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domenica 3 settembre 2023

MOSTRA DI VENEZIA 80. LEONARD BERNSTEIN NON E' PIU' RADICAL CHIC, MA NEANCHE RADICAL

Roberto Silvestri
Esterrefatto dalla reazione critica nazionale e internazionale di Venezia 80 a una Mostra invivibile come mai nella storia (indipendentemente dalla decina di film e oltre molto belli che vengono comunque scodellati, “classici” a parte, perché il comitato di selezione ha occhio e anima) e invece accolta da quotidiani poker di stelle come se gli stessi critici si rendessero ormai conto di non contare più nulla se non come gentili amplificatori pubblicitari di ogni visualità masticabile, registro che decenni di serie tv hanno cambiato il concetto di ricezione vispa, trasformando noie micidiali in capolavori assoluti (Poor Things, El Conde, Bastarden, Maestro, Killer...perfino Harmony Korine) e i film dotati di vita propria ed eccitanti in insopportabili polpettoni (i miei preferiti? Polanski, Ferrari, anche Besson, una commedia di Stephanie Rothman del 1974). Barbie e Oppenheimer non vengono forse trattati dal blob critico dominante come preistoria audiovisiva? Già. Tranne il divertimento acido di Costanzo (che pare il remake di Spqr, un film tedesco dei primi anni 70 sul cinema italiano, c'è anche l'hotel Plaza tra i protagonisti) i film italiani non reggono finora l'urto. Da cui la rabbia verso Ferrari, omaggio al Bertolucci di Strategia del ragno e al Bellocchio di I pugni in tasca perché è proprio quella Emilia del culatello che Michael Mann sa catturare magicamente. Infatti Adam Driver è stato qui perché il film è fuori norma, fuori schema, fuori Hollywood. Oltretutto Sergio Castellitto è già stato Enzo Ferrari in un film tv di 20 anni fa diretto da Carlo Carlei, non a caso discepolo di Michael Mann della prima ora. Già. Da decenni Hollywood è diventato un comparto secondario di giganteschi conglomerati che fanno profitti planetari vendendo poca arte e molto altro: armi, farmaci, prodotti chimici, sigarette (grande ritorno del tabacco, un tempo bandito, sul grande schermo), miniere, cliniche, acciaierie e carte di credito. Per questo i grandi Studios trattano il falso in bilancio da giocolieri (copiati dai governi democratici di tutto il mondo), le classifiche di incasso come momento marketing e gli attori e sceneggiatori che non sono super star come il diavolo trattava Faust (“volete vendermi per l'eternità la vostra voce e la vostra sagoma? Ecco a voi 30 mila dollari!”). Da cui lo sciopero di questi mesi. Impressionante anche il controllo politico censorio sulle pellicole, come dimostra Maestro, in concorso a Venezia 80. Dunque già il titolo è perfido. Maestro, e lascia più che perplessi quando si tratta del bio-pic Netflix sul grande musicista Leonard Bernstein, superstar intoccabile perché idolo della televisione anni 70 per i suoi corsi di successo sulla musica sinfonica e operistica. Quel retrogusto Mastercard, che di Maestro è gestore, non è simpatico. Ma ho l'impressione che il perfido titolista alluda anche a qualcos'altro. Bernstein è stato definito infatti nel 1970, in piena guerra contro la guerra in Vietnam, da un prezzolato geniaccio della destra statunitense, Tom Wolfe, il “maestro dei radical chic”. Definizione abietta che ha tuttora grande successo nei salotti devoti alla “Grande Bellezza”. E perfino tra gli sceneggiatori statunitensi più liberal. Josh Singer ha scritto The Post e Il caso Spotlight. Gliel'hanno fatta pagare? Non credo però che tutti ricordino i fatti. E il film, diretto e interpretato con lunga protesi nasale criticatissima da Bradley Cooper, 48 anni (e coprodotto anche da Scorsese e Spielberg) - ma la Mostra 80 sta esibendo un debole verso gli “uomini soli al comando”, dopo che Comandante ha aperto la kermesse nell'imbarazzo generale e sta per arrivare anche Io Capitano - ha la vigliaccheria di oscurarli del tutto, dietro un interminabile e insopportabile melodramma-fotocopia di A star is born (algoritmico esordio di Cooper alla regia) che proprio di Bernstein come “maestro di musica”, direttore d'orchestra mitico, si occupa pochissimo e si ostina invece (come una spia dell'Fbi pagata da Hoover) a rovistare nelle avventure coniugali (24 anni di matrimonio) ed extraconiugali, perché omosessuali, dell'artista di origini aschenazita. E' come raccontare Hitler tralasciando non dico la “soluzione finale” ma anche solo la “notte dei cristalli”. Peccato. Bradley Cooper dimostra di dirigere con stile radicale e chic le schermaglie d'amore tra Bernstein e l'amata Felicia Montealegre (nella prima parte del film, in bianco e nero stile “Life”-”Time” epoca più amata, anche se davvero di piombo, Corea, maccartismo...) e anche i duelli d'odio della storia (con i colori lisergici della contestazione generale, dunque un po' malati e avvelenati). Ma è come se ignorasse con ostinazione gli scontri aspri della Storia. Dopo un famoso party del 14 gennaio del 1970 il compositore dei celebri musical West Side Story e Un giorno a New York - nonché direttore d'orchestra della New York Philarmonic succedendo giovanissimo a Bruno Walter - e sua moglie Felicia, attrice di origine cilena molto impegnata politicamente a sinistra, sono stati infatti oggetto della madre di tutte le vergognose campagne mediatiche scatenate nell'ultimo mezzo secolo. All'epoca Bernstein preparava un epocale Fidelio. E la coppia ospitò nella propria villa (c'è chi riconosce il valore bancario dell'arte) circa 90 persone per raccogliere fondi (10 mila dollari) a sostegno delle famiglie dei "Panther 21", i militanti del partito delle Pantere nere newyorchesi arrestati il 2 aprile 1969 e accusati di aver progettato attentati dinamitardi contro sedi della polizia, grandi magazzini e altri edifici pubblici di Manhattan Dopo 9 mesi di carcere i “Panther 21” cauzione a 100 mila dollari, senza risorse per preparare una adeguata difesa, non solo sono stati tutti scagionati ma sono risultati vittime di infiltrati dell'Fbi che avrebbero organizzato il complotto con la complicità dei massmedia (anche liberal) e delle forze dell'ordine. Altro che radical chic. Altro che "la più grande minaccia alla sicurezza interna del paese" come il direttore dell'FBI Edgar Hoover definì il Black Panther Party per il suo dichiarato marxismo. Altro che “giusto processo”. Piuttosto una plateale violazione delle libertà civili che fu rintuzzata dall'opinione pubblica e dal Movement (si schierarono con le pantere nere anche Marlon Brando e Jean Seberg, altre divinità radical chic) e i Bernstein, perché non era più il tempo di maccartismi. Alla festa parteciparono tra gli altri Otto Preminger, Sidney e Gail Lumet, Barbara Walters, Bob Silvers, le mogli di Arthur Penn e Harry Belafonte, e i leader del Black Panther Party Robert Bay, Donald Cox e Henry Miller. Charlotte Curtis sul New York Times (15 gennaio) scrisse tra l'altro: "Eccoli lì, le Pantere Nere del ghetto e i liberali bianchi e neri delle classi medie, medio-alte e alte che si studiavano cautamente tra i mobili costosi, le elaborate composizioni floreali, i cocktail e i vassoi d'argento di tartine” mentre il giorno dopo un editoriale disgustoso aizzava al linciaggio morale: "L'emergere delle Pantere Nere come beniamini romantici del jet set politico-culturale è un affronto alla maggioranza dei neri americani... La terapia di gruppo più la serata di raccolta fondi a casa di Leonard Bernstein... rappresenta il tipo di elegante baraccopoli che degrada sia i clienti che i patrocinati. Potrebbe essere liquidata come un divertimento che allevia i sensi di colpa arricchito di coscienza sociale, tranne per il suo impatto su quei bianchi e neri che lavorano seriamente per la completa uguaglianza e la giustizia sociale. Ha deriso la memoria di Martin Luther King Jr. ..." (The New York Times, 16 gennaio 1970). La risposta della signora Bernstein fu pubblicata, ovviamente molti giorni dopo: "Come donna impegnata nella tutela dello stato di diritto ho invitato un certo numero di persone a casa mia il 14 gennaio per ascoltare l'avvocato e altri coinvolti nel processo ai “Panther 21”, discutere il problema delle libertà civili applicabili agli uomini ora in attesa di processo, e per aiutare a raccogliere fondi per le loro spese legali... È stato per questo scopo profondamente serio che è stato convocato il nostro incontro. Il modo frivolo in cui è stato riportato come un evento "di moda" è indegno del Times è offensivo per tutte le persone impegnati a far rispettare la giustizia." (New York Times, 21 gennaio 1970). Nei mesi successivi i Bernstein ricevettero lettere minatorie, furono oggetto di innumerevoli attacchi stampa e vessati per tutta la primavera davanti al loro edificio da manifestanti dell'associazione ebraica “Defense League” che protestò a gran voce contro il presunto "appoggio" di Bernstein alle Pantere nere antisioniste. Cinque mesi dopo la raccolta fondi fu immortalata in un lungo saggio di Tom Wolfe sul New York Magazine intitolato "Radical Chic: That Party at Lenny's" (8 giugno 1970). Nel film si fa una vaga allusione alla invidia e alla gelosia che motivavano gli attacchi durissimi ricevuti da Lenny Bernstein, senza chiarire che si allude a Tom Wolfe e al party “hollywoodiano”. Come i reazionari di casa nostra di destra e di sinistra appresero bisogna essere livorosi contro gli artisti liberi, milionari per il loro maggiore talento, e dunque da aggredire “squadristicamente” a parole meglio se prezzolati dai “diversamente miliardari”

venerdì 30 agosto 2019

Mostra di Venezia. Soprattutto Polanski, Martone e Buzid



Laura Dern e Scarlett Johansson in Marriage Story di Noah Baunbach


Roberto Silvestri

Dopo un terzo di festival, favorito da un inusuale grande caldo e da un clima festoso e rilassato, e una volta reso omaggio a Pedro Almodovar colonna culturale e pansessuale della nostra Nuova Europa, e premiato oggi per la carriera, abbiamo appuntato, tra i film da consigliare agli amici, prima di tutto un frammento. Il monologo da premio (applausi a scena aperta) di Laura Dern in Marriage Story di Noah Baumbach, commedia sul ri-divorzio, prima amichevole, poi tutto un duello rusticano tra avvocati losangelini da far morire di invidia Woody Allen per le sue punte comuco-tragiche, nel quale si sintetizzano in due ore e poco più 135 episodi di una intera serie tv sulla guerra tra la cultura viva di New York e quella “morta” e “materialista” della California, e si permette a Adam Driver di esibirsi in un booking mozzafiato, a tutto campo, tonalità medie, comiche, tragiche, guittesche, melodrammatiche e canore, con Scarlett Johansson che sa tenergli testa punto su punto, in questa acida parodia di La La Land, con il teatro d'avanguardia al posto del jazz da ascensore. Il piccolo grande monologo di Laura Dern, avvocata “squalo” di Scarlet, che entra nella testa dei suoi 'nemici da pelare', si introduce nel loro pensieri più reconditi e nei loro piaceri colpevoli più fino a estrarne la “scatola nera” capace di vivisezionarne ogni sfumatura comportamentale, chiarisce bene quel che è il nemico attuale del movimento “me too” e spiega perfino ai sassi perché sull'affidamento dei figli alle madri piuttosto che ai padri i tribunali per lo più non hanno dubbi. Altro caso di affermative action. La donna deve dimostrare sempre di essere perfetta. L'uomo mai. Donna=Madonna, secondo l'equazione mariana che un brutto papa del Novecento regalò a Hitler e Mussolini per degradare la donna a madre e moglie non tanto di un uomo quanto di una idea, di uno spirito, di una “tradizione culturale” superiore. Altro pezzo interssante il gioco utilizzato da James Gray nella space opera Ad Astra per imbruttire Brad Pitt con la complicità del produttore del film, Brad Pitt. Se non ci si imbruttisce un po', vedi Charlize Theron, nessuna super star glamour vincerà mai un premio Oscar. E qui ci si serve di tutto il materiale utilizzabile, dalla teoria della Frontiera versione spaziale, all'individualismo esasperato a Tommy Lee Jones anche lui invecchiato, per impiastricciare di arty un film di fantascienza pomposo, pretenzioso e noiosamente lineare. E passiamo ai film interi.
Il restauro di Estasi di Machaty, il film ceco del 1932, del nudo di Hedi Lamarr in campo lungo, dell'orgasmo di Hedi Lamar in un primo piano sineddochico e di una sequenza di inno al lavoro proletario che nemmeno nei film stalinisti di quegli anni. In quietante. Ha fatto bene l'attrice-.scienziata a fuggire dall'Europa nazistoide.
Poi Gli spaventapasseri del grande cineasta tunisino Nouri Buzid, su una giovane jihadista venduta allo stato islamico come schiava sessuale che fugge dalla Siria ma subirà al ritorno in patria una triplice violenza da parte della nuova Tunisia post Ben Alì che la mette al bando e la vuole morta (nonostante la difesa di una avvocata combattiva) come traditrice per gli islamisti di Ennadha, puttana per i democratici conservatori (gli ex di Ben Alì travestiti), disonorata per la sua famiglia patriarcale e “ambigua” per gran parte dell'opinione pubblica, perfino di sinistra e anche gay. Un monumento al povero italiano ignoto, non necessariamente milite, è il documentario sulla storia bellica italiana, dalla caccia al brigante a piazzale Loreto, basato su una ricca e splendidamente montata selezione di materiali di repertorio e di canti popolari, Scherza con i fanti di Gianfranco Pannone, con scene di cadaveri carbonizzati dai gas italiani sul fronte etiopico che avrebbero fatto piangere Montanelli.
J'accuse di Polanski, sul caso Dreyfus, che non a caso indaga sul 1894-95 come anno cruciale per l'Europa e le sue radici culturali cristiane meno nobili, perché, mentre si spartisce l'Africa aizza all'odio antisemita come inevitabile necessità identitaria di chi senza classifica generale razziale, non può commettere i suoi primi abominevoli eccidi in nome di dio padre.
Citizen K di Alex Gibney distrugge Putin ed è un bene, anche perché è un supercapitalista russo Mikhail Khodorkovsky, molti anni imprigionato in Siberia e attuale leader di “Oper Russia” e della dissidenza tutta a raccontarcene le imprese, in un doc prodotto dalla Gran Betannia da un documentarista statunitense. Infine Il sindaco del rione sanità di Mario Martone, di cui parliamo qui sotto. I cattivi vanno alla grande. E aspettiamo Joker che li consacrerà. Intanto si capisce come mai il fumetto è al centro dell'immaginario non solo hollywoodiano ma anche anti-hollywoodiano. Da La véritè a Il 5 è un numero perfetto, all'abietto Seberg dell'australiano Benedict Andrews, a mal partito su argomenti con non maneggia, che conferma la versione di Edgar J. Hoover, capo dell'FBI sulla pericolosità esiziale del Black Panther Party, comunisti e violenti, con un Bobby Seale mai sentito così volgare e avido, e dove l'eroe che non è Huey Newton o Fred Hampton e neanche la divina Jean (Kristen Stewart, perché lo hai fatto?) ma l'agente Fbi pentito, ma in fondo buono perché fan di Captain America e collezionista dei suoi numeri storici. E poi se furono commesse ingiustizie, il corpo sano dell'America le riconobbe subito e le sanò. Ah si? Insomma. Oggi c'è un summit su fumetto e cinema, qui all'Excelsior. Non è un caso.
La grande tradizione del fumetto americano, underground e commerciale, o meglio per dirla alla Antonioni il “vizioso” Crumb e il “virtuoso” Marvel/DC, e di quello francese da Metal Hurlant a Michel Vaillant di Jean Graton, ha regalato negli ultimi anni sostanza grafica e umori innovativi alle rispettive industrie cinematografiche, che si sono divise negli ultimi decenni il business (occidentale e non solo), sia bloockbuster che d'essai con opere intelligenti e pop, ad alto quoziente comunicativo. Il mercato francese, infatti, tiene ancora, nonostante la crisi della forma film in sala. Nella prima metà del 2019 attraverso commedie e drammi di qalità sempre più alta (senza tutelare i piccoli film di ricerca mantiene il 39,3% del mercato cinematografico (contro il 48,1% degli Usa) e riesce a finanziare la produzione nazionale audiovisiva attraverso il prelievo del 10,7% sul costo del biglietto e cospicue percentuali sui profitti di brodacaster, dvd e piattaforme streaming e video di ogni tipo, Netlix, per esempio, portando annualmente ben 788 milioni di euro nelle case del Centro Nazionale Cinematografico. Se Franceschini tornerà ministro cercherà di avvicinarsi a questo modello, anche se a noi non è mai stato permesso di finanziare i film erodendo profitti dal Re Leone e Avengers. Comunque è stata una bella idea di Baratta & C. quella di affidare al disegnatore Lorenzo Mattotti, uno del pool di “matite pulite” anni 70, la sigla e il manifesto coloratissimi e “narrativi” (un set, come l'incontro tra Jean Vigo, Fellini e Disney) di Venezia 76. Come dire. Ripartiamo dagli illustratori della controcultura a 360°, da Frigidaire a Diabolik, da Igort a Fulci-Vivarelli, dalla grande stagione del cinema di genere che conquistò il mondo (non solo gli “Europa di notte”, gli horror-spaghetti, ma anche il cinema civile di Rosi, il grande 'documentarismo critico' e perfino dal produttore simbolo della simbiosi tra creatività dionisiaca e apollinea, cioé Alberto Grimaldi di Per qualche dollaro in più e Ultimo tango a Parigi) per ripensare a ricostruire un'industria cinematografica compatta, che era in prima fila, fino al 1977, e che da allora è sprofondata. Non siamo più nemmeno un mercato appetibile. Eppure gli scienziati dell'illusionismo reale sono nati qui, dal rinascimento in poi. E così il simbolo del cinema, la prima Mostra d'Arte di Venezia.
Alberto Barbera che nel 2020 chiuderà il suo ciclo di direzione (forse) ci ha suggerito come leggere la bussola per addentrarci nella giungla immaginaria della rassegna 2019. I migliori film del Lido sono “back to the future”, guardano agli snodi cruciali della storia come un passato da riesumare per capire meglio il presente e ipotizzare le forme di un altro futuro possibile. Theodor Roosevelt e la dottrina sociale del liberalismo alla fine dell'800, il caso Dreyfuss e le radici profonde del razzismo europeo, lo sgretolamento del wahabismo, la teoria della frontiera fin dentro la saga spaziale, le radici delle attuali lotte a Hong Kong, il sistema dei conti offshore, l'ingresso nell'alta finanza delle strutture mafiose, le riforme agrarie negate, i dissidenti cubani, sono solo alcuni degli argomenti della competizione di quest'anno. Seguiremo con maggiore attenzione quel cinema che sa aggiungere all'indagine storica minuziosa e dettagliata, basata sui fatti e non sul manicheismo cieco della propaganda, una sostanza emotiva che altri arti non sanno cogliere con la stessa forza. Il cinema infatti per la sua natura ibrida e contaminante aderisce meglio a ciò che arte non è. Si annoia del propria specialismo e penetra fluidamente nei territori del costume, della politica, dello sport, della vita quotidiana, del gioco d'azzardo, della sessualità e perfino del pettegolezzo. Oltre che nei media immersivi (e qui alla realtà virtuale è dedicata da anni una fertile sezione) che poi sono quelli che consumano più film ma nelle maniere meno ortodosse e disintegrando lo spettacolo di massa in sala buia. Il Leone di Venezia, macchia d'inchiostro fluido, quella disegnata da Piergiorgio Maoloni, è rimasto così per decenni il simbolo vitale della Mostra d'Arte da quando la rassegna, con Gian Luigi Rondi, è tornata competitiva. E dunque si deve vincere quel Leone con ogni mezzo necessario. E far parlare di sé anche indipendentemente dai film che sono gli addetti ai lavori studiano amano e odiano con passione e che i mass media prediligono (il caso Polanski, perennemtne riaperto da 50 anni, per esempio). In un luogo come il Lido che non è ancora adeguato all'entusiasmo di cinefili, fan e studenti che affollano le sale.

La vérité di Kore-eda Hirokazu

Il libro di memorie di Fabienne, star del cinema francese (Chaterine Deneuve), un best seller che ha venduto 50 mila copie, scatena conflitti familiari imprevisti nella villa dell'attrice e sul set di un ridicolo film commerciale di fantascienza (di imitazione americana, anzi sembra Interstellar) che Fabienne sta interpretando. La figlia sceneggiatrice Lumir (Juliette Binoche), rientrata da New York con il marito attore tv e la vispa figlioletta per festeggiare l'evento, e il segretario di una vita della diva, che assomiglia tanto a John Gielgud, polemizzano duramente e diversamente con la donna che ha raccontato nell'autobiografia molte menzogne, tralasciando errori e aspetti dolorosi, cancellando personaggi chiave e gelosie inconfessabili. Perfino la bimba entra in campo, recitando battute scritta dalla mamma e innomandosi di una grossa tartaruga nel giardino della villa, vicino alla prigione... Perché? Perché per un artista il miglior modo per arrivare al cuore delle cose, alla realtà, è saper fare un bel cocktail a base di verità crudeli e bugie a fin di bene, le scale a chiocciola della vita che vanno giù verso l'inconscio e su verso il rispetto e l'amore.
Il bel cinema insegna questo alla vita? Mah. Molti grandi registi giapponesi, statunitensi e iraniani, da qualche anno, sono attirati dalla Francia (e dai suoi generosi finanziamenti) per rendere omaggio non solo alla nouvelle vague e a quel certo stile libero di fraseggio e recitazione che ha contaminato il globo ma anche alla specialità della casa, la commedia familiar-sentimentale, arguta e di piccante umorismo, che adora vivisezionare le emozioni più profonde e penetrare nei pensieri più reconditi di madre e figlia, moglie e marito, nonna e nipote, suocera e genero, divorziata ed ex marito.... Affascinante dunque poteva essere l'incontro, attraverso un copione che mescola Eva contro Eva, Viale del tramonto e la storia di Francoise Dorleac che della Deneuve è stata la sorella, morta giovanissima, tra un regista che alla famiglia borghse ha dedicato tutta la sua vita, Kore-eda, smascherandone meschinità e mostruosità, per la prima volta al lavoro in Francia con un cast, una troupe e delle voci quasi interamente francesi e a timbri davvero differenti e la coppia di attrici che di questo cinema sono il simbolo, da Truffaut a Carax, più ancora di BB. Non mancano i momenti esilaranti e ironie più grossolane e scontate riguardo a Hollywood (rappresentata da Ethan Hawke nel ruolo del marito attore di Binoche), senza le quali niente finanziamenti.

Francesco Di leva (a destra) e Massimiliano Gallo in "Il sindaco del rione Sanità" di Mario Martone
Il Sindaco del Rione Sanità di Mario Martone
Saper distinguere i “criminali per bene” dai “criminali carogna” è una grande arte. Di utilità quotidiana. Quasi come inventare una carrellata sublime invece di tracciarne una abietta. Rispettare un primo piano invece di sbatterci dentro il “mostro”, liquefare un volto negandogli il fuoco o renderlo grottesco con l'uso del grandangolo. Chi osserva male pensa male, parafrasando Nanni Moretti. Sul filo di questa difficilissima, doppia camminata etica si esibisce Mario Martone con i suoi attori nel film in concorso finora più impressionante del concorso veneziano, Il Sindaco del Rione Sanità, probabilmente il culmine di una appassionante e ormai lunga ricerca drammaturgica e performativa, mai ortodossa e sempre collettiva. Dopo averlo messo in scena per il teatro (come nel caso del suo Leopardi) Martone riscrive un classico del teatro di Eduardo, restituendo intanto al testo, con alcune interessanti deviazioni, quella sostanza conoscitiva implicita all'epoca (di camorra si trattava, ma non si poteva certo esplicitarlo, la parola “mafia” era proibita perfino in tv, negli anni 50) e collocandola nella Napoli marginale di oggi, alle falde di un Vesuvio sempre più basso nel profilo - s'è proprio dimezzato nel corso dei secoli - ma non meno, sotterraneamente, minaccioso.
Il boss Antonio Barracano (un Francesco Di Leva di potenza e fascino seduttivo nietzchiani) non è più il settantacinquelle uomo d'onore, nato nell'ottocento, di moralità più consapevole e umorismo più compassionevole di altri, e che ha saputo sfruttare meglio l'economia sommersa e parallela della metropoli, pur tollerata e controllata dal Potere, imponendosi come l'unico magistrato (e capo della polizia-ombra) riconosciuto dal popolo ignorante, dai sottoproletari più fragili e indifesi. E diventato ormai proprio come un monumento della zona, come il cortile di un palazzo barocco dei Quartieri Spagnoli, decadente, sublime e “senza aperture”. De Filippo aggiungeva al personaggio una capacità non comune di comunicare istantaneamente con il linguaggio non verbale, o un uso del corpo come lettrismo vivente, che pochi - Carmelo Bene tra loro - sapevano maneggiare con la stessa maestria per eseguire, e non esprimere, in un decimo di secondo, una sentenza di morte o di assoluzione.
Barracano è invece un giovane boss di oggi, altrettanto rispettato, ma soprattutto temuto, perfino dai suoi feroci cani da guardia, che si è costruito - con i proventi della coca, e non solo più delle sigarette di contrabbando, del gioco d'azzardo clandestino e della prostituzione- una villona strafottente, in zona vistosamente proibita, super-protetto da guardie armate. Ovvio che ha bisogno di un sistema lessicale e gestuale più rituale e contorto, eppure d'efficacia identica per amministrare la pace sociale e attutire i conflitti. Il dilemma che deve affrontare è: ha ragione il figlio di un boss diseredato a uccidere il padre che lo ha cacciato di casa? Rifiluccio Santanillo sembrerebbe avere torto, ma il fornaio Don Antonio, il papà infame, non è proprio quel lavoratore onesto e integerrimo che vuole apparire... Qui è la lezione anti recitativa e anti rappresentativa di Straub e Huillet, la “cacofonia” di tecniche interpretative differenti e non portate mai a omogenità accademica di suono e gesto che viene come sciolta nell'acido per tirare fuori dal respiro naturale dei corpi sigoli e dai ritmi motori differenti degli attori, le indicazioni critiche su ciascun personaggio. Grazie alla partecipazione di tutti i perfomer e di Massimiliano Gallo (il nemico di Barracano) prima di tutti, si ricompone come un puzzle collettivo quello che Eduardo riusciva a sintetizzare in un corpo solo.
Proprio come in Hotel Aramis (uscito giorni fa nelle sale) poi, nella villa opera l'amico e consigliere di Barracano, il medico che cura i malavitosi feriti, impossibilitati a raggiungere gli ospedali. E un gigantesco Roberto De Francesco a interpretarlo, con il suo stile “intensivo”, il suo lessico ambiguo e colto, i suoi sguardi feroci e addolorati, che ci fanno complici di chissà quali misteriose connotazioni emotive. E l'unico attore che non faceva parte del cast teatrale originale di Martone ed è probabilmente stato scelto per la sua presenza non indifferente, anche se così misurata e “in levare”. Vorrebbe partire e lasciare per sempre quel mondo, e questo suo deviare, aprire spazi, “attaccare la profondità”, come si dice in gergo calcistico di un attaccante che inventa sentieri invisibili ai difensori, intacca progressivamente l'identità dell'amico, costretto a risolvere via via i piccoli e gravi conflitti dell'ambiente, secondo una certa idea di giustizia che lui e Martone costruiscono usando certi avvicinamenti di macchina, gli sfocati, il raddoppiamento tramite specchi o l'incarceramento tramite grate. Insomma con i mezzi che il cinema ha a disposizione e il teatro no. Jonathan Demme in A Master Builder da Ibsen aveva raggiunto la stessa tensione da tragedia greca. E le variazioni del finale rispetto al testo di De Filippo aumentano invece di attenuare il clima tragico della piece. La lacerazione che non può più rimarginarsi. Il detournement finale dell'etica camorrista.

Jean Dujardin e Louis Garrel in "J'accuse" di Roman Polanski
J'accuse di Roman Polanski
Nascondere la propria altissima cultura visiva o regalarla a frammenti impercettibili, i due Renoir, Seurat, Lautrec, Ford, Hawks, Minnelli... in questo film che immobilizza il corpo ma fa giocare la mente e che avrebbe commosso Rossellini per la sua appassionata tensione didattica, dove si spiega che Zola è un grande italiano che sapeva battere un altro tipo di calci di punizione, è la sorpresa aurea di un Polanski maturo, mai domo e leggiadro che si dedica alle pratiche stregonesche dei servizi segreti di uno stato democratico (colonie a parte), analizzando i 12 anni del clamoroso “caso Dreyfus”. Come si aizzano i linciaggi materiali e morali degli innocenti. Lui ne sa qualcosa. Come Jean Seberg. E di come proprio la cultura repubblicana, radicale e laica di metà Francia e di mezzo mondo permise di combattere e vincere quella battaglia. Un alto militare dell'esercito fu condannato alla degradazione e all'esilio, alla fine del XIX secolo, ma innocente, per alto tradimento - avrebbe consegnato documenti segreti al nemico tedesco - e utilizzato come capro espiatorio, perché ebreo, dal governo conservatore e clericale francese dell'epoca. Utilizzare la macchina dello stato, dalla stampa ai tribunali, dagli attentati alle minacce, dai documenti falsi al pedinamento 24 ore su 24, per aizzare alla caccia al nero, all'ebreo, al clandestino, al rosso, al sindacato, alle Ong è il normale funzionamento di uno stato che moltiplica le iniquità in nome degli interessi nazionali presunti. Storia che conosciamo bene, da Valpreda a Regeni. Ma Polanski aggiunge qualcosa di più succoso. Gli eroi del film, chi combatte per la libertà di Dreyfus, sono altrettanto razzisti, anti semiti, ufficiali dell'esercito e papaveri dei servizi segreti come i loro nemici. Combattono esponendosi, andando in carcere, ma lo fanno nascondendosi dietro i principi repubblicano soprattutto per prendere il posto dei funzionari di destra e poi applicare i loro stessi metodi. Certo che Dreyfus (un impeccabile Louis Garrel, quasi irriconoscibile per cipiglio marziale) sarà, alla fine dell'odissea tragica scagionato, liberato e promosso. Ma il nuovo ministro Georges Picquart (Jean Dujardin, ambiguo come ogni spia di livello), un generale che si è molto esposto per lui, quando si tratterà di riconoscergli il grado che gli spetta di tenente colonnello dirà: no. Per antisemitismo. E il suo leader politico, il capo del partito radicale Georges Clemenceau sarà pronto per gli eccidi in massa di sindacalisti e socialisti. Da Dreyfus a Jaures. La via per Vichy è aperta.

lunedì 16 gennaio 2017

Lucciola scatenata. Il Silenzio di Martin Scorsese




Roberto Silvestri

Il silenzio comincia ad assumere una forma, a diventare una cosa (Pessoa)

Gli artisti devono essere estremisti, non possono mai accettare compromessi, salvo perdere i loro poteri speciali. I politici devono essere mediatori, devono fare i conti con i rapporti di forza, e cercare di spostarli in avanti anche di poco, non in nome dello sviluppo ma del progresso, come hanno fatto Lenin, Mao, Obama... Chi confonde le due cose può produrre errori e perfino crimini (anche estetici) inenarrabili. Per esempio i missionari, i mistici cosmopoliti, o alcuni gesuiti, ascetici machiavellici per eccellenza, che vediamo all'opera catacombalmente in questo Silence e che causarono indirettamente la morte di molti fedeli "anonimi", in nome della Verità e per conquistarsi loro un posto al sole nel calendario ecclesiastico (il 6 febbraio si festeggia, per volontà di Pio IX "San Paolo Miki e compagni", i primi 26 martiri di Nagasaki, 1597). O altri uomini di fede, moderni e organizzati, che pretendono di regalare la Verità urlata a tutti, anche a chi quel regalo proprio non lo vuole. Ecco il senso di questo bel film sui cattolici, né accademico né gongorista né "ogni inquadratura un dipinto", di Scorsese. Seguire le indicazioni di padre Ferreira (Liam Neeson), l'apostata, il traditore (in stato di allarme) compiere "il più doloroso atto d'amore di cui nessuno è stato capace". Intensificare la fede sotto altre forme, pregando con gli occhi aperti e non chiusi, come vuole la ferrea regola, è possibile.  Darsi per vinto, nel caso, ma mai per sconfitto. E' bizzarro che in questo modo il gesuita e il marrano si siano riconciliati, svuotandosi di non poca identità pletorica, ebraica o cristiana. Il tutto nel silenzio, per nulla assordante, del Signore (anche se nel libro da cui è tratto il film il Signore a un certo punto interviene e indica la strada: tradisci! calpestami!"). In fondo i giapponesi cattolici, del tutto estranei alla storia alla lingua e alla tradizione cristiana come atto fondativo di fede non hanno forse tradito i loro antenati? Anche Mao, al culmine del suo successo di immagine, non fece forse imprevedibili trattati commerciali e politici con il nemico Nixon? E Bergoglio: non dicono in troppi che stia tradendo? Insomma. Uno dei pochi film adeguati allo scontro armato che ci contrappone in questi anni, occidentali e orientali, alla ragione fascista, inscalfibile, degli islamisti. Come intensità spirituale siamo oltre. Chi nel film interpreta il ruolo del Giuda locale, per esempio, non ha niente da invidiare a Jennifer Beals di Flashdance, alla disperata ricerca di un confessore che la assolva dai suoi tremendi peccati (di tipo sessuale, in quel caso, non venale). Il gesuita americano James Martin, che del film è stato consulente,  e dice di aver lavorato non poco a rendere più credibili i due protagonisti, parla non a vanvera di questo film come del "più bello mai realizzato sulla fede", più dei due capolavori post e pre-Vaticano II, Il Cardinale di Otto Preminger (1963) e Il potere e la gloria di John Ford (1947). E sugli aspetti più traumatizzanti della chiesa cattolica lo stesso Scorsese aveva a lungo elaborato, a partire da Chi sta bussando alla mia porta, Mean Streat e Toro scatenato.

Oggi, che i gesuiti sono al vertice della chiesa, per ridarne un'immagine credibile, mentre nel 1700 furono piuttosto irrequieti, inquisiti e proibiti dal Papa, soprattutto per merito della base, ecco un film, Silence, che rende omaggio al loro mezzo millennio di vita e di opere, di fede e di perseveranza, di disciplina e di indisciplina. In fondo, nati come braccio armato della Controriforma contro ogni modernismo, i perseveristi (già, proprio come The Founder) sono stati alle scaturigini del pensiero globale e linguisticamente onnivoro, come in un facebook ante litteram: padre Matteo Ricci parlava mandarino (peccato che a King Hu che proponeva alla Rai 20 anni fa la sua storia hanno sbattuto la porta in faccia); padre Vieira tutti gli idiomi amazzonici, Rodrigues e Garpe, i due protagonisti, differentemente martiri, di questo film dark e acquatico, il giapponese: il corpo e il volto essicato e scarnificato, come fosse Joao Cesar Monteiro, di Adam Driver, Garpe, che sembra una caricatura dell’occidentale dell’epoca, ci resiste, perde tutti gli aggettivi, è incommentabile come un haiku né delicato né saporito; mentre Andrew Garfield, Rodrigues, sembra aver fatto fare i sette mesi di esercizi spirituali non alla sua anima ma solo ai suoi capelli vaporosi, e diventa l’efflorescenza inessenziale di un oggetto: resta assiso proprio per restare assiso. Due grandi performances...
Adam Driver

Intanto i generali gesuiti nel palazzo borrominiano di Propaganda Fide a Roma avevano dovuto aggiornare e aprire velocemente i vangeli (frutto lisergico dei lunghi mesi di esercizi?) alla sensibilità del Nuovo Mondo con la scoperta di terre, armi micidiali, afrodisiaci e schiavitù non previste neanche dal Corano. E continuavano a far tacere i ribelli, a mettere in fuga i Caravaggio inventando il primo codice Hays della figuratività ammessa e consentita e a condannare a morte tutti i rivoluzionari, come capiterà due secoli dopo perfino a Gioberti, il nostro eroe cattolico del Risorgimento.

Martin Scorsese e Andrew Garfield
Il film si svolge in un luogo preciso del Giappone, nella parte più sud-orientale, presso la Cina, nell’arcipelago delle 5 isole, di Goto, casuale ma preciso omaggio anche a Walerian Borowczyk che nel 1968 con Goto l’ile d’amour aveva raccontato in metafora, le dittature d’ogni genere e tipo, shogunato compreso. Oggi Goto pullula di chiese cattoliche, riabilitate all’inizio del 900. A conferma dell’ostilità politica in quella congiuntura, del confronto che si riteneva militare più che religioso e culturale tra Giappone e loyolisti (visto che 300 mila fedeli, di capacità sincretiste fuori del comune, erano pure stati battezzati, prima delle purghe nella zona…e visto che quanto a imperialismo i giapponesi che invadevano la Corea massacrando anche lì i cristiani non aveva nulla da imparare da Giovanni IV il Restauratore e dai sovrani iberici precedenti). Al centro della contesa tra giapponesi e portoghesi del seicento, però, oltre alle divergenze commerciali e strategiche, ecco anche l’immagine. Il Cristo verticale contro il Buddha orizzontale. Il Cristo sanguinante e isolato dal mondo, e il Buddha sereno e quasi sorridente steso nella natura. Noi il vino rosso, loro il thé acromatico (decolorato come il film di Shinoda, di cui Scorsese fa il remake e il verso). Toccarlo da blasfemi con il piede (il rito del fumi-e, il calpestamento figurato, ci spiega Paul Senhal), o sputare sull’effigie della Vergine Maria, imprecando contro la Santa Puttana, cosa richiesta per l’abiura, sembrerebbe quasi, in questa chiave, una raffinatezza psicologica nipponica, un permettere ai cristiani, così concentrati sulla loro anima, di ripulirsi da ogni egoismo, conscio e inconscio, di smarcarsi dalla loro lingua e tornare a toccare il mondo, a sciogliersi nel legno, nel bronzo e non a inebriarsi d’adescamento. Come in un’esperienza estetica, mi raccomando non panteista né concettuale. Intuitiva. Immagini che producono altre immagini, e non solo visive. Ecco il senso della produzione artistica. Ecco quel che fa il film. Strano che poi i giapponesi non preghino con le mani e non si tocchino in pubblico mai con le mani, e non si abbracciano calorosamente. Il loro contatto avviene più coi piedi, che telepaticamente comunicano, che con le mani. Ecco perché qui è un continuo passarsi le croci più minuscole di mano in mano....
Al centro dell’intesa tra shinto e mercanti calvinisti olandesi del periodo, infatti, la protestante indifferenza verso le immagini sacre di questi ultimi. O almeno una intepretazione già modernista, essenziale, quasi geometrica della fede. Croci quasi insignificanti, invisibili, ornamentali, da integrare - meglio se invisibili - alle geometrie delle tazze…  

Jay Cocks, lo sceneggiatore newyorkese del film, ha scritto L’età dell’innocenza, lo Scorsese più cristallino. E poi è responsabile dei copioni di Strange days di Kathe Bigelow, Gangs of New York e (non accreditato) L’ultima tentazione di Cristo. Gli italiani Francesca Lo Schiavo (scenografa anche felliniana) e Dante Ferretti alle scene e ai costumi fanno parte da sempre della band Scorsese. Il messicano Rodrigo Prieto di Amores Perros sfida alle luci chi fece Rashomon e I racconti della luna pallida d’agosto, Kazuo Miyagawa. Ma siccome ci sono per fortuna Shinya Tsukamoto (il simbolo stesso delle mutazioni postumane qui trova il suo antenato) e l'altro filmaker Sabu nel cast, e molti cinesi nella troupe, si può definire Silence  una sorta di Merry Christmas Mister Lawrence rovesciato.  Scontro/ incontro armato. Armato perché, diciamocelo, i giapponesi, appena riunificati per necessità, avevano paura non del cristianesimo portoghese ma dei fucili e delle pistole portoghesi, e di un disciplinato “esercito di Dio”, sempre pronto, vedi il Brasile di Vieira, a strumentalizzare ogni rivolta popolare…. E anche perché, nella storia originale da cui è tratto il film, la tortura del corpo sepolto interamente, tranne la testa, c’è sia lì che qui. E non è l’unica ferocia da Inquisizione spagnola a cui assisteremo.
Martin Scorsese, figlio dei fiori beat, più che ex seminarista, fa parte di quella generazione di cineasti americani post-concettuali e sincretici che volgono ogni tanto lo sguardo, rapito, a Oriente e preferibilmente al Giappone di Ozu, Mizoguchi, Oshima e Naruse. Non sono stati solo gli intuitivi poeti dell’underground, o George Harrison, a compiere quel grande detour anti occidentale: L’inconscio cosmico fotografato dal 2011 da Terrence Malick; Lucas e Spielberg che produssero Ran di Kurosawa; Paul Schrader che emulò i film yakuza e riprodusse il suicidio in tv di Mishima, così come Eastwood la guerra del Pacifico con l’occhio degli sconfitti (ma mai vinti) e Sofia Coppola lo spaesamento fertile dei turisti americani a Tokyo. Tutto questo ci ha abituato lentamente a considerare spazi e tempi, movimenti e luce, recitazione e decor del cinema in maniera differente: “I film europei sono basati sulla psicologia umana, quelli americani sull’azione e sulla lotta tra esseri umani, quelli giapponesi sulle circostanze, cioè su ciò che circonda gli esseri umani”. Lo dice a Joan Mellen un cineasta giapponese esploso negli anni sessanta del secolo scorso che Scorsese conosce molto bene, Shinoda, perché i suoi film sono diffusi in dvd dalla prestigiosa etichetta Criterion e al cui classico, Chinmoku, Il silenzio, ha voluto rendere esplicito omaggio in forma di haiku-remake.  In fondo i due film concordano sul punto centrale. Animismo e buddismo potevano sovrapporsi, ma cristianesimo e shinto no, perché nel primo conta l’unità, anzi lo scioglimento alchemico dell’uomo con la natura, mentre nel cristianesimo il rapporto è tra un uomo con un altro uomo (e la natura è, piuttosto, bottino da arraffare come marines). 
Liasm Neeson nel ruolo di Cristovao Ferreira, che rinnegò Cristo ne 1633

L’haiku, che proprio nel XVII secolo, raggiunse l’apogeo con Basho, sia per Sebastiao Rodrigo che per Francisco Garpe, i due compagni di Gesù, sarebbero stati del tutto incomprensibili. Sono troppo avanti per loro. Ma non per Paterson-Adam Driver: “il vecchio stagno, ah! Una rana ci salta dentro: il suono dell’acqua! Quel che significa è tutto là dentro le parole, né sopra né sotto, ossia il senso non c’è. Quel che resta è l’esenzione del senso, scrittura.  Cesare Brandi avrebbe detto: è l’impero dei segni contro l’impero delle immagini. Ma per la prima volta avrebbe sottoscritto, d’accordo con Barthes:  “sono segni che riducono al massimo  il significato rispetto al significante, per cui il segno è più scrittura che parola, ma non in senso decorativo. Nel senso che la forma è vuota”. Chi non ama la forma vuota non ama questo Scorsese vuoto. Ma.  
Con una non-mente e con un non-pensiero come si fa a peccare, a chiedere misericordia, a perseverare sulla retta o sulla storta via? Come si farà a giudicare un non-io in cerca di Inferno o Paradiso?
Visto che Scorsese è anche un cinefilo raffinato, un produttore instancabile, un documentarista radicale, un autore di serie tv innovativo e un formidabile restauratore di classici extracomunitari e anti hollywoodiani, oltre che un teorico e parlatore di cinema inesauribile (esistenzialmente deve essere proprio alla ricerca di calma, vuoto, silenzio), non si tratta certo, con Silence, della solita trovata di mercato da major per conquistare l’Asia, il nuovo paradiso dei profitti per il cinema, ma di una operazione artistica davvero rischiosa. Il copione (non commissionato a Schrader: perché intollerante ai gesuiti?) non deve essere nemmeno piaciuto allo sciovinismo di Abe, visto che le riprese sono state effettuate a Taiwan e in Messico. Tra i produttori c’è perfino il redivivo Cecchi Gori, oltre al fido  Winkler. E in Usa il film è finora uscito solo in sale scelte. Il che vuol dire kolossal dal respiro d’essai.


Tanto più che nel 1971 la leggenda vivente del cinema giapponese Masahiro Shinoda, girò e portò a Cannes (dove venne però sconfitto da Rosi e Petri, in giuria Losey) la prima versione, piuttosto estetizzante, del romanzo del 1966 di Shusaku Endo (1923-1996), il Graham Greene giapponese, sulla persecuzione, il massacro e la definitiva espulsione dei cristiani dal Giappone, operazione iniziata dal samurai Toyotomi Hideyoshi alla fine del 1500, nel periodo Togukawa. Endo, che scrisse la sceneggiatura litigò con il regista per il finale che non vi dico. Ma che comunque era piuttosto “boccaccesco”, rispetto al tono sacrale e quasi “pietistico” e "devozionale" precedente. Di magnifico in quel film, a parte la preferenza per il bassorilievo della Madonna piuttosto che quello di Cristo in croce, c’era una colonna sonora di  
Tôru Takemitsu che incastra in cacofonia sublime, a far capire come gesuiti e shogun stessa faccia stessa razza, pavane barocche con rumori aleatori di chiara spiritualità Zen.  
Riempito ormai l’arcipelago nipponico di McDonald, asservito agli Stati Uniti dal doppio trattato di amicizia, perduto perfino l’Imperatore non più Dio in terra, almeno così ha abiurato anche lui, il Giappone rimase misterioso e inafferrabile per definzione, come i cartoni animati per il critico cinematografico “che ama tutti generi tranne…”, una stratificazione intricata di culture altre ma di crescente charme filosofico, per quanto il professore Daisetz T. Suzuki si sia sforzato, dal 1938, di colmare quel vuoto di comprensione scrivendo libri e libri sullo zen (che è un po’ la sintesi alta della contaminazione tra shinto e buddhismo, micidiale miscela culturale e religiosa contro la quale si infranse nel seicento il sogno missionario dei cattolici portoghesi) : “Lo zen ci conduce nel regno del vuoto e della vacuità (1), dove non domina il concettualismo e dove gli alberi crescono senza radici…. “. Il Giappone è una palude, detto dall’inquisitore a Rodrigues, questo vuol dire. Viceversa, dai "barbari del sud", Namban-jin, come chiamavano i portoghesi, i giapponesi hanno distillato l'anima. Molte parole portoghesi sono entrate nel loro vocabolario  (butan, kappa, koppu, pan, tempura, kasutera...) tanto da inebriare due secoli dopo l'intellettuale Venceslau de Morais, che Paulo Rocha ci ricorda, è stato il vero trait d'union tra l'Impero del Sole e il Quinto Impero, nonché il secondo grande traditore della cutura occidentale dopo padre Ferreira.
A proposito. Questo mistero orientale che Scorsese indaga (dopo una prima incursione nel buddhismo tibetano, con Kundun) anche nel suo nuovo film già dal titolo è esplicitamente un richiamo allo zen. Della guerra cruenta tra due religioni diversamente non pacifiste, tra cristianesimo e zen, si parla. La raccolta di scritti del compositore occidentale più zen di tutti, John Cage, aveva proprio questo titolo.  Silenzio.  


(1)   Evitare, però, a Roma la sala 7 del cinema Adriano di Ferrero. Dalla sala accanto giungono, senza insonorizzazioni a placarle, davvero blasfeme, le song di Sing che sconsacrano, in particolare Lady Gaga, questo bel saggio sulla spiritualità nostra e loro. La lora anche spiritosa. Ma per Ferreira, Rodrigues e Garpe c'era poco da ridere. I gesuii preferivano Eraclito a Democrito (il riferimento è a Palavra e utopia di Manoel de Oliveira, il combattimento tra retori di fronte alla regina Cristina di Svezia, in Vaticano. Certo, senza aver presente quel film è difficile giudicare questo).

venerdì 23 dicembre 2016

A bordo dell'autobus fantasma, Paterson

Mariuccia Ciotta

Il film più bello dell'anno, passato e prossimo, esce nelle sale italiane fuori dal grande circuito, distribuito da Cinema di Valerio de Paolis.

Paterson vive a Paterson e percorre alla guida del pullman n.23 la stessa strada tra le casette di mattoni rossi, ascolta le voci dei passeggeri, i movimenti impercettibili della luce e annota versi sul suo “carnet segreto”. In concorso a Cannes (titoli zero, Palma d'oro virtuale), il film di Jim Jarmusch, convoglia gli spiriti dei poeti e di chi ha lasciato un segno nella cittadina del New Jersey, contea di Passaic, dove non accade nulla. Eppure è lì che si annida il nuovo ritmo per parole e immagini nell’eco degli ospiti che passarono al bar del paese, Sam&Dave, il duo vocale soul, Gaetano Bresci, l’anarchico italiano che uccise il re Umberto I, Lou Costello, calabrese di origine, il comico maldestro e “lettrista” della coppia Abbott and Costello (Gianni e Pinotto) e soprattutto William Carlos Williams, il maestro che lo ispira nella sua ricerca di liriche senza lustrini, frasi dalla musica interna sulle cose semplici della vita, come per esempio i Blue Tip, fiammiferi blu dell’Ohio. Il poeta, amico di Duchamp e guru di Ginsberg, autore di cinque volumetti intitolati a Paterson, è il fantasma amico che lo segue fermata dopo fermata. I versi in realtà sono di Ron Padgett, nato a Tulsa, Oklahoma, nel '42, che traccia un sentiero di suspense, un'avventura quotidiana attraverso il parabrezza del pullman n.23.
 Una spazialità sonnambula che filtra il reale e sfuma i contorni delle cose, impalpabile percezione di ritmi e profumi di Paterson al quadrato. Acquario che dilata e altera la prospettiva. E c'è una bambina arrampicata su un muretto che invece di twittare crea sonetti sulle pagine di un quaderno e intreccia conversazioni filosofiche con l'autista ispirato (Adam Driver, coppa Volpi per Hungry Hearts di Saverio Costanzo). E c'è il solito bar di Jarmusch, compositore e performer, microcosmo serpeggianti di vite misteriose.
Il regista di Dead man trasferisce la poetica d’avanguardia sullo schermo, dilata tempo e spazio in un incanto solenne e umoristico, con lo sguardo di Aki Kaurismaki che vede le nuvole in viaggio. E qui siamo negli occhi di un conducente di autobus nella città che porta il suo nome, e dell’amata, bellissima Laura (l’attrice iraniana in esilio Golshifteh Farahani), anche lei sognante e dalle aspirazioni multiple: essere una cantante country con chitarra arlecchino op-art, dipingere tutta la casa, dalle tende ai pasticcini, di cerchi, pois e righe ondulate in bianco e nero, etc.

Due perfetti amanti, per non parlare del cane, direbbe Jerome K. Jerome, un piccolo bulldog inglese, capace di tutto pur di essere al centro dell’attenzione. Come per esempio frantumare il diario poetico di Paterson, così distratto e sognante da vedere gemelli dappertutto, un riflesso del desiderio di Laura, e accumulare sul suo taccuino, divorato dal cane geloso, le piccole differenze della vita giorno dopo giorno, un flusso che si ripete apparentemente uguale come ne Il giorno della marmotta di Harold Ramis. Ma, sorpresa, un nuovo quaderno bianco attende le rime mai baciate di Paterson. Lo spirito di un haiku, un giapponese inatteso che sa pronunciare perfettamente quel “AhAaah!” alchemico capace di curare qualsiasi dolore, un misto di complicità e humour.
Versetti in diretta, scritti sulle facce di sconosciuti, nello scambio di sguardi tra passeggeri occasionali, poesie di strada che dicono di fugaci amori.




giovedì 29 agosto 2013

Tracks, il National Geographic va in Australia


Mariuccia Ciotta

Venezia

Mia Wasikowska


L'essere umano solo nell'immenso spazio, popolato di stelle come in Gravity, film d'apertura della Mostra di Venezia n.70, magnifico universo in 3D che ingloba lo spettatore in una bolla liquida, o immerso nella sabbia arida dell'Australia, secondo Tracks (concorso) del regista newyorkese trapiantato a Sydney John Curran.

Il viaggio esistenziale è già un leit motiv della rassegna veneziana, e L'arte della felicità, il cartoon di Alessandro Rak si allinea alla tendenza, microcosmo un taxi. Sintomo dei tempi: individuo scollegato dai suoi simili e collegato con l'universo on line. Deserti. Perdersi nelle neverland.

Da Gerry di Gus Van Sant a La prigioniera del deserto di Raymond Depardon, con Sandrine Bonnaire ostaggio di una tribù nomade del Sahara. Robyn Davidson (Mia Wasikowska, Alice in Wonderland di Tim Burton), però, è solo prigioniera della sua mente e dei suoi assolati flask-back di bambina privata della madre suicida e del suo amato cane, la cui soppressione le viene annunciata in simultanea da un padre tenero come i coccodrilli che ama cacciare in Africa.

E' una storia vera, Tracks, bestseller 1980, raccontata in prima persona da Robyn Davidson, venticinquenne da record dei primati che nel 1975 partì da Alice Springs, città al centro dell'Australia, e percorse a piedi 2700 km fino all'oceano indiano. Con lei, il suo cane nero Diggity e tre “camels”, così in originale, cammelli nella traduzione italiana, mentre i giganti lanuginosi sono dromedari di origine afghana introdotti nel continente aussie nel 1800 e poi inselvatichiti quando i camion ne presero il posto sulle strade impervie della regione.

Negli anni settanta le quattro ruote vanno spedite, ma Robyn è alla ricerca di se stessa, odia la metropoli e preferisce domare le bestie selvagge e partire verso l'ignoto. L'esile Mia Wasikowska vanta un caschetto di capelli tagliati ad arte e striati di colpi di sole che preferisce non coprire con il cappello nei sei mesi di marcia sotto l'astro di fuoco. Niente occhiali scuri né crema antisolare, solo i suoi sacchi di provviste e un giaciglio per letto, il tutto montato sugli enormi animali, seguiti da un piccolo dromedario, l'unico a pretendere generi di comfort, quattro stracci avvolti sugli zoccoli, la terra scotta. Scontrosa misantropa, Robyn attraversa il bush con una sola espressione enigmatica, e incontra sul suo tragitto qualche lupo solitario a due gambe ma nessun dingo, che pure infesta la zona del massiccio roccioso Uluru, icona australiana e luogo sacro aborigeno. Ribattezzato Ayers Rock dagli inglesi, il monolito dai magnifici colori cangianti è stato protagonista di Un grido nella notte di Fred Schepisi, storia vera di Lindy Chamberlain (interpretata da Meryl Streep) accusata ingiustamente dell'assassinio della sua bambina di due mesi, strappata alla culla da un cane del deserto. Nessuna emozione, invece, infrange la spedizione estrema di Robyn, seguita controvoglia (di mese in mese) da un molesto fotografo di National Geographic, Rick Smolan (Adam Drive, noto per la serie Hbo, Girls), incaricato di documentare l'impresa in cambio di 4.000 dollari, finanziamento necessario per il viaggio.

I paesaggi maestosi, una luna gigante, tramonti e albe in una rarefazioni di immagini che rischiano l'effetto patinato del reportage detestato dall'intrepida nomade. In più, Tracks tocca punti sensibili della storia australiana con la leggerezza di uno scatto da copertina. A cominciare dagli aborigeni, ai quali Werner Herzog diede la parola in Dove sognano le formiche verdi ('84), scontro tra nativi e proprietari di miniere nel mezzo di un territorio desertico. Qui, al contrario, gli aborigeni fanno da sfondo etnico, arruffati “primitivi” accoccolati intorno al fuoco a mangiar vermi, conigli impellicciati e canguri, che guai se a scuoiarli è una donna, tanto che Robyn, sola nel nulla, rinuncia alla cena, in omaggio alle tradizioni più oscurantiste. Stessa cosa di fronte alla castrazione senza anestesia del dromedario maschio, troppo aggressivo le spiega l'allevatore afgano, che le consiglia di sparare senza indugio a ogni “camel” selvatico, cosa che avviene senza la (nostra) certezza che sia solo fiction.

Insomma, John Curran (esordio multipremiato con Praise, '98, l'ultimo lavoro è Stone, 2010 con Edward Norton e Robert De Niro) mantiene uno spirito newyorkese e non ci dice, al di là della sinfonia per immagini, il senso della vita riscoperto da Robyn Davidson sulle rotte di una via esiziale per il più rude dei Crocodile Dundee. Cosa ha scoperto nei sei mesi di esilio tra terra e, cielo? Forse Robyn ha ridisegnato la mappa, accuratamente segnata tappa dopo tappa, di un paese ancora suddito della regina d'Inghilterra? Un paese abitato da inglesi “bastardi”, senza grandi diritti, come ben sa il primo ministro Bob Hawke, leader del partito laburista, “licenziato” da Elisabetta nel 1991, l'unico che promise agli aborigeni il divieto di scalata turistica del monte sacro Uluru, e fu sbeffeggiato dalle compagnie di viaggi. Un paese che aspira a sognare, e non si accontenta delle formiche verdi.