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sabato 22 maggio 2021

Mazara-Madhia: incontri ravvicinati di un certo tipo. Una rassegna di film sull'immigrazione






















Stasera, sabato 22 maggio, alle ore 21 ora italiana, chiusura della manifestazione cinematografica "Dalla Piccola Sicilia de La Goulette alla Casbah di Mazara del Vallo che ha prewsentato un programma di corti, documentari e film di finzione sull'emigrazione italiana in Tunisia e viceversa. Interverrano Abdelkarim Hannachi e Jamel Louini sulla storia dei due quartieri iconici della presenza italianain Tunisia. Introduce Gabriele Montalbano, dell'Università di Bologna. Per collegari http;//www.cinemaaumusee.org

 di Roberto Silvestri


 Cento anni fa gli italiani residenti in Tunisia, protettorato francese fino alla indipendenza del 20 marzo 1956, erano quasi 100 mila, poco più degli stessi francesi colonizzatori, ed erano sparsi in tutte le città (Biserta, Sfax, Sousse…) e regioni del paese. Erano arrivati già alla metà dell’800, in disaccordo con il Risorgimento tradito dai sabaudi che non aveva attuato la Riforma agraria promessa e diviso la terra tra i braccianti, ma iniziava a proteggere la mafia, per il momento baluardo armato del latifondo e dei grandi armatori, fingendo di sgominar briganti. 

Oggi sono rimasti in poche migliaia e solo 900 discendenti dalle famiglie di antica emigrazione. A parte Djerba, dove la comunità italiana si era praticamente arabizzata dal secolo precedente, durante il ventennio fascista non pochi connazionali richiesero (prima del ‘56) la naturalizzazione francese, nonostante l’ostruzionismo e lo scandalo del regime, ansioso di far proseliti razzisti e sempre minacciosamente pronto ad allargare i suoi confini coloniali al di là della frontiera libica (intanto Graziani aggrediva coi gas l’Etiopia e faceva scempio dei cristiani di rito avulso). 

Cultura araba, tradizioni (non solo religiose) italiane, lingua ed educazione democratica francese, costituirono invece una fertile trinità identitaria che, al di fuori dei clichés, facevano dell’islam tunisino un ambiente mediterraneo unico, dove per decenni fu più avanzato che altrove il rapporto tra reciproca tolleranza, rispetto delle differenze, esuberanza, humour e sensualità quotidiana. 

Elsa De Giorgi, agiata e raffinata borghese italiana, da decenni cittadina di Tunisi, ritrae splendidamente questo ricco flusso transculturale in Chichkhan - Gioiello di Famiglia di Mahmoud Ben Mahmoud e Fadel Jaaibi (1991), un lungometraggio sul lento sgretolarsi di quelle antiche armonie culturali. Una statua all’ingresso del suq di Tunisi ne attribuisce molto del merito anche agli insegnamenti anti letteralisti, “femministi” e preilluministi di Ibn Khaldun, il massimo storico, filosofo e “sociologo” maghrebino del XIV secolo (definito il Machiavelli o il Vico o l’Engels dell’altra riva). Se vogliamo proprio trovare radici culturali europee non grette e autopromozionali è lì che dobbiamo indirizzare lo sguardo. Della separazione tra Stato e Chiesa e tra i poteri, esecutivo, legislativo e giudiziario, onde proteggersi da regimi dispotici e dal Califfato, come ci spiega Abdallah Laroui in Islam e modernità, Ibn Khaldoun già scriveva prima di Robespierre in piena civiltà andalusa. Khomeini, Libano, Sarajevo, guerra del Golfo, le bugie criminali contro l’Iraq, torri gemelle, Al Qaeda, Isis, guerra civile in Libia e Siria hanno imbrattato quel “miracoloso equilibrio teorico”, ci hanno drogato di nazionalismo e suprematismo religioso (o europeismo coi paraocchi), hanno nuociuto gravemente alle rivoluzioni araba per la libertà e per la democrazia del 2010 e scodellato in tutto il mondo califfi “democratici” diversamente odiosi. 

Lo leggiamo negli occhi profetici degli intellettuali e scrittori maghrebini Karim Annachi, Assia Djebar e Tahar Ben Jalloun che hanno scelto di vivere in occidente, sconvolti dall’ondata fanatica e fondamentalista di un irriconoscibile Islam venuto dal deserto saudita, in Ritorni di Giovanna Taviani (Italia-Francia, 2006). La differenza, schiacciante, tra coloni francesi e immigrati italiani era ovviamente nella proprietà e nella qualità della terra tunisina, in mani francesi dieci volte di più. Si trattava infatti di una emigrazione italiana povera, proveniente soprattutto dal trapanese, quasi una enclave araba sopravvissuta nel tempo, secolare passaggio privilegiato nord/sud indifferente ai muri istituzionali e ideologici. Almeno fino alla normativa Bossi/Fini del 2002 che disciplina l’immigrazione in senso restrittivo per lucrare, in tutta Europa, su un esercito industriale e agricolo di riserva flessibile, impaurito e a basso costo come risposta alla globalizzazione. 




E’ impressionante, nel bellissimo documentario di esordio di Stefano Savona, non a caso intitolato Un confine di Specchi (2002), non capire più, a un certo punto, se si è a Mazara del Vallo, nella cui casbah terremotata nell’81 vivono non proprio a loro agio 3000 lavoratori e lavoratrici tunisini, o a Madhia, 200 km più a sud, da dove sono arrivati dagli anni 60 del secolo scorso e convivono ancora decine di italiani coi loro amici tunisini che parlano italiano, tifano anche per la nostra nazionale di calcio e per Raffaella Carrà. Sulla vistosa coppola tricolore di Hassin, un abile pescatore di Mazara, che morirà nel naufragio del suo peschereccio, e che inutilmente aveva cercato lavoro e casa a San Benedetto del Tronto, altro porto “tunisino”, leggiamo l’affettuosa e un po’ ironica scritta “Sicilians are Spectacular”. 

A proposito di globalizzazione, nel profetico cortometraggio di Tarek Ben Abdallah e Gianfranco Pannone, Kelibia-Mazara (1998), l’attore Fethi Haddaoui intepreta il ruolo di un capo-macchina tunisino che vive in Sicilia (e parla un magnifico e divertente pidgin araboitaliano) e lavora nell’industria della pesca obbligato a rientrare nell’adoratissima Tunisia stipendiato però dalla stesso armatore italiano un milione di lire invece dei due milioni che intasca in Italia. Se no verrà licenziato. Semplice, no? 

I nostri poverissimi emigranti non vennero considerati per decenni dai tunisini “invasori che mettevano a repentaglio i sacri confini della patria”. Un ministro degli interni di più umana sensibilità ha aperto le frontiere di Tunisi a oltre un milione di profughi libici, ospiti da anni di un paese (più ricco dell’Italia quanto a sensibilità) senza scatenare alcuna escandescenza sciovinista mediatica. I nostri emigranti erano contadini, minatori, artigiani e pescatori, soprattutto siciliani, lavoratori da secoli legati a una cultura dirimpettaia (anche del mare, anche culinaria) comune, non troppo tutelati nel ventennio dalla retorica nazional-fascista, e costretti dalla crisi economica e dal trattato di Versailles (punitivo per i pescatori italiani) a chiedere aiuto all’Africa del nord per sopravvivere. 

Ma erano numerosi anche i profughi politici, intellettuali e militanti che stampavano lì giornali liberal-democratici, comunisti, socialisti e anarchici, da noi proibiti, come l’Italiano di Tunisi, Voce nuova (organo della Lega italiana per i diritti dell’uomo), il Giornale diretto da Giovanni Amendola nel 1939, o il più moderato e borghese La Libertà, animavano le organizzazioni sindacali locali ed erano collegati e protetti (non mancarono minacce, azioni squadriste e omicidi) dal Partito Socialista di Tunisia e dal quotidiano Tunis-Socialiste, il solo organo di stampa locale permesso che condannava il fascismo italiano senza ambiguità. Contro i comunisti tunisini e i nazionalistiindipendentisti del partito Destour, poi Neo Destour, si scatenavano infatti regolarmente dure repressioni, culminate nel 1925 e nel 1934 in processi, carcere e espulsione dei maggiori dirigenti storici. 

Il futuro sindaco di Napoli, Maurizio Valenzi, che racconta la sua vita militante in Italiani dell'Altra Riva di Mahmoud Ben Mahmoud e Mohamed Challouf (1992), fin dal 1934, era tra i leader del perseguitato partito comunista tunisino, che ebbe addirittura un italiano alla segretaria, Michele Rossi (la linea dura del “resident generale” Marcel Peyrouton aveva decapitato la leadership locale) e organizzò anche le dure manifestazioni di protesta contro le visite ufficiali (e provocatorie) del gerarca voltante Italo Balbo, nemico n.1 di Porco Rosso, come ci ha raccontato il cartoonist giapponese Hidao Miyazaki, o l’arrivo nel 1937 delle navi scuola Amerigo Vespucci e Cristoforo Colombo, cariche di marinai squadristi che assassinarono il 20 settembre il ventitreenne Giuseppe Nicelli, segretario della Lega italiana per i diritti dell’uomo. 

A Tunisi la comunità italiana viveva di fronte alla spiaggia di La Goulette, la prima stazione dove si ferma il trenino TGM che dal centro della città porta a La Marsa e antico porto che ha conosciuto le lotte tra flotta spagnola e pirati barbareschi. La madre di Francis Ford Coppola, per esempio, era nata a La Goulette, quartiere popolare e multietnico, grondante ristoranti all’aperto, Torre di Babele cosmopolita dove tutti i figli di Abramo, musulmani, ebrei e cattolici (rispettivamente divisi in corsi, francesi ‘pied noirs’ pescatori siciliani e maltesi) vivevano in accordo, partecipando alle feste religiose di tutti (affollatissima la processione cattolicissima di Santa Felicita Perpetua) senza alcun pregiudizio (fino alla Guerra dei sei giorni del giugno 1967, ovviamente). Peccato che il figlio Francis Ford, a differenza di Lucas a Tataouine e Spielberg a Sidi Bouhlel hanno girato Guerre Stellari e I predatori dell’Arca Perduta, addestrando aiuti regista e altri creativi di qualità come Nouri Bouzid, non ne abbia fatto ancora set autobiografico privilegiato. 

Il regista e scrittore e critico Ferid Boughedir ha raccontato, senza alcuna idealizzazione, quella convivenza, che comunque oggi ci appare miracolosa, nella sua deliziosa commedia teenager femminista Un’estate alla Gouletta (1996). Ingiustizie ce n’erano, e ce ne sono nelle società mediterranee tradizionali, soprattutto riguardo alla condizione “apartheid” della donna che deve percorrere più ardui percorsi per “decolonizzarsi dai decolonizzati”. In quelle stesse strade abitava, da tre generazioni la famiglia Cardinale. Alla figlia Claudia, Miss Tunisia 1956, scoperta da Moustapha Fersi e dal “cattivo maestro” René Vautier in un corto sullo sfruttamento intollerabile dei pescatori poveri (Gli anelli d’oro) e poi lanciata nel 1958 da Jacques Baratier come attrice in I giorni dell’amore, un lungometraggio con Omar Sharif, poi super star di potenza mondiale, era stato consigliato dalla professoressa di non dire mai di essere italiana per non essere pesantemente offesa e di modificare il suo nome, a inizio carriera, nel più francese Claude Cardinal, perché nel mondo arabo si odiavano platealmente gli italiani per il loro passato fascista e l’alleanza con i nazisti. 

Ce lo racconta l’attrice nel bel ritratto del 1993, in 26 minuti, di Mahmoud Ben Mahmoud e Mohmed Challouf Claudia Cardinale, la più bella italiana di Tunisi : “L’Oriente!| Lì sono le mie radici e quelle della mia famiglia, che veniva da Trapani, e la Goulette, dove mio nonno aveva creato una compagnia che costruiva navi da pesca”. Nel 1937 il Duce, in visita ufficiale a Tripoli per consacrare al fascismo le terre d’Oltremare, aveva mostrato ambizioni espansioniste sempre più rapaci, spingendo la Francia, per placarlo, a firmare il trattato Laval-Mussolini. Era la carta bianca per pianificare l’aggressione etiope. 

Durante la guerra la comunità italiana venne rinchiusa dai francesi nei campi di concentramento. La gran parte della comunità italo-tunisina si era aggregata alle unità militari contro gli Alleati, dal 1942, fino alla cacciata dell’Asse nel maggio 1943. De Gaulle chiuse scuole e giornali italiani. Negli anni cinquanta gli italo-tunisini risentirono della guerra d'indipendenza dei tunisini e iniziarono un’emigrazione in massa di ritorno verso il paese del presunto “boom economico”. I rapporti economici, politici, culturali, istituzionali e “d’affetto” tra le due sponde migliorarono a poco a poco, merito anche del neorealismo e di Roberto Rossellini che, tra il 1969 e il 1972 girò in Tunisia Gli Atti degli Apostoli e Agostino d’Ippona, e addestrò i cineasti della “nuova onda araba” all’insubordinazione estetica e artistica. Kaouther Ben Hania e il suo L’uomo costretto a vendere la sua pelle è la conferma di una qualità che viene da lontano; dell’attenzione interessata dell’Eni per l’estrazione di idrocarburi nelle aree desertiche del sud e nell’offshore mediterraneo di fronte a Hammamet; dei rapporti strettissimi, in epoca craxiana dei rispettivi partiti socialisti, entrambi aderenti all’Internazionale; dell’Università per stranieri di Perugia che ha contribuito fino agli anni 90 a formare quadri d’eccellenza; della cooperazione in campo universitario, letterario, archeologico, musicale e cinematografico, frutto di accordi bilaterali. Fino alla tragedia del museo Bardo che ha spezzato l’intenso flusso turistico Nord-Sud e della quotidiana, orribile, insostenibile strage del Mediterraneo, a causa delle politiche migratorie europee, disumane e inadeguate, condannate nel marzo scorso dalla commissaria per i diritti umani al Consiglio d'Europa. “Morti che potrebbero essere facilmente evitati, sottolinea Dunja Mijatovic, se esistesse la volontà politica di riformare profondamente il trattato di Dublino a proposito di redistribuzione dei rifugiati nei vari paesi della Ue e se si moltiplicassero i corridoi umanitari. Fino al recente sequestro a Sousse di centinaia di container di rifiuti illegalmente spediti dall’Italia, che ha fatto scoppiare uno scandalo ambientale senza precedenti e ha svelato un traffico miliardario e criminale tra le due sponde. Altro che italiani brava gente.

mercoledì 20 gennaio 2021

Il cinema italiano di oggi

https://italianjournal.it/the-state-and-status-of-film-a-study-of-the-effect-of-politics-on-italian-filmmaking/

domenica 23 febbraio 2014

The Square. Il libro Cuore contro tutti i despoti d'Egitto. Il primo film egiziano che potrebbe vincere l'Oscar

Ahmed Assam, l'avanguardia di massa di piazza Tahrir
Roberto Silvestri

E' incredibile quest'anno avere ben due documentari su 5 candidati al premio Oscar già nelle sale italiane. Il primo è ambientato in Indonesia e il secondo in Egitto. Sta cambiando qualcosa nella distribuzione, finalmente. E anche nel pubblico, più vispo, esigente e consapevole. The square, il film egiziano, in realtà sta girando in tutto il mondo in fermento, da Kiev ad Atene, da Tunisi a Damasco. Si vede in rete. In dvd. In Italia Feltrinelli lo dostribuirà così presto. Certo in Egitto non esce nelle sale, ma nessun documentario esce nelle sale. Non è che in questi anni abbiano fatto scorpacciate di Michael Moore o dei film di Abnoudi El Attiat...La censura di Mubarak non c'è più. Ci sono giornalisti in carcere. Al Jazeera, certo. Ma questo ha a che fare con il complotto di cui è accusato Morsi. Un colpo di stato organizzato a Doha dal Qatar.... 
Ahmed Assan, il protagonista di The Square


Act of Killing di Joshua Oppenheimer resta il grande favorito per la statuetta, perché porta la narrazione a soggetto storico a un livello tragicamente surreale, coniugando Joris Ivens con Franco Maresco, il rigore e la provocazione, l'esattezza storica e la deformazione grottesca, i fatti con gli strafatti, nella messa in scena di uno dei crimini contro l'umanità meno pubblicizzato dai media: il massacro di più di mezzo milione di comunisti e democratici liberali in Indonesia nel 1965. 

Khalid Abdalla e Aida el Kashef
Il New York Times, quando è morto Suharto, che a quel massacro dette il via, nelle due pagine dedicategli, non se ne fa cenno. Era un grande amico dell'America, no? Infatti a Giakarta i cattivi sono ancora oggi coccolati eroi nazionali. E si vantano pubblicamente delle loro gesta. E' come se in Italia gli autori della strage di Piazza Fontana e di piazza della Loggia e dell'Italicus, considerati salvatori della patria, venissero esibiti come super star a Sanremo. Oppenheimer, americano, vive a Amsterdam, infatti.

Piazza Tahrir, sempre pronta a riempirsi....
Quegli assassini non solo non sono infatti mai stati processati, ma si vantano anche in prime time di aver ripulito il paese dai rossi, per lo più cinesi di Sumatra (e sempre pronti a rifarlo in caso di necessità: sono tre milioni i paramilitari fascisti ben armati e addestrati) e si divertono nel film di Oppenheimer (che li stuzzica come da noi La Zanzara di Radio 24) a rievocare le loro gesta ricostruendo torture e sventramenti come se fossero grintosi come John Wayne in Berretti Verdi o blasé come Bogart in Il grande sonno. Davvero scioccante.

il manifesto del film di Jehane Noujaim
The Square (La piazza) di Jehane Noujaim è invece un reportage molto più tradizionale, nel soggetto e nel format (si rispettano le leggi dello standard da mercato internazionale, sviluppo cronologico, utilizzo di materiali da repertorio, interviste, etc...) che sceglie però il punto di vista della strada insorgente per raccontarci cosa sta accadendo in Egitto attraverso la radiografia dell'anima dei ribelli. Bellissimi murales, affidati 'live' al graffitista  Ammar Abo Bakr, illustrano via via gli avvenimenti  in corso e indicano chiaramente chi sono stati i mandanti della rivoluzione. Artisti. Giovani rapper. Musicisti heavy metal. Ragazze oppresse dalla morale corrente, integralista o meno. La parte di popolo vitale e attiva che ha trascinato dietro di sé tutto il paese. E che gli ha restituito una sua caratteristica dimenticata: la cultura della protesta.

Ahmed Assam in un momento di sconforto
Il film non ha bisogno così di inquadrare i fatti all'interno dello scenario politico tradizionale o internazionale, e si rifiuta di spiegare meglio e di mettere in prospettiva gli avvenimenti (il ruolo del Qatar, che finanzia i Fratelli musulmani; dell'Arabia Saudita, che appoggia salafiti e al Sisi; degli Usa, che tardano a comprendere le ragioni del movimento, anche Hillary inizialmente appoggia Mubarak...). E non menziona volutamente  neppure il ruolo di alcuni leader politici della rivolta, come El Baradei, considerandoli evidentemente marginali. Anche se - siamo in epoca skype - i protagonisti del film, gli eroi 'dal basso' della rivolta, ci parlano direttamente e costantemente negli occhi. 

Ahmed Assam prima di uno scontro nel quale resterà ferito
Ci sono i buoni, idealisti e disarmati, che sono il fiore di quella moltitudine invincibile: "una tenda e una coperta possono risolvere tutti i problemi", rappresentati da alcuni giovani rivoluzionari della piazza: Ahmed Assam, il più lucido e consapevole ("i ricchi non vogliono la libertà, perché ce l'hanno già"), ha un futuro politico assicurato; il 'fratello musulmano' e barbuto Magdy Ashour, sulle barricate fin dal primo minuto, anche disobbedendo agli ordini dei suoi superiori, pii ma opportunisti; l'attore Khalid Abdalla che è arrivato da Londra e si occuperà di intervenire su Cnn e coordinare l'ufficio propaganda e informazione per controbattere in rete, e con abilità, le bugie mediatiche del potere; Rami Essam, il musicista e cantante; Aida El Khasef, una ragazza molto combattiva e indomita; l'avvocatessa Ragia Omran, che cura gli interessi delle famiglie delle vittime...

L'attore Khaled Abdalla
La forza per resistere e crescere, nonostante un nemico pesantemente armato, spalleggiato da spie e teppisti, nasce dalla lotta stessa e dal fatto di non avere nulla da perdere: "Per la prima volta in vita nostra non siamo stati messi a tacere". Si danza e si canta in piazza. "Le risate e il canto, in Egitto, vengono solo dal cuore". Si urla per i proiettili e per le botte, anche. Un cantante folk-rock viene arrestato e torturato dalla polizia segreta, dopo il primo sgombero. Ma tornerà a cantare quando Tahrir sarà rioccupata, contro le bugie dei militari che anticipano le elezioni per non voler riscrivere una costituzione che impedirebbe ai fratelli musulmani di presentarsi. Un accordo segreto tra i 'partiti forti' viene subito combattuto con un nuovo tumulto. Ancora in piazza. Siamo nell'autunno 2011. Si aizza all'eccidio dei copti cristiani. I militari si scatenano contro le manifestazioni delle minoranze religiose. Un massacro. Proiettili veri. Blindati sopra i corpi schiacciati dei manifestanti.  

La cineasta egiziana Jehane Noujaim
Già, ci sono i cattivi, i corrotti, armati fino ai denti, schiaffati dal film soprattutto nel fuori campo, tranne qualche generale ridacchiante, intervistato in automobile o negli intervalli degli scontri. O Mubarak che in tv, prima di arrendersi, aveva lanciato una profetica minaccia: "Ho paura che i giovani che chiedono il cambiamento, saranno i primi a subirne le conseguenze". Allude al fascismo fondamentalista, che presto entrerà prepotentemente padrone del campo.

Khalid Abdalla e la tenda di piazza Tahrir
I buoni sono quelli che hanno riempito coraggiosamente e pacificamente la piazza per esigere la fine dello stato di emergenza imposto per 30 anni al paese da Mubarak (il cui partito è membro dell'Internazionale socialista) per abusare meglio di una democrazia non rappresentativa, limitata e imperfetta. E opprimere il popolo. 

Ma questi buoni, rabbiosi anche se impauriti dalla repressione, hanno costretto il Faraone, violento fino alla fine, alla resa. Effettivamente il nuovo Faraone sarà peggio di lui. L'Egitto, la patria della danza del ventre, non può essere wahabita.

Jehane Noujiam
Sono gli stessi, la moltitudine insorta che agiva all'unisono, come se fosse un solo corpo, o un solo pugno anche nei film nasseriani di Yussef Chahine, che così cacciano poi dopo la 'più grande manifestazione di piazza della storia umana' anche il Secondo Faraone, il presidente eletto al 51%, Morsi (finanziato dal Qatar) e i Fratelli musulmani, saliti al potere approfittando delle concessioni che Mubarak gli aveva fatto negli ultimi anni (rendendoli responsabili di scuola e sanità) e di una legge elettorale senza garanzie costituzionali. Protagonisti infine di una ennesima svolta autoritaria, ancor più plateale e spudorata di quella di Mubarak. Anche con loro, dice una canzone, "i corrotti vanno avanti"....

Rami Essam
Jehane Noujaim segue gli avvenimenti, cronologicamente impaginati, dando raramente la parola ai militari o agli integralisti islamisti anche perché, quando se la prendono - in tv -  fanno davvero paura. Si partecipa, dall'interno, alla lotta per la libertà, la giustizia sociale, il pane e la dignità al Cairo e nell'intero paese. E anche alla repressione sanguinosa. Al carcere, alle torture, ai raid dei blindadi di al Sisi che sventrano teste e corpi dei copti, ai funerali dei rivoluzionari...Morsi vinte le elezioni ha cucito la costituzione sull'Islam. Pensa più alla sharia che a dare ai lavoratori una assistenza sanitaria garantita che, visto la situazione epidemologica del paese, e le sue responsabilità sarebbe proprio indispensabile. Nell'inverno 2013 Morsi si attribuisce superpoteri che neanche Mubarak e Nembo Kid. Il regime social-fascista militare di Mubarak viene così sostituito dal regime falangista (cioé finot religioso) di Morsi. Il popolo torna in piazza  nell'estate 2013 e l'esercito è costretto a intervenire. Morsi viene deposto e arrestato per complotto contro lo stato.

Abbiamo già vissuto questa sensazione dolorosa e inebriante (il miracolo di un regime autoritario che si sbriciola) assieme ai tre ragazzi, una donna e un giovane rivoluzionario di sinistra, e un integralista che cerca di ragionare con la sua testa, scelti anche da Stefano Savona nel suo doc dell'anno scorso, Tahrir, per osservare le metamorfosi interiori della Storia, e rappresentare il pluralismo e le contraddizioni di un movimento che ancora non ha vinto ma certamente oggi non ha ancora perso. 

Savona però aveva lasciato "la morsa" dopo la caduta di Mubarak. Qui si rimane anche dopo la caduta di Morsi. Ci sono sempre i militari, che comandano il paese, e succede dagli anni 50 del secolo scorso, e sarebbe ora che accettassero di ratificare una nuova costituzione che li metta al servizio del paese, e non alla loro testa.

La musica (un po' alla Philip Glass) è di H. Scott Salinas e Jonas Colstrup, ma raddoppia troppo, raggelando le emozioni, i sentimenti descritti (rabbia, gioia, tristezza...). Il montaggio a 10 mani è veloce e terrorizzato da lasciare qualche secondo vuoto, morto. Si ricorre come nel bel film di Maghed el Madi, egiziano d'Italia, adesso al lavoro su un film 'musicale' sulla seconda rivoluzione dopo I don't speak very good, I dance better, nei momenti di maggiore tensione e repressione, da Pierre Soufi, l'anziano anarchico capellone, il cui appartamento domina piazza Tahrir e che ha già ospitato tante troupe nazionali e straniere e protetto manifestanti inseguiti dalla polizia. 


Dunque è un lavoro sui ragazzi di piazza Tahrir seguiti in questi ultimi tre anni con passione e ostinazione dalla cineasta egiziana che vive a Montreal, Jehane Noujaim, già autrice di  Storm from the South (sulle prime elezioni in Kuweit) e Rafea: Solar Mama (2012) su una ragazza beduina che vive tra la Giordania e l'Irak (oltre a due lavori più americani, uno sulla start-up fallita di una compagnia di new media e l'altro sulla copertura nei media della guerra Usa-Urak).  

Assieme a due operatori, e videocamera in spalla anche lei, spesso dando prova di notevole coraggio, la quarantenne cineasta non si è mossa dalla piazza e ha partecipato dall'interno alla rivolta permanente della moltitudine egiziana partecipando alla "prima rivoluzione"dell'11 febbraio 2011 e alla seconda rivoluzione per contestare il diritto, poco costituzionale perché democrazia è il rispetto delle minoranze, ad "imporre uno stato islamico". 

Magdy Ashour con il figlio, anche lui fratello musulmano
La parte più interessante del film naturalmente è l'evoluzione del personaggio islamista, Magdy. Padre di due bambini, amico d'infanzia e di strada di Ahmed, di cui conosce e rispetta l'onestà e integrità, ferito negli scontri, rivouzionario dalla prima ora, eppure non può a un certo punto non schierarsi con il capo della sua organizzazione verticistica e leaderistica, Morsi, a cui ingenuamente crede, considerandolo l'unico uomo politico capace di portare una democrazia effettiva e non formale in Egitto, facendone uno stato religioso. 

Manifestazione di cristiani copti
Anche se resta contrario ai metodi violenti con i quali gli integralisti cercano in un primo momento di sradicare con la forza le tende dei manifestanti. Per tutto il film porta una t-shirt con su scritto Boicottate Israele! Eppure sua madre, tutta vestita di nero come Belfagor, gli dà una lezione politica e etica. A un certo punto, si parla di rendere gli egiziani padroni della propria libertà, dichiara: "Vorrei solo un uomo per bene che governi secondo giustizia. Non mi importa se si chiama Mubarak o Morsi. E neanche se è ebreo".

Il produttore Karim Amer con la regista
Possiamo fidarci di Ahmed. Finchè c'è lui in piazza abbiamo una bella garanzia democratica. E' un ventenne saggio. Contro chi, disfattista, crede che lo slancio della rivoluzione sia finito e che i militari torneranno a poco a poco a decidere tutto (già i poster di al Sisi giganteggiano in tutto i locali pubblici...) risponde negativo. "La più grande e irreversibile conquista della nostra rivoluzione è che i bambini adesso hanno scoperto un gioco bellissimo. Si chiama PROTESTA."