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domenica 3 settembre 2023
MOSTRA DI VENEZIA 80. LEONARD BERNSTEIN NON E' PIU' RADICAL CHIC, MA NEANCHE RADICAL
Roberto Silvestri
Esterrefatto dalla reazione critica nazionale e internazionale di
Venezia 80 a una Mostra invivibile come mai nella storia
(indipendentemente dalla decina di film e oltre molto belli che
vengono comunque scodellati, “classici” a parte, perché il
comitato di selezione ha occhio e anima) e invece accolta da
quotidiani poker di stelle come se gli stessi critici si rendessero
ormai conto di non contare più nulla se non come gentili
amplificatori pubblicitari di ogni visualità masticabile, registro che
decenni di serie tv hanno cambiato il concetto di ricezione vispa,
trasformando noie micidiali in capolavori assoluti (Poor Things,
El Conde, Bastarden, Maestro, Killer...perfino Harmony Korine) e
i film dotati di vita propria ed eccitanti in insopportabili polpettoni
(i miei preferiti? Polanski, Ferrari, anche Besson, una commedia
di Stephanie Rothman del 1974).
Barbie e Oppenheimer non vengono forse trattati dal blob critico
dominante come preistoria audiovisiva? Già. Tranne il
divertimento acido di Costanzo (che pare il remake di Spqr, un
film tedesco dei primi anni 70 sul cinema italiano, c'è anche l'hotel
Plaza tra i protagonisti) i film italiani non reggono finora l'urto. Da
cui la rabbia verso Ferrari, omaggio al Bertolucci di Strategia del
ragno e al Bellocchio di I pugni in tasca perché è proprio quella
Emilia del culatello che Michael Mann sa catturare magicamente.
Infatti Adam Driver è stato qui perché il film è fuori norma, fuori
schema, fuori Hollywood. Oltretutto Sergio Castellitto è già stato
Enzo Ferrari in un film tv di 20 anni fa diretto da Carlo Carlei, non
a caso discepolo di Michael Mann della prima ora.
Già. Da decenni Hollywood è diventato un comparto secondario di
giganteschi conglomerati che fanno profitti planetari vendendo
poca arte e molto altro: armi, farmaci, prodotti chimici, sigarette
(grande ritorno del tabacco, un tempo bandito, sul grande
schermo), miniere, cliniche, acciaierie e carte di credito. Per
questo i grandi Studios trattano il falso in bilancio da giocolieri
(copiati dai governi democratici di tutto il mondo), le classifiche
di incasso come momento marketing e gli attori e sceneggiatori
che non sono super star come il diavolo trattava Faust (“volete
vendermi per l'eternità la vostra voce e la vostra sagoma? Ecco a
voi 30 mila dollari!”). Da cui lo sciopero di questi mesi.
Impressionante anche il controllo politico censorio sulle pellicole,
come dimostra Maestro, in concorso a Venezia 80.
Dunque già il titolo è perfido. Maestro, e lascia più che perplessi
quando si tratta del bio-pic Netflix sul grande musicista Leonard
Bernstein, superstar intoccabile perché idolo della televisione anni
70 per i suoi corsi di successo sulla musica sinfonica e operistica.
Quel retrogusto Mastercard, che di Maestro è gestore, non è
simpatico. Ma ho l'impressione che il perfido titolista alluda anche
a qualcos'altro. Bernstein è stato definito infatti nel 1970, in piena
guerra contro la guerra in Vietnam, da un prezzolato geniaccio
della destra statunitense, Tom Wolfe, il “maestro dei radical chic”.
Definizione abietta che ha tuttora grande successo nei salotti
devoti alla “Grande Bellezza”. E perfino tra gli sceneggiatori
statunitensi più liberal. Josh Singer ha scritto The Post e Il caso
Spotlight. Gliel'hanno fatta pagare?
Non credo però che tutti ricordino i fatti. E il film, diretto e
interpretato con lunga protesi nasale criticatissima da Bradley
Cooper, 48 anni (e coprodotto anche da Scorsese e Spielberg) -
ma la Mostra 80 sta esibendo un debole verso gli “uomini soli al
comando”, dopo che Comandante ha aperto la kermesse
nell'imbarazzo generale e sta per arrivare anche Io Capitano - ha
la vigliaccheria di oscurarli del tutto, dietro un interminabile e
insopportabile melodramma-fotocopia di A star is born
(algoritmico esordio di Cooper alla regia) che proprio di Bernstein
come “maestro di musica”, direttore d'orchestra mitico, si occupa
pochissimo e si ostina invece (come una spia dell'Fbi pagata da
Hoover) a rovistare nelle avventure coniugali (24 anni di
matrimonio) ed extraconiugali, perché omosessuali, dell'artista di
origini aschenazita. E' come raccontare Hitler tralasciando non
dico la “soluzione finale” ma anche solo la “notte dei cristalli”.
Peccato. Bradley Cooper dimostra di dirigere con stile radicale e
chic le schermaglie d'amore tra Bernstein e l'amata Felicia
Montealegre (nella prima parte del film, in bianco e nero stile
“Life”-”Time” epoca più amata, anche se davvero di piombo,
Corea, maccartismo...) e anche i duelli d'odio della storia (con i
colori lisergici della contestazione generale, dunque un po' malati
e avvelenati). Ma è come se ignorasse con ostinazione gli scontri
aspri della Storia.
Dopo un famoso party del 14 gennaio del 1970 il compositore dei
celebri musical West Side Story e Un giorno a New York - nonché
direttore d'orchestra della New York Philarmonic succedendo
giovanissimo a Bruno Walter - e sua moglie Felicia, attrice di
origine cilena molto impegnata politicamente a sinistra, sono stati
infatti oggetto della madre di tutte le vergognose campagne
mediatiche scatenate nell'ultimo mezzo secolo.
All'epoca Bernstein preparava un epocale Fidelio. E la coppia
ospitò nella propria villa (c'è chi riconosce il valore bancario
dell'arte) circa 90 persone per raccogliere fondi (10 mila dollari) a
sostegno delle famiglie dei "Panther 21", i militanti del partito
delle Pantere nere newyorchesi arrestati il 2 aprile 1969 e accusati
di aver progettato attentati dinamitardi contro sedi della polizia,
grandi magazzini e altri edifici pubblici di Manhattan Dopo 9 mesi
di carcere i “Panther 21” cauzione a 100 mila dollari, senza risorse
per preparare una adeguata difesa, non solo sono stati tutti
scagionati ma sono risultati vittime di infiltrati dell'Fbi che
avrebbero organizzato il complotto con la complicità dei massmedia (anche liberal) e delle forze dell'ordine.
Altro che radical chic. Altro che "la più grande minaccia alla
sicurezza interna del paese" come il direttore dell'FBI Edgar
Hoover definì il Black Panther Party per il suo dichiarato
marxismo. Altro che “giusto processo”. Piuttosto una plateale
violazione delle libertà civili che fu rintuzzata dall'opinione
pubblica e dal Movement (si schierarono con le pantere nere anche
Marlon Brando e Jean Seberg, altre divinità radical chic) e i
Bernstein, perché non era più il tempo di maccartismi. Alla festa
parteciparono tra gli altri Otto Preminger, Sidney e Gail Lumet,
Barbara Walters, Bob Silvers, le mogli di Arthur Penn e Harry
Belafonte, e i leader del Black Panther Party Robert Bay, Donald
Cox e Henry Miller. Charlotte Curtis sul New York Times (15
gennaio) scrisse tra l'altro: "Eccoli lì, le Pantere Nere del ghetto e
i liberali bianchi e neri delle classi medie, medio-alte e alte che si
studiavano cautamente tra i mobili costosi, le elaborate
composizioni floreali, i cocktail e i vassoi d'argento di tartine”
mentre il giorno dopo un editoriale disgustoso aizzava al
linciaggio morale: "L'emergere delle Pantere Nere come beniamini
romantici del jet set politico-culturale è un affronto alla
maggioranza dei neri americani... La terapia di gruppo più la
serata di raccolta fondi a casa di Leonard Bernstein... rappresenta
il tipo di elegante baraccopoli che degrada sia i clienti che i
patrocinati. Potrebbe essere liquidata come un divertimento che
allevia i sensi di colpa arricchito di coscienza sociale, tranne per il
suo impatto su quei bianchi e neri che lavorano seriamente per la
completa uguaglianza e la giustizia sociale. Ha deriso la memoria
di Martin Luther King Jr. ..." (The New York Times, 16 gennaio
1970). La risposta della signora Bernstein fu pubblicata,
ovviamente molti giorni dopo: "Come donna impegnata nella
tutela dello stato di diritto ho invitato un certo numero di persone a
casa mia il 14 gennaio per ascoltare l'avvocato e altri coinvolti nel
processo ai “Panther 21”, discutere il problema delle libertà civili
applicabili agli uomini ora in attesa di processo, e per aiutare a
raccogliere fondi per le loro spese legali... È stato per questo scopo
profondamente serio che è stato convocato il nostro incontro. Il
modo frivolo in cui è stato riportato come un evento "di moda" è
indegno del Times è offensivo per tutte le persone impegnati a far
rispettare la giustizia." (New York Times, 21 gennaio 1970). Nei
mesi successivi i Bernstein ricevettero lettere minatorie, furono
oggetto di innumerevoli attacchi stampa e vessati per tutta la
primavera davanti al loro edificio da manifestanti dell'associazione
ebraica “Defense League” che protestò a gran voce contro il
presunto "appoggio" di Bernstein alle Pantere nere antisioniste.
Cinque mesi dopo la raccolta fondi fu immortalata in un lungo
saggio di Tom Wolfe sul New York Magazine intitolato "Radical
Chic: That Party at Lenny's" (8 giugno 1970). Nel film si fa una
vaga allusione alla invidia e alla gelosia che motivavano gli
attacchi durissimi ricevuti da Lenny Bernstein, senza chiarire che
si allude a Tom Wolfe e al party “hollywoodiano”. Come i
reazionari di casa nostra di destra e di sinistra appresero bisogna
essere livorosi contro gli artisti liberi, milionari per il loro
maggiore talento, e dunque da aggredire “squadristicamente” a
parole meglio se prezzolati dai “diversamente miliardari”
venerdì 30 agosto 2019
Mostra di Venezia. Soprattutto Polanski, Martone e Buzid
![]() |
| Laura Dern e Scarlett Johansson in Marriage Story di Noah Baunbach |
Roberto Silvestri
Dopo un terzo di festival,
favorito da un inusuale grande caldo e da un clima festoso e
rilassato, e una volta reso omaggio a Pedro Almodovar colonna culturale e pansessuale della nostra Nuova Europa, e premiato oggi per
la carriera, abbiamo appuntato, tra i film da consigliare agli amici,
prima di tutto un frammento. Il monologo da premio (applausi a scena
aperta) di Laura Dern in Marriage Story di Noah Baumbach,
commedia sul ri-divorzio, prima amichevole, poi tutto un duello
rusticano tra avvocati losangelini da far morire di invidia Woody
Allen per le sue punte comuco-tragiche, nel quale si sintetizzano in
due ore e poco più 135 episodi di una intera serie tv sulla guerra
tra la cultura viva di New York e quella “morta” e “materialista”
della California, e si permette a Adam Driver di esibirsi in un
booking mozzafiato, a tutto campo, tonalità medie, comiche,
tragiche, guittesche, melodrammatiche e canore, con Scarlett
Johansson che sa tenergli testa punto su punto, in questa acida
parodia di La La Land, con il
teatro d'avanguardia al posto del jazz da ascensore. Il
piccolo grande monologo di Laura Dern, avvocata “squalo” di
Scarlet, che entra nella testa dei suoi 'nemici da pelare', si
introduce nel loro pensieri più reconditi e nei loro piaceri
colpevoli più fino a estrarne la “scatola nera” capace di
vivisezionarne ogni sfumatura comportamentale, chiarisce bene quel
che è il nemico attuale del movimento “me too” e spiega perfino
ai sassi perché sull'affidamento dei figli alle madri piuttosto che
ai padri i tribunali per lo più non hanno dubbi. Altro caso di
affermative action. La donna deve dimostrare sempre di essere
perfetta. L'uomo mai. Donna=Madonna, secondo l'equazione mariana che
un brutto papa del Novecento regalò a Hitler e Mussolini per
degradare la donna a madre e moglie non tanto di un uomo quanto di
una idea, di uno spirito, di una “tradizione culturale”
superiore. Altro pezzo interssante il gioco utilizzato da James Gray
nella space opera Ad Astra per imbruttire Brad Pitt con la
complicità del produttore del film, Brad Pitt. Se non ci si
imbruttisce un po', vedi Charlize Theron, nessuna super star glamour
vincerà mai un premio Oscar. E qui ci si serve di tutto il materiale
utilizzabile, dalla teoria della Frontiera versione spaziale,
all'individualismo esasperato a Tommy Lee Jones anche lui
invecchiato, per impiastricciare di arty un film di fantascienza
pomposo, pretenzioso e noiosamente lineare. E passiamo ai film
interi.
Il restauro di Estasi
di Machaty, il film ceco del 1932, del nudo di Hedi Lamarr in campo
lungo, dell'orgasmo di Hedi Lamar in un primo piano sineddochico e di
una sequenza di inno al lavoro proletario che nemmeno nei film
stalinisti di quegli anni. In quietante. Ha fatto bene
l'attrice-.scienziata a fuggire dall'Europa nazistoide.
Poi Gli spaventapasseri
del grande cineasta tunisino Nouri Buzid, su una giovane
jihadista venduta allo stato islamico come schiava sessuale che fugge
dalla Siria ma subirà al ritorno in patria una triplice violenza da
parte della nuova Tunisia post Ben Alì che la mette al bando e la
vuole morta (nonostante la difesa di una avvocata combattiva) come
traditrice per gli islamisti di Ennadha, puttana per i democratici
conservatori (gli ex di Ben Alì travestiti), disonorata per la sua
famiglia patriarcale e “ambigua” per gran parte dell'opinione
pubblica, perfino di sinistra e anche gay. Un monumento al povero
italiano ignoto, non necessariamente milite, è il documentario sulla
storia bellica italiana, dalla caccia al brigante a piazzale Loreto,
basato su una ricca e splendidamente montata selezione di materiali
di repertorio e di canti popolari, Scherza con i fanti di
Gianfranco Pannone, con scene di cadaveri carbonizzati dai gas
italiani sul fronte etiopico che avrebbero fatto piangere Montanelli.
J'accuse di
Polanski, sul caso Dreyfus, che non a caso indaga sul 1894-95 come
anno cruciale per l'Europa e le sue radici culturali cristiane meno
nobili, perché, mentre si spartisce l'Africa aizza all'odio
antisemita come inevitabile necessità identitaria di chi senza
classifica generale razziale, non può commettere i suoi primi
abominevoli eccidi in nome di dio padre.
Citizen K di Alex
Gibney distrugge Putin ed è un bene, anche perché è un
supercapitalista russo Mikhail Khodorkovsky, molti anni imprigionato
in Siberia e attuale leader di “Oper Russia” e della dissidenza
tutta a raccontarcene le imprese, in un doc prodotto dalla Gran
Betannia da un documentarista statunitense. Infine Il sindaco del
rione sanità di Mario Martone, di cui parliamo qui sotto. I
cattivi vanno alla grande. E aspettiamo Joker che li
consacrerà. Intanto si capisce come mai il fumetto è al centro
dell'immaginario non solo hollywoodiano ma anche anti-hollywoodiano.
Da La véritè a Il 5 è un numero perfetto, all'abietto
Seberg
dell'australiano Benedict Andrews, a mal partito su argomenti con non
maneggia, che conferma la versione di Edgar J. Hoover, capo dell'FBI
sulla pericolosità esiziale del Black Panther Party, comunisti e
violenti, con un Bobby Seale mai sentito così volgare e avido, e
dove l'eroe che non è Huey Newton o Fred Hampton e neanche la divina
Jean (Kristen Stewart, perché lo hai fatto?) ma l'agente Fbi
pentito, ma in fondo buono perché fan di Captain America
e collezionista dei suoi numeri
storici. E poi se furono commesse ingiustizie, il corpo sano
dell'America le riconobbe subito e le sanò. Ah si? Insomma. Oggi c'è
un summit su fumetto e cinema, qui all'Excelsior. Non è un caso.
La grande tradizione del
fumetto americano, underground e commerciale, o meglio per dirla alla
Antonioni il “vizioso” Crumb e il “virtuoso” Marvel/DC, e di
quello francese da Metal Hurlant a Michel Vaillant di
Jean Graton, ha regalato negli ultimi anni sostanza
grafica e umori innovativi alle rispettive industrie
cinematografiche, che si sono divise negli ultimi decenni il business
(occidentale e non solo), sia bloockbuster che d'essai con opere
intelligenti e pop, ad alto quoziente comunicativo. Il mercato
francese, infatti, tiene ancora, nonostante la crisi della forma film
in sala. Nella prima metà del 2019 attraverso commedie e drammi di
qalità sempre più alta (senza tutelare i piccoli film di ricerca
mantiene il 39,3% del mercato cinematografico (contro il 48,1% degli
Usa) e riesce a finanziare la produzione nazionale audiovisiva
attraverso il prelievo del 10,7% sul costo del biglietto e cospicue
percentuali sui profitti di brodacaster, dvd e piattaforme streaming
e video di ogni tipo, Netlix, per esempio, portando annualmente ben
788 milioni di euro nelle case del Centro Nazionale Cinematografico.
Se Franceschini tornerà ministro cercherà di avvicinarsi a questo
modello, anche se a noi non è mai stato permesso di finanziare i
film erodendo profitti dal Re Leone e Avengers.
Comunque è stata una bella idea di Baratta & C. quella di
affidare al disegnatore Lorenzo Mattotti, uno del pool di “matite
pulite” anni 70, la sigla e il manifesto coloratissimi e
“narrativi” (un set, come l'incontro tra Jean Vigo, Fellini e
Disney) di Venezia 76. Come dire. Ripartiamo dagli illustratori della
controcultura a 360°, da Frigidaire a Diabolik, da Igort a
Fulci-Vivarelli, dalla grande stagione del cinema di genere che
conquistò il mondo (non solo gli “Europa di notte”, gli
horror-spaghetti, ma anche il cinema civile di Rosi, il grande
'documentarismo critico' e perfino dal produttore simbolo della
simbiosi tra creatività dionisiaca e apollinea, cioé Alberto
Grimaldi di Per qualche dollaro in più e Ultimo tango a
Parigi) per ripensare a ricostruire un'industria cinematografica
compatta, che era in prima fila, fino al 1977, e che da allora è
sprofondata. Non siamo più nemmeno un mercato appetibile. Eppure gli
scienziati dell'illusionismo reale sono nati qui, dal rinascimento in
poi. E così il simbolo del cinema, la prima Mostra d'Arte di
Venezia.
Alberto Barbera che nel
2020 chiuderà il suo ciclo di direzione (forse) ci ha suggerito come
leggere la bussola per addentrarci nella giungla immaginaria della
rassegna 2019. I migliori film del Lido sono “back to the future”,
guardano agli snodi cruciali della storia come un passato da
riesumare per capire meglio il presente e ipotizzare le forme di un
altro futuro possibile. Theodor Roosevelt e la dottrina sociale del
liberalismo alla fine dell'800, il caso Dreyfuss e le radici profonde
del razzismo europeo, lo sgretolamento del wahabismo, la teoria della
frontiera fin dentro la saga spaziale, le radici delle attuali lotte
a Hong Kong, il sistema dei conti offshore, l'ingresso nell'alta
finanza delle strutture mafiose, le riforme agrarie negate, i
dissidenti cubani, sono solo alcuni degli argomenti della
competizione di quest'anno. Seguiremo con maggiore attenzione quel
cinema che sa aggiungere all'indagine storica minuziosa e
dettagliata, basata sui fatti e non sul manicheismo cieco della
propaganda, una sostanza emotiva che altri arti non sanno cogliere
con la stessa forza. Il cinema infatti per la sua natura ibrida e
contaminante aderisce meglio a ciò che arte non è. Si annoia del
propria specialismo e penetra fluidamente nei territori del costume,
della politica, dello sport, della vita quotidiana, del gioco
d'azzardo, della sessualità e perfino del pettegolezzo. Oltre che
nei media immersivi (e qui alla realtà virtuale è dedicata da anni
una fertile sezione) che poi sono quelli che consumano più film ma
nelle maniere meno ortodosse e disintegrando lo spettacolo di massa
in sala buia. Il Leone di Venezia, macchia d'inchiostro fluido,
quella disegnata da Piergiorgio Maoloni, è rimasto così per decenni
il simbolo vitale della Mostra d'Arte da quando la rassegna, con Gian
Luigi Rondi, è tornata competitiva. E dunque si deve vincere quel
Leone con ogni mezzo necessario. E far parlare di sé anche
indipendentemente dai film che sono gli addetti ai lavori studiano
amano e odiano con passione e che i mass media prediligono (il caso
Polanski, perennemtne riaperto da 50 anni, per esempio). In un luogo
come il Lido che non è ancora adeguato all'entusiasmo di cinefili,
fan e studenti che affollano le sale.
La vérité di
Kore-eda Hirokazu
Il
libro di memorie di Fabienne, star del cinema francese (Chaterine
Deneuve), un best seller che ha venduto 50 mila copie, scatena
conflitti familiari imprevisti nella villa dell'attrice e sul set di
un ridicolo film commerciale di fantascienza (di imitazione
americana, anzi sembra Interstellar)
che Fabienne sta interpretando. La figlia sceneggiatrice Lumir
(Juliette Binoche), rientrata da New York con il marito attore tv e
la vispa figlioletta per festeggiare l'evento, e il segretario di una
vita della diva, che assomiglia tanto a John Gielgud, polemizzano
duramente e diversamente con la donna che ha raccontato
nell'autobiografia molte menzogne, tralasciando errori e aspetti
dolorosi, cancellando personaggi chiave e gelosie inconfessabili.
Perfino la bimba entra in campo, recitando battute scritta dalla
mamma e innomandosi di una grossa tartaruga nel giardino della villa,
vicino alla prigione... Perché? Perché per un artista il miglior
modo per arrivare al cuore delle cose, alla realtà, è saper fare un
bel cocktail a base di verità crudeli e bugie a fin di bene, le
scale a chiocciola della vita che vanno giù verso l'inconscio e su
verso il rispetto e l'amore.
Il
bel cinema insegna questo alla vita? Mah. Molti grandi registi
giapponesi, statunitensi e iraniani, da qualche anno, sono attirati
dalla Francia (e dai suoi generosi finanziamenti) per rendere omaggio
non solo alla nouvelle vague e a quel certo stile libero di fraseggio
e recitazione che ha contaminato il globo ma anche alla specialità
della casa, la commedia familiar-sentimentale, arguta e di piccante
umorismo, che adora vivisezionare le emozioni più profonde e
penetrare nei pensieri più reconditi di madre e figlia, moglie e
marito, nonna e nipote, suocera e genero, divorziata ed ex marito....
Affascinante dunque poteva essere l'incontro, attraverso un copione
che mescola Eva contro Eva,
Viale del tramonto e
la storia di Francoise Dorleac che della Deneuve è stata la sorella,
morta giovanissima, tra
un regista che alla famiglia borghse ha dedicato tutta la sua vita,
Kore-eda, smascherandone meschinità e mostruosità, per la prima
volta al lavoro in Francia con un cast, una troupe e delle voci quasi
interamente francesi e a timbri davvero differenti e la coppia di
attrici che di questo cinema sono il simbolo, da Truffaut a Carax,
più ancora di BB. Non mancano i momenti esilaranti e ironie più
grossolane e scontate riguardo a Hollywood (rappresentata da Ethan
Hawke nel ruolo del marito attore di Binoche), senza le quali niente
finanziamenti.
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| Francesco Di leva (a destra) e Massimiliano Gallo in "Il sindaco del rione Sanità" di Mario Martone |
Il Sindaco del Rione
Sanità di Mario Martone
Saper distinguere i
“criminali per bene” dai “criminali carogna” è una grande
arte. Di utilità quotidiana. Quasi come inventare una carrellata
sublime invece di tracciarne una abietta. Rispettare un primo piano
invece di sbatterci dentro il “mostro”, liquefare un volto
negandogli il fuoco o renderlo grottesco con l'uso del grandangolo.
Chi osserva male pensa male, parafrasando Nanni Moretti. Sul filo di
questa difficilissima, doppia camminata etica si esibisce Mario
Martone con i suoi attori nel film in concorso finora più
impressionante del concorso veneziano, Il Sindaco del Rione
Sanità, probabilmente il
culmine di una appassionante e ormai lunga ricerca drammaturgica e
performativa, mai ortodossa e sempre collettiva. Dopo averlo messo in
scena per il teatro (come nel caso del suo Leopardi) Martone
riscrive un classico del teatro
di Eduardo, restituendo intanto al testo, con alcune interessanti
deviazioni, quella sostanza conoscitiva implicita all'epoca (di
camorra si trattava, ma non si poteva certo esplicitarlo, la parola
“mafia” era proibita perfino in tv, negli anni 50) e collocandola
nella Napoli marginale di oggi, alle falde di un Vesuvio sempre più
basso nel profilo - s'è proprio dimezzato nel corso dei secoli - ma
non meno, sotterraneamente, minaccioso.
Il
boss Antonio Barracano (un Francesco Di Leva di potenza e fascino
seduttivo nietzchiani) non è più il settantacinquelle uomo d'onore,
nato nell'ottocento, di moralità più consapevole e umorismo più
compassionevole di altri, e che ha saputo sfruttare meglio l'economia
sommersa e parallela della metropoli, pur tollerata e controllata dal
Potere, imponendosi come l'unico magistrato (e capo della
polizia-ombra) riconosciuto dal popolo ignorante, dai sottoproletari
più fragili e indifesi. E diventato ormai proprio come un monumento
della zona, come il cortile di un palazzo barocco dei Quartieri
Spagnoli, decadente, sublime e “senza aperture”. De Filippo
aggiungeva al personaggio una capacità non comune di comunicare
istantaneamente con il linguaggio non verbale, o un uso del corpo
come lettrismo vivente, che pochi - Carmelo Bene tra loro - sapevano
maneggiare con la stessa maestria per eseguire, e non esprimere, in
un decimo di secondo, una sentenza di morte o di assoluzione.
Barracano
è invece un giovane boss di oggi, altrettanto rispettato, ma
soprattutto temuto, perfino dai suoi feroci cani da guardia, che si è
costruito - con i proventi della coca, e non solo più delle
sigarette di contrabbando, del gioco d'azzardo clandestino e della
prostituzione- una villona strafottente, in zona vistosamente
proibita, super-protetto da guardie armate. Ovvio che ha bisogno di
un sistema lessicale e gestuale più rituale e contorto, eppure
d'efficacia identica per amministrare la pace sociale e attutire i
conflitti. Il dilemma che deve affrontare è: ha ragione il figlio di
un boss diseredato a uccidere il padre che lo ha cacciato di casa?
Rifiluccio Santanillo sembrerebbe avere torto, ma il fornaio Don
Antonio, il papà infame, non è proprio quel lavoratore onesto e
integerrimo che vuole apparire... Qui è la lezione anti recitativa e
anti rappresentativa di Straub e Huillet, la “cacofonia” di
tecniche interpretative differenti e non portate mai a omogenità
accademica di suono e gesto che viene come sciolta nell'acido per
tirare fuori dal respiro naturale dei corpi sigoli e dai ritmi motori
differenti degli attori, le indicazioni critiche su ciascun
personaggio. Grazie alla partecipazione di tutti i perfomer e di
Massimiliano Gallo (il nemico di Barracano) prima di tutti, si
ricompone come un puzzle collettivo quello che Eduardo riusciva a
sintetizzare in un corpo solo.
Proprio
come in Hotel Aramis (uscito
giorni fa nelle sale) poi, nella villa opera l'amico e consigliere di
Barracano, il medico che cura i malavitosi feriti, impossibilitati a
raggiungere gli ospedali. E un gigantesco Roberto De Francesco a
interpretarlo, con il suo stile “intensivo”, il suo lessico
ambiguo e colto, i suoi sguardi feroci e addolorati, che ci fanno
complici di chissà quali misteriose connotazioni emotive. E l'unico
attore che non faceva parte del cast teatrale originale di Martone ed
è probabilmente stato scelto per la sua presenza non indifferente,
anche se così misurata e “in levare”. Vorrebbe partire e
lasciare per sempre quel mondo, e questo suo deviare, aprire spazi,
“attaccare la profondità”, come si dice in gergo calcistico di
un attaccante che inventa sentieri invisibili ai difensori, intacca
progressivamente l'identità dell'amico, costretto a risolvere via
via i piccoli e gravi conflitti dell'ambiente, secondo una certa idea
di giustizia che lui e Martone costruiscono usando certi
avvicinamenti di macchina, gli sfocati, il raddoppiamento tramite
specchi o l'incarceramento tramite grate. Insomma con i mezzi che il
cinema ha a disposizione e il teatro no. Jonathan Demme in A
Master Builder da Ibsen aveva
raggiunto la stessa tensione da tragedia greca. E le variazioni del
finale rispetto al testo di De Filippo aumentano invece di attenuare
il clima tragico della piece. La lacerazione che non può più
rimarginarsi. Il detournement finale dell'etica camorrista.
![]() |
| Jean Dujardin e Louis Garrel in "J'accuse" di Roman Polanski |
J'accuse
di Roman Polanski
Nascondere
la propria altissima cultura visiva o regalarla a frammenti
impercettibili, i due Renoir, Seurat, Lautrec, Ford, Hawks,
Minnelli... in questo film che immobilizza il corpo ma fa giocare la
mente e che avrebbe commosso Rossellini per la sua appassionata
tensione didattica, dove si spiega che Zola è un grande italiano che
sapeva battere un altro tipo di calci di punizione, è la sorpresa
aurea di un Polanski maturo, mai domo e leggiadro che si dedica alle
pratiche stregonesche dei servizi segreti di uno stato democratico
(colonie a parte), analizzando i 12 anni del clamoroso “caso
Dreyfus”. Come si aizzano i linciaggi materiali e morali degli
innocenti. Lui ne sa qualcosa. Come Jean Seberg. E di come proprio la
cultura repubblicana, radicale e laica di metà Francia e di mezzo
mondo permise di combattere e vincere quella battaglia. Un alto
militare dell'esercito fu condannato alla degradazione e all'esilio,
alla fine del XIX secolo, ma innocente, per alto tradimento - avrebbe
consegnato documenti segreti al nemico tedesco - e utilizzato come
capro espiatorio, perché ebreo, dal governo conservatore e clericale
francese dell'epoca. Utilizzare la macchina dello stato, dalla stampa
ai tribunali, dagli attentati alle minacce, dai documenti falsi al
pedinamento 24 ore su 24, per aizzare alla caccia al nero, all'ebreo,
al clandestino, al rosso, al sindacato, alle Ong è il normale
funzionamento di uno stato che moltiplica le iniquità in nome degli
interessi nazionali presunti. Storia che conosciamo bene, da Valpreda
a Regeni. Ma Polanski aggiunge qualcosa di più succoso. Gli eroi del
film, chi combatte per la libertà di Dreyfus, sono altrettanto
razzisti, anti semiti, ufficiali dell'esercito e papaveri dei servizi
segreti come i loro nemici. Combattono esponendosi, andando in
carcere, ma lo fanno nascondendosi dietro i principi repubblicano
soprattutto per prendere il posto dei funzionari di destra e poi
applicare i loro stessi metodi. Certo che Dreyfus (un impeccabile
Louis Garrel, quasi irriconoscibile per cipiglio marziale) sarà,
alla fine dell'odissea tragica scagionato, liberato e promosso. Ma il
nuovo ministro Georges Picquart (Jean Dujardin, ambiguo come ogni spia di livello), un generale che si è molto esposto
per lui, quando si tratterà di riconoscergli il grado che gli spetta
di tenente colonnello dirà: no. Per antisemitismo. E il suo leader
politico, il capo del partito radicale Georges Clemenceau sarà pronto per
gli eccidi in massa di sindacalisti e socialisti. Da Dreyfus a Jaures. La
via per Vichy è aperta.
lunedì 16 gennaio 2017
Lucciola scatenata. Il Silenzio di Martin Scorsese
Roberto Silvestri
Il silenzio comincia ad assumere una forma, a
diventare una cosa (Pessoa)
Gli artisti devono essere
estremisti, non possono mai accettare compromessi, salvo perdere i loro poteri
speciali. I politici devono essere mediatori, devono fare i conti con i
rapporti di forza, e cercare di spostarli in avanti anche di poco, non in nome
dello sviluppo ma del progresso, come hanno fatto Lenin, Mao, Obama... Chi confonde le due cose
può produrre errori e perfino crimini (anche estetici) inenarrabili. Per esempio i missionari, i mistici cosmopoliti, o alcuni gesuiti, ascetici machiavellici per eccellenza, che vediamo all'opera catacombalmente in questo Silence e che causarono indirettamente la morte di molti fedeli "anonimi", in nome della Verità e per conquistarsi loro un posto al sole nel calendario ecclesiastico (il 6 febbraio si festeggia, per volontà di Pio IX "San Paolo Miki e compagni", i primi 26 martiri di Nagasaki, 1597).
O altri uomini di fede, moderni e organizzati, che pretendono di regalare
la Verità urlata a tutti, anche a chi quel regalo proprio non lo vuole. Ecco il senso
di questo bel film sui cattolici, né accademico né gongorista né "ogni inquadratura un dipinto", di Scorsese. Seguire le indicazioni di padre Ferreira (Liam Neeson), l'apostata, il traditore (in stato di allarme) compiere "il più doloroso atto d'amore di cui nessuno è stato capace". Intensificare la fede sotto altre forme, pregando con gli occhi aperti e non chiusi, come vuole la ferrea regola, è possibile. Darsi per vinto, nel caso, ma mai per sconfitto. E' bizzarro che in questo modo il gesuita e il marrano si siano riconciliati, svuotandosi di non poca identità pletorica, ebraica o cristiana. Il tutto nel silenzio, per nulla assordante, del Signore (anche se nel libro da cui è tratto il film il Signore a un certo punto interviene e indica la strada: tradisci! calpestami!"). In fondo i giapponesi cattolici, del tutto estranei alla storia alla lingua e alla tradizione cristiana come atto fondativo di fede non hanno forse tradito i loro antenati? Anche Mao, al culmine del suo successo di immagine, non fece forse imprevedibili trattati commerciali e politici con il nemico Nixon? E Bergoglio: non dicono in troppi che stia tradendo? Insomma. Uno dei pochi film adeguati allo scontro armato
che ci contrappone in questi anni, occidentali e orientali, alla ragione fascista, inscalfibile, degli islamisti. Come intensità spirituale siamo oltre. Chi nel film interpreta il ruolo del Giuda locale, per esempio, non ha niente da invidiare a Jennifer Beals di Flashdance, alla disperata ricerca di un confessore che la assolva dai suoi tremendi peccati (di tipo sessuale, in quel caso, non venale). Il gesuita americano James Martin, che del film è stato consulente, e dice di aver lavorato non poco a rendere più credibili i due protagonisti, parla non a vanvera di questo film come del "più bello mai realizzato sulla fede", più dei due capolavori post e pre-Vaticano II, Il Cardinale di Otto Preminger (1963) e Il potere e la gloria di John Ford (1947). E sugli aspetti più traumatizzanti della chiesa cattolica lo stesso Scorsese aveva a lungo elaborato, a partire da Chi sta bussando alla mia porta, Mean Streat e Toro scatenato.
Oggi, che i gesuiti sono al vertice della chiesa, per ridarne un'immagine credibile, mentre nel 1700 furono piuttosto irrequieti, inquisiti e proibiti dal Papa, soprattutto per merito della base, ecco un film, Silence, che rende omaggio al loro mezzo millennio di vita e di opere, di fede e di perseveranza, di disciplina e di indisciplina. In fondo, nati come braccio armato della Controriforma contro ogni modernismo, i perseveristi (già, proprio come The Founder) sono stati alle scaturigini del pensiero globale e linguisticamente onnivoro, come in un facebook ante litteram: padre Matteo Ricci parlava mandarino (peccato che a King Hu che proponeva alla Rai 20 anni fa la sua storia hanno sbattuto la porta in faccia); padre Vieira tutti gli idiomi amazzonici, Rodrigues e Garpe, i due protagonisti, differentemente martiri, di questo film dark e acquatico, il giapponese: il corpo e il volto essicato e scarnificato, come fosse Joao Cesar Monteiro, di Adam Driver, Garpe, che sembra una caricatura dell’occidentale dell’epoca, ci resiste, perde tutti gli aggettivi, è incommentabile come un haiku né delicato né saporito; mentre Andrew Garfield, Rodrigues, sembra aver fatto fare i sette mesi di esercizi spirituali non alla sua anima ma solo ai suoi capelli vaporosi, e diventa l’efflorescenza inessenziale di un oggetto: resta assiso proprio per restare assiso. Due grandi performances...
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| Adam Driver |
Intanto i generali gesuiti nel palazzo borrominiano di Propaganda Fide a Roma avevano dovuto aggiornare e aprire velocemente i vangeli (frutto lisergico dei lunghi mesi di esercizi?) alla sensibilità del Nuovo Mondo con la scoperta di terre, armi micidiali, afrodisiaci e schiavitù non previste neanche dal Corano. E continuavano a far tacere i ribelli, a mettere in fuga i Caravaggio inventando il primo codice Hays della figuratività ammessa e consentita e a condannare a morte tutti i rivoluzionari, come capiterà due secoli dopo perfino a Gioberti, il nostro eroe cattolico del Risorgimento.
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| Martin Scorsese e Andrew Garfield |
Al centro dell’intesa tra
shinto e mercanti calvinisti olandesi del periodo, infatti, la protestante
indifferenza verso le immagini sacre di questi ultimi. O almeno una intepretazione già
modernista, essenziale, quasi geometrica della fede. Croci quasi
insignificanti, invisibili, ornamentali, da integrare - meglio se invisibili -
alle geometrie delle tazze…
Jay Cocks, lo sceneggiatore newyorkese del film, ha scritto L’età dell’innocenza, lo Scorsese più cristallino. E poi è responsabile dei copioni di Strange days di Kathe Bigelow, Gangs of New York e (non accreditato) L’ultima tentazione di Cristo. Gli italiani Francesca Lo Schiavo (scenografa anche felliniana) e Dante Ferretti alle scene e ai costumi fanno parte da sempre della band Scorsese. Il messicano Rodrigo Prieto di Amores Perros sfida alle luci chi fece Rashomon e I racconti della luna pallida d’agosto, Kazuo Miyagawa. Ma siccome ci sono per fortuna Shinya Tsukamoto (il simbolo stesso delle mutazioni postumane qui trova il suo antenato) e l'altro filmaker Sabu nel cast, e molti cinesi nella troupe, si può definire Silence una sorta di Merry Christmas Mister Lawrence rovesciato. Scontro/ incontro armato. Armato perché, diciamocelo, i giapponesi, appena riunificati per necessità, avevano paura non del cristianesimo portoghese ma dei fucili e delle pistole portoghesi, e di un disciplinato “esercito di Dio”, sempre pronto, vedi il Brasile di Vieira, a strumentalizzare ogni rivolta popolare…. E anche perché, nella storia originale da cui è tratto il film, la tortura del corpo sepolto interamente, tranne la testa, c’è sia lì che qui. E non è l’unica ferocia da Inquisizione spagnola a cui assisteremo.
Martin Scorsese, figlio dei
fiori beat, più che ex seminarista, fa parte di quella generazione di cineasti
americani post-concettuali e sincretici che volgono ogni tanto lo sguardo,
rapito, a Oriente e preferibilmente al Giappone di Ozu, Mizoguchi, Oshima e
Naruse. Non sono stati solo gli intuitivi poeti dell’underground, o George
Harrison, a compiere quel grande detour anti occidentale: L’inconscio cosmico fotografato dal 2011
da Terrence Malick; Lucas e Spielberg che produssero Ran di Kurosawa; Paul Schrader che emulò i film yakuza e riprodusse
il suicidio in tv di Mishima, così come Eastwood la guerra del Pacifico con
l’occhio degli sconfitti (ma mai vinti) e Sofia Coppola lo spaesamento fertile dei
turisti americani a Tokyo. Tutto questo ci ha abituato lentamente a considerare
spazi e tempi, movimenti e luce, recitazione e decor del cinema in maniera
differente: “I film europei sono basati sulla psicologia umana, quelli
americani sull’azione e sulla lotta tra esseri umani, quelli giapponesi sulle circostanze, cioè su ciò che circonda
gli esseri umani”. Lo dice a Joan Mellen un cineasta giapponese esploso negli
anni sessanta del secolo scorso che Scorsese conosce molto bene, Shinoda, perché
i suoi film sono diffusi in dvd dalla prestigiosa etichetta Criterion e al cui
classico, Chinmoku, Il silenzio, ha voluto
rendere esplicito omaggio in forma di haiku-remake. In fondo i due film concordano sul punto
centrale. Animismo e buddismo potevano sovrapporsi, ma cristianesimo e shinto
no, perché nel primo conta l’unità, anzi lo scioglimento alchemico dell’uomo con la natura, mentre nel
cristianesimo il rapporto è tra un uomo con un altro uomo (e la natura è,
piuttosto, bottino da arraffare come marines).
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| Liasm Neeson nel ruolo di Cristovao Ferreira, che rinnegò Cristo ne 1633 |
L’haiku, che proprio nel XVII secolo, raggiunse l’apogeo con Basho, sia per Sebastiao Rodrigo che per Francisco Garpe, i due compagni di Gesù, sarebbero stati del tutto incomprensibili. Sono troppo avanti per loro. Ma non per Paterson-Adam Driver: “il vecchio stagno, ah! Una rana ci salta dentro: il suono dell’acqua! Quel che significa è tutto là dentro le parole, né sopra né sotto, ossia il senso non c’è. Quel che resta è l’esenzione del senso, scrittura. Cesare Brandi avrebbe detto: è l’impero dei segni contro l’impero delle immagini. Ma per la prima volta avrebbe sottoscritto, d’accordo con Barthes: “sono segni che riducono al massimo il significato rispetto al significante, per cui il segno è più scrittura che parola, ma non in senso decorativo. Nel senso che la forma è vuota”. Chi non ama la forma vuota non ama questo Scorsese vuoto. Ma.
Con una non-mente e con un
non-pensiero come si fa a peccare, a chiedere misericordia, a perseverare sulla
retta o sulla storta via? Come si farà a giudicare un non-io in cerca di
Inferno o Paradiso?
Visto che Scorsese è anche un
cinefilo raffinato, un produttore instancabile, un documentarista radicale, un
autore di serie tv innovativo e un formidabile restauratore di classici extracomunitari e anti hollywoodiani, oltre
che un teorico e parlatore di cinema inesauribile (esistenzialmente deve essere
proprio alla ricerca di calma, vuoto, silenzio),
non si tratta certo, con Silence, della
solita trovata di mercato da major per conquistare l’Asia, il nuovo paradiso
dei profitti per il cinema, ma di una operazione artistica davvero rischiosa. Il
copione (non commissionato a Schrader: perché intollerante ai gesuiti?) non
deve essere nemmeno piaciuto allo sciovinismo di Abe, visto che le riprese sono
state effettuate a Taiwan e in Messico. Tra i produttori c’è perfino il
redivivo Cecchi Gori, oltre al fido Winkler. E in Usa il film è finora
uscito solo in sale scelte. Il che
vuol dire kolossal dal respiro d’essai.
Tanto più che nel 1971 la leggenda vivente del cinema giapponese Masahiro Shinoda, girò e portò a Cannes (dove venne però sconfitto da Rosi e Petri, in giuria Losey) la prima versione, piuttosto estetizzante, del romanzo del 1966 di Shusaku Endo (1923-1996), il Graham Greene giapponese, sulla persecuzione, il massacro e la definitiva espulsione dei cristiani dal Giappone, operazione iniziata dal samurai Toyotomi Hideyoshi alla fine del 1500, nel periodo Togukawa. Endo, che scrisse la sceneggiatura litigò con il regista per il finale che non vi dico. Ma che comunque era piuttosto “boccaccesco”, rispetto al tono sacrale e quasi “pietistico” e "devozionale" precedente. Di magnifico in quel film, a parte la preferenza per il bassorilievo della Madonna piuttosto che quello di Cristo in croce, c’era una colonna sonora di
Tôru Takemitsu che incastra
in cacofonia sublime, a far capire come gesuiti e shogun stessa faccia stessa
razza, pavane barocche con rumori aleatori di chiara spiritualità Zen.
Riempito ormai l’arcipelago nipponico
di McDonald, asservito agli Stati Uniti dal doppio trattato di amicizia, perduto
perfino l’Imperatore non più Dio in terra, almeno così ha abiurato anche lui, il
Giappone rimase misterioso e inafferrabile per definzione, come i cartoni
animati per il critico cinematografico “che ama tutti generi tranne…”, una
stratificazione intricata di culture altre ma di crescente charme filosofico, per
quanto il professore Daisetz T. Suzuki si sia sforzato, dal 1938, di colmare
quel vuoto di comprensione scrivendo libri e libri sullo zen (che è un po’ la sintesi alta della contaminazione tra shinto e
buddhismo, micidiale miscela culturale e religiosa contro la quale si infranse
nel seicento il sogno missionario dei cattolici portoghesi) : “Lo zen ci
conduce nel regno del vuoto e della vacuità (1), dove non domina il concettualismo
e dove gli alberi crescono senza radici…. “. Il Giappone è una palude, detto
dall’inquisitore a Rodrigues, questo vuol dire. Viceversa, dai "barbari del sud", Namban-jin, come chiamavano i portoghesi, i giapponesi hanno distillato l'anima. Molte parole portoghesi sono entrate nel loro vocabolario (butan, kappa, koppu, pan, tempura, kasutera...) tanto da inebriare due secoli dopo l'intellettuale Venceslau de Morais, che Paulo Rocha ci ricorda, è stato il vero trait d'union tra l'Impero del Sole e il Quinto Impero, nonché il secondo grande traditore della cutura occidentale dopo padre Ferreira.
(1) Evitare, però, a Roma la sala 7 del cinema Adriano di Ferrero. Dalla sala accanto giungono, senza insonorizzazioni a placarle, davvero blasfeme, le song di Sing che sconsacrano, in particolare Lady Gaga, questo bel saggio sulla spiritualità nostra e loro. La lora anche spiritosa. Ma per Ferreira, Rodrigues e Garpe c'era poco da ridere. I gesuii preferivano Eraclito a Democrito (il riferimento è a Palavra e utopia di Manoel de Oliveira, il combattimento tra retori di fronte alla regina Cristina di Svezia, in Vaticano. Certo, senza aver presente quel film è difficile giudicare questo).
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Walerian Borowczyk
venerdì 23 dicembre 2016
A bordo dell'autobus fantasma, Paterson
Il film più bello
dell'anno, passato e prossimo, esce nelle sale italiane fuori dal
grande circuito, distribuito da Cinema di Valerio de Paolis.
Paterson vive a Paterson e
percorre alla guida del pullman n.23 la stessa strada tra le casette
di mattoni rossi, ascolta le voci dei passeggeri, i movimenti
impercettibili della luce e annota versi sul suo “carnet segreto”.
In concorso a Cannes (titoli zero, Palma d'oro virtuale), il film di
Jim Jarmusch, convoglia gli spiriti dei poeti e di chi ha lasciato
un segno nella cittadina del New Jersey, contea di Passaic, dove non
accade nulla. Eppure è lì che si annida il nuovo ritmo per parole e
immagini nell’eco degli ospiti che passarono al bar del paese,
Sam&Dave, il duo vocale soul, Gaetano Bresci, l’anarchico
italiano che uccise il re Umberto I, Lou Costello, calabrese di
origine, il comico maldestro e “lettrista” della coppia Abbott
and Costello (Gianni e Pinotto) e soprattutto William Carlos
Williams, il maestro che lo ispira nella sua ricerca di liriche senza
lustrini, frasi dalla musica interna sulle cose semplici della vita,
come per esempio i Blue Tip, fiammiferi blu dell’Ohio. Il poeta,
amico di Duchamp e guru di Ginsberg, autore di cinque volumetti
intitolati a Paterson, è il fantasma amico che lo segue fermata dopo
fermata. I versi in realtà sono di Ron Padgett, nato a Tulsa,
Oklahoma, nel '42, che traccia un sentiero di suspense, un'avventura
quotidiana attraverso il parabrezza del pullman n.23.
Una spazialità sonnambula che filtra il reale e sfuma i contorni delle cose, impalpabile percezione di ritmi e profumi di Paterson al quadrato. Acquario che dilata e altera la prospettiva. E c'è una bambina arrampicata su un muretto che invece di twittare crea sonetti sulle pagine di un quaderno e intreccia conversazioni filosofiche con l'autista ispirato (Adam Driver, coppa Volpi per Hungry Hearts di Saverio Costanzo). E c'è il solito bar di Jarmusch, compositore e performer, microcosmo serpeggianti di vite misteriose.
Una spazialità sonnambula che filtra il reale e sfuma i contorni delle cose, impalpabile percezione di ritmi e profumi di Paterson al quadrato. Acquario che dilata e altera la prospettiva. E c'è una bambina arrampicata su un muretto che invece di twittare crea sonetti sulle pagine di un quaderno e intreccia conversazioni filosofiche con l'autista ispirato (Adam Driver, coppa Volpi per Hungry Hearts di Saverio Costanzo). E c'è il solito bar di Jarmusch, compositore e performer, microcosmo serpeggianti di vite misteriose.
Il regista di Dead man
trasferisce la poetica d’avanguardia sullo schermo, dilata tempo e
spazio in un incanto solenne e umoristico, con lo sguardo di Aki
Kaurismaki che vede le nuvole in viaggio. E qui siamo negli occhi di
un conducente di autobus nella città che porta il suo nome, e
dell’amata, bellissima Laura (l’attrice iraniana in esilio
Golshifteh Farahani), anche lei sognante e dalle aspirazioni
multiple: essere una cantante country con chitarra arlecchino op-art,
dipingere tutta la casa, dalle tende ai pasticcini, di cerchi, pois e
righe ondulate in bianco e nero, etc.
Due perfetti amanti, per
non parlare del cane, direbbe Jerome K. Jerome, un piccolo bulldog
inglese, capace di tutto pur di essere al centro dell’attenzione.
Come per esempio frantumare il diario poetico di Paterson, così
distratto e sognante da vedere gemelli dappertutto, un riflesso del
desiderio di Laura, e accumulare sul suo taccuino, divorato dal cane
geloso, le piccole differenze della vita giorno dopo giorno, un
flusso che si ripete apparentemente uguale come ne Il giorno della
marmotta di Harold Ramis. Ma, sorpresa, un nuovo quaderno bianco
attende le rime mai baciate di Paterson. Lo spirito di un haiku, un
giapponese inatteso che sa pronunciare perfettamente quel “AhAaah!”
alchemico capace di curare qualsiasi dolore, un misto di complicità
e humour.
Versetti in diretta,
scritti sulle facce di sconosciuti, nello scambio di sguardi tra
passeggeri occasionali, poesie di strada che dicono di fugaci amori.
giovedì 29 agosto 2013
Tracks, il National Geographic va in Australia
Mariuccia Ciotta
Venezia
![]() |
| Mia Wasikowska |
L'essere umano solo nell'immenso
spazio, popolato di stelle come in Gravity, film d'apertura
della Mostra di Venezia n.70, magnifico universo in 3D che ingloba lo
spettatore in una bolla liquida, o immerso nella sabbia arida
dell'Australia, secondo Tracks (concorso) del regista
newyorkese trapiantato a Sydney John Curran.
Il viaggio esistenziale è già
un leit motiv della rassegna veneziana, e L'arte della felicità,
il cartoon di Alessandro Rak si allinea alla tendenza, microcosmo un
taxi. Sintomo dei tempi: individuo scollegato dai suoi simili e
collegato con l'universo on line. Deserti. Perdersi nelle neverland.
Da Gerry di Gus Van Sant a La
prigioniera del deserto di Raymond Depardon, con Sandrine
Bonnaire ostaggio di una tribù nomade del Sahara. Robyn
Davidson (Mia Wasikowska, Alice in Wonderland di Tim Burton),
però, è solo prigioniera della sua mente e dei suoi
assolati flask-back di bambina privata della madre suicida e del suo
amato cane, la cui soppressione le viene annunciata in simultanea da
un padre tenero come i coccodrilli che ama cacciare in Africa.
E' una storia vera, Tracks,
bestseller 1980, raccontata in prima persona da Robyn Davidson,
venticinquenne da record dei primati che nel 1975 partì da
Alice Springs, città al centro dell'Australia, e percorse a
piedi 2700 km fino all'oceano indiano. Con lei, il suo cane nero
Diggity e tre “camels”, così in originale, cammelli nella
traduzione italiana, mentre i giganti lanuginosi sono dromedari di
origine afghana introdotti nel continente aussie nel 1800 e poi
inselvatichiti quando i camion ne presero il posto sulle strade
impervie della regione.
Negli anni settanta le
quattro ruote vanno spedite, ma Robyn è alla ricerca di se
stessa, odia la metropoli e preferisce domare le bestie selvagge e
partire verso l'ignoto. L'esile Mia Wasikowska vanta un caschetto di
capelli tagliati ad arte e striati di colpi di sole che preferisce
non coprire con il cappello nei sei mesi di marcia sotto l'astro di
fuoco. Niente occhiali scuri né crema antisolare, solo i suoi
sacchi di provviste e un giaciglio per letto, il tutto montato sugli
enormi animali, seguiti da un piccolo dromedario, l'unico a
pretendere generi di comfort, quattro stracci avvolti sugli zoccoli,
la terra scotta. Scontrosa misantropa, Robyn attraversa il bush con
una sola espressione enigmatica, e incontra sul suo tragitto qualche
lupo solitario a due gambe ma nessun dingo, che pure infesta la zona
del massiccio roccioso Uluru, icona australiana e luogo sacro
aborigeno. Ribattezzato Ayers Rock dagli inglesi, il monolito dai
magnifici colori cangianti è stato protagonista di Un
grido nella notte di Fred Schepisi, storia vera di Lindy
Chamberlain (interpretata da Meryl Streep) accusata ingiustamente
dell'assassinio della sua bambina di due mesi, strappata alla culla
da un cane del deserto. Nessuna emozione, invece, infrange la
spedizione estrema di Robyn, seguita controvoglia (di mese in mese)
da un molesto fotografo di National Geographic, Rick Smolan
(Adam Drive, noto per la serie Hbo, Girls), incaricato di
documentare l'impresa in cambio di 4.000 dollari, finanziamento
necessario per il viaggio.
I paesaggi maestosi, una
luna gigante, tramonti e albe in una rarefazioni di immagini che
rischiano l'effetto patinato del reportage detestato dall'intrepida
nomade. In più, Tracks tocca punti sensibili della
storia australiana con la leggerezza di uno scatto da copertina. A
cominciare dagli aborigeni, ai quali Werner Herzog diede la parola in
Dove sognano le formiche verdi ('84), scontro tra nativi e
proprietari di miniere nel mezzo di un territorio desertico. Qui, al
contrario, gli aborigeni fanno da sfondo etnico, arruffati
“primitivi” accoccolati intorno al fuoco a mangiar vermi, conigli
impellicciati e canguri, che guai se a scuoiarli è una donna,
tanto che Robyn, sola nel nulla, rinuncia alla cena, in omaggio alle
tradizioni più oscurantiste. Stessa cosa di fronte alla
castrazione senza anestesia del dromedario maschio, troppo
aggressivo le spiega l'allevatore afgano, che le consiglia di sparare
senza indugio a ogni “camel” selvatico, cosa che avviene senza la
(nostra) certezza che sia solo fiction.
Insomma, John Curran
(esordio multipremiato con Praise, '98, l'ultimo lavoro è
Stone, 2010 con Edward Norton e Robert De Niro) mantiene uno spirito
newyorkese e non ci dice, al di là della sinfonia per
immagini, il senso della vita riscoperto da Robyn Davidson sulle
rotte di una via esiziale per il più rude dei Crocodile
Dundee. Cosa ha scoperto nei sei mesi di esilio tra terra e, cielo?
Forse Robyn ha ridisegnato la mappa, accuratamente segnata tappa dopo
tappa, di un paese ancora suddito della regina d'Inghilterra? Un
paese abitato da inglesi “bastardi”, senza grandi diritti, come
ben sa il primo ministro Bob Hawke, leader del partito laburista,
“licenziato” da Elisabetta nel 1991, l'unico che promise agli
aborigeni il divieto di scalata turistica del monte sacro Uluru, e fu
sbeffeggiato dalle compagnie di viaggi. Un paese che aspira a
sognare, e non si accontenta delle formiche verdi.
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