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venerdì 30 agosto 2019

Mostra di Venezia. Soprattutto Polanski, Martone e Buzid



Laura Dern e Scarlett Johansson in Marriage Story di Noah Baunbach


Roberto Silvestri

Dopo un terzo di festival, favorito da un inusuale grande caldo e da un clima festoso e rilassato, e una volta reso omaggio a Pedro Almodovar colonna culturale e pansessuale della nostra Nuova Europa, e premiato oggi per la carriera, abbiamo appuntato, tra i film da consigliare agli amici, prima di tutto un frammento. Il monologo da premio (applausi a scena aperta) di Laura Dern in Marriage Story di Noah Baumbach, commedia sul ri-divorzio, prima amichevole, poi tutto un duello rusticano tra avvocati losangelini da far morire di invidia Woody Allen per le sue punte comuco-tragiche, nel quale si sintetizzano in due ore e poco più 135 episodi di una intera serie tv sulla guerra tra la cultura viva di New York e quella “morta” e “materialista” della California, e si permette a Adam Driver di esibirsi in un booking mozzafiato, a tutto campo, tonalità medie, comiche, tragiche, guittesche, melodrammatiche e canore, con Scarlett Johansson che sa tenergli testa punto su punto, in questa acida parodia di La La Land, con il teatro d'avanguardia al posto del jazz da ascensore. Il piccolo grande monologo di Laura Dern, avvocata “squalo” di Scarlet, che entra nella testa dei suoi 'nemici da pelare', si introduce nel loro pensieri più reconditi e nei loro piaceri colpevoli più fino a estrarne la “scatola nera” capace di vivisezionarne ogni sfumatura comportamentale, chiarisce bene quel che è il nemico attuale del movimento “me too” e spiega perfino ai sassi perché sull'affidamento dei figli alle madri piuttosto che ai padri i tribunali per lo più non hanno dubbi. Altro caso di affermative action. La donna deve dimostrare sempre di essere perfetta. L'uomo mai. Donna=Madonna, secondo l'equazione mariana che un brutto papa del Novecento regalò a Hitler e Mussolini per degradare la donna a madre e moglie non tanto di un uomo quanto di una idea, di uno spirito, di una “tradizione culturale” superiore. Altro pezzo interssante il gioco utilizzato da James Gray nella space opera Ad Astra per imbruttire Brad Pitt con la complicità del produttore del film, Brad Pitt. Se non ci si imbruttisce un po', vedi Charlize Theron, nessuna super star glamour vincerà mai un premio Oscar. E qui ci si serve di tutto il materiale utilizzabile, dalla teoria della Frontiera versione spaziale, all'individualismo esasperato a Tommy Lee Jones anche lui invecchiato, per impiastricciare di arty un film di fantascienza pomposo, pretenzioso e noiosamente lineare. E passiamo ai film interi.
Il restauro di Estasi di Machaty, il film ceco del 1932, del nudo di Hedi Lamarr in campo lungo, dell'orgasmo di Hedi Lamar in un primo piano sineddochico e di una sequenza di inno al lavoro proletario che nemmeno nei film stalinisti di quegli anni. In quietante. Ha fatto bene l'attrice-.scienziata a fuggire dall'Europa nazistoide.
Poi Gli spaventapasseri del grande cineasta tunisino Nouri Buzid, su una giovane jihadista venduta allo stato islamico come schiava sessuale che fugge dalla Siria ma subirà al ritorno in patria una triplice violenza da parte della nuova Tunisia post Ben Alì che la mette al bando e la vuole morta (nonostante la difesa di una avvocata combattiva) come traditrice per gli islamisti di Ennadha, puttana per i democratici conservatori (gli ex di Ben Alì travestiti), disonorata per la sua famiglia patriarcale e “ambigua” per gran parte dell'opinione pubblica, perfino di sinistra e anche gay. Un monumento al povero italiano ignoto, non necessariamente milite, è il documentario sulla storia bellica italiana, dalla caccia al brigante a piazzale Loreto, basato su una ricca e splendidamente montata selezione di materiali di repertorio e di canti popolari, Scherza con i fanti di Gianfranco Pannone, con scene di cadaveri carbonizzati dai gas italiani sul fronte etiopico che avrebbero fatto piangere Montanelli.
J'accuse di Polanski, sul caso Dreyfus, che non a caso indaga sul 1894-95 come anno cruciale per l'Europa e le sue radici culturali cristiane meno nobili, perché, mentre si spartisce l'Africa aizza all'odio antisemita come inevitabile necessità identitaria di chi senza classifica generale razziale, non può commettere i suoi primi abominevoli eccidi in nome di dio padre.
Citizen K di Alex Gibney distrugge Putin ed è un bene, anche perché è un supercapitalista russo Mikhail Khodorkovsky, molti anni imprigionato in Siberia e attuale leader di “Oper Russia” e della dissidenza tutta a raccontarcene le imprese, in un doc prodotto dalla Gran Betannia da un documentarista statunitense. Infine Il sindaco del rione sanità di Mario Martone, di cui parliamo qui sotto. I cattivi vanno alla grande. E aspettiamo Joker che li consacrerà. Intanto si capisce come mai il fumetto è al centro dell'immaginario non solo hollywoodiano ma anche anti-hollywoodiano. Da La véritè a Il 5 è un numero perfetto, all'abietto Seberg dell'australiano Benedict Andrews, a mal partito su argomenti con non maneggia, che conferma la versione di Edgar J. Hoover, capo dell'FBI sulla pericolosità esiziale del Black Panther Party, comunisti e violenti, con un Bobby Seale mai sentito così volgare e avido, e dove l'eroe che non è Huey Newton o Fred Hampton e neanche la divina Jean (Kristen Stewart, perché lo hai fatto?) ma l'agente Fbi pentito, ma in fondo buono perché fan di Captain America e collezionista dei suoi numeri storici. E poi se furono commesse ingiustizie, il corpo sano dell'America le riconobbe subito e le sanò. Ah si? Insomma. Oggi c'è un summit su fumetto e cinema, qui all'Excelsior. Non è un caso.
La grande tradizione del fumetto americano, underground e commerciale, o meglio per dirla alla Antonioni il “vizioso” Crumb e il “virtuoso” Marvel/DC, e di quello francese da Metal Hurlant a Michel Vaillant di Jean Graton, ha regalato negli ultimi anni sostanza grafica e umori innovativi alle rispettive industrie cinematografiche, che si sono divise negli ultimi decenni il business (occidentale e non solo), sia bloockbuster che d'essai con opere intelligenti e pop, ad alto quoziente comunicativo. Il mercato francese, infatti, tiene ancora, nonostante la crisi della forma film in sala. Nella prima metà del 2019 attraverso commedie e drammi di qalità sempre più alta (senza tutelare i piccoli film di ricerca mantiene il 39,3% del mercato cinematografico (contro il 48,1% degli Usa) e riesce a finanziare la produzione nazionale audiovisiva attraverso il prelievo del 10,7% sul costo del biglietto e cospicue percentuali sui profitti di brodacaster, dvd e piattaforme streaming e video di ogni tipo, Netlix, per esempio, portando annualmente ben 788 milioni di euro nelle case del Centro Nazionale Cinematografico. Se Franceschini tornerà ministro cercherà di avvicinarsi a questo modello, anche se a noi non è mai stato permesso di finanziare i film erodendo profitti dal Re Leone e Avengers. Comunque è stata una bella idea di Baratta & C. quella di affidare al disegnatore Lorenzo Mattotti, uno del pool di “matite pulite” anni 70, la sigla e il manifesto coloratissimi e “narrativi” (un set, come l'incontro tra Jean Vigo, Fellini e Disney) di Venezia 76. Come dire. Ripartiamo dagli illustratori della controcultura a 360°, da Frigidaire a Diabolik, da Igort a Fulci-Vivarelli, dalla grande stagione del cinema di genere che conquistò il mondo (non solo gli “Europa di notte”, gli horror-spaghetti, ma anche il cinema civile di Rosi, il grande 'documentarismo critico' e perfino dal produttore simbolo della simbiosi tra creatività dionisiaca e apollinea, cioé Alberto Grimaldi di Per qualche dollaro in più e Ultimo tango a Parigi) per ripensare a ricostruire un'industria cinematografica compatta, che era in prima fila, fino al 1977, e che da allora è sprofondata. Non siamo più nemmeno un mercato appetibile. Eppure gli scienziati dell'illusionismo reale sono nati qui, dal rinascimento in poi. E così il simbolo del cinema, la prima Mostra d'Arte di Venezia.
Alberto Barbera che nel 2020 chiuderà il suo ciclo di direzione (forse) ci ha suggerito come leggere la bussola per addentrarci nella giungla immaginaria della rassegna 2019. I migliori film del Lido sono “back to the future”, guardano agli snodi cruciali della storia come un passato da riesumare per capire meglio il presente e ipotizzare le forme di un altro futuro possibile. Theodor Roosevelt e la dottrina sociale del liberalismo alla fine dell'800, il caso Dreyfuss e le radici profonde del razzismo europeo, lo sgretolamento del wahabismo, la teoria della frontiera fin dentro la saga spaziale, le radici delle attuali lotte a Hong Kong, il sistema dei conti offshore, l'ingresso nell'alta finanza delle strutture mafiose, le riforme agrarie negate, i dissidenti cubani, sono solo alcuni degli argomenti della competizione di quest'anno. Seguiremo con maggiore attenzione quel cinema che sa aggiungere all'indagine storica minuziosa e dettagliata, basata sui fatti e non sul manicheismo cieco della propaganda, una sostanza emotiva che altri arti non sanno cogliere con la stessa forza. Il cinema infatti per la sua natura ibrida e contaminante aderisce meglio a ciò che arte non è. Si annoia del propria specialismo e penetra fluidamente nei territori del costume, della politica, dello sport, della vita quotidiana, del gioco d'azzardo, della sessualità e perfino del pettegolezzo. Oltre che nei media immersivi (e qui alla realtà virtuale è dedicata da anni una fertile sezione) che poi sono quelli che consumano più film ma nelle maniere meno ortodosse e disintegrando lo spettacolo di massa in sala buia. Il Leone di Venezia, macchia d'inchiostro fluido, quella disegnata da Piergiorgio Maoloni, è rimasto così per decenni il simbolo vitale della Mostra d'Arte da quando la rassegna, con Gian Luigi Rondi, è tornata competitiva. E dunque si deve vincere quel Leone con ogni mezzo necessario. E far parlare di sé anche indipendentemente dai film che sono gli addetti ai lavori studiano amano e odiano con passione e che i mass media prediligono (il caso Polanski, perennemtne riaperto da 50 anni, per esempio). In un luogo come il Lido che non è ancora adeguato all'entusiasmo di cinefili, fan e studenti che affollano le sale.

La vérité di Kore-eda Hirokazu

Il libro di memorie di Fabienne, star del cinema francese (Chaterine Deneuve), un best seller che ha venduto 50 mila copie, scatena conflitti familiari imprevisti nella villa dell'attrice e sul set di un ridicolo film commerciale di fantascienza (di imitazione americana, anzi sembra Interstellar) che Fabienne sta interpretando. La figlia sceneggiatrice Lumir (Juliette Binoche), rientrata da New York con il marito attore tv e la vispa figlioletta per festeggiare l'evento, e il segretario di una vita della diva, che assomiglia tanto a John Gielgud, polemizzano duramente e diversamente con la donna che ha raccontato nell'autobiografia molte menzogne, tralasciando errori e aspetti dolorosi, cancellando personaggi chiave e gelosie inconfessabili. Perfino la bimba entra in campo, recitando battute scritta dalla mamma e innomandosi di una grossa tartaruga nel giardino della villa, vicino alla prigione... Perché? Perché per un artista il miglior modo per arrivare al cuore delle cose, alla realtà, è saper fare un bel cocktail a base di verità crudeli e bugie a fin di bene, le scale a chiocciola della vita che vanno giù verso l'inconscio e su verso il rispetto e l'amore.
Il bel cinema insegna questo alla vita? Mah. Molti grandi registi giapponesi, statunitensi e iraniani, da qualche anno, sono attirati dalla Francia (e dai suoi generosi finanziamenti) per rendere omaggio non solo alla nouvelle vague e a quel certo stile libero di fraseggio e recitazione che ha contaminato il globo ma anche alla specialità della casa, la commedia familiar-sentimentale, arguta e di piccante umorismo, che adora vivisezionare le emozioni più profonde e penetrare nei pensieri più reconditi di madre e figlia, moglie e marito, nonna e nipote, suocera e genero, divorziata ed ex marito.... Affascinante dunque poteva essere l'incontro, attraverso un copione che mescola Eva contro Eva, Viale del tramonto e la storia di Francoise Dorleac che della Deneuve è stata la sorella, morta giovanissima, tra un regista che alla famiglia borghse ha dedicato tutta la sua vita, Kore-eda, smascherandone meschinità e mostruosità, per la prima volta al lavoro in Francia con un cast, una troupe e delle voci quasi interamente francesi e a timbri davvero differenti e la coppia di attrici che di questo cinema sono il simbolo, da Truffaut a Carax, più ancora di BB. Non mancano i momenti esilaranti e ironie più grossolane e scontate riguardo a Hollywood (rappresentata da Ethan Hawke nel ruolo del marito attore di Binoche), senza le quali niente finanziamenti.

Francesco Di leva (a destra) e Massimiliano Gallo in "Il sindaco del rione Sanità" di Mario Martone
Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone
Saper distinguere i “criminali per bene” dai “criminali carogna” è una grande arte. Di utilità quotidiana. Quasi come inventare una carrellata sublime invece di tracciarne una abietta. Rispettare un primo piano invece di sbatterci dentro il “mostro”, liquefare un volto negandogli il fuoco o renderlo grottesco con l'uso del grandangolo. Chi osserva male pensa male, parafrasando Nanni Moretti. Sul filo di questa difficilissima, doppia camminata etica si esibisce Mario Martone con i suoi attori nel film in concorso finora più impressionante del concorso veneziano, Il Sindaco del Rione Sanità, probabilmente il culmine di una appassionante e ormai lunga ricerca drammaturgica e performativa, mai ortodossa e sempre collettiva. Dopo averlo messo in scena per il teatro (come nel caso del suo Leopardi) Martone riscrive un classico del teatro di Eduardo, restituendo intanto al testo, con alcune interessanti deviazioni, quella sostanza conoscitiva implicita all'epoca (di camorra si trattava, ma non si poteva certo esplicitarlo, la parola “mafia” era proibita perfino in tv, negli anni 50) e collocandola nella Napoli marginale di oggi, alle falde di un Vesuvio sempre più basso nel profilo - s'è proprio dimezzato nel corso dei secoli - ma non meno, sotterraneamente, minaccioso.
Il boss Antonio Barracano (un Francesco Di Leva di potenza e fascino seduttivo nietzchiani) non è più il settantacinquelle uomo d'onore, nato nell'ottocento, di moralità più consapevole e umorismo più compassionevole di altri, e che ha saputo sfruttare meglio l'economia sommersa e parallela della metropoli, pur tollerata e controllata dal Potere, imponendosi come l'unico magistrato (e capo della polizia-ombra) riconosciuto dal popolo ignorante, dai sottoproletari più fragili e indifesi. E diventato ormai proprio come un monumento della zona, come il cortile di un palazzo barocco dei Quartieri Spagnoli, decadente, sublime e “senza aperture”. De Filippo aggiungeva al personaggio una capacità non comune di comunicare istantaneamente con il linguaggio non verbale, o un uso del corpo come lettrismo vivente, che pochi - Carmelo Bene tra loro - sapevano maneggiare con la stessa maestria per eseguire, e non esprimere, in un decimo di secondo, una sentenza di morte o di assoluzione.
Barracano è invece un giovane boss di oggi, altrettanto rispettato, ma soprattutto temuto, perfino dai suoi feroci cani da guardia, che si è costruito - con i proventi della coca, e non solo più delle sigarette di contrabbando, del gioco d'azzardo clandestino e della prostituzione- una villona strafottente, in zona vistosamente proibita, super-protetto da guardie armate. Ovvio che ha bisogno di un sistema lessicale e gestuale più rituale e contorto, eppure d'efficacia identica per amministrare la pace sociale e attutire i conflitti. Il dilemma che deve affrontare è: ha ragione il figlio di un boss diseredato a uccidere il padre che lo ha cacciato di casa? Rifiluccio Santanillo sembrerebbe avere torto, ma il fornaio Don Antonio, il papà infame, non è proprio quel lavoratore onesto e integerrimo che vuole apparire... Qui è la lezione anti recitativa e anti rappresentativa di Straub e Huillet, la “cacofonia” di tecniche interpretative differenti e non portate mai a omogenità accademica di suono e gesto che viene come sciolta nell'acido per tirare fuori dal respiro naturale dei corpi sigoli e dai ritmi motori differenti degli attori, le indicazioni critiche su ciascun personaggio. Grazie alla partecipazione di tutti i perfomer e di Massimiliano Gallo (il nemico di Barracano) prima di tutti, si ricompone come un puzzle collettivo quello che Eduardo riusciva a sintetizzare in un corpo solo.
Proprio come in Hotel Aramis (uscito giorni fa nelle sale) poi, nella villa opera l'amico e consigliere di Barracano, il medico che cura i malavitosi feriti, impossibilitati a raggiungere gli ospedali. E un gigantesco Roberto De Francesco a interpretarlo, con il suo stile “intensivo”, il suo lessico ambiguo e colto, i suoi sguardi feroci e addolorati, che ci fanno complici di chissà quali misteriose connotazioni emotive. E l'unico attore che non faceva parte del cast teatrale originale di Martone ed è probabilmente stato scelto per la sua presenza non indifferente, anche se così misurata e “in levare”. Vorrebbe partire e lasciare per sempre quel mondo, e questo suo deviare, aprire spazi, “attaccare la profondità”, come si dice in gergo calcistico di un attaccante che inventa sentieri invisibili ai difensori, intacca progressivamente l'identità dell'amico, costretto a risolvere via via i piccoli e gravi conflitti dell'ambiente, secondo una certa idea di giustizia che lui e Martone costruiscono usando certi avvicinamenti di macchina, gli sfocati, il raddoppiamento tramite specchi o l'incarceramento tramite grate. Insomma con i mezzi che il cinema ha a disposizione e il teatro no. Jonathan Demme in A Master Builder da Ibsen aveva raggiunto la stessa tensione da tragedia greca. E le variazioni del finale rispetto al testo di De Filippo aumentano invece di attenuare il clima tragico della piece. La lacerazione che non può più rimarginarsi. Il detournement finale dell'etica camorrista.

Jean Dujardin e Louis Garrel in "J'accuse" di Roman Polanski
J'accuse di Roman Polanski
Nascondere la propria altissima cultura visiva o regalarla a frammenti impercettibili, i due Renoir, Seurat, Lautrec, Ford, Hawks, Minnelli... in questo film che immobilizza il corpo ma fa giocare la mente e che avrebbe commosso Rossellini per la sua appassionata tensione didattica, dove si spiega che Zola è un grande italiano che sapeva battere un altro tipo di calci di punizione, è la sorpresa aurea di un Polanski maturo, mai domo e leggiadro che si dedica alle pratiche stregonesche dei servizi segreti di uno stato democratico (colonie a parte), analizzando i 12 anni del clamoroso “caso Dreyfus”. Come si aizzano i linciaggi materiali e morali degli innocenti. Lui ne sa qualcosa. Come Jean Seberg. E di come proprio la cultura repubblicana, radicale e laica di metà Francia e di mezzo mondo permise di combattere e vincere quella battaglia. Un alto militare dell'esercito fu condannato alla degradazione e all'esilio, alla fine del XIX secolo, ma innocente, per alto tradimento - avrebbe consegnato documenti segreti al nemico tedesco - e utilizzato come capro espiatorio, perché ebreo, dal governo conservatore e clericale francese dell'epoca. Utilizzare la macchina dello stato, dalla stampa ai tribunali, dagli attentati alle minacce, dai documenti falsi al pedinamento 24 ore su 24, per aizzare alla caccia al nero, all'ebreo, al clandestino, al rosso, al sindacato, alle Ong è il normale funzionamento di uno stato che moltiplica le iniquità in nome degli interessi nazionali presunti. Storia che conosciamo bene, da Valpreda a Regeni. Ma Polanski aggiunge qualcosa di più succoso. Gli eroi del film, chi combatte per la libertà di Dreyfus, sono altrettanto razzisti, anti semiti, ufficiali dell'esercito e papaveri dei servizi segreti come i loro nemici. Combattono esponendosi, andando in carcere, ma lo fanno nascondendosi dietro i principi repubblicano soprattutto per prendere il posto dei funzionari di destra e poi applicare i loro stessi metodi. Certo che Dreyfus (un impeccabile Louis Garrel, quasi irriconoscibile per cipiglio marziale) sarà, alla fine dell'odissea tragica scagionato, liberato e promosso. Ma il nuovo ministro Georges Picquart (Jean Dujardin, ambiguo come ogni spia di livello), un generale che si è molto esposto per lui, quando si tratterà di riconoscergli il grado che gli spetta di tenente colonnello dirà: no. Per antisemitismo. E il suo leader politico, il capo del partito radicale Georges Clemenceau sarà pronto per gli eccidi in massa di sindacalisti e socialisti. Da Dreyfus a Jaures. La via per Vichy è aperta.

venerdì 1 maggio 2015

Reece del deserto. Satori in Oregon





Reece Whiterspoon in "Wild"

di Roberto Silvestri 

"Profondi e scuri sono i boschi e belli, ma ho promesse da mantenere e miglia da percorrere, prima di dormire" (Robert Frost 1874-1963)




il "mostro"

Vedendo il walking-movie desertico Wild - una giovane donna, Cheryl Strayed, sola nella natura selvaggia, sventaglia e affronta passo dopo passo e sotto un sole più che cocente ogni suo aspetto dark, un film che si svolge negli anni di impero musicale grunge dei Nirvana, e nei giorni in cui muore Jerry Garcia - penso a Werner Herzog che andò a trovare Lotte Eisner morente, non in macchina, non in treno, non in aereo, non a cavallo, ma a piedi, macinando centinaia di chilometri come si faceva nel medioevo per raggiungere Santiago de Campostela (La via lattea, di Bunuel). 

in libreria
Ciò che accomuna queste camminate è l’assenza di ombre rosse. Di ostili padroni della terra. In un certo senso la teoria della frontiera è proprio finita. Si avanza, ma i pericoli sono tutti dentro di noi e non fuori di noi. Per trovare una frontiera di vecchio stampo ormai bisogna scendere negli abissi, come sta facendo James Cameron anche nelal seconda e terza parte di Avatar. E anche migliaia di rifugiati e lavoratori afro-arabi nel mediterraneo.

Jean Marc Vallée e Reece Whiterspoon
Anche se timidamente sembra riemergere tra le mode giovanili occidentali del momento la passione per l’autostop, magari pre-organizzato nei social network, qui siamo proprio dentro un’esperienza drastica individuale di liberazione e di scrittura. Il film è bipede, ed è raccontato in prima persona femminile singolare neofemminista, nonostante una stedaycam che la segue perennemente. Ma ha bisogno esplicito di comunicare con qualcuno, e con ogni mezzo necessario. Visivo, sonoro, musicale (El condor pasa di Simon e Garfunkel, Hollies, Portishead, Presley, Schubert, Pat Metheny, i Greatful Dead...), poetico. Emily Dickinson, Ralph Waldo Emerson, Adrienne Rich e James A. Michener sono gli angeli custodi della interminabile camminata. Citazioni dalle loro poesie vengono citate ripetutamente. Anche se sulle spalle della ragazza giganteggia un mostro di zaino, quasi insostenibile, tipico della dilettante del trekking. Avrà modo e tempo per sbarazzarsene, così come della cultura libresca, facendosi penetrare dal paesaggio così come avviene, per alchimia del bel cinema, ogni volta che un romanzo di formazione si trasforma in un road movie che si rispetti.

Cheryl scrive il suo libro lentamente
Wild inizia come il libro, a metà viaggio. L'atmosfera è Wordsworth, Thoreau, Whitman, tra romanticismo, paesaggi sublimi, merito del direttore della fotografia Yves Bélanger, e feroce umorismo sotto traccia.  E stilisticamente si vola avanti e indietro nel tempo, come penetrando con il regista dentro un monoscopio interiore, che invece di complicare le cose, alla James Joyce, le semplifica perché ci libera dal deserto opprimente come set unico, proprio come nel film di Nanni Moretti perfino le riprese di un film cupo ci salvano dal perenne letto d’ospedale della madre morente. La mamma, Bobbi, muore anche qui, nel passato, e di cancro (è Laura Dern, che trascinò via la piccola Cheryl da un marito probabile uxoricida) e la relazione della ragazza con gli uomini del passato e del presente (non si sa troppo di Gaby Hoffman che sembra sia stato il suo migliore amico) non si discosta dall’imperfetta messa a fuoco della vita sentimentale di Margherita Buy… 
Bobbi, Laura Dern
La cosa che piace del film è soprattutto il disinteresse per l’equilibrio strutturale. Troppo montaggio nel centro film, troppa voce fuori campo nel finale, qualche cameraman riflesso nell'occhio del cavallo di Bobbi, lei che legge nel 1995 un libro, Gone Girl, uscito nel 2012...  mancanza di dettagli sulla vita da drogata di Cheryl e su un’estemporanea e distratta relazione lesbica “mentale”.  
Ma visto che il film vuole dirci due o tre cose non ovvie sull’imperfezione, sulla improvvisazione, sull’impudicizia nell’autoanalisi e sull’importanza (celebrata) degli errori per essere un po’ più saggi ma soprattutti più liberi, anche oggi, 2015, tutte queste asimmetrie e anacronismi e ellissi funzionano e commuovono.  

Il cammino solitario apre, attraversando il dolore, spazi utopici mai sperimentati. Il sapore è anche un po’ quello della prosa di Italo Calvino o di Eduardo Galeano. Avanzare, sempre e comunque, tra dolori e pericoli più che tra piaceri e serenità, dà altre vie di fuga, differenti prospettive e ritmi vitali, destruttura il mondo. Forse permette anche metamorfosi e illuminazioni transitorie.


L’eroe del film è una donna, la protagonista (nonché produttrice) è la commediante legally blonde Reese Witherspoon, già particolarmente brillante e imprevedibile in Election e  Inherent vice - e ha rinunciato a Big Eyes per farlo. Però siamo lontani dalla traversata desertica del bush australiano di Tracks (2013), perché in quel caso Lady Camel era una militante femminista storica che sosteneva la causa degli aborigeni (siamo nel 1977) e attraversò, dopo due anni di allenamento professionale, 1700 miglia in nove mesi per mostrare (attraverso la complicità di un fotografo del National Geographic che la raggiungeva di tanto in tanto) sia un pezzo di mondo e di civiltà rimossi sia il potere fisico e morale, sottovalutato, dell’altrà metà.   

Wild cattura potentemente gli sforzi di chi va prepotentemente avanti contro tutto e tutti - uomini, fulmini, eroina, donne, insetti, ricordi, pendii scoscesi, incubi, rota, probabili violentatori, animali  - in un viaggio al termine della notte che la trasfigura, la fa impazzire, la ferisce (soprattutto al piede), la rafforza, le dà piacere anche erotico e, infine, la guarisce. Forse. Ma della controcultura cerca di catturare la parte meno esterna e visibile, quella più intima e poetica ovvero la più paranoica In fondo lei sembra una piccola Burroughs. Sa quando smettere. Quando diventare eroina (intesa come sostanza tossica) per l'eroina (intesa come sostanza che schiavizza). 

Non a caso il regista scelto (dopo il rifiuto di Lisa Cholodenko) è esperto nel fuori campo, è Jean Marc Vallée, il filmmaker franco-canadese cui si deve nel 2013 il formidabile Buyers Dallas Club e che ha lavorato sul copione scritto da Nick Hornby (il romanziere da cui Andrea Molaioli sta trasponendo Tutto per una ragazza) proprio con Cheryl Strayed (dal suo autobiografico Wild: From Lost to Found on the Pacific Crest Trail, edito in queste settimanale anche il Italia da Piemme). La figlia di Cheryl Strayed interpreta proprio sua mamma da piccola, nel film. Ed è la scrittrice in persona ad augurare a Reece il buon viaggio!, prima dell’inizio dell’avventura (fatta senza uso di controfigure. Però bisogna criticare l’abuso dei primi piani ‘espressivi’ e una strana dimenticanza. Niente occhiali da sole. Il che è davvero improbabile, anche se divisticamente corretto).
I cinefili certo raccorderanno il film anche alle odissee desertiche ed esiziali, e piuttosto involontarie, di Greed e di Il tesoro della Sierra Madre, o al vagare zombesco e post-apocalittico tra le macerie in Il seme dell’uomo di Marco Ferreri  e in decine di altri incubi fantascientifici e horror (The Blair Witch Project, 1999; Discesa nelle tenebre, 2005 di Neil Marshall, Wolf Creek, 2005…). Gli appassionati delle serie tv poi avranno solo l’imbarazzo della scelta, perché l’immagine del camminatore solitario volontario, è ormai una icona a se stante (Lost, Csi, Ncis, Home and away, Ai confini della reltà…). Nel deserto oltretutto la musica interna delle cose, della natura, non è infastidita da rumori di fondo avulsi e impropri.
Gran parte del cinema contemporaneo più vitale e sperimentale, da Beyond the sea level a Avengers: Age of Ultron sta proprio elaborando, misteriosamente, ai bordi dell’umano, quando una persona affronta all’ultimo sangue se stesso, il proprio peggior nemico, ma avanza, anche senza strada e senza asfalto. E’ ossessionato, il cinema di punta, dal vagare e deambulare aleatorio e senza bussola, dal salto nel vuoto, nell’abisso, preferibilmente con la telecamera incollata alla nuca del protagonista. Lisandro Alonso, da La libertad a Jauja racconta finalmente l’Argentina “che non esiste”, quella del corpo di nano e non quella dalla gigantesca testa, Buenos Aires, la Pampa infinita dove si sterminarono gauchos e indios, la Patagonia desertica, l’oceano smisurato….In un film di Bruno Dumont, Twentynine Palms (2009), una coppia si unisce carnalmente al Joshua Tree Desert; Gus Van Sant, in Gerry, fa trekking controculturale e senza rete e in The sea of trees  (che vedremo a Cannes) trasforma Matthew McConaughey in un Jack Kerouac che medita sulla vita, sul sesso, sull’arte e sulla morte non a Big Sur ma sul monte Fuji, il simbolo vettista del pauroso  nazionalismo giapponese. Sean Penn (Into the Wild) e Gianfranco Rosi (Beyond the sea level) si sono contesi lo stesso psazio desertico del sud California per giocare a chi è più bravo nel documentizzare la fiction e viceversa......

L'escursionista molto esperto 
Una pulsione originaria, di derivazione neo-beat, pagana, liberatoria, mistica ma non ascetica, quella del camminare “senza lasciare traccia”. Stato zero di coscienza, satori, oltre i confini dell’Io fabbricare un altro io di scorta, per ricominciare a vivere dopo un trauma di difficile gestione. Proprio come quello che dà il via al romanzo e al film Wild. La morte della madre e la fine di una storia d’amore. Doppio shock che distruggerebbe perfino una ragazza spericolata come Cheryl Strayed. Per fortuna anche lei deve avere un vizio di forma. E’ fatta strana. E Reese Witherspoon è pronta a tutto per renderla credibile, fragile, nuda e ostinata. Elabora infatti una disperata risalita esistenziale che passa attraverso una serie di azioni autodistruttive, ieri come oggi, mescolate a versi poetici che ne attutiscono, come fossero le sue cinte e cinture, le ripetute cadute scomposte e a una meditazione interiore programmaticamente suicida. Va annichilito un corpo, per farlo rinascere dentro un’altra anima. Ma ci vuole un complicatissimo tragitto da intraprendere. Robert Frost insegna: “miglia da percorrere, prima di dormire”.  La temeraria intuizione di Cheryl, a metà degli anni 90, è infatti quella di camminare da sola, accompagnata dalla pura determinazione, per i circa 2000 km del Pacific Crest Trail, dal deserto del Mojave in su, oltre la California, l’Oregon e il Washington, fino al Canada. Un tragitto protetto, in qualche modo organizzato, con rifugi, spacci, telefoni di soccorso, saggi escursionisti che le danno cento dritte, amici simpatici e brutti ceffi, donne seduttrici. Non ci saranno più gli apache a minacciarci. Ma le ombre allucinanti non mancano.  

Cheryl Strayed e Reece Whiterspool
Oggi quelle solitarie incursioni nel buio sono un grande business che si ramifica in catene di abbigliamento, come Patagonia, e di accessori (bussole, coltelli, occhiali da sole, sacchi a pelo, tende, telefonini…). Case editrici specializzate (Kompass, Tabacco, Multigraphic, Igc) sfornano minuziose cartine e planimetrie dei posti tappa e dei rifugi di aree inaccessibili e quasi vergini. Intere sezioni di Barnes&Noble, la catena di librerie nordamericane, sono dedicate al trakking e all’hiking. All’escursionismo. Al camminare. Sui monti (127 ore…Ne sappiamo qualcosa in questi giorni, dopo il terremoto in Nepal), nei boschi e sui fiumi selvaggi (River Wild, con Meryl Streep, e prima ancora Un tranquillo week-end di paura), nel deserto.  Reece dal deserto trae sapori perfino bunueliani (la scena dell'unghia rimossa). E questo è davvero sorprendente.