Visualizzazione post con etichetta Kristen Stewart. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kristen Stewart. Mostra tutti i post

venerdì 30 agosto 2019

Mostra di Venezia. Soprattutto Polanski, Martone e Buzid



Laura Dern e Scarlett Johansson in Marriage Story di Noah Baunbach


Roberto Silvestri

Dopo un terzo di festival, favorito da un inusuale grande caldo e da un clima festoso e rilassato, e una volta reso omaggio a Pedro Almodovar colonna culturale e pansessuale della nostra Nuova Europa, e premiato oggi per la carriera, abbiamo appuntato, tra i film da consigliare agli amici, prima di tutto un frammento. Il monologo da premio (applausi a scena aperta) di Laura Dern in Marriage Story di Noah Baumbach, commedia sul ri-divorzio, prima amichevole, poi tutto un duello rusticano tra avvocati losangelini da far morire di invidia Woody Allen per le sue punte comuco-tragiche, nel quale si sintetizzano in due ore e poco più 135 episodi di una intera serie tv sulla guerra tra la cultura viva di New York e quella “morta” e “materialista” della California, e si permette a Adam Driver di esibirsi in un booking mozzafiato, a tutto campo, tonalità medie, comiche, tragiche, guittesche, melodrammatiche e canore, con Scarlett Johansson che sa tenergli testa punto su punto, in questa acida parodia di La La Land, con il teatro d'avanguardia al posto del jazz da ascensore. Il piccolo grande monologo di Laura Dern, avvocata “squalo” di Scarlet, che entra nella testa dei suoi 'nemici da pelare', si introduce nel loro pensieri più reconditi e nei loro piaceri colpevoli più fino a estrarne la “scatola nera” capace di vivisezionarne ogni sfumatura comportamentale, chiarisce bene quel che è il nemico attuale del movimento “me too” e spiega perfino ai sassi perché sull'affidamento dei figli alle madri piuttosto che ai padri i tribunali per lo più non hanno dubbi. Altro caso di affermative action. La donna deve dimostrare sempre di essere perfetta. L'uomo mai. Donna=Madonna, secondo l'equazione mariana che un brutto papa del Novecento regalò a Hitler e Mussolini per degradare la donna a madre e moglie non tanto di un uomo quanto di una idea, di uno spirito, di una “tradizione culturale” superiore. Altro pezzo interssante il gioco utilizzato da James Gray nella space opera Ad Astra per imbruttire Brad Pitt con la complicità del produttore del film, Brad Pitt. Se non ci si imbruttisce un po', vedi Charlize Theron, nessuna super star glamour vincerà mai un premio Oscar. E qui ci si serve di tutto il materiale utilizzabile, dalla teoria della Frontiera versione spaziale, all'individualismo esasperato a Tommy Lee Jones anche lui invecchiato, per impiastricciare di arty un film di fantascienza pomposo, pretenzioso e noiosamente lineare. E passiamo ai film interi.
Il restauro di Estasi di Machaty, il film ceco del 1932, del nudo di Hedi Lamarr in campo lungo, dell'orgasmo di Hedi Lamar in un primo piano sineddochico e di una sequenza di inno al lavoro proletario che nemmeno nei film stalinisti di quegli anni. In quietante. Ha fatto bene l'attrice-.scienziata a fuggire dall'Europa nazistoide.
Poi Gli spaventapasseri del grande cineasta tunisino Nouri Buzid, su una giovane jihadista venduta allo stato islamico come schiava sessuale che fugge dalla Siria ma subirà al ritorno in patria una triplice violenza da parte della nuova Tunisia post Ben Alì che la mette al bando e la vuole morta (nonostante la difesa di una avvocata combattiva) come traditrice per gli islamisti di Ennadha, puttana per i democratici conservatori (gli ex di Ben Alì travestiti), disonorata per la sua famiglia patriarcale e “ambigua” per gran parte dell'opinione pubblica, perfino di sinistra e anche gay. Un monumento al povero italiano ignoto, non necessariamente milite, è il documentario sulla storia bellica italiana, dalla caccia al brigante a piazzale Loreto, basato su una ricca e splendidamente montata selezione di materiali di repertorio e di canti popolari, Scherza con i fanti di Gianfranco Pannone, con scene di cadaveri carbonizzati dai gas italiani sul fronte etiopico che avrebbero fatto piangere Montanelli.
J'accuse di Polanski, sul caso Dreyfus, che non a caso indaga sul 1894-95 come anno cruciale per l'Europa e le sue radici culturali cristiane meno nobili, perché, mentre si spartisce l'Africa aizza all'odio antisemita come inevitabile necessità identitaria di chi senza classifica generale razziale, non può commettere i suoi primi abominevoli eccidi in nome di dio padre.
Citizen K di Alex Gibney distrugge Putin ed è un bene, anche perché è un supercapitalista russo Mikhail Khodorkovsky, molti anni imprigionato in Siberia e attuale leader di “Oper Russia” e della dissidenza tutta a raccontarcene le imprese, in un doc prodotto dalla Gran Betannia da un documentarista statunitense. Infine Il sindaco del rione sanità di Mario Martone, di cui parliamo qui sotto. I cattivi vanno alla grande. E aspettiamo Joker che li consacrerà. Intanto si capisce come mai il fumetto è al centro dell'immaginario non solo hollywoodiano ma anche anti-hollywoodiano. Da La véritè a Il 5 è un numero perfetto, all'abietto Seberg dell'australiano Benedict Andrews, a mal partito su argomenti con non maneggia, che conferma la versione di Edgar J. Hoover, capo dell'FBI sulla pericolosità esiziale del Black Panther Party, comunisti e violenti, con un Bobby Seale mai sentito così volgare e avido, e dove l'eroe che non è Huey Newton o Fred Hampton e neanche la divina Jean (Kristen Stewart, perché lo hai fatto?) ma l'agente Fbi pentito, ma in fondo buono perché fan di Captain America e collezionista dei suoi numeri storici. E poi se furono commesse ingiustizie, il corpo sano dell'America le riconobbe subito e le sanò. Ah si? Insomma. Oggi c'è un summit su fumetto e cinema, qui all'Excelsior. Non è un caso.
La grande tradizione del fumetto americano, underground e commerciale, o meglio per dirla alla Antonioni il “vizioso” Crumb e il “virtuoso” Marvel/DC, e di quello francese da Metal Hurlant a Michel Vaillant di Jean Graton, ha regalato negli ultimi anni sostanza grafica e umori innovativi alle rispettive industrie cinematografiche, che si sono divise negli ultimi decenni il business (occidentale e non solo), sia bloockbuster che d'essai con opere intelligenti e pop, ad alto quoziente comunicativo. Il mercato francese, infatti, tiene ancora, nonostante la crisi della forma film in sala. Nella prima metà del 2019 attraverso commedie e drammi di qalità sempre più alta (senza tutelare i piccoli film di ricerca mantiene il 39,3% del mercato cinematografico (contro il 48,1% degli Usa) e riesce a finanziare la produzione nazionale audiovisiva attraverso il prelievo del 10,7% sul costo del biglietto e cospicue percentuali sui profitti di brodacaster, dvd e piattaforme streaming e video di ogni tipo, Netlix, per esempio, portando annualmente ben 788 milioni di euro nelle case del Centro Nazionale Cinematografico. Se Franceschini tornerà ministro cercherà di avvicinarsi a questo modello, anche se a noi non è mai stato permesso di finanziare i film erodendo profitti dal Re Leone e Avengers. Comunque è stata una bella idea di Baratta & C. quella di affidare al disegnatore Lorenzo Mattotti, uno del pool di “matite pulite” anni 70, la sigla e il manifesto coloratissimi e “narrativi” (un set, come l'incontro tra Jean Vigo, Fellini e Disney) di Venezia 76. Come dire. Ripartiamo dagli illustratori della controcultura a 360°, da Frigidaire a Diabolik, da Igort a Fulci-Vivarelli, dalla grande stagione del cinema di genere che conquistò il mondo (non solo gli “Europa di notte”, gli horror-spaghetti, ma anche il cinema civile di Rosi, il grande 'documentarismo critico' e perfino dal produttore simbolo della simbiosi tra creatività dionisiaca e apollinea, cioé Alberto Grimaldi di Per qualche dollaro in più e Ultimo tango a Parigi) per ripensare a ricostruire un'industria cinematografica compatta, che era in prima fila, fino al 1977, e che da allora è sprofondata. Non siamo più nemmeno un mercato appetibile. Eppure gli scienziati dell'illusionismo reale sono nati qui, dal rinascimento in poi. E così il simbolo del cinema, la prima Mostra d'Arte di Venezia.
Alberto Barbera che nel 2020 chiuderà il suo ciclo di direzione (forse) ci ha suggerito come leggere la bussola per addentrarci nella giungla immaginaria della rassegna 2019. I migliori film del Lido sono “back to the future”, guardano agli snodi cruciali della storia come un passato da riesumare per capire meglio il presente e ipotizzare le forme di un altro futuro possibile. Theodor Roosevelt e la dottrina sociale del liberalismo alla fine dell'800, il caso Dreyfuss e le radici profonde del razzismo europeo, lo sgretolamento del wahabismo, la teoria della frontiera fin dentro la saga spaziale, le radici delle attuali lotte a Hong Kong, il sistema dei conti offshore, l'ingresso nell'alta finanza delle strutture mafiose, le riforme agrarie negate, i dissidenti cubani, sono solo alcuni degli argomenti della competizione di quest'anno. Seguiremo con maggiore attenzione quel cinema che sa aggiungere all'indagine storica minuziosa e dettagliata, basata sui fatti e non sul manicheismo cieco della propaganda, una sostanza emotiva che altri arti non sanno cogliere con la stessa forza. Il cinema infatti per la sua natura ibrida e contaminante aderisce meglio a ciò che arte non è. Si annoia del propria specialismo e penetra fluidamente nei territori del costume, della politica, dello sport, della vita quotidiana, del gioco d'azzardo, della sessualità e perfino del pettegolezzo. Oltre che nei media immersivi (e qui alla realtà virtuale è dedicata da anni una fertile sezione) che poi sono quelli che consumano più film ma nelle maniere meno ortodosse e disintegrando lo spettacolo di massa in sala buia. Il Leone di Venezia, macchia d'inchiostro fluido, quella disegnata da Piergiorgio Maoloni, è rimasto così per decenni il simbolo vitale della Mostra d'Arte da quando la rassegna, con Gian Luigi Rondi, è tornata competitiva. E dunque si deve vincere quel Leone con ogni mezzo necessario. E far parlare di sé anche indipendentemente dai film che sono gli addetti ai lavori studiano amano e odiano con passione e che i mass media prediligono (il caso Polanski, perennemtne riaperto da 50 anni, per esempio). In un luogo come il Lido che non è ancora adeguato all'entusiasmo di cinefili, fan e studenti che affollano le sale.

La vérité di Kore-eda Hirokazu

Il libro di memorie di Fabienne, star del cinema francese (Chaterine Deneuve), un best seller che ha venduto 50 mila copie, scatena conflitti familiari imprevisti nella villa dell'attrice e sul set di un ridicolo film commerciale di fantascienza (di imitazione americana, anzi sembra Interstellar) che Fabienne sta interpretando. La figlia sceneggiatrice Lumir (Juliette Binoche), rientrata da New York con il marito attore tv e la vispa figlioletta per festeggiare l'evento, e il segretario di una vita della diva, che assomiglia tanto a John Gielgud, polemizzano duramente e diversamente con la donna che ha raccontato nell'autobiografia molte menzogne, tralasciando errori e aspetti dolorosi, cancellando personaggi chiave e gelosie inconfessabili. Perfino la bimba entra in campo, recitando battute scritta dalla mamma e innomandosi di una grossa tartaruga nel giardino della villa, vicino alla prigione... Perché? Perché per un artista il miglior modo per arrivare al cuore delle cose, alla realtà, è saper fare un bel cocktail a base di verità crudeli e bugie a fin di bene, le scale a chiocciola della vita che vanno giù verso l'inconscio e su verso il rispetto e l'amore.
Il bel cinema insegna questo alla vita? Mah. Molti grandi registi giapponesi, statunitensi e iraniani, da qualche anno, sono attirati dalla Francia (e dai suoi generosi finanziamenti) per rendere omaggio non solo alla nouvelle vague e a quel certo stile libero di fraseggio e recitazione che ha contaminato il globo ma anche alla specialità della casa, la commedia familiar-sentimentale, arguta e di piccante umorismo, che adora vivisezionare le emozioni più profonde e penetrare nei pensieri più reconditi di madre e figlia, moglie e marito, nonna e nipote, suocera e genero, divorziata ed ex marito.... Affascinante dunque poteva essere l'incontro, attraverso un copione che mescola Eva contro Eva, Viale del tramonto e la storia di Francoise Dorleac che della Deneuve è stata la sorella, morta giovanissima, tra un regista che alla famiglia borghse ha dedicato tutta la sua vita, Kore-eda, smascherandone meschinità e mostruosità, per la prima volta al lavoro in Francia con un cast, una troupe e delle voci quasi interamente francesi e a timbri davvero differenti e la coppia di attrici che di questo cinema sono il simbolo, da Truffaut a Carax, più ancora di BB. Non mancano i momenti esilaranti e ironie più grossolane e scontate riguardo a Hollywood (rappresentata da Ethan Hawke nel ruolo del marito attore di Binoche), senza le quali niente finanziamenti.

Francesco Di leva (a destra) e Massimiliano Gallo in "Il sindaco del rione Sanità" di Mario Martone
Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone
Saper distinguere i “criminali per bene” dai “criminali carogna” è una grande arte. Di utilità quotidiana. Quasi come inventare una carrellata sublime invece di tracciarne una abietta. Rispettare un primo piano invece di sbatterci dentro il “mostro”, liquefare un volto negandogli il fuoco o renderlo grottesco con l'uso del grandangolo. Chi osserva male pensa male, parafrasando Nanni Moretti. Sul filo di questa difficilissima, doppia camminata etica si esibisce Mario Martone con i suoi attori nel film in concorso finora più impressionante del concorso veneziano, Il Sindaco del Rione Sanità, probabilmente il culmine di una appassionante e ormai lunga ricerca drammaturgica e performativa, mai ortodossa e sempre collettiva. Dopo averlo messo in scena per il teatro (come nel caso del suo Leopardi) Martone riscrive un classico del teatro di Eduardo, restituendo intanto al testo, con alcune interessanti deviazioni, quella sostanza conoscitiva implicita all'epoca (di camorra si trattava, ma non si poteva certo esplicitarlo, la parola “mafia” era proibita perfino in tv, negli anni 50) e collocandola nella Napoli marginale di oggi, alle falde di un Vesuvio sempre più basso nel profilo - s'è proprio dimezzato nel corso dei secoli - ma non meno, sotterraneamente, minaccioso.
Il boss Antonio Barracano (un Francesco Di Leva di potenza e fascino seduttivo nietzchiani) non è più il settantacinquelle uomo d'onore, nato nell'ottocento, di moralità più consapevole e umorismo più compassionevole di altri, e che ha saputo sfruttare meglio l'economia sommersa e parallela della metropoli, pur tollerata e controllata dal Potere, imponendosi come l'unico magistrato (e capo della polizia-ombra) riconosciuto dal popolo ignorante, dai sottoproletari più fragili e indifesi. E diventato ormai proprio come un monumento della zona, come il cortile di un palazzo barocco dei Quartieri Spagnoli, decadente, sublime e “senza aperture”. De Filippo aggiungeva al personaggio una capacità non comune di comunicare istantaneamente con il linguaggio non verbale, o un uso del corpo come lettrismo vivente, che pochi - Carmelo Bene tra loro - sapevano maneggiare con la stessa maestria per eseguire, e non esprimere, in un decimo di secondo, una sentenza di morte o di assoluzione.
Barracano è invece un giovane boss di oggi, altrettanto rispettato, ma soprattutto temuto, perfino dai suoi feroci cani da guardia, che si è costruito - con i proventi della coca, e non solo più delle sigarette di contrabbando, del gioco d'azzardo clandestino e della prostituzione- una villona strafottente, in zona vistosamente proibita, super-protetto da guardie armate. Ovvio che ha bisogno di un sistema lessicale e gestuale più rituale e contorto, eppure d'efficacia identica per amministrare la pace sociale e attutire i conflitti. Il dilemma che deve affrontare è: ha ragione il figlio di un boss diseredato a uccidere il padre che lo ha cacciato di casa? Rifiluccio Santanillo sembrerebbe avere torto, ma il fornaio Don Antonio, il papà infame, non è proprio quel lavoratore onesto e integerrimo che vuole apparire... Qui è la lezione anti recitativa e anti rappresentativa di Straub e Huillet, la “cacofonia” di tecniche interpretative differenti e non portate mai a omogenità accademica di suono e gesto che viene come sciolta nell'acido per tirare fuori dal respiro naturale dei corpi sigoli e dai ritmi motori differenti degli attori, le indicazioni critiche su ciascun personaggio. Grazie alla partecipazione di tutti i perfomer e di Massimiliano Gallo (il nemico di Barracano) prima di tutti, si ricompone come un puzzle collettivo quello che Eduardo riusciva a sintetizzare in un corpo solo.
Proprio come in Hotel Aramis (uscito giorni fa nelle sale) poi, nella villa opera l'amico e consigliere di Barracano, il medico che cura i malavitosi feriti, impossibilitati a raggiungere gli ospedali. E un gigantesco Roberto De Francesco a interpretarlo, con il suo stile “intensivo”, il suo lessico ambiguo e colto, i suoi sguardi feroci e addolorati, che ci fanno complici di chissà quali misteriose connotazioni emotive. E l'unico attore che non faceva parte del cast teatrale originale di Martone ed è probabilmente stato scelto per la sua presenza non indifferente, anche se così misurata e “in levare”. Vorrebbe partire e lasciare per sempre quel mondo, e questo suo deviare, aprire spazi, “attaccare la profondità”, come si dice in gergo calcistico di un attaccante che inventa sentieri invisibili ai difensori, intacca progressivamente l'identità dell'amico, costretto a risolvere via via i piccoli e gravi conflitti dell'ambiente, secondo una certa idea di giustizia che lui e Martone costruiscono usando certi avvicinamenti di macchina, gli sfocati, il raddoppiamento tramite specchi o l'incarceramento tramite grate. Insomma con i mezzi che il cinema ha a disposizione e il teatro no. Jonathan Demme in A Master Builder da Ibsen aveva raggiunto la stessa tensione da tragedia greca. E le variazioni del finale rispetto al testo di De Filippo aumentano invece di attenuare il clima tragico della piece. La lacerazione che non può più rimarginarsi. Il detournement finale dell'etica camorrista.

Jean Dujardin e Louis Garrel in "J'accuse" di Roman Polanski
J'accuse di Roman Polanski
Nascondere la propria altissima cultura visiva o regalarla a frammenti impercettibili, i due Renoir, Seurat, Lautrec, Ford, Hawks, Minnelli... in questo film che immobilizza il corpo ma fa giocare la mente e che avrebbe commosso Rossellini per la sua appassionata tensione didattica, dove si spiega che Zola è un grande italiano che sapeva battere un altro tipo di calci di punizione, è la sorpresa aurea di un Polanski maturo, mai domo e leggiadro che si dedica alle pratiche stregonesche dei servizi segreti di uno stato democratico (colonie a parte), analizzando i 12 anni del clamoroso “caso Dreyfus”. Come si aizzano i linciaggi materiali e morali degli innocenti. Lui ne sa qualcosa. Come Jean Seberg. E di come proprio la cultura repubblicana, radicale e laica di metà Francia e di mezzo mondo permise di combattere e vincere quella battaglia. Un alto militare dell'esercito fu condannato alla degradazione e all'esilio, alla fine del XIX secolo, ma innocente, per alto tradimento - avrebbe consegnato documenti segreti al nemico tedesco - e utilizzato come capro espiatorio, perché ebreo, dal governo conservatore e clericale francese dell'epoca. Utilizzare la macchina dello stato, dalla stampa ai tribunali, dagli attentati alle minacce, dai documenti falsi al pedinamento 24 ore su 24, per aizzare alla caccia al nero, all'ebreo, al clandestino, al rosso, al sindacato, alle Ong è il normale funzionamento di uno stato che moltiplica le iniquità in nome degli interessi nazionali presunti. Storia che conosciamo bene, da Valpreda a Regeni. Ma Polanski aggiunge qualcosa di più succoso. Gli eroi del film, chi combatte per la libertà di Dreyfus, sono altrettanto razzisti, anti semiti, ufficiali dell'esercito e papaveri dei servizi segreti come i loro nemici. Combattono esponendosi, andando in carcere, ma lo fanno nascondendosi dietro i principi repubblicano soprattutto per prendere il posto dei funzionari di destra e poi applicare i loro stessi metodi. Certo che Dreyfus (un impeccabile Louis Garrel, quasi irriconoscibile per cipiglio marziale) sarà, alla fine dell'odissea tragica scagionato, liberato e promosso. Ma il nuovo ministro Georges Picquart (Jean Dujardin, ambiguo come ogni spia di livello), un generale che si è molto esposto per lui, quando si tratterà di riconoscergli il grado che gli spetta di tenente colonnello dirà: no. Per antisemitismo. E il suo leader politico, il capo del partito radicale Georges Clemenceau sarà pronto per gli eccidi in massa di sindacalisti e socialisti. Da Dreyfus a Jaures. La via per Vichy è aperta.

giovedì 29 settembre 2016

Café Society, gli spettri digitali di Woody Allen



Mariuccia Ciotta
Esordio nel mondo evanescente, Woody Allen si derealizza ancor di più nel suo primo film digitale, prodotto dal colosso del commercio on line Amazon, Café Society, ouverture fuori concorso del festival di Cannes 2016. Quasi uno sberleffo al tempo che corre e travolge quel certo tono di luce e quei certi abiti rosa antico, l’età del jazz e i racconti di Francis F. Fitzgerald.
La voce off del regista avverte che è inutile immedesimarsi nel film. “Mantenete le distanze”, sembra dire. Sono solo fantasmi. Apparizioni della sua epoca preferita, anni Venti, Trenta, Quaranta, non oltre. Dopo, il mondo è stato bruciato, e Woody srotola la pellicola del suo cinema e della sua vita, diserta i tempi moderni e lo fa però con un certo distacco, felice e malinconico di guardare ancora una volta le immagini perdersi in una dissolvenza senza ritorno. Tutto è vagamente posticcio… anche New York. Seguendo il filone Midnight in Paris, entrano in scena controfigure di gangster e orchestrine, di locali alla Marlowe con i divanetti imbottiti e feste fantasmagoriche alla golden age di Hollywood in una sfocatura luminosa, sovraesposizione di luce, aureola di pixel che incorona le figure.

L'incanto della nostalgia è violato da Kristen Stewart, Vonnie, corpo estraneo, spigoloso, contemporaneo che si muove a disagio tra chiffon e abat jour, trine e coppe di champagne, un segno di vita tra spettri. Effetto raddoppiato dal “nerd” Jesse Eisenberg, Bobby, alias Woody, il ragazzo di belle speranze, innamorato di Vonnie, incerta se sposare il maturo e accasato agente di successo Phil (Steve Carell). Lo stesso Phil incaricato di introdurre nella Café Society il timido e ingenuo nipote Bobby, ebreo di Brooklyn, piombato a Los Angeles per conoscere Irene Dunne, Ginger Rogers, Hedy Lamarr. E mentre il goffo Bobby, che fa decantare il vino bianco, va in tour sulle colline di Bel Air e cerca l’amore negli angoli di Hollywood, a Manhattan il fratello bandito, che si diletta a far sparire cadaveri nel cemento fuso, apre un locale di gran moda, così malfamato da attirare il gran mondo, politici compresi.
Woody Allen scorre cinema e memoria, e guarda l’azione da lontano. Prende in giro la moralità comunista, ma poi si chiede “se è giusto ammazzare un vicino di casa solo perché tiene la radio troppo alta”, o friggere qualcun altro sulla sedia elettrica per averlo fatto. Se è giusto lasciare una moglie perfetta dopo 25 anni di matrimonio per la segretaria giovane o sposarsi senza amore… Il senso della vita bergmaniano emerge qua e là, ma Woody non partecipa più, osserva i fotogrammi in bianco e nero di La signora in rosso del francese Robert Florey, 1935, interpretato da Barbara Stanwyck in contropiano con Kristen Stewart, la mezza vampira di Twilight, la “fluid gender” delle cronache rosa sull'amore lesbico, alla quale dedica una battuta maliziosa, “un giorno ti farò avere una lettera d’amore firmata da lei”, da Barbara, promette Bobby, lo spasimante, e non certo da Rodolfo Valentino. Ma ogni promessa si perderà nel vortice del passato, il cambio di stagione ha inaridito cuore e cervello.
Rimpiangere qualcosa che non si è mai vissuto, Café Society ha questo compito, quando “la musica e la moda erano geniali – dice il regista pensando a Rodgers and Hart – e soprattutto quando la cultura americana era al suo apogeo”. Ci sarà Netflix, ci sarà Amazon, ma cosa c’è di meglio di un Martini secco bevuto guardando Manhattan piena di luci, seduti sulla vecchia panchina di Woody Allen?


martedì 17 maggio 2016

Double Ghost. Il nuovo film di Olivier Assayas, Personal Shopper




Roberto Silvestri

Siamo completamente soli o possiamo entrare in contatto con qualcuno, almeno qualche volta? Possiamo essere assolutamente affascinati da ciò che detestiamo? Si può filmare un attore come se fosse lo spettro, lo spirito, come nel tema sulla mucca del film di Godard Vivre sa vie? La mucca ha un esterno e un interno, togli l'esterno e resta l'interno, togli l'interno e resta l'anima.....
Sono queste alcune riflessioni, ben celate in un film di genere fantastique, al centro di un ipnotizzante monologo interiore filosofico-horror. Per andare più sul concreto. Sfiora già il sublime che esiste questo lavoro: far lo shopping per un altro. Peccato che chi se lo può permettere ha in genere cattivissimi gusti (oltre ad una patologia schizoide: non era il piacere massimo e unico girare per negozi di classe? Anche i ricchi non hanno tempo, hanno ormai le ore contate?)… Se poi questo lavoro non ti piace, ma sei attratto da ciò che brilla, dalla ricchezza e dalla moda, le ambiguità crescono.
Kristen Stewart e Olivier Assayas sul set di "Personal shopper"
Oggi è il giorno di Olivier Assayas con un film in concorso, il suo sedicesimo (a parte corti e doc), e 20 anni dopo Irma Vep, il primo del genere.  Molto attesa la ghost story eccentrica, "modaiola" (Dior, Chartier, Louboutin...)e gemellare, quasi un Cronenberg, dal titolo, appunto, di Personal Shopper, superfavorito tra i francesi, secondo indiscrezioni autorevoli, per la Palma d’oro.

E’ vero che il dramma sulla paranormalità, i fantasmi, gli ectoplasmi e lo spiritismo del regista francese che viene dai marxisti-leninisti e poi dai Cahiers du cinema è stato tra i più fischiati della selezione. Nei film charmant sui fantasmi, i fantasmi non si devono mostrare, mica è Ghostbuster! Le segnaletiche d’arte, al festival di Cannes, il più ugonotto di tutti, vanno rispettate rigorosamente, come la chiusura dei cellulari prima della proiezione.

Ma del pubblico della Croisette, soprattutto quello della mattina, in sala Lumiere, oltre 3000 posti difficili da riempire alle 8.30, non ci si può più fidare, né quando delira di entusiasmo (spesso incomprensibile) né quando si indigna rumorosamente, perché le proiezioni stampa sono ormai annacquate da un pubblico di non addetti ai lavori, formato soprattutto da invitati tra i notabili della città e relative clientele. Stiamo parlando male, come dei maledetti snob, di una platea normale? Quella che, come diceva Billy Wilder, è sempre geniale, perché solo il singolo spettatore può essere stupido? No, sto parlando perplesso delle platee miste dei festival, “quando arriva quella gente con gli occhiali io mi alzo” (chi lo diceva?) e delle claque nemiche dei Dardenne o di Refn, infiltrate, perché basta qualche booooo ben organizzato, che sappia titillare i nostri più reconditi pregiudizi schermici (il trash è ancora il nemico pubblico numero uno del critico occhiluto perbene o maligno) per nuocere parecchio al botteghino.   
E’ anche vero che il direttore del festival Thierry Fremaux ha dato confidenzialmente per favorito alla stampa americana proprio il dramma teosofico che Kristen Stewart interpreta come un assolo di violino, by Paganini, dall’inizio alla fine. Quasi un documentario sul corpo doppio e la tecnica recitativa multiplateax, da virtuosa, della superstar di 26 anni, ma veterana del set, che entra ed esce dai blockbuster - il più famoso resta l’eroticissimo Twilight - con non-chalance invidiabile. Tanto che l’attrice americana ha vinto un Cesar per Le nuvole di Sils Maria, la precedente stravaganza “vettista” e nietzschiana di Assayas. Anche lì, sulle Alpi, era segretaria tuttofare di una diva (Binoche) in lutto. E si discuteva di cinema, se era meglio il cinema di genere o d’autore… L’amicizia di Kristen con il produttore di Assayas, Charles Gillibert, ha favorito certo questo secondo incontro, ancor più affiatato del primo. Il fatto è che questo è il corpo erotico del momento, sia per la sua stretta contiguità del pallore di questo viso con la morte e con l’eternità, sia perché il corpo è di flessibile perfezione. Kristen è atta a ogni lavoro, disponibile perfino a farsi succhiare tutto il sangue, come un operaio Fiat, da Valletta a Marchionne, o a farsi morsicare da famelici licantropi che lei ha sedotto per questo.       
Qui Kristen Stewart è l’androgina Maureen, americana in Europa, che di mestiere fa, annoiata ma sempre in movimento frenetico, lo shopping di classe e la stilista aggiornatissima (ma ne ha le palle piene) per una celebrità parigina, non poco narcisista, che la paga con biglietti da 500 euro,  e che intanto cerca, traumatizzata, di rientrare in contatto con lo spirito del fratello gemello, giovanissimo, morto improvvisamente di infarto. Lei e lui infatti erano entrambi medium, sensitivi capaci di comunicare con ogni mezzo necessario, al di qua e al di là della vita. Insomma come una gemella ancora più incasinata, coinvolta, promiscua con l’altrui corpo e l’altrui mente. Ecco perché sembra sempre triste, sola, addormentata, catatonica, senza “carattere”. Come Edberg quando primeggiava sul Rolland Garros. Durante questa ricerca di griffe e di graffi dall’al di là, tra Praga, Londra e Parigi, complicata da un fidanzato genio dei computer che lavora nella penisola araba, dall’assassinio della sua datrice di lavoro (nel quale viene quasi implicata, per colpa di una sua avventata amicizia on line), dall’amicizia con la ex del gemello, che ora ha un nuovo fidanzato, Maureen evoca strani e minacciosi poltergeist, che abitano i misteriosi spazi di una villa abbandonata in campagna e altri elementi fantastici, che stridono con il resto del film, un thriller tradizionale, sfrontatamente realistico.

Da cui lo scandalo della ricezione che considera insopportabili le basse incursioni di genere horror dentro un testo che non risparmia citazioni colte come le sedute spiritiste di Victor Hugo e soprattutto il rapporto tra teosofia e nascita della pittura astratta, frutto delle ricerche non di Kandinsky ma prima di lui di una pittrice svedese, la non troppo conosciuta Hilma Af Klint, morta nel 1944, che inizia a comporre i suoi mille giochi cromatici nel 1906, sotto influsso dell’occultismo.

Parte un vero duetto, a comunicazione intima, sensuale, “transverbale” più che tra Maureen e il gemello, tra lei, l’attrice, e lui il regista, fatto di vuoti silenzi rumori più che di significiati. Insomma i significanti riescono a mettere un sasso in bocca ai significati. Non succede spesso al cinema, senza annoiarsi a morte. Arrivare a prosciugare dalle immagini il senso, ampliando nello stesso tempo la gamma delle suggestioni sensorie, è il procedimento che anche Assayas, dall’altra parte dello schermo, sperimenta assieme alla sua affiatatissima (ormai) troupe, composta sempre dagli stessi creativi e tecnici. Yorick Le Saux controlla le 50 sfumature di grigio splendidamente, le sue tonalità sembrano il catalogo delle cucine più chic. Marion Monnier gioca al montaggio di controbalzi e scratching. Antoinette Boulat sceglie attori e comparse in modo che non interveriscano mai esistenzialmente con Maureen, vetri e riflessi “magici” sono la specialità dello scengrafo, Francois-Renaud Labarthe…

Anche perché il cinema è una arte occultista, nel significato non spirituale o mistico. Ma perché “occulta”, nasconde strutturalmente il fuori campo, il fuori scena, l’osceno. Il migliore cinema è proprio quello che di questo fuori campo si fa traghettatore. E fa vedere l’osceno. Il fuori scena. Effetto horror che nessuna ricetta seriale sa contraffare.

lunedì 16 maggio 2016

Cannes 2016. Assayas e Almodovar


Cannes, 17 maggio 2016


Sulla Croisette Personal shopper di Olivier Assayas, mentre il cineasta spagnolo si presenta con Julieta. Entrambi candidati eccellenti per la Palma d’Oro

ROBERTO SILVESTRI

Oggi è il giorno di Olivier Assayas e di Pedro Almodovar con due film in concorso molto attesi, la ghost story eccentrica Personal shopper e una tragedia meno fiammeggiante e pop del solito, forse perché tratta dai racconti poco rococò della scrittrice canadese Alice Munro, Julieta. Molti li danno superfavoriti per la Palma d’oro, soprattutto il primo. È vero che il dramma sulla paranormalità, i fantasmi, gli ectoplasmi e lo spiritismo del regista francese che viene dai Cahiers du cinema è stato tra i più fischiati della selezione. Ma del pubblico di Cannes non ci si può più fidare, né quando delira di entusiasmo né quando si indigna rumorosamente, perché le proiezioni stampa sono ormai deformate da un pubblico di invitati (di Lescure) scelti scrupolosamente tra i non addetti ai lavori, .

È anche vero che da indiscrezioni autorevoli il direttore del festival Thierry Fremaux dà per favorito proprio il dramma teosofico che Kristen Stewart interpreta come un assolo di violino, dall’inizio alla fine. Quasi un documentario sul corpo e la tecnica recitativa della superstar di 26 anni, ma veterana del set, che entra ed esce dai blockbuster (il più famoso resta Twilight) con una nonchalance invidiabile. Tanto che ha vinto un Cesar per Le nuvole di Sils Maria, la precedente stravaganza “vettista” di Assayas.

Qui Kristen Stewart è Maureen, americana in Europa, che di mestiere fa, annoiata, lo shopping di classe e la stilista per una celebrità parigina, non poco narcisista, e che intanto cerca, traumatizzata, di rientrare in contatto con lo spirito del fratello gemello, morto giovanissimo di infarto. Entrambi erano medium, sensitivi capaci di comunicare con ogni mezzo necessario, al di qua e al di là della vita.

Durante questa ricerca, tra Praga, Londra e Parigi, complicata da un fidanzato genio dei computer che lavora nel Golfo wahabita, dall’assassinio della sua datrice di lavoro (nel quale viene quasi implicata, per colpa di una sua avventata amicizia on line), dall’amicizia con la ex del gemello, che ora ha un nuovo fidanzato, Maureen evoca strani e minacciosi poltergeist, che abitano i misteriosi spazi di una villa abbandonata in campagna, e altri elementi fantastici che stridono con il resto del film, un thriller tradizionale ma sfrontatamente realistico. Da cui lo scandalo della ricezione, che considera insopportabili le basse incursioni di genere horror dentro un testo prodigo di citazioni colte come le sedute spiritiste di Victor Hugo e il rapporto tra teosofia e nascita della pittura astratta, frutto delle ricerche di Kandinskij e prima di lui da Hilma af Klint, pittrice svedese che iniziò a comporre i suoi mille giochi cromatici nel 1906 sotto l’influsso dell’occultismo.

Arrivare a prosciugare dalle immagini il senso, ampliando nello stesso tempo la gamma delle suggestioni sensorie, è il procedimento che pure Assayas sperimenta. Anche perché il cinema è un’arte occultista, non nel significato spirituale o mistico. Ma perché nasconde strutturalmente il fuori campo. Il migliore cinema è proprio quello che di questo fuori campo si fa traghettatore.

Almodovar invece cambia il proprio registro. Il suo Julieta è un film sobrio. I colori sono accesi perché il regista della Mancha nasce al cinema con i technicolor hollywoodiani degli anni ’50, con Sirk e Minnelli. Ma questa volta niente movida e niente elogio del kitsch. I drammi segreti, invece, di una signora madrilena di 50 anni che ha perduto la figlia tanto tempo fa, non perché è morta ma perché è fuggita di casa incolpandola della morte dell’adorato padre, un pescatore galiziano buttatosi nella tempesta a causa di un litigio di gelosia e per esser stato scoperto amante di un’amica pittrice e scultrice.

Tanti anni dopo riemergono tracce della figlia e il film va indietro nel tempo a ricostruire il complicato puzzle esistenziale di questa donna esausta, giocato sui mezzi toni e sui mezzi sentimenti. Julieta ha due corpi (echi di Bunuel e Hitchcock), da grande quello di Emma Suarez e da giovane quello di Adriana Ugarte; è un’insegnante di filologia classica, esperta di miti, emula di Ulisse, che solca il mare dell’avventura rifiutando l’agio e la tranquillità, la ricchezza e la lussuria. Perché la vita è mare in tempesta, non calmo mare da cartolina.

domenica 8 maggio 2016

Cannes 69 L'erotismo lesbico



Cannes

Mariuccia Ciotta

Il fermo immagine di Cannes 2016 non sarà il manifesto del festival, dal Disprezzo di Godard con la sua vertiginosa Villa Malaparte, ma Kristen Stewart, la Bella di Twilight con la bocca incollata a quella di SoKo, cantante pop e attrice francese, in un ribaltamento dell'erotismo divistico che quest'anno sulla Croisette lascerà la sua impronta. "Vivo nell'ambiguità del mio mestiere d'attrice ed è la cosa che amo" dichiara Stewart, che non vuole definire la sua sessualità, e vagabonda tra le stelle di ogni genere, capigliatura punk e aspetto androgino, per dire che il cinema stesso è "ambiguo".
Sono molti i film di questa 69a edizione sotto il segno della "femmina folle", a cominciare proprio dall'eccentrica coppia. SoKo recita in La danseuse (Certain regard, 13 maggio) la parte di Loie Fuller, pioniera del ballo moderno, icona della “danza serpentina”, nel suo incontro appassionato con Isadora Duncan (Lily-Rose Depp, figlia di Johnny). E ancora in Voir du Pays (Certain regard, 17) storia del ritorno traumatico di sue soldatesse dall'Afghanistan, una è ferita, l'altra ha subito un trauma psichico, insieme cercheranno di ritrovare la joi de vivre in un hotel a cinque stelle di Cipro.
Anche la protagonista della saga vampiresca è presente in due film, Café Society (fuori concorso), esordio nel mondo digitale di Woody Allen, che ha aperto l’11 maggio il festival in clima da età del jazz. E Personal Shopper (concorso, 17) di Olivier Assayas. Il rapporto feticistico tra l'"acquirente personale" e una grande attrice di Hollywood, che l'ha incaricata di acquistare abiti chic a Parigi, domina il film in un fruscio di sete e di allucinazioni sensoriali ai confini del paranormale. La fascinazione si ripete quando l'ex Biancaneve Kristen Stewart sale la montée de marche mano nella mano con Jodie Foster, maestra in tutto, con cui ha girato, bambina, Panic Room. Regista di Money Monster, (passato fuori concorso il 12) Jodie ha deciso il coming out a tempo ritardato per timore di deludere i fans mentre la giovane "allieva" è un'apripista spericolata dell'amore transgender.
Segnali di un cambiamento profondo, coltivato da Cannes dove il fascino dell'erotismo lesbico si è sprigionato con il film franco-tunisino La vie de Adèle (Palma d'oro 2013), seguito l'anno scorso da Carol, star Cate Blanchett interprete delle pagine di Patricia Highsmith.
Le drag king si declinano in diverse forme nell'attuale cartellone del festival, come in Elle (chiuderà il concorso il 21) di Paul Verhoeven, visualizzato nel corpo tormentato di Isabelle Huppert, divisa tra passioni divergenti così come l'ha disegnata lo scrittore Philippe Djion in Oh...
E, a sorpresa, Paolo Virzì, va sulle tracce di Thelma e Louise e mette in scena Valeria Bruni Tedeschi (che imita Vivian Leigh in Un tram che si chiama desiderio) e Micaela Ramazzotti (quasi un alias di Hillary Swank in Boy don’t cry) abbandonate non senza malizia una sull'altra nel poster di La pazza gioia (Quinzaine des realisateurs, 14). Il film è scritto da Francesca Archibugi e racconta la fuga delle due svitate, diversamente pericolose, da una comunità terapeutica alla scoperta del piacere fuori dalla gabbia dell'ordine mentale. Tracce di esperienze eversive - una madre che amò un'altra donna - corrono anche nell'italiano Pericle il nero di Stefano Mordini con Riccardo Scamarcio (Certain regard, 19). E anche in L'ultima spiaggia, documentario italo-greco (passato fuori concorso il 12) dove un muro, allusivo di altre barriere, separa uomini e donne, si fa sentire il godimento erotico liberato dalla disciplina familiare.

"Scene di sesso lesbico selvaggio" annuncia invece, senza sfumature, uno dei beniamini dei festival, Nicolas Winding Refn - danese, eletto miglior regista a Cannes 2011 - a proposito di The Neon Demon, "un horror sulla bellezza virtuosa e su quella malvagia" in gara il 20 maggio col suo tenebroso mondo di succhiasangue, metaforici ma non tanto. Modelle feroci divoratrici di potere sulla passerella losangelina (un altro leit motiv del festival, il mondo della moda), le donne "dracula" raddoppiano il desiderio con i loro canini fallici e moltiplicano il potere nel riflesso di sé. L'amore lesbo si trasforma così da spettacolo eccitante a temibile chiamata alle armi, come dimostra il manifesto di The Neon Demon dove un'elegante biondina esibisce il suo abito-divisa che sgocciola sangue.
Ancor più erotico ma sempre in forma di resistenza anti-maschile The Handmaiden (in concorso il 14) del sudcoreano Park Chan-Wook che estrae l'amore proibito dalla Londra vittoriana di Sarah Waters e dal suo romanzo Fingersmith per trasferirlo negli anni Trenta della Corea occupata dai giapponesi. Nell'ombra vellutata di un palazzo grondante ricchezza, si nasconde il viso pallido di una giovane donna reclusa dallo zio, e che vedrà nel suo doppio umiliato, l'ancella del titolo, la più dolce delle vendette. Cosa succede tra la padrona Hideko e la serva Sookee? Piccole mani guantate accarezzano, sguardi perversi toccano, la prigione diventa un luogo esclusivo per l'una e l'altra in questo lesbo-thriller del regista che prosegue l'attività di Lady Vendetta ma senza pistole e coltelli.
Intanto la giuria della Queer Palm, il premio destinato al miglior film su tematiche Lgbt, istituito a Cannes nel 2010, apre bene gli occhi in cerca del vincitore, e quest'anno sarà difficile non attribuirlo a una Lei, che dovrà assomigliare il più possibile alla principessa Elsa di Frozen (cartoon Disney), incoronata Queer e scelta per la campagna twitter pro-gay #GiverElsaAGirfriend.
Anche nel Marché spuntano titoli in sintonia con il mood della Croisette, come Below Her Mouth diretto dall'attrice-produttrice April Mullen, canadese, e distribuito dalla Elle Driver, nome del personaggio combattente di Kill Bill!.

Uno staff di sole donne, dalla regista alla camerawoman, si sono unite per questo film indie costato più di due milioni di dollari, e che "contro gli stereotipi della sessualità femminile" mette in scena due creature lunari, l'ex ballerina Natalie Krill e la svedese Erika Linder, corpo e viso cangianti, modella preferita di Tom Ford, Vogue, Marie Claire. Un ragazzo vestito da donna, o una donna vestita da ragazzo? Stessa domanda che George Cukor proponeva guardando Katherine Hepburn nel classico degli anni Trenta Il diavolo è femmina. Un "dramma disinibito" - l'ambiente, ancora una volta, è quello della moda - ovvero il weekend di fuoco di Dallas e Jasmine. L'obiettivo della Elle Driver e del suo crew femminile è anche di natura più materiale, perché oltre al nuovo "soggetto" del desiderio, in gioco ci sono i minori compensi riservati ad attrici e cineaste, che con Below Her Mouth si allineano alla protesta di Patricia Arquette sul palco degli Oscar: "E' arrivato il nostro momento di avere la parità di salario una volta per tutte, e parità di diritti per le donne degli Stati Uniti d'America".
Ed ecco che il sesso “separatista” si trasforma da pruderie a gioco di squadra, condotto da eroine come la francese Thérése Clerc, protagonista del documentario La vita di Thérèse (Quinzaine, 16 ). Una vita spericolata, che lei stessa racconta poco prima di morire, il 16 febbraio scorso. Sposata a vent'anni, casalinga, madre di quattro figli, Thérése si scopre omosessuale nei primi anni '70, divorzia e inizia la sua militanza nel Mouvement de Libération des Femmes, e a favore dei diritti gay & lesbian. E' considerata la più grande tra le paladine di Francia sul fronte della libertà sessuale.
Senza Thérèse niente Kristen Stewart, niente baci sulla Croisette.

sabato 5 settembre 2015

Equals e The Danish Girl, corpi cangianti


Mariuccia Ciotta

Venezia



Alexander Sokurov si è giocato il Leone d'oro visto che vuole l'Europa “pulita” e protetta dalla “furia iconoclasta”, i richiedenti asilo fermati sull'altra sponda perché è “pericoloso mischiare le culture”. Alfonso Cuàron, messicano, presidente della giuria, che ha dichiarato esattamente il contrario, gli darà il foglio di via, o anche lui è rimasto affascinato dal puzzle Francofonia “in difesa dei valori” conservati al Louvre?

Un futuro senza emozioni è il leitv motiv del cinema di fantascienza, e non da ieri, come se il robot avesse già freddamente sostituito l'uomo, tutti Equals (concorso), tutti uguali come immagina il 38enne di Orange County (la concentrazione di ricchi più ricchi d'America) Drake Doremus, vivaio Sundance, forse pensando a L'invasione degli ultracorpi di Don Siegel, o forse a un titolo più recente, Gattaca ('97) che lanciò (in sordina) il magnifico Andrew Niccol, e che qui ritorna negli scenari bianchi, i tunnel, i posti di blocco elettronico, le pareti trasparenti e semoventi, lo stile rarefatto (set Tokyo e Singapore) animato da ombre e da riflessi, i dettagli amplificati di corpi evanescenti, anestetizzati, indifferenti.

L'assenza di emozioni genera la pace? Il mondo di Equals è reduce dall'apocalisse atomica e crede che privare uomini e donne di vibrazioni interiori assicuri l'equilibrio. Qualche centinaio di anni prima, adesso, si può dire il contrario. Solo chi è “disumano” può scatenare la guerra, e starsene immobile come Nia (Kristen Stewart) e Silas (Nicholas Hoult) nel vedere i cadaveri in tuta candida distesi sull'erba, morti a causa del virus Sos, la “malattia” che neutralizza gli inibitori di sentimenti, e fa scattare la “pulizia etnica”. Chi si commuove va a finire nel Covo, e si “suicida”.

Doremus non sembra interessato né all'azione né al décor né all'arredamento minimalista, grandi schermi opalescenti e penne digitali, tutto già archiviato nella memoria del cinema, il suo è come un balletto di automi che recitano Romeo e Giulietta, una vivisezione del primo spuntar di una lacrima e dall'agitarsi delle dita, genesi dell'amore, o meglio della vita che non c'è al di là della relazione con l'altro. Ed è un assurdo che i due siano “creativi”, lei scrive storie spaziali, lui le disegna, ma sotto la tuta arde la fiamma, entrambi assaliti dalla voglia di sfiorarsi, e Kristen Stewart, la Bella Swan di Twilight ne sa qualcosa. L'occhio desiderante di una donna rivolto a un corpo che si nega, vampiro, mutante, insensibile...

Certo, se un fotogramma di Mystic River non vale tutto Black Mass, si può dire lo stesso per Equals paragonato a Gattaca, ma c'è lo scarto e il deragliamento, qualcosa che trasforma l'algida fotocopia in poesia, basta spostare prospettiva e riflettori e cambiare l'ordine delle cose, soprattutto nell'onda elettronica dei compositori Sascha Ring (Apparat, tedesco) e Dustin O'Halloran (Devics band, Usa).


“E' imbarazzante per un uomo essere guardato da una donna”, nel caso di The Danish Girl (concorso) si tratta di una pittrice (Sokurov non riesce a pronunciare la parola pittrice e nel suo film dice: ho visto una donna che dipinge, al Louvre!), Gerda Wegener (Alicia Vikander, Ex Machina) che fa il ritratto a un nervoso gentiluomo baffuto degli anni Venti. Il film è uno dei titoli più “attesi” sperando nello scandalo trans, ma Tom Hooper non a caso ha vinto 4 Oscar per Il discorso del re, e sa centellinare espressioni e turbamenti nel raccontare la vera storia del paesaggista danese Einar Wegener (Eddie Redmayne, Oscar per La teoria del tutto), che si sottopose alla pionieristica operazione (in realtà furono 5) del cambio di sesso.

Il regista inglese indugia sulla sensualità della seta, sui merletti, i voile, le calze velate, abiti come piume che farebbero desiderare a chiunque di indossarli, come accadeva a Ed Wood, il regista di Glen or Glenda, con i suoi maglioncini di angora. Einar, però, non amerà stare in bilico tra il sé uomo e il sé donna, vorrà essere Lili per sempre dopo i sei anni di matrimonio con l'amabile tipetto biondo Gerda, sua moglie, che avrà finalmente successo con i ritratti erotici del marito truccato.

Splendida Copenhagen nel profilo della città che si specchia nell'acqua, azzurro sopra e sotto, e il fruscio delle stoffe e dei pennelli, la grazia di Gerda e di Einar che per la prima volta se ne va travestito per gioco ai vernissage. Anche Hooper dipinge lo schermo, tonalità calde, avvolgenti, e inquadra il balletto delle mani di Einar, che sarà sottoposto a cure violente, considerato schizofrenico, pazzo. Pittura e teatro, performance dei due protagonisti ai quali di aggiunge, nella parte di un'amica ballerina, la bella bisex (nella realtà) Amber Heard, neo moglie di Johnny Depp. Il dramma è pieno di sorrisi e di comprensione, Gerda, dopo un primo schock, accudirà il marito fino all'operazione finale e lui/lei dall'andamento di cicogna, una iperdonna dai rossori improvvisi. Einar tirerà fuori la Lili che è in lui a costo di diventare spuma nel mare di Copenhagen. Quasi una favola di Hans Christian Andersen.




domenica 15 giugno 2014

"Sils Maria" di Olivier Assayas, un road movie tra le macerie della vita. Dopo Cannes proiezioni speciali a Roma e a Milano.


di Roberto Silvestri 

Olivier Assayas
Cosa distingue il cinema di viaggio, o di inseguimento, insomma Il gior nel mondo in 80 giorno o Punto zero, dal road movie? Nel road movie è il paesaggio che diventa il protagonista principale, e divora via via i viaggiatori che vorrebbero goderne e attraversarlo dominandolo. Lo spazio e il tempo, invece, non sono più il loro spazio e il loro tempo. La trasformazione, la mutazione si avvicina... Easy rider, e prima ancora il capostipite del genere, Il sorpasso, sono road movie. La moto o la macchina o il treno di Sulla strada diventano protesi della natura.


Engadina
Ma contemplare il passato e il presente di un paesaggio, soprattutto con rovine, provoca la vertigine del sublime. Questo film, Sils Maria, diviso in due atti ed un epilogo, inizia come un tranquillo film di viaggio in Engadina, anche se proprio quel villaggio di Sils Maria, “a 2000 metri sul livello del mare, e molto più in su di tutte le cose umane” dettò a Nietzsche il mito dell'eterno ritorno.



E', nel racconto dell'autore, il viaggio di se stesso regista, il francese Olivier Assayas, con una attrice-star, la connazionale Juliette Binoche, non più giovanissimi ma con la quale, giovanissimo, iniziò la carriera e condivise il successo e vuole oggi ripercorrere quel tragitto antico comune, prendendo a pretesto un allestimento teatrale in fieri da preparare in uno chalet di montagna.


In realtà il viaggio è per i sentieri aspri, sterrati, e a volte interrotti, della memoria, con i suoi lati triviali, rimossi, coriacei. Macerie pericolose da rivoltare. Si può rivivere l'innocenza  della giovinezza, quando si scoprì il mondo per la prima volta? Oppure vincerà la sensazione di essere ormai fuori dal tempo, di non comprendere più il mondo che ci circonda? 

E' così che un film di viaggio, da “turisti per caso”, si trasforma in un road movie spirituale e anche in una meditazione sull'arte, sulla possibilità del cinema di riprendere anche l'invisibile: “Che tutto ritorni senza fine è l'estremo incontro del mondo del divenire con il mondo dell'essere: la punta più alta della meditazione”. Nietzsche, appunto.


Ma partiamo dall'inizio.


Juliette Binoche
Che cosa hanno in comune Ingmar Bergman, il cinema di Hong Kong e Kenneth Anger, l' angelo decaduto del pianeta underground? Sono proprio l'oggetto di studio teorico principale di Olivier Assayas, il raffinato critico dei Cahiers diventato sceneggiatore, regista e autore dal 1986 di una dozzina di film “a parte”, difficili da ordinare e raggruppare stilisticamente ma fluidi, cinefili, autobiografici e affascianti: Après Mai L'eau froide, Irma Vep, Carlos, il documentario su Hou Hsiao Hsien...


Kristen Stewart, Assayas, Chloe Grace Moretz e Binoche a Cannes
Le sue opere aperte, dalle immagini superbe, che si possono leggere, a secondo della ricezione, come fumetti, commedie o tragedie, non sono mai noiose o ermetiche, nonostante uno sfoggio di sostanza conoscitiva, visuale, esistenziale, politico-culturale, sempre densa e poderosa. Questa volta, addirittura debordante. 

Kristen Stewart
Sils Maria, che ha chiuso con successo la competizione di Cannes 2014, è una partitura “per sole donne e montagne alpine”. Sarebbe piaciuto a Robert Aldrich che alternava film per soli uomini (La sporca dozzina, L'ultimo imperatore, Quella sporca ultima meta...) a film per sole donne (All the murbles, Che fine ha fatto Baby Jane, Piano piano dolce Carlotta...). E le tre attrici che si incontrano e scontrano sulle vette nietzschiane sono: Juliette Binoche, la diva; Kristen Stewart (la sublime vergine-vampira della saga Twilight), nel ruolo della sua assistente preziosa e charmant, e Chloe Grace Moretz (Carrie 2 e Hugo Cabret), in quello del nuovo idolo dei ragazzini e futura 'annientatrice' della diva. Altrettanto brava ed erotica. 

Assayas e Binoche si conobbero nel 1985, all'epoca di Rendez vous. scritto da Assayas per Techiné. E continuano a palleggiare emozioni, strizzatine d'occhio ed esperienze. Ma faranno incursioni, più o meno discrete, nel film anche: il mito dell'eterno ritorno di Nietzsche anche nella versione “blockbuster di fantascienza hollywoodiani”; le dense armonie settecentesche di Georg Friedrich Haendel e Johann Pachelbel e il rock; lo stile e le tecniche di recitazione europee e americane; i paparazzi “assassini” e lo star system preadolescenziale di oggi e di Eva contro Eva (ovvero come scalzare dal loro piedistallo i grandi maestri e prenderne il posto, e viceversa, come impedire alle giovani generazioni di ripetere gli stessi errori di presunzione, arroganza e cinismo delle precedenti). Wenders, Fassbinder e Herzog e perfino un classico muto del filmaker tedesco, poi nazista, Arnold Frank, pioniere del cinema di montagna. 

Nel 1924 Arnold Frank filmò Le phenomène nuageux de Moloja: 14 minuti  (ne restano 9) sul famoso “serpente di nuvole” che si forma in Engadina, durante l'autunno, sul colle Maloia, per l'aria umida che si alza dai laghi italiani e avanza sulle Alpi disegnando un lungo pitone che striscia nell'aria. Girato quasi tutto tra l'Alto Adige e le Alpi svizzere, e racchiuso tra il fenomeno filmato nel 1924 e  lo stesso fenomeno filmato a colori da Assayas per l'occasione, infatti, Sils Maria racconta la storia di una attrice, Maria Enders (Binoche), diventata famosa a 18 anni per aver interpretato a teatro il ruolo di Sigrid, ambiziosa e affasciante ventenne disposta a tutto per il potere, che conduce al suicidio la più matura Helena, che le si mette naturalmente di traverso. Una tragedia d'ufficio. 

Vent'anni dopo Maria Enders è stuzzicata dalla possibilità di tornare a solcare le scene, interpretando proprio il ruolo della suicida, Helena. “Lo faccio? Non lo faccio? Siccome devo tutto all'autore di quel dramma, che poi fu il film che mi lanciò, lo farò”....Il film racconta la lunga marcia di avvicinamento a quel testo e a quel ruolo così ostile, scritto da un drammaturgo amato e appena morto, Wilhelm Melchior,  l'ambiguità nell'interpretazione dei due personaggi, complessi e ricchi di sfumature e intenzioni, l'incrocio di sensibilità tra attrice matura e attrice giovane e tra Marie e la sua collaboratrice segretaria, Valentine (Stewart) che studiano insieme il copione, nello chalet incantato dell'Engadina, prestatole dalla vedova di Melchior (Angela Winkler che, assieme a Hans Zischler, segna il passaggio non casuale, nel film, del “nuovo cinema tedesco”). 

Il film si può anche interpretare come un tributo commuovente a chi restò fedele per tutta la vita all'adolescenziale modo di intendere il mestiere di produttore cinematografico come colui che mette caos nell'ordine. All'anarchico pestifero (qui coproduttore tedesco per la Pandora) Karl Baumgartner. Detto Baumi. Morto poco tempo fa e che ha lasciato un vuoto incolmabile nel cinema europeo di ricerca e sperimentazione di altri piaceri.