Non si rappresenta l'uomo, perché sarebbe come rappresentare l'Eterno che lo ha creato. E' proprio quella sfida prometeica che ha aperto altre prospettive al di là della fissità iconica della rappresentazione sacra bizantina. Con quello sguardo mai individuale, sempre assoluto.Il comunismo sovietico ha cercato di far avanzare l'economica del paese, magari forzando le tappe e resistendo a una invasione. Ma non ha avuto il tempo di recuperare il gap culturale con l'europa dell'ovest. Tipica di questa incomprensione il giudizio di Sokurov su chi è il più grande architetto di tutti i tempi. Per lui il più grande vuol dire architetto che fa cose gigantesche. Come il Cremlino.