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sabato 22 maggio 2021

Mazara-Madhia: incontri ravvicinati di un certo tipo. Una rassegna di film sull'immigrazione






















Stasera, sabato 22 maggio, alle ore 21 ora italiana, chiusura della manifestazione cinematografica "Dalla Piccola Sicilia de La Goulette alla Casbah di Mazara del Vallo che ha prewsentato un programma di corti, documentari e film di finzione sull'emigrazione italiana in Tunisia e viceversa. Interverrano Abdelkarim Hannachi e Jamel Louini sulla storia dei due quartieri iconici della presenza italianain Tunisia. Introduce Gabriele Montalbano, dell'Università di Bologna. Per collegari http;//www.cinemaaumusee.org

 di Roberto Silvestri


 Cento anni fa gli italiani residenti in Tunisia, protettorato francese fino alla indipendenza del 20 marzo 1956, erano quasi 100 mila, poco più degli stessi francesi colonizzatori, ed erano sparsi in tutte le città (Biserta, Sfax, Sousse…) e regioni del paese. Erano arrivati già alla metà dell’800, in disaccordo con il Risorgimento tradito dai sabaudi che non aveva attuato la Riforma agraria promessa e diviso la terra tra i braccianti, ma iniziava a proteggere la mafia, per il momento baluardo armato del latifondo e dei grandi armatori, fingendo di sgominar briganti. 

Oggi sono rimasti in poche migliaia e solo 900 discendenti dalle famiglie di antica emigrazione. A parte Djerba, dove la comunità italiana si era praticamente arabizzata dal secolo precedente, durante il ventennio fascista non pochi connazionali richiesero (prima del ‘56) la naturalizzazione francese, nonostante l’ostruzionismo e lo scandalo del regime, ansioso di far proseliti razzisti e sempre minacciosamente pronto ad allargare i suoi confini coloniali al di là della frontiera libica (intanto Graziani aggrediva coi gas l’Etiopia e faceva scempio dei cristiani di rito avulso). 

Cultura araba, tradizioni (non solo religiose) italiane, lingua ed educazione democratica francese, costituirono invece una fertile trinità identitaria che, al di fuori dei clichés, facevano dell’islam tunisino un ambiente mediterraneo unico, dove per decenni fu più avanzato che altrove il rapporto tra reciproca tolleranza, rispetto delle differenze, esuberanza, humour e sensualità quotidiana. 

Elsa De Giorgi, agiata e raffinata borghese italiana, da decenni cittadina di Tunisi, ritrae splendidamente questo ricco flusso transculturale in Chichkhan - Gioiello di Famiglia di Mahmoud Ben Mahmoud e Fadel Jaaibi (1991), un lungometraggio sul lento sgretolarsi di quelle antiche armonie culturali. Una statua all’ingresso del suq di Tunisi ne attribuisce molto del merito anche agli insegnamenti anti letteralisti, “femministi” e preilluministi di Ibn Khaldun, il massimo storico, filosofo e “sociologo” maghrebino del XIV secolo (definito il Machiavelli o il Vico o l’Engels dell’altra riva). Se vogliamo proprio trovare radici culturali europee non grette e autopromozionali è lì che dobbiamo indirizzare lo sguardo. Della separazione tra Stato e Chiesa e tra i poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, onde proteggersi da regimi dispotici e dal Califfato, come ci spiega Abdallah Laroui in Islam e modernità, Ibn Khaldoun già scriveva prima di Robespierre in piena civiltà andalusa. Khomeini, Libano, Sarajevo, guerra del Golfo, le bugie criminali contro l’Iraq, torri gemelle, Al Qaeda, Isis, guerra civile in Libia e Siria hanno imbrattato quel “miracoloso equilibrio teorico”, ci hanno drogato di nazionalismo e suprematismo religioso (o europeismo coi paraocchi), hanno nuociuto gravemente alle rivoluzioni araba per la libertà e per la democrazia del 2010 e scodellato in tutto il mondo califfi “democratici” diversamente odiosi. 

Lo leggiamo negli occhi profetici degli intellettuali e scrittori maghrebini Karim Annachi, Assia Djebar e Tahar Ben Jalloun che hanno scelto di vivere in occidente, sconvolti dall’ondata fanatica e fondamentalista di un irriconoscibile Islam venuto dal deserto saudita, in Ritorni di Giovanna Taviani (Italia-Francia, 2006). La differenza, schiacciante, tra coloni francesi e immigrati italiani era ovviamente nella proprietà e nella qualità della terra tunisina, in mani francesi dieci volte di più. Si trattava infatti di una emigrazione italiana povera, proveniente soprattutto dal trapanese, quasi una enclave araba sopravvissuta nel tempo, secolare passaggio privilegiato nord/sud indifferente ai muri istituzionali e ideologici. Almeno fino alla normativa Bossi/Fini del 2002 che disciplina l’immigrazione in senso restrittivo per lucrare, in tutta Europa, su un esercito industriale e agricolo di riserva flessibile, impaurito e a basso costo come risposta alla globalizzazione. 




E’ impressionante, nel bellissimo documentario di esordio di Stefano Savona, non a caso intitolato Un confine di Specchi (2002), non capire più, a un certo punto, se si è a Mazara del Vallo, nella cui casbah terremotata nell’81 vivono non proprio a loro agio 3000 lavoratori e lavoratrici tunisini, o a Madhia, 200 km più a sud, da dove sono arrivati dagli anni 60 del secolo scorso e convivono ancora decine di italiani coi loro amici tunisini che parlano italiano, tifano anche per la nostra nazionale di calcio e per Raffaella Carrà. Sulla vistosa coppola tricolore di Hassin, un abile pescatore di Mazara, che morirà nel naufragio del suo peschereccio, e che inutilmente aveva cercato lavoro e casa a San Benedetto del Tronto, altro porto “tunisino”, leggiamo l’affettuosa e un po’ ironica scritta “Sicilians are Spectacular”. 

A proposito di globalizzazione, nel profetico cortometraggio di Tarek Ben Abdallah e Gianfranco Pannone, Kelibia-Mazara (1998), l’attore Fethi Haddaoui intepreta il ruolo di un capo-macchina tunisino che vive in Sicilia (e parla un magnifico e divertente pidgin araboitaliano) e lavora nell’industria della pesca obbligato a rientrare nell’adoratissima Tunisia stipendiato però dalla stesso armatore italiano un milione di lire invece dei due milioni che intasca in Italia. Se no verrà licenziato. Semplice, no? 

I nostri poverissimi emigranti non vennero considerati per decenni dai tunisini “invasori che mettevano a repentaglio i sacri confini della patria”. Un ministro degli interni di più umana sensibilità ha aperto le frontiere di Tunisi a oltre un milione di profughi libici, ospiti da anni di un paese (più ricco dell’Italia quanto a sensibilità) senza scatenare alcuna escandescenza sciovinista mediatica. I nostri emigranti erano contadini, minatori, artigiani e pescatori, soprattutto siciliani, lavoratori da secoli legati a una cultura dirimpettaia (anche del mare, anche culinaria) comune, non troppo tutelati nel ventennio dalla retorica nazional-fascista, e costretti dalla crisi economica e dal trattato di Versailles (punitivo per i pescatori italiani) a chiedere aiuto all’Africa del nord per sopravvivere. 

Ma erano numerosi anche i profughi politici, intellettuali e militanti che stampavano lì giornali liberal-democratici, comunisti, socialisti e anarchici, da noi proibiti, come l’Italiano di Tunisi, Voce nuova (organo della Lega italiana per i diritti dell’uomo), il Giornale diretto da Giovanni Amendola nel 1939, o il più moderato e borghese La Libertà, animavano le organizzazioni sindacali locali ed erano collegati e protetti (non mancarono minacce, azioni squadriste e omicidi) dal Partito Socialista di Tunisia e dal quotidiano Tunis-Socialiste, il solo organo di stampa locale permesso che condannava il fascismo italiano senza ambiguità. Contro i comunisti tunisini e i nazionalistiindipendentisti del partito Destour, poi Neo Destour, si scatenavano infatti regolarmente dure repressioni, culminate nel 1925 e nel 1934 in processi, carcere e espulsione dei maggiori dirigenti storici. 

Il futuro sindaco di Napoli, Maurizio Valenzi, che racconta la sua vita militante in Italiani dell'Altra Riva di Mahmoud Ben Mahmoud e Mohamed Challouf (1992), fin dal 1934, era tra i leader del perseguitato partito comunista tunisino, che ebbe addirittura un italiano alla segretaria, Michele Rossi (la linea dura del “resident generale” Marcel Peyrouton aveva decapitato la leadership locale) e organizzò anche le dure manifestazioni di protesta contro le visite ufficiali (e provocatorie) del gerarca voltante Italo Balbo, nemico n.1 di Porco Rosso, come ci ha raccontato il cartoonist giapponese Hidao Miyazaki, o l’arrivo nel 1937 delle navi scuola Amerigo Vespucci e Cristoforo Colombo, cariche di marinai squadristi che assassinarono il 20 settembre il ventitreenne Giuseppe Nicelli, segretario della Lega italiana per i diritti dell’uomo. 

A Tunisi la comunità italiana viveva di fronte alla spiaggia di La Goulette, la prima stazione dove si ferma il trenino TGM che dal centro della città porta a La Marsa e antico porto che ha conosciuto le lotte tra flotta spagnola e pirati barbareschi. La madre di Francis Ford Coppola, per esempio, era nata a La Goulette, quartiere popolare e multietnico, grondante ristoranti all’aperto, Torre di Babele cosmopolita dove tutti i figli di Abramo, musulmani, ebrei e cattolici (rispettivamente divisi in corsi, francesi ‘pied noirs’ pescatori siciliani e maltesi) vivevano in accordo, partecipando alle feste religiose di tutti (affollatissima la processione cattolicissima di Santa Felicita Perpetua) senza alcun pregiudizio (fino alla Guerra dei sei giorni del giugno 1967, ovviamente). Peccato che il figlio Francis Ford, a differenza di Lucas a Tataouine e Spielberg a Sidi Bouhlel hanno girato Guerre Stellari e I predatori dell’Arca Perduta, addestrando aiuti regista e altri creativi di qualità come Nouri Bouzid, non ne abbia fatto ancora set autobiografico privilegiato. 

Il regista e scrittore e critico Ferid Boughedir ha raccontato, senza alcuna idealizzazione, quella convivenza, che comunque oggi ci appare miracolosa, nella sua deliziosa commedia teenager femminista Un’estate alla Gouletta (1996). Ingiustizie ce n’erano, e ce ne sono nelle società mediterranee tradizionali, soprattutto riguardo alla condizione “apartheid” della donna che deve percorrere più ardui percorsi per “decolonizzarsi dai decolonizzati”. In quelle stesse strade abitava, da tre generazioni la famiglia Cardinale. Alla figlia Claudia, Miss Tunisia 1956, scoperta da Moustapha Fersi e dal “cattivo maestro” René Vautier in un corto sullo sfruttamento intollerabile dei pescatori poveri (Gli anelli d’oro) e poi lanciata nel 1958 da Jacques Baratier come attrice in I giorni dell’amore, un lungometraggio con Omar Sharif, poi super star di potenza mondiale, era stato consigliato dalla professoressa di non dire mai di essere italiana per non essere pesantemente offesa e di modificare il suo nome, a inizio carriera, nel più francese Claude Cardinal, perché nel mondo arabo si odiavano platealmente gli italiani per il loro passato fascista e l’alleanza con i nazisti. 

Ce lo racconta l’attrice nel bel ritratto del 1993, in 26 minuti, di Mahmoud Ben Mahmoud e Mohmed Challouf Claudia Cardinale, la più bella italiana di Tunisi : “L’Oriente!| Lì sono le mie radici e quelle della mia famiglia, che veniva da Trapani, e la Goulette, dove mio nonno aveva creato una compagnia che costruiva navi da pesca”. Nel 1937 il Duce, in visita ufficiale a Tripoli per consacrare al fascismo le terre d’Oltremare, aveva mostrato ambizioni espansioniste sempre più rapaci, spingendo la Francia, per placarlo, a firmare il trattato Laval-Mussolini. Era la carta bianca per pianificare l’aggressione etiope. 

Durante la guerra la comunità italiana venne rinchiusa dai francesi nei campi di concentramento. La gran parte della comunità italo-tunisina si era aggregata alle unità militari contro gli Alleati, dal 1942, fino alla cacciata dell’Asse nel maggio 1943. De Gaulle chiuse scuole e giornali italiani. Negli anni cinquanta gli italo-tunisini risentirono della guerra d'indipendenza dei tunisini e iniziarono un’emigrazione in massa di ritorno verso il paese del presunto “boom economico”. I rapporti economici, politici, culturali, istituzionali e “d’affetto” tra le due sponde migliorarono a poco a poco, merito anche del neorealismo e di Roberto Rossellini che, tra il 1969 e il 1972 girò in Tunisia Gli Atti degli Apostoli e Agostino d’Ippona, e addestrò i cineasti della “nuova onda araba” all’insubordinazione estetica e artistica. Kaouther Ben Hania e il suo L’uomo costretto a vendere la sua pelle è la conferma di una qualità che viene da lontano; dell’attenzione interessata dell’Eni per l’estrazione di idrocarburi nelle aree desertiche del sud e nell’offshore mediterraneo di fronte a Hammamet; dei rapporti strettissimi, in epoca craxiana dei rispettivi partiti socialisti, entrambi aderenti all’Internazionale; dell’Università per stranieri di Perugia che ha contribuito fino agli anni 90 a formare quadri d’eccellenza; della cooperazione in campo universitario, letterario, archeologico, musicale e cinematografico, frutto di accordi bilaterali. Fino alla tragedia del museo Bardo che ha spezzato l’intenso flusso turistico Nord-Sud e della quotidiana, orribile, insostenibile strage del Mediterraneo, a causa delle politiche migratorie europee, disumane e inadeguate, condannate nel marzo scorso dalla commissaria per i diritti umani al Consiglio d'Europa. “Morti che potrebbero essere facilmente evitati, sottolinea Dunja Mijatovic, se esistesse la volontà politica di riformare profondamente il trattato di Dublino a proposito di redistribuzione dei rifugiati nei vari paesi della Ue e se si moltiplicassero i corridoi umanitari. Fino al recente sequestro a Sousse di centinaia di container di rifiuti illegalmente spediti dall’Italia, che ha fatto scoppiare uno scandalo ambientale senza precedenti e ha svelato un traffico miliardario e criminale tra le due sponde. Altro che italiani brava gente.

domenica 8 settembre 2019

Mostra di Venezia 76. Pannone soldato











Roberto Silvestri

Scherza con i fanti” di Gianfranco Pannone e Ambrogio Sparagna

Alle Giornate degli Autori, un Evento davvero speciale. Già è molto provocatorio il titolo di questo film tragico ma a striature comiche, realizzato con il montaggio appassionato di materiali audio-visivi di repertorio (a cura di Angelo Musciagna) e con il contributo dei burattini di Maurizio Stammati, di Pulcinella in persona, e di uno storico come Ferruccio Parazzoli che commenta la vendetta insostenibile (che sa di resa dei conti ancestrale) di popolo a piazzale Loreto.
Siamo abituati da due millenni, come penisola più isole, a essere conquistati e sottomessi, da secoli, o da etnie più guerriere o da seducenti apparati religiosi o da duci prepotenti. Siamo una repubblica giovanissima, leader mondiale in emigrazione, e ancora inesperta ma dalla antichissima memoria, rinchiusa anche nei suoi canti popolari che raccontano della guerra come l'allontanamento violento del contadino inconsapevole dalle sue terre e dai suoi cari e come la trasformazione di un corpo umano in carne da macello. Un genocidio perenne di terroni quel che si insegna a scuola. “Terrone” però, è bene ricordarlo, non è una offesa che il nord rivolge al sud, come credono gli arricchiti lumbard, ma una definizione di classe che il proprietario di terra rivolge a chi proprietario di terra non è. Il bracciante. La religione lo deve consolare e preparare alla vera vita nell'al di là. Intanto, nell'al di qua, ci pensa l'esercito a manovrarlo e a gettarlo vivo sull'altare del patriottico martirio. Ma i nostri canti popolari non sono piagnoni, si avvalgono di paesaggi armonici e melodici di contagiante bellezza.
Gianfranco Pannone (a sinistra) e Ambrogio Sparagna
Ricordiamo anche che il luogo comune “italiani brava gente”, espressione più che discutibile sbagliata, è anche il titolo equivoco di un famoso film con Raffaele Pisu, perché quello vero fu censurato. In effetti il regista di quel capolavoro sull'invasione nazifascista dell'Urss durante il secondo conflitto mondiale, Giuseppe De Santis, aveva chiamato il film, da una battuta di un patriota ucraino, piuttosto sarcastica, “Italiano, brava gente”. Non siamo noi a gloriarci di una presunta maggiore umanità rispetto ad altri popoli aggressivi e coloniali come gli inglesi, i francesi, gli spagnoli, i tedeschi, gli olandesi, i danesi, i serbi, i turchi, i russi, i sauditi e i portoghesi. Sono gli altri che ci sfottono così (da cui l'obbligo ministeriale a cambiare il titolo). Un “documentario di finzione” o un film di finzione documentata, visto a Venezia nella sezione Sconfini, “Il varco” di Federico Ferrone e Michele Manzolini, sempre basato su materiali di repertorio dell'Istituto Luce e di film amatoriali a passo ridotto, spiega proprio, punto per punto, l'evoluzione di quella tragedia, e diventa come la versione in prosa del poema di De Santis, dall'entusiasmo primaverile iniziale, ai treni bloccati dal nemico, dalla marcia a piedi dell'esercito alle esecuzioni di partigiani alle prime scaramucce, dalla neve e dal ghiaccio invernale che trasforma l'Ucraina, visto che gli scarponi in dotazione sono disastrati, in un incubo, alla decimazione dei nostri soldati, alla rotta, alla fuga disperata. Il protagonista, nato da madre russa, tra i pochi a potersi sentire 'pesce nell'acqua' in quella situazione decide di disertare.


Insomma “italiani brava gente” è un non sense.
Abbiamo usato l'iprite, proibitissima dalle convenzioni internazionali, per gasare una parte di popolazione etiope (anche se minima, rispetto alle vittime totali di bombardamenti “normali”). Abbiamo, grazie a Graziani, decretato rappresaglie contro i patrioti africani in rapporto 1 a 30, 1 a 40, tanto che quelle naziste appaiono “umanitarie” all'occhio di uno storico imparziale. Abbiamo costruito in Libia lager che serviranno da modello architettonico-ideologico per Auschwitz. Abbiamo trasformato in leggi che mimano l'antica sapienza giuridica romana quel che è selvaggio istinto razzista, contro i neri prima e contro gli ebrei poi, e le abbiamo regalate a Goebbels e a Daniel Francois Malan, a quest'ultimo per inventare l'apartheid boero. Abbiamo anche inaugurato il genocidio religioso moderno sterminando non atei, buddisti o islamici, ma cristiani africani colpevoli di non essere sottomessi al Vaticano.
Il nostro cinema però ha sempre avuto paura di 'scherzare con i fanti' e si può dire che solo Francesco Rosi ha avuto il coraggio finora, in Uomini contro, Gianikian (sempre) e Guadagnino (Inconscio italiano), di sfidare la censura e l'Avvocatura dello Stato che protegge le gerarchie militari perfino d'epoca fascista da ogni impertinenza e indagine indebita che possa infangare la nostra Storia Ufficiale (quella che si studia a scuola). Ne sapeva qualcosa Guido Aristarco, e il suo progetto impossibile, L'armata Sagapò.


Questo bel documentario di Pannone, che chiude il dittico basato su un antico adagio popolare, e aperto da “Lascia stare i santi', ci racconta molto di tutto questo. Pannone ha tirato fuori dagli archivi più segreti e inaccessibili del Luce Cinecittà, grazie agli esploratori Nathalie Giacobino e Cecilia Spano, materiali militari sconvolgenti e proibitissimi (finalmente vediamo l'effetto dell'iprite sui corpi carbonizzati dei contadini etiopi, delle loro moglie e dei loro nonni e figli) ma ancora una volta è lo sguardo antropologico più che la controinformazione anti-militarista che gli interessa. Il sottotitolo infatti è “piccola storia degli italiani in divisa e di come abbiamo imparato a non aver paura della pace”. Il cineasta sceglie quattro diari di guerra come traccia narrativa. Un bersagliere valtellinese (ed ex austro-ungarico) del re d'Italia, Corlo Margolfo, racconta lo sterminio post unitario dei briganti filo-borbonici meridionali; Elvio Cardarelli, un autista viterbese l' “impresa” etiope come Montanelli non c'è l'ha mai raccontata; una studentessa cattolica, Rosetta Solari, la guerra partigiana che ha combattuto in val di Taro, sull'Appennino tra Parma e La Spezia contro nazi e anche contro i compagni (“staffetta” va tradotto in italiano non maschilista: “unità combattente a tutti gli effetti”, non “smista messaggi”) e Vincenzo Marasco , un sergente napoletano della Marina rievoca la “missione di pace” in Kossovo fiero di esserci andato da volontario ma altrettanto fiero di preferire al mitragliatore la zampogna natalizia. Come rendere corali, e non punto racconto in prima persona singolare, queste autobiografie “dal basso”? Attraverso 17 tra canti popolari (come il friulano “Ai preat”, di Gabriella Gabrielli), canzoni d'autore (“San Lorenzo” di Francesco De Gregori) e nuove composizioni del musicista e musicologo Ambrogio Sparagna, un maestro che parallelamente alle immagini inanella una sorta di storia parallela sonora del proletariato sofferente, che quelle guerre ha combattuto e che da quei conflitti, giusti o ingiusti, di aggressione o di difesa, abietti o rivoluzionari, se vivo, è tornato galvanizzato o traumatizzato e pronto alle più orrende avventure così come alle più rivoluzionarie metamorfosi.



venerdì 30 agosto 2019

Mostra di Venezia. Soprattutto Polanski, Martone e Buzid



Laura Dern e Scarlett Johansson in Marriage Story di Noah Baunbach


Roberto Silvestri

Dopo un terzo di festival, favorito da un inusuale grande caldo e da un clima festoso e rilassato, e una volta reso omaggio a Pedro Almodovar colonna culturale e pansessuale della nostra Nuova Europa, e premiato oggi per la carriera, abbiamo appuntato, tra i film da consigliare agli amici, prima di tutto un frammento. Il monologo da premio (applausi a scena aperta) di Laura Dern in Marriage Story di Noah Baumbach, commedia sul ri-divorzio, prima amichevole, poi tutto un duello rusticano tra avvocati losangelini da far morire di invidia Woody Allen per le sue punte comuco-tragiche, nel quale si sintetizzano in due ore e poco più 135 episodi di una intera serie tv sulla guerra tra la cultura viva di New York e quella “morta” e “materialista” della California, e si permette a Adam Driver di esibirsi in un booking mozzafiato, a tutto campo, tonalità medie, comiche, tragiche, guittesche, melodrammatiche e canore, con Scarlett Johansson che sa tenergli testa punto su punto, in questa acida parodia di La La Land, con il teatro d'avanguardia al posto del jazz da ascensore. Il piccolo grande monologo di Laura Dern, avvocata “squalo” di Scarlet, che entra nella testa dei suoi 'nemici da pelare', si introduce nel loro pensieri più reconditi e nei loro piaceri colpevoli più fino a estrarne la “scatola nera” capace di vivisezionarne ogni sfumatura comportamentale, chiarisce bene quel che è il nemico attuale del movimento “me too” e spiega perfino ai sassi perché sull'affidamento dei figli alle madri piuttosto che ai padri i tribunali per lo più non hanno dubbi. Altro caso di affermative action. La donna deve dimostrare sempre di essere perfetta. L'uomo mai. Donna=Madonna, secondo l'equazione mariana che un brutto papa del Novecento regalò a Hitler e Mussolini per degradare la donna a madre e moglie non tanto di un uomo quanto di una idea, di uno spirito, di una “tradizione culturale” superiore. Altro pezzo interssante il gioco utilizzato da James Gray nella space opera Ad Astra per imbruttire Brad Pitt con la complicità del produttore del film, Brad Pitt. Se non ci si imbruttisce un po', vedi Charlize Theron, nessuna super star glamour vincerà mai un premio Oscar. E qui ci si serve di tutto il materiale utilizzabile, dalla teoria della Frontiera versione spaziale, all'individualismo esasperato a Tommy Lee Jones anche lui invecchiato, per impiastricciare di arty un film di fantascienza pomposo, pretenzioso e noiosamente lineare. E passiamo ai film interi.
Il restauro di Estasi di Machaty, il film ceco del 1932, del nudo di Hedi Lamarr in campo lungo, dell'orgasmo di Hedi Lamar in un primo piano sineddochico e di una sequenza di inno al lavoro proletario che nemmeno nei film stalinisti di quegli anni. In quietante. Ha fatto bene l'attrice-.scienziata a fuggire dall'Europa nazistoide.
Poi Gli spaventapasseri del grande cineasta tunisino Nouri Buzid, su una giovane jihadista venduta allo stato islamico come schiava sessuale che fugge dalla Siria ma subirà al ritorno in patria una triplice violenza da parte della nuova Tunisia post Ben Alì che la mette al bando e la vuole morta (nonostante la difesa di una avvocata combattiva) come traditrice per gli islamisti di Ennadha, puttana per i democratici conservatori (gli ex di Ben Alì travestiti), disonorata per la sua famiglia patriarcale e “ambigua” per gran parte dell'opinione pubblica, perfino di sinistra e anche gay. Un monumento al povero italiano ignoto, non necessariamente milite, è il documentario sulla storia bellica italiana, dalla caccia al brigante a piazzale Loreto, basato su una ricca e splendidamente montata selezione di materiali di repertorio e di canti popolari, Scherza con i fanti di Gianfranco Pannone, con scene di cadaveri carbonizzati dai gas italiani sul fronte etiopico che avrebbero fatto piangere Montanelli.
J'accuse di Polanski, sul caso Dreyfus, che non a caso indaga sul 1894-95 come anno cruciale per l'Europa e le sue radici culturali cristiane meno nobili, perché, mentre si spartisce l'Africa aizza all'odio antisemita come inevitabile necessità identitaria di chi senza classifica generale razziale, non può commettere i suoi primi abominevoli eccidi in nome di dio padre.
Citizen K di Alex Gibney distrugge Putin ed è un bene, anche perché è un supercapitalista russo Mikhail Khodorkovsky, molti anni imprigionato in Siberia e attuale leader di “Oper Russia” e della dissidenza tutta a raccontarcene le imprese, in un doc prodotto dalla Gran Betannia da un documentarista statunitense. Infine Il sindaco del rione sanità di Mario Martone, di cui parliamo qui sotto. I cattivi vanno alla grande. E aspettiamo Joker che li consacrerà. Intanto si capisce come mai il fumetto è al centro dell'immaginario non solo hollywoodiano ma anche anti-hollywoodiano. Da La véritè a Il 5 è un numero perfetto, all'abietto Seberg dell'australiano Benedict Andrews, a mal partito su argomenti con non maneggia, che conferma la versione di Edgar J. Hoover, capo dell'FBI sulla pericolosità esiziale del Black Panther Party, comunisti e violenti, con un Bobby Seale mai sentito così volgare e avido, e dove l'eroe che non è Huey Newton o Fred Hampton e neanche la divina Jean (Kristen Stewart, perché lo hai fatto?) ma l'agente Fbi pentito, ma in fondo buono perché fan di Captain America e collezionista dei suoi numeri storici. E poi se furono commesse ingiustizie, il corpo sano dell'America le riconobbe subito e le sanò. Ah si? Insomma. Oggi c'è un summit su fumetto e cinema, qui all'Excelsior. Non è un caso.
La grande tradizione del fumetto americano, underground e commerciale, o meglio per dirla alla Antonioni il “vizioso” Crumb e il “virtuoso” Marvel/DC, e di quello francese da Metal Hurlant a Michel Vaillant di Jean Graton, ha regalato negli ultimi anni sostanza grafica e umori innovativi alle rispettive industrie cinematografiche, che si sono divise negli ultimi decenni il business (occidentale e non solo), sia bloockbuster che d'essai con opere intelligenti e pop, ad alto quoziente comunicativo. Il mercato francese, infatti, tiene ancora, nonostante la crisi della forma film in sala. Nella prima metà del 2019 attraverso commedie e drammi di qalità sempre più alta (senza tutelare i piccoli film di ricerca mantiene il 39,3% del mercato cinematografico (contro il 48,1% degli Usa) e riesce a finanziare la produzione nazionale audiovisiva attraverso il prelievo del 10,7% sul costo del biglietto e cospicue percentuali sui profitti di brodacaster, dvd e piattaforme streaming e video di ogni tipo, Netlix, per esempio, portando annualmente ben 788 milioni di euro nelle case del Centro Nazionale Cinematografico. Se Franceschini tornerà ministro cercherà di avvicinarsi a questo modello, anche se a noi non è mai stato permesso di finanziare i film erodendo profitti dal Re Leone e Avengers. Comunque è stata una bella idea di Baratta & C. quella di affidare al disegnatore Lorenzo Mattotti, uno del pool di “matite pulite” anni 70, la sigla e il manifesto coloratissimi e “narrativi” (un set, come l'incontro tra Jean Vigo, Fellini e Disney) di Venezia 76. Come dire. Ripartiamo dagli illustratori della controcultura a 360°, da Frigidaire a Diabolik, da Igort a Fulci-Vivarelli, dalla grande stagione del cinema di genere che conquistò il mondo (non solo gli “Europa di notte”, gli horror-spaghetti, ma anche il cinema civile di Rosi, il grande 'documentarismo critico' e perfino dal produttore simbolo della simbiosi tra creatività dionisiaca e apollinea, cioé Alberto Grimaldi di Per qualche dollaro in più e Ultimo tango a Parigi) per ripensare a ricostruire un'industria cinematografica compatta, che era in prima fila, fino al 1977, e che da allora è sprofondata. Non siamo più nemmeno un mercato appetibile. Eppure gli scienziati dell'illusionismo reale sono nati qui, dal rinascimento in poi. E così il simbolo del cinema, la prima Mostra d'Arte di Venezia.
Alberto Barbera che nel 2020 chiuderà il suo ciclo di direzione (forse) ci ha suggerito come leggere la bussola per addentrarci nella giungla immaginaria della rassegna 2019. I migliori film del Lido sono “back to the future”, guardano agli snodi cruciali della storia come un passato da riesumare per capire meglio il presente e ipotizzare le forme di un altro futuro possibile. Theodor Roosevelt e la dottrina sociale del liberalismo alla fine dell'800, il caso Dreyfuss e le radici profonde del razzismo europeo, lo sgretolamento del wahabismo, la teoria della frontiera fin dentro la saga spaziale, le radici delle attuali lotte a Hong Kong, il sistema dei conti offshore, l'ingresso nell'alta finanza delle strutture mafiose, le riforme agrarie negate, i dissidenti cubani, sono solo alcuni degli argomenti della competizione di quest'anno. Seguiremo con maggiore attenzione quel cinema che sa aggiungere all'indagine storica minuziosa e dettagliata, basata sui fatti e non sul manicheismo cieco della propaganda, una sostanza emotiva che altri arti non sanno cogliere con la stessa forza. Il cinema infatti per la sua natura ibrida e contaminante aderisce meglio a ciò che arte non è. Si annoia del propria specialismo e penetra fluidamente nei territori del costume, della politica, dello sport, della vita quotidiana, del gioco d'azzardo, della sessualità e perfino del pettegolezzo. Oltre che nei media immersivi (e qui alla realtà virtuale è dedicata da anni una fertile sezione) che poi sono quelli che consumano più film ma nelle maniere meno ortodosse e disintegrando lo spettacolo di massa in sala buia. Il Leone di Venezia, macchia d'inchiostro fluido, quella disegnata da Piergiorgio Maoloni, è rimasto così per decenni il simbolo vitale della Mostra d'Arte da quando la rassegna, con Gian Luigi Rondi, è tornata competitiva. E dunque si deve vincere quel Leone con ogni mezzo necessario. E far parlare di sé anche indipendentemente dai film che sono gli addetti ai lavori studiano amano e odiano con passione e che i mass media prediligono (il caso Polanski, perennemtne riaperto da 50 anni, per esempio). In un luogo come il Lido che non è ancora adeguato all'entusiasmo di cinefili, fan e studenti che affollano le sale.

La vérité di Kore-eda Hirokazu

Il libro di memorie di Fabienne, star del cinema francese (Chaterine Deneuve), un best seller che ha venduto 50 mila copie, scatena conflitti familiari imprevisti nella villa dell'attrice e sul set di un ridicolo film commerciale di fantascienza (di imitazione americana, anzi sembra Interstellar) che Fabienne sta interpretando. La figlia sceneggiatrice Lumir (Juliette Binoche), rientrata da New York con il marito attore tv e la vispa figlioletta per festeggiare l'evento, e il segretario di una vita della diva, che assomiglia tanto a John Gielgud, polemizzano duramente e diversamente con la donna che ha raccontato nell'autobiografia molte menzogne, tralasciando errori e aspetti dolorosi, cancellando personaggi chiave e gelosie inconfessabili. Perfino la bimba entra in campo, recitando battute scritta dalla mamma e innomandosi di una grossa tartaruga nel giardino della villa, vicino alla prigione... Perché? Perché per un artista il miglior modo per arrivare al cuore delle cose, alla realtà, è saper fare un bel cocktail a base di verità crudeli e bugie a fin di bene, le scale a chiocciola della vita che vanno giù verso l'inconscio e su verso il rispetto e l'amore.
Il bel cinema insegna questo alla vita? Mah. Molti grandi registi giapponesi, statunitensi e iraniani, da qualche anno, sono attirati dalla Francia (e dai suoi generosi finanziamenti) per rendere omaggio non solo alla nouvelle vague e a quel certo stile libero di fraseggio e recitazione che ha contaminato il globo ma anche alla specialità della casa, la commedia familiar-sentimentale, arguta e di piccante umorismo, che adora vivisezionare le emozioni più profonde e penetrare nei pensieri più reconditi di madre e figlia, moglie e marito, nonna e nipote, suocera e genero, divorziata ed ex marito.... Affascinante dunque poteva essere l'incontro, attraverso un copione che mescola Eva contro Eva, Viale del tramonto e la storia di Francoise Dorleac che della Deneuve è stata la sorella, morta giovanissima, tra un regista che alla famiglia borghse ha dedicato tutta la sua vita, Kore-eda, smascherandone meschinità e mostruosità, per la prima volta al lavoro in Francia con un cast, una troupe e delle voci quasi interamente francesi e a timbri davvero differenti e la coppia di attrici che di questo cinema sono il simbolo, da Truffaut a Carax, più ancora di BB. Non mancano i momenti esilaranti e ironie più grossolane e scontate riguardo a Hollywood (rappresentata da Ethan Hawke nel ruolo del marito attore di Binoche), senza le quali niente finanziamenti.

Francesco Di leva (a destra) e Massimiliano Gallo in "Il sindaco del rione Sanità" di Mario Martone
Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone
Saper distinguere i “criminali per bene” dai “criminali carogna” è una grande arte. Di utilità quotidiana. Quasi come inventare una carrellata sublime invece di tracciarne una abietta. Rispettare un primo piano invece di sbatterci dentro il “mostro”, liquefare un volto negandogli il fuoco o renderlo grottesco con l'uso del grandangolo. Chi osserva male pensa male, parafrasando Nanni Moretti. Sul filo di questa difficilissima, doppia camminata etica si esibisce Mario Martone con i suoi attori nel film in concorso finora più impressionante del concorso veneziano, Il Sindaco del Rione Sanità, probabilmente il culmine di una appassionante e ormai lunga ricerca drammaturgica e performativa, mai ortodossa e sempre collettiva. Dopo averlo messo in scena per il teatro (come nel caso del suo Leopardi) Martone riscrive un classico del teatro di Eduardo, restituendo intanto al testo, con alcune interessanti deviazioni, quella sostanza conoscitiva implicita all'epoca (di camorra si trattava, ma non si poteva certo esplicitarlo, la parola “mafia” era proibita perfino in tv, negli anni 50) e collocandola nella Napoli marginale di oggi, alle falde di un Vesuvio sempre più basso nel profilo - s'è proprio dimezzato nel corso dei secoli - ma non meno, sotterraneamente, minaccioso.
Il boss Antonio Barracano (un Francesco Di Leva di potenza e fascino seduttivo nietzchiani) non è più il settantacinquelle uomo d'onore, nato nell'ottocento, di moralità più consapevole e umorismo più compassionevole di altri, e che ha saputo sfruttare meglio l'economia sommersa e parallela della metropoli, pur tollerata e controllata dal Potere, imponendosi come l'unico magistrato (e capo della polizia-ombra) riconosciuto dal popolo ignorante, dai sottoproletari più fragili e indifesi. E diventato ormai proprio come un monumento della zona, come il cortile di un palazzo barocco dei Quartieri Spagnoli, decadente, sublime e “senza aperture”. De Filippo aggiungeva al personaggio una capacità non comune di comunicare istantaneamente con il linguaggio non verbale, o un uso del corpo come lettrismo vivente, che pochi - Carmelo Bene tra loro - sapevano maneggiare con la stessa maestria per eseguire, e non esprimere, in un decimo di secondo, una sentenza di morte o di assoluzione.
Barracano è invece un giovane boss di oggi, altrettanto rispettato, ma soprattutto temuto, perfino dai suoi feroci cani da guardia, che si è costruito - con i proventi della coca, e non solo più delle sigarette di contrabbando, del gioco d'azzardo clandestino e della prostituzione- una villona strafottente, in zona vistosamente proibita, super-protetto da guardie armate. Ovvio che ha bisogno di un sistema lessicale e gestuale più rituale e contorto, eppure d'efficacia identica per amministrare la pace sociale e attutire i conflitti. Il dilemma che deve affrontare è: ha ragione il figlio di un boss diseredato a uccidere il padre che lo ha cacciato di casa? Rifiluccio Santanillo sembrerebbe avere torto, ma il fornaio Don Antonio, il papà infame, non è proprio quel lavoratore onesto e integerrimo che vuole apparire... Qui è la lezione anti recitativa e anti rappresentativa di Straub e Huillet, la “cacofonia” di tecniche interpretative differenti e non portate mai a omogenità accademica di suono e gesto che viene come sciolta nell'acido per tirare fuori dal respiro naturale dei corpi sigoli e dai ritmi motori differenti degli attori, le indicazioni critiche su ciascun personaggio. Grazie alla partecipazione di tutti i perfomer e di Massimiliano Gallo (il nemico di Barracano) prima di tutti, si ricompone come un puzzle collettivo quello che Eduardo riusciva a sintetizzare in un corpo solo.
Proprio come in Hotel Aramis (uscito giorni fa nelle sale) poi, nella villa opera l'amico e consigliere di Barracano, il medico che cura i malavitosi feriti, impossibilitati a raggiungere gli ospedali. E un gigantesco Roberto De Francesco a interpretarlo, con il suo stile “intensivo”, il suo lessico ambiguo e colto, i suoi sguardi feroci e addolorati, che ci fanno complici di chissà quali misteriose connotazioni emotive. E l'unico attore che non faceva parte del cast teatrale originale di Martone ed è probabilmente stato scelto per la sua presenza non indifferente, anche se così misurata e “in levare”. Vorrebbe partire e lasciare per sempre quel mondo, e questo suo deviare, aprire spazi, “attaccare la profondità”, come si dice in gergo calcistico di un attaccante che inventa sentieri invisibili ai difensori, intacca progressivamente l'identità dell'amico, costretto a risolvere via via i piccoli e gravi conflitti dell'ambiente, secondo una certa idea di giustizia che lui e Martone costruiscono usando certi avvicinamenti di macchina, gli sfocati, il raddoppiamento tramite specchi o l'incarceramento tramite grate. Insomma con i mezzi che il cinema ha a disposizione e il teatro no. Jonathan Demme in A Master Builder da Ibsen aveva raggiunto la stessa tensione da tragedia greca. E le variazioni del finale rispetto al testo di De Filippo aumentano invece di attenuare il clima tragico della piece. La lacerazione che non può più rimarginarsi. Il detournement finale dell'etica camorrista.

Jean Dujardin e Louis Garrel in "J'accuse" di Roman Polanski
J'accuse di Roman Polanski
Nascondere la propria altissima cultura visiva o regalarla a frammenti impercettibili, i due Renoir, Seurat, Lautrec, Ford, Hawks, Minnelli... in questo film che immobilizza il corpo ma fa giocare la mente e che avrebbe commosso Rossellini per la sua appassionata tensione didattica, dove si spiega che Zola è un grande italiano che sapeva battere un altro tipo di calci di punizione, è la sorpresa aurea di un Polanski maturo, mai domo e leggiadro che si dedica alle pratiche stregonesche dei servizi segreti di uno stato democratico (colonie a parte), analizzando i 12 anni del clamoroso “caso Dreyfus”. Come si aizzano i linciaggi materiali e morali degli innocenti. Lui ne sa qualcosa. Come Jean Seberg. E di come proprio la cultura repubblicana, radicale e laica di metà Francia e di mezzo mondo permise di combattere e vincere quella battaglia. Un alto militare dell'esercito fu condannato alla degradazione e all'esilio, alla fine del XIX secolo, ma innocente, per alto tradimento - avrebbe consegnato documenti segreti al nemico tedesco - e utilizzato come capro espiatorio, perché ebreo, dal governo conservatore e clericale francese dell'epoca. Utilizzare la macchina dello stato, dalla stampa ai tribunali, dagli attentati alle minacce, dai documenti falsi al pedinamento 24 ore su 24, per aizzare alla caccia al nero, all'ebreo, al clandestino, al rosso, al sindacato, alle Ong è il normale funzionamento di uno stato che moltiplica le iniquità in nome degli interessi nazionali presunti. Storia che conosciamo bene, da Valpreda a Regeni. Ma Polanski aggiunge qualcosa di più succoso. Gli eroi del film, chi combatte per la libertà di Dreyfus, sono altrettanto razzisti, anti semiti, ufficiali dell'esercito e papaveri dei servizi segreti come i loro nemici. Combattono esponendosi, andando in carcere, ma lo fanno nascondendosi dietro i principi repubblicano soprattutto per prendere il posto dei funzionari di destra e poi applicare i loro stessi metodi. Certo che Dreyfus (un impeccabile Louis Garrel, quasi irriconoscibile per cipiglio marziale) sarà, alla fine dell'odissea tragica scagionato, liberato e promosso. Ma il nuovo ministro Georges Picquart (Jean Dujardin, ambiguo come ogni spia di livello), un generale che si è molto esposto per lui, quando si tratterà di riconoscergli il grado che gli spetta di tenente colonnello dirà: no. Per antisemitismo. E il suo leader politico, il capo del partito radicale Georges Clemenceau sarà pronto per gli eccidi in massa di sindacalisti e socialisti. Da Dreyfus a Jaures. La via per Vichy è aperta.