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sabato 23 settembre 2017

Hannah dei miracoli. Charlotte Rampling super show


Roberto Silvestri *

Non le solite parti di supporto, ma sempre più protagonisti e protagoniste. Gli attori molto esperti un tempo erano fuori mercato come protagonisti. I ragazzi non li conoscevano. Ma ora vincono le coppe Volpi alla Mostra di Venezia  e, come nel caso di Harry Dean Stanton, con Lucky, trionfano nei festival più radicali, come il Sundance, in un film che è sostanzialmente un "one man show". 


Prima imbarazzavano troppo le star giovanissime e le schiacciavano. Ma, oggi, è proprio un giovane regista che offre a una attrice britannica super tecnica come Charlotte Rampling (che per molti anni ha lavorato in Italia) un copione tutto per lei e addirittura un’esperienza performativa doppia. 
Assistiamo infatti a due lezioni di recitazione, una da allieva (dentro la trama) e una da maestra (ha tutto il film ai suoi piedi). I be molle e i diesis gestuali e vocali, le blue note, di solito non li captiamo. Qui navighiamo sempre dentro i mezzi toni.

Charlotte Rampling e Andrea Pallaoro a Venezia 
Se l'età media del pubblico d'essai (per i quali si fanno i tanti festival nel mondo) si alza, anche i ruoli per gli attori esperti, anzi espertissimi, però crescono. Non fu casuale il trionfo di Haneke/Trintignant a Cannes e il trionfo agli Oscar dello struggente L'amour, o il successo di Gerontophilia di Bruce LaBruce. 
A Venezia le star di Nico 1988, Foxtrot, Il risoluto, The Devil and Father Amorth, Ella & John, Victoria & Abdul, Michael Caine, The Resolute, Ryuichi Sakamoto superavano di un bel po' l'età media dei protagonisti delle storie per lo più selezionate al Lido (che comunque era più o meno di 47 anni, da L'insulto a Downsizing, da Il colore nascosto delle cose a Mother e Pablo Escobar, Public Library...) e quando arrivarono finalmente i ragazzi e le teenager danzanti a ormoni in estasi di Mektoub, si aveva l'impressione che la vecchiaia espressiva, un certo rintontimento ripetitivo, potrebbe anche non abitare a Villa Arzilla, visto che Wiseman ne è esente, ma sulle spiagge francesi della movida....


Dunque non poteva mancare il ritratto a tutto tondo di una star del secolo scorso, Charlotte Rampling, che non ha vissuto di rendita dopo lo “scandaloso” gioco masochista di Il portiere di notte anche se non si è raddoppiata, come le colleghe Glenda Jackson e Vanessa Redgrave, come donna politica, laburista o radicale. Il suo personaggio superfilmico nel corso degli anni è diventato sinonimo di donna libera, eccentrica, lottatrice indomita, dotata di occhi come fari abbaglianti. Indimenticabile nel duetto veneziano con Adriano Celentano in Yuppi du. 1975.


Charlotte Rampling però qui ha il tempo, lo spazio e gli antagonisti giusti per mettere in mostra, e poi in crisi, tutti i suoi gioielli professionali: il gesto, la voce, gli sguardi, l'urlo, il semiurlo, la postura, il passo, l'uso stupefacente delle mani (“al cinema non si recita con il viso e con la bocca” spiegava Charles Laughton), i rapporto con gli abiti e il trucco, anche se la tonalità predominante scelta in Hannah (in competizione) dal giovane regista italiano (di formazione americana), all'opera seconda, Andrea Pallaoro, è quella minore. In questo “romanzo di riformazione” Hannah, donna delle pulizie in una villa dal modernismo radicale e asettico, deve (se non ritrovare la gioia di vivere, almeno) dare un senso alla vita – e così fa nuoto, va a scuola di recitazione … - dopo che il marito è stato arrestato per il reato considerato il più abominevole dei tempi presenti, l'atto pedofilo (anche se a forza di denigrare i politici forse sono un gradino più su. Non mi ricordo chi lo affermava con maggiore prestigio…a sì Woody Allen: “Conosciamo l'etica dei politici: è una tacca più sotto di quella del molestatore di bambini, in Io e Annie, 1977). Lei non è che ci creda tanto, e comunque…Ma i vicini la perseguitano come se il marito fosse un pezzo grosso del Pd, di FI, del M5S, di FdI. I sensi di colpa (più dell’umanità che di se stessa) la divorano e il cupo gioco cromatico e ambientale congegnato dal regista la imprigiona in una dimensione claustrofobica soffocante cui cerca di sfuggire frequentando piscine e palcoscenici e preparando soffici torte al nipotino (prima di essere cacciata di casa dal figlio terrorizzato dall presenza in famiglia di un presunto molestatore di qualunque bambino), per ridare aria a tutte le cavità più segrete del suo corpo aggredito. E ricompone un puzzle mandato in pezzi da tutti gli altri.


Pallaoro invece di ricucire e consolare pensa di fare proprio il contrario.  Si prefigge la meta, amorevole e ammirevole, ma esageratamente tecnica, di scindere ancora di più quel corpo. Separa così ciò che è proprio dell’attante (logica e grafica autonoma delle azioni), ruolo (in questo caso “il tipo astratto e anonimo della moglie affranta”) e attrice (che assorbe quel ruolo in una geografia emozionale singolare), dissociando la logica delle azioni da quelle del personaggio con una sua psicologia a tutto tondo. In questo modo il film diventa un gioco polimorfico variamente interprtabile o non interpretabile. 

Scollegando così la signora Charlotte Rampling dal personaggio, dal ruolo, e dall'attrice, Pallaoro forse contribuirà a salvarla dall'auto-annientamento. Hannah rinasce solo grazie alle informazioni testuali prodotte dal film. Come se facesse un blockbuster Marvel. Potrebbe benissimo.  


* rielaborazione di un articolo pubblicato su Alfabeta.2

mercoledì 17 maggio 2017

I dodici segreti di Cannes. Oggi apre la grande kermesse


  1. Quanto vale una Palma d'oro?
    Circa venti mila euro. La realizza (in due copie, nell'eventualità di un ex aequo) uno sponsor del festival, il gioiellere svizzero Chopard, utilizzando il design a 19 foglie di Caroline Scheuefele (coproprietaria di Chopard) del 1998, con 118 grammi di oro giallo 18 carati Fairmined (o equivalente) più, ma solo quest'anno per il settantesimo anniversario, 167 piccolissimi diamanti....In somma un premio vero, come le mitiche Grolle d'oro di una volta, e non simbolico come il Leone d'oro di Venezia (che, molti lo ricorderanno, George Cukor, “dimenticò” in camera all'Hotel Excelsion.


  2. Quante persone lavorano al Festival?
Venti durante l'anno, in un piccolo appartamento nel 7° arrondissement di Parigi. Ma diventano mille a Cannes, di cui 700 al festival e 300 al Mercato, comprendendo proiezionisti, autisti, maschere....
  1. Qualche regista ha mai rifiutato la Palma d'oro, come George C. Scott l'Oscar o Jean-Luc Godard l'Oscar alla carriera?
No, mai. Anche se Woody Allen non accetterà mai di partecipare a una competizione a meno che i registi non facciano tutti opere tratte dallo stesso soggetto. E anche se molti cineasti possono non essere materialmente presenti perché il verdetto, elaborato nella villa Domergue, anni 30 in stile finto toscano, che si trova a Cannes California, si conosce solo la mattina della consegna dei premi e non tutti riescono a tornare sulla Croisette in tempo.
Ma. Il cineasta greco Theo Angelopoulos, nel 1995, nel ricevere il Gran Premio della giuria per Le regard d'Ulysse, guardando il presidente della giuria Jeanne Moreau in cagnesco, e dopo aver detto di aver preparato un discorso di ringraziamento per la Palma d'oro, se ne andò. E Xavier Dolan, piangendo nel 2014 nel ricevere il premio della giuria per Mommy, ex aequo con Godard, non nascondeva la sua delusione per non essere riuscito a superare il record del regista più giovane vincitore di Palma d'oro, strappandolo a Steven Soderbergh.


  1. Chi sceglie i film del festival?
    La responsabilità è unicamente del délégué générale Thierry Fremaux, in carica dal 2007 e nominato dal consiglio d'amministrazione del festival composto dal direttore del Cnc, da un rappresentante del ministero della cultura, della corte dei conti, del comune di Cannes e dalle principali associazioni dell'industria del cinema. Ma esistono due differenti comitati di selezioni, uno per i film francesi e uno per tutti gli altri. I film visionati quest'anno sfiorano la cifra record di 2000 (alla Quinzaine sono stati visionati 1700 corti e 1250 lunghi). Il nome dei consiglieri artistici (er lo più critici e giornalisti di cinema) di Freamux è segreto, per impedire “pressioni indebite”. Non sono stipendiati per questo lavoro consultivo.

  2. Mercato, nuovo record
    9000 operatori provenienti da 125 paesi sono attesi al 58° Marché (13 mila metri quadri di stand) diretto da Jérome Paillard. In aumento i venditori e compratori asiatici, soprattutto cinesi. Nuovi arrivati i rappresentanti di You Tube, Google, Vimeo, Netflix e Amazon.

  3. Tendenze
    Edouard Waintrop, responsabile della programmazione della Quinzaine, intervistato da Le Film Francais, identifica due tendenze nel cinema nuovo: il postrealismo, ovvero un ritorno drastico allo spirito neorealista e alla difesa degli ultimi. soprattutto nel giovane cinema italiano,  anche se, stilisticamente, molto differente: Jonas Carpignano (“pura energia”), Roberto De Paolis (“puro choc”) e Leonardo Di Costanzo (drammaturgia e messa in scena più classica) e nordamericano, Sean Baker e Chloe Zhao). E, seconda tendenza, nei ritratti particolarmente impietosi, sadici e feroci di uomini, soggetto di tutti i film diretti da cineaste donne (Claire Denis, Sonia Kronlund, Carine Tardieu, Natalia Santa...). Per non parlare di Sofia Coppola e dell'indonesiano “Non sono una strega” di Mouly Surya, con l'uomo che rischia la testa e l'avvelenamento...

  4.  Il festival si è sempre svolto nel mese di maggio? No, dal 20 settembre al 5 ottobre dal 1946 al 1951.

  5. Quanti sono i posti a sedere nel Grand Theatre Lumiere?
    2309, 800 in platea, 1456 in galleria, 35 nella loggia. Lo schermo è grande 19 metri per 8. Il più grande schermo del mondo, inaugurato in Cina nel 2015, è grande 34.6 x 26,8

  6. Quanti addetti ai lavori partecipano, in totale, al festival?
    32465 provenienti da circa 140 paesi più 4660 giornalisti della carta stampata, della radio, della televisione e del Web (nel 1966 erano 700)
    Si tratta della manifestazione culturale più frequentata al mondo.

  7. Quanti abitanti ha Cannes durante il festival e senza festival?
    73600. Durante il festival 200 mila.

  8. Quante donne hanno vinto la palma d'oro?
    Una sola, la neozelandwese Jane Campion nel 1993 con La Lezione di piano, ex aequo con Chen Kaige Addio mia concubina.

  9. Quale è stato il più imbarazzante incidente politico del festival?
    Nel 1956 in piena grra fredda la Repubblica federale tedesca ha chisto al gioverno francese di ritirare dalla campetizione “Nuit et Bruillard” di Alain Resnais, un documentario di 32 minuti commissionato dal comitato storico francese della seconda guerra mondiale. Il film è stato proiettato solamente fuori concorso e sacrificato sull'altare della riconciliazione storica tra Parigi e Bonn.

mercoledì 19 ottobre 2016

Il sibilo della donna obliqua. Maria per Roma. Alla Festa l'esordio nel lungo di Karen Di Porto, con una commedia acida


Gesù in "Maria per Roma"



Roberto Silvestri 

La doppia morale è: Finiremo tutti sotto i ponti? Ma quando si riprenderà il mercato immobiliare? 
Un film angosciato ma ottimista,  girato a basso costo, con gli amici e i colleghi del corso di recitazione affiancati da creativi di alto livello. Prodotto da una forza della natura, Galliano Juso. Libero, anche se finto improvvisato. Un tempo avrebbe sedotto solo festival più off off, visto alcune battute: "Ah Gesù! nunce rompe er cazzo". Ma la qualità della messa in scena e della messa in inquadratura è alta. L’attrice solista e protagonista (che è anche la compositrice e direttrice d'orchestra della suite audiovisiva) regge tutto sulle sue spalle, più di Carla Benedetti in Matilda (di Antonietta De Lillo, 1990) per non andare a Io la conoscevo bene. Il ritmo è griffato Mirko Garrone. E poi questo film ha l’originalità di ripopolare Roma centro dopo che To Rome With Love (che un giorno si scoprirà essere costato 13 miliardi, esattamente quelli finora spesi da Giovanni Malagò per conquistare la candidatura ai Giochi) l'aveva regalata tutta a una manciata di turisti americani.
Già. Ve lo ricordate il film romano di Woody Allen? Avete almeno apprezzato il modo in cui il direttore della fotografia,  Darius Khondji affogò la città in un liquido amniotico dorato-barocco fatato e Allen ha fatto sparire  completamente dal centro storico della città eterna tutti i suoi abitanti?


Grande, geniale visione, che avrà sicuramente ridestato la fame di Fori Imperiali, S. Ivo alla Sapienza, Colosseo, San Pietro e di Olimpiadi qui in tutto il mondo (non fosse poi per la questione immondizia-puzza, che ha riportato l’Urbe l’estate scorsa sotto Milano e Venezia nel gradimento turistico, e tagliato le gambe alla giunta di “pulizia rapida” del Movimento 5 Stelle, che poi, comunitaristi come sono, l’idea di vedere tutte quelle medaglie d’oro vinte da kenioti ed etiopi a spese dei cittadini Spqr…).
Riportare per miracolo quelle strade e quei palazzi e chiese, ora soffocate da un traffico perverso, all’epoca della pittura e architettura non meno conturbante di Borromini, Bernini e Caravaggio, è stata la finezza di chi considera arte il testo e non il pretesto, non fa mai del pittoricismo, non fotocopia i quadri, non ruba le luci suggestive altrui, semmai fa cultura figurativa ex novo, cattura, per esempio, tensioni interne e scansioni figurative antiche e dimenticate, di epoche rivoluzionarie in fatto di bellezza e di forma. Anche se non piacerà ai cattolici, il cinema è una continua Riforma. Nico D’Alessandria, (L’imperatore di Roma), Stefano Franchina (Morire gratis), Gianni Di Gregorio, Stefano Roncoroni (Giallo alla regola), Stefano Agosti (Quartiere), i Vanzina, Magni, Moretti, Sordi e Antonioni, senza esibire i loro riferimenti pittorici e fotografici, hanno saputo costruire immagini forti su questo luogo dell’arte.  E Maura Morales, che dipinge con le luci, non è da meno nel cogliere quella duplicità, ambiguità, doppiezza “in movimento” di Roma nell’epoca della prima architettura e urbanistica barocca. Quel gioco di interno e di esterno, di naturalezza sbandierata e intimità protetta che è anche il fascino della protagonista del film. Un one woman show movie. 


Maria fuori dalla Casa del Cinema

Questo ritratto di donna romana di oggi deve molto agli autoscatti in sovrimpressione della fotografa brasiliana Nadia Maria (e soprattutto il celebre doppio primo piano con una Maria che ti guarda diritta al cuore mentre l'altra getta lo sguardo via, fuori quadro, perché il grande sì alla vita più il piacere di un altro sguardo possibile sommati producono il sibilo della donna obliqua).
Ai romani piacerà questa irrealistica visione? Rimasero freddi davanti all’omaggio di Allen, che era più dedicato a Nina di Minnelli che a Visconti e Zeffirelli (nel cinema americano cool l’arte moderna è protagonista, più che altrove), l’hanno giudicata anche imperialista e perfino  da “bomba N”, come ha scritto, soddisfatto e sadicamente ammirato, Goffredo Fofi.
Autoritratto di Maria Nadia
E chissà cosa diranno adesso di questa piccola grande commedia acida e distorta, diretta scritta e recitata da Karen Di Porto, (affermatasi a Corto Dorico con Cesare nel 2012), tutta immersa negli stessi vicoletti pregiati di Roma centro, tra piazza Navona e via Vittoria, piazza di Campitelli e il Grillo, Campo de’ Fiori e piazza di Spagna, via Giulia e il Corso, pullulante di sartine di Emmer e ragazzini di Castellani, prima, e di bed & breakfast oggi, perché solo così i romani  sopravvivono a questi 8 anni di grande crisi, affittandosi le case o facendo come la protagonista del film la keyholder. Chi ti dà la chiave dell'appartamento affittato. E racconta la giornata stressante e frenetica di una giovane donna, Maria (un tempo tutte le ragazze romane si chiamavano Maria), troppo occupata e alienata per essere problematica come la Vitti di Antonioni 50 anni dopo o per affermare la propria maschia impetuosità egemone come Anna Magnani (con cui divide però una passione sfrenata, e disagevole, per i cagnolini da grembo). Maria non ha tempo neppure per essere femminista e politicamente impegnata, ma siamo sicuri che nel fuori campo... E’ rampolla di un ceto medio alto decaduto. Ha amato in vita sua solo il papà defunto (il corto satirico, Nicolino, del 2011, sui fannulloni incestuosi già nuotava nei territori psicotici della famiglia). Il reddito di cittadinanza non l’ha ancora ottenuto. E deve mangiare, contando solo sulle sue caparbie forze (e sulla generosità delle mamme degli amici).
Maria si sbronza al bar della Casa del cinema
Giovane attrice, è in cerca perenne di parti. Ha una tecnica del respiro che farebbe la gioia della maestra britannica Linklater, e della lacrima a comando che neppure Mia Farrow. Gira come una trottola su un vespino col cagnolino di razza vecchio e malandato di cuore nel cestino. Forse con la bici farebbe prima, ma c’è il problema dei casting, a volte fuori porta.
Già tra un provino e l’altro, tra la posa di un corto e una comparsata tv, Maria, impiegata in una agenzia che affitta case e camere, accoglie i turisti, perfino quelli sardi che sono micidiali, controlla le carte di credito, sfonda le porte per i turisti distratti che lasciano le chiavi dentro, porterebbe perfino la carta igienica se a un certo punto non dicesse: no, questo no; fa i contratti, coccola i turisti più indifesi, incassa i soldi; tiene a bada i più spocchiosi proprietari nobili,  costretti a immaginare obesi d’Israele sbriciolare le loro sedie stile impero, e vorrebbero morire; snocciola alle americane dritte sui bar con le migliori margarite e sui ristoranti kosher, e si accolla i bagagli pesanti di un bramino che per religione non può trasportare valige. Litiga con la mamma antiquaria e in bancarotta, che la vorrebbe accasata, incrocia più volte nel corso della giornata un suo amico gentile, ex attore e forse futuro fidanzato, ormai probabile vagabondo, che travestito da Cristo tra i centurioni di stanza al Colosseo, si fa fotografare a pagamento. Forse strapperà quella parte tanto agognata, “finalmente un ruolo di donna a tutto tondo” come se fosse di Monica Strambrini, se solo parteciperà, tacchi 15cm, e vestito da sera nero adeguato, a un party alla Casa del cinema, grondante produttori veri, produttori falsi e produttori  provoloni.    Rischa, paradossi della vita, di non trovare un letto per passare la notte...
Karen Di Porto in "Maria Per Roma" 
L’attesa anteprima mondiale di Maria per Roma, scritto, diretto e intepretato  da Karen Di Porto, la Nanni Moretti d’epoca airb&b, ha stipato la sala gigante (Sinopoli) mentre in contemporanea (il palinsesto è opera di un pazzo furioso) uno stupefacente Kubo (altro che Pets e succedanei) veniva snobbato dal popolo dei web critici, di cui si è parlato proprio ieri in un incontro internazionale tra critici e si è scoperto che i critici non esistono più, e tra chi scrive di cinema sulla carta stampata sindacalizzato (Sncci e Sgci) e chi sul digitale non sindacalizzato l’unica differenza non è più tra tromboni e ultrà, adepti del cinema ascetico e crapuloni fanatici di Stracult solamente, ma è che i primi scrivono, se ci riescono, due righe di critica, spesso consociativa (mi piace, delude, orrendo) sulla carta quotidiana e gli altri quanto vogliono ma nella zona nicchia di  rete. Che tutti sono sottopagati, tranne una ventina, e tutti sono sottomessi al grande ricatto di trattare solo quello che i grandi distributori vogliono, se no niente pubblicità. Qui, in Francia e negli Stati Uniti.      
Karen Di Ponte e Andrea Pianamente (dietro)

giovedì 29 settembre 2016

Café Society, gli spettri digitali di Woody Allen



Mariuccia Ciotta
Esordio nel mondo evanescente, Woody Allen si derealizza ancor di più nel suo primo film digitale, prodotto dal colosso del commercio on line Amazon, Café Society, ouverture fuori concorso del festival di Cannes 2016. Quasi uno sberleffo al tempo che corre e travolge quel certo tono di luce e quei certi abiti rosa antico, l’età del jazz e i racconti di Francis F. Fitzgerald.
La voce off del regista avverte che è inutile immedesimarsi nel film. “Mantenete le distanze”, sembra dire. Sono solo fantasmi. Apparizioni della sua epoca preferita, anni Venti, Trenta, Quaranta, non oltre. Dopo, il mondo è stato bruciato, e Woody srotola la pellicola del suo cinema e della sua vita, diserta i tempi moderni e lo fa però con un certo distacco, felice e malinconico di guardare ancora una volta le immagini perdersi in una dissolvenza senza ritorno. Tutto è vagamente posticcio… anche New York. Seguendo il filone Midnight in Paris, entrano in scena controfigure di gangster e orchestrine, di locali alla Marlowe con i divanetti imbottiti e feste fantasmagoriche alla golden age di Hollywood in una sfocatura luminosa, sovraesposizione di luce, aureola di pixel che incorona le figure.

L'incanto della nostalgia è violato da Kristen Stewart, Vonnie, corpo estraneo, spigoloso, contemporaneo che si muove a disagio tra chiffon e abat jour, trine e coppe di champagne, un segno di vita tra spettri. Effetto raddoppiato dal “nerd” Jesse Eisenberg, Bobby, alias Woody, il ragazzo di belle speranze, innamorato di Vonnie, incerta se sposare il maturo e accasato agente di successo Phil (Steve Carell). Lo stesso Phil incaricato di introdurre nella Café Society il timido e ingenuo nipote Bobby, ebreo di Brooklyn, piombato a Los Angeles per conoscere Irene Dunne, Ginger Rogers, Hedy Lamarr. E mentre il goffo Bobby, che fa decantare il vino bianco, va in tour sulle colline di Bel Air e cerca l’amore negli angoli di Hollywood, a Manhattan il fratello bandito, che si diletta a far sparire cadaveri nel cemento fuso, apre un locale di gran moda, così malfamato da attirare il gran mondo, politici compresi.
Woody Allen scorre cinema e memoria, e guarda l’azione da lontano. Prende in giro la moralità comunista, ma poi si chiede “se è giusto ammazzare un vicino di casa solo perché tiene la radio troppo alta”, o friggere qualcun altro sulla sedia elettrica per averlo fatto. Se è giusto lasciare una moglie perfetta dopo 25 anni di matrimonio per la segretaria giovane o sposarsi senza amore… Il senso della vita bergmaniano emerge qua e là, ma Woody non partecipa più, osserva i fotogrammi in bianco e nero di La signora in rosso del francese Robert Florey, 1935, interpretato da Barbara Stanwyck in contropiano con Kristen Stewart, la mezza vampira di Twilight, la “fluid gender” delle cronache rosa sull'amore lesbico, alla quale dedica una battuta maliziosa, “un giorno ti farò avere una lettera d’amore firmata da lei”, da Barbara, promette Bobby, lo spasimante, e non certo da Rodolfo Valentino. Ma ogni promessa si perderà nel vortice del passato, il cambio di stagione ha inaridito cuore e cervello.
Rimpiangere qualcosa che non si è mai vissuto, Café Society ha questo compito, quando “la musica e la moda erano geniali – dice il regista pensando a Rodgers and Hart – e soprattutto quando la cultura americana era al suo apogeo”. Ci sarà Netflix, ci sarà Amazon, ma cosa c’è di meglio di un Martini secco bevuto guardando Manhattan piena di luci, seduti sulla vecchia panchina di Woody Allen?


domenica 8 maggio 2016

Cannes 69 L'erotismo lesbico



Cannes

Mariuccia Ciotta

Il fermo immagine di Cannes 2016 non sarà il manifesto del festival, dal Disprezzo di Godard con la sua vertiginosa Villa Malaparte, ma Kristen Stewart, la Bella di Twilight con la bocca incollata a quella di SoKo, cantante pop e attrice francese, in un ribaltamento dell'erotismo divistico che quest'anno sulla Croisette lascerà la sua impronta. "Vivo nell'ambiguità del mio mestiere d'attrice ed è la cosa che amo" dichiara Stewart, che non vuole definire la sua sessualità, e vagabonda tra le stelle di ogni genere, capigliatura punk e aspetto androgino, per dire che il cinema stesso è "ambiguo".
Sono molti i film di questa 69a edizione sotto il segno della "femmina folle", a cominciare proprio dall'eccentrica coppia. SoKo recita in La danseuse (Certain regard, 13 maggio) la parte di Loie Fuller, pioniera del ballo moderno, icona della “danza serpentina”, nel suo incontro appassionato con Isadora Duncan (Lily-Rose Depp, figlia di Johnny). E ancora in Voir du Pays (Certain regard, 17) storia del ritorno traumatico di sue soldatesse dall'Afghanistan, una è ferita, l'altra ha subito un trauma psichico, insieme cercheranno di ritrovare la joi de vivre in un hotel a cinque stelle di Cipro.
Anche la protagonista della saga vampiresca è presente in due film, Café Society (fuori concorso), esordio nel mondo digitale di Woody Allen, che ha aperto l’11 maggio il festival in clima da età del jazz. E Personal Shopper (concorso, 17) di Olivier Assayas. Il rapporto feticistico tra l'"acquirente personale" e una grande attrice di Hollywood, che l'ha incaricata di acquistare abiti chic a Parigi, domina il film in un fruscio di sete e di allucinazioni sensoriali ai confini del paranormale. La fascinazione si ripete quando l'ex Biancaneve Kristen Stewart sale la montée de marche mano nella mano con Jodie Foster, maestra in tutto, con cui ha girato, bambina, Panic Room. Regista di Money Monster, (passato fuori concorso il 12) Jodie ha deciso il coming out a tempo ritardato per timore di deludere i fans mentre la giovane "allieva" è un'apripista spericolata dell'amore transgender.
Segnali di un cambiamento profondo, coltivato da Cannes dove il fascino dell'erotismo lesbico si è sprigionato con il film franco-tunisino La vie de Adèle (Palma d'oro 2013), seguito l'anno scorso da Carol, star Cate Blanchett interprete delle pagine di Patricia Highsmith.
Le drag king si declinano in diverse forme nell'attuale cartellone del festival, come in Elle (chiuderà il concorso il 21) di Paul Verhoeven, visualizzato nel corpo tormentato di Isabelle Huppert, divisa tra passioni divergenti così come l'ha disegnata lo scrittore Philippe Djion in Oh...
E, a sorpresa, Paolo Virzì, va sulle tracce di Thelma e Louise e mette in scena Valeria Bruni Tedeschi (che imita Vivian Leigh in Un tram che si chiama desiderio) e Micaela Ramazzotti (quasi un alias di Hillary Swank in Boy don’t cry) abbandonate non senza malizia una sull'altra nel poster di La pazza gioia (Quinzaine des realisateurs, 14). Il film è scritto da Francesca Archibugi e racconta la fuga delle due svitate, diversamente pericolose, da una comunità terapeutica alla scoperta del piacere fuori dalla gabbia dell'ordine mentale. Tracce di esperienze eversive - una madre che amò un'altra donna - corrono anche nell'italiano Pericle il nero di Stefano Mordini con Riccardo Scamarcio (Certain regard, 19). E anche in L'ultima spiaggia, documentario italo-greco (passato fuori concorso il 12) dove un muro, allusivo di altre barriere, separa uomini e donne, si fa sentire il godimento erotico liberato dalla disciplina familiare.

"Scene di sesso lesbico selvaggio" annuncia invece, senza sfumature, uno dei beniamini dei festival, Nicolas Winding Refn - danese, eletto miglior regista a Cannes 2011 - a proposito di The Neon Demon, "un horror sulla bellezza virtuosa e su quella malvagia" in gara il 20 maggio col suo tenebroso mondo di succhiasangue, metaforici ma non tanto. Modelle feroci divoratrici di potere sulla passerella losangelina (un altro leit motiv del festival, il mondo della moda), le donne "dracula" raddoppiano il desiderio con i loro canini fallici e moltiplicano il potere nel riflesso di sé. L'amore lesbo si trasforma così da spettacolo eccitante a temibile chiamata alle armi, come dimostra il manifesto di The Neon Demon dove un'elegante biondina esibisce il suo abito-divisa che sgocciola sangue.
Ancor più erotico ma sempre in forma di resistenza anti-maschile The Handmaiden (in concorso il 14) del sudcoreano Park Chan-Wook che estrae l'amore proibito dalla Londra vittoriana di Sarah Waters e dal suo romanzo Fingersmith per trasferirlo negli anni Trenta della Corea occupata dai giapponesi. Nell'ombra vellutata di un palazzo grondante ricchezza, si nasconde il viso pallido di una giovane donna reclusa dallo zio, e che vedrà nel suo doppio umiliato, l'ancella del titolo, la più dolce delle vendette. Cosa succede tra la padrona Hideko e la serva Sookee? Piccole mani guantate accarezzano, sguardi perversi toccano, la prigione diventa un luogo esclusivo per l'una e l'altra in questo lesbo-thriller del regista che prosegue l'attività di Lady Vendetta ma senza pistole e coltelli.
Intanto la giuria della Queer Palm, il premio destinato al miglior film su tematiche Lgbt, istituito a Cannes nel 2010, apre bene gli occhi in cerca del vincitore, e quest'anno sarà difficile non attribuirlo a una Lei, che dovrà assomigliare il più possibile alla principessa Elsa di Frozen (cartoon Disney), incoronata Queer e scelta per la campagna twitter pro-gay #GiverElsaAGirfriend.
Anche nel Marché spuntano titoli in sintonia con il mood della Croisette, come Below Her Mouth diretto dall'attrice-produttrice April Mullen, canadese, e distribuito dalla Elle Driver, nome del personaggio combattente di Kill Bill!.

Uno staff di sole donne, dalla regista alla camerawoman, si sono unite per questo film indie costato più di due milioni di dollari, e che "contro gli stereotipi della sessualità femminile" mette in scena due creature lunari, l'ex ballerina Natalie Krill e la svedese Erika Linder, corpo e viso cangianti, modella preferita di Tom Ford, Vogue, Marie Claire. Un ragazzo vestito da donna, o una donna vestita da ragazzo? Stessa domanda che George Cukor proponeva guardando Katherine Hepburn nel classico degli anni Trenta Il diavolo è femmina. Un "dramma disinibito" - l'ambiente, ancora una volta, è quello della moda - ovvero il weekend di fuoco di Dallas e Jasmine. L'obiettivo della Elle Driver e del suo crew femminile è anche di natura più materiale, perché oltre al nuovo "soggetto" del desiderio, in gioco ci sono i minori compensi riservati ad attrici e cineaste, che con Below Her Mouth si allineano alla protesta di Patricia Arquette sul palco degli Oscar: "E' arrivato il nostro momento di avere la parità di salario una volta per tutte, e parità di diritti per le donne degli Stati Uniti d'America".
Ed ecco che il sesso “separatista” si trasforma da pruderie a gioco di squadra, condotto da eroine come la francese Thérése Clerc, protagonista del documentario La vita di Thérèse (Quinzaine, 16 ). Una vita spericolata, che lei stessa racconta poco prima di morire, il 16 febbraio scorso. Sposata a vent'anni, casalinga, madre di quattro figli, Thérése si scopre omosessuale nei primi anni '70, divorzia e inizia la sua militanza nel Mouvement de Libération des Femmes, e a favore dei diritti gay & lesbian. E' considerata la più grande tra le paladine di Francia sul fronte della libertà sessuale.
Senza Thérèse niente Kristen Stewart, niente baci sulla Croisette.

venerdì 15 maggio 2015

Woody Allen gioca nolto con se stesso. Saul cerca David. In gara l'esordiente ungherese Laszlo Nemes.


Emma Stone e Joaquin Phoenix in "Irrational Man"



Roberto Silvestri

CANNES. Woody Allen ormai è Mozart. Uno sceneggiatore così perfetto, un direttore di attori così adorato da poter far indossare qualunque cosa a tutti i più superbi performer. Qui Joaquin Phoenix e Emma Stone, Parker Posey e Jamie Blackley. Per cui il suo nuovo lavoro, la commedia acida con delitto L'uomo irrazionale, che sta tra The rope di Hitchcock (l'estremismo esistenzialista in filosofia se male interpretato, soprattutto dagli accademici americani che semplificano Derrida, può provocare sfracelli) e la parodia del film di Margarete von Trotta su Hannah Arendt (non credo che Woody condivida la teoria della banalità del male), pur non essendo tra i suoi incastri umoristico-seriosi più riusciti merita un certo interesse, soprattutto grazie ai suoi sunti filosofici che perfezionano i bignami,  al set, un campus universitario dove non volano soltanto coltelli teorici affilati ma anche lame contundenti autentiche e alla scelta musicale di supporto, non più swing ma "moderna", finalmente un jazz più complesso e cool, il Ramsey Lewis Trio, il Modern Jazz Quartet. L'arrangiamento visuale se ne avvantaggia e le immagini vengono avvolte da una atmosfera sofisticata, brillante, cool che rende l'oggetto particolarmente chic. E non è la prima volta che Woody fa furiosamente i conti con Heidegger fingendo di interessarsi di altro.

Joaquin Phoenix e Parker Posey in Irrational Man
Jane Fonda è la prima cineasta premiata dal programma “Women in motion”. Le donne che hanno saputo imporsi dentro un'industria inguaribilmente maschilista, dalla produzione alla ricezione. Bella idea. Il suo doc, realizzato alla fine degli anni 60, con Claudia Weil, sul Vietnam e dalla parte dei vietcong, per quanto ripudiato successivamente in un rigurgito di nazionalismo dalla attrice pentita, resta una pietra miliare di anticonformismo e libertà di pensiero, due qualità rare che perfino nei paesi democratici vengono pagate a duro prezzo (Claudia Weil infatti è proprio sparita dalla circolazione, mi pare).

Emma Stone, Woody Allen e Parker Posey a Cannes
Il produttore Harvey Weinstein, che ogni anno presenta all'Hotel Majestic i suoi gioielli, cioé un listino che inevitabilmente contiene i futuri candidati ai premi Oscar (c'è anche il nuovo Tarantino, The Hateful Eight), indica in Carol, di Todd Haynes il papabile n.1 per la Palma d'oro, e in Macbeth un altro successo sicuro del festival. Interessante iniziativa dell'Hollywood Reporter, a proposito, che in un'inchiesta immaginaria sui film ideali per i membri della giuria di Cannes subdolamente suggerisce proprio un suo film come il favorito (è l'unico a cui vanno due voti). I Coen sarebbero infatti per gli “autori più spinti”, Audiard e Lanthimos (e Hou Hsiao Hsien?); Rossy de Palma, almodovariana doc, per i melodrammi dai toni forti e dunque per Chronic di Michel Franco; Jake Gyllenhaal prediligerebbe Gus Van Sant e Denis Villeneuve, anche perché ha lavorato con loro; Guillermo del Toro potrebbe avere un debole per il soft-drink real-fantasy di Matteo Garrone; l'attrice Sienna Miller è certamente per Todd Haynes e per Justin Kurzel di Macbeth perché adorerebbe Kate Blanchett e Marion Cotillard; la cantante Rokia Traoré essendo maliana non può che battersi (terzomondismo?) per Jia Zhang-Ke ma ama anche Macbeth di Kurzel... Sophie Marceau è patriottarda e dunque sta con le cineasti francesi, Donzelli e Maiwenn; infine l'enfant prodige canadese del Quebec, Xavier Dolan, si batterà per Mia Madre di Nanni Moretti, ovviamente (non ha fatto Mommy?), ma sarebbe anche un fan dell'esordiente ungherese Laszlo Nemes, 38 anni, il cui Son of Saul, Il figlio di Saul, è l'unica “opera prima” del concorso 68 e gareggia anche per la Camera d'or.

Il figlio di Saul di Laszlo Nemes
Il set e l'argomento del film (diretto dall'allievo prediletto di Bela Tarr) è Auschwitz, nell' ottobre del 1944. I russi stanno per arrivare e per liberare i prigionieri ebrei (e anche comunisti, dissidenti, rom e omosessuali) sopravvissuti alle camere a gas, agli stenti e al superlavoro. La “soluzione finale” richiede un surplus di efficienza e velocità burocratica. Il Fuhrer forza la macchina dello sterminio ai ritmi altissimi di cui parlerà Adolf Eichman, con una certa soddisfazione professionale, al processo in Israele, avvenuto troppi anni dopo, che lo condannerà a morte. Intanto anche la resistenza interna si avvicina e si prepara una rivolta nel Lager...

Alto il quoziente di difficoltà per un cineasta esordiente, anche perché il cinema civile occidentale ma soprattutto dell'est Europa ha scodellato, soprattutto a caldo, nell'immediato dopo guerra, talmente tante opere folgoranti, “per non dimenticare” l'orrore, dai capolavori di Jakubisko e Pontecorvo, Wajda e Munk, Grifi, Lanzmann fino a Benigni e Spielberg, da costringere i cineasti di oggi a un necessario spostamento di sguardo o salto di fantasia per non essere retorici o ripetitivi e per non colpire a vuoto un immaginario che non sopporta il gioco facile con i sentimenti. Ed ecco l'originalità dell'operazione di Nemes (coadiuvato alla sceneggiatura da Clara Royer). Intanto lo sguardo su Auschwitz è quello di un prigioniero ebreo, Saul Auslander, ungherese, membro del Sonderkommando, squadra speciale isolate e apparentemente “privilegiata”, perché destinate a essere giustiziate dopo, poco prima dei kapò e dei “Murmelstein”. Saul è dunque un prigioniero speciale, ha una grossa croce rossa ben visibile sul retro della giacca, e non è scarnificato come gli altri, perché deve fare lavori molto faticosi: è obbligato a trasportare i prigionieri nelle camere a gas travestite da docce, e non tutti sono inconsapevoli, a raccattare e dividere vestiti e beni personali (trafugando quel che serve, a volte, per la sopravvivenza spiccia), a pulire dai cadaveri nudi i locali avvelenati, a spalare e gettare al fiume la montagna di cenere dopo ogni cremazione dei corpi. Tra i morti, un giorno, trova un ragazzo miracolosamente ancora vivo, che crede di riconoscere come suo figlio. Un medico delle SS lo giustizia, soffocandolo. Ma Saul riesce a sottrarre il corpo alla cremazione e si impegna a trovare un rabbino, a rischio di morire, pur di per dare a quel corpo sepoltura ebraica, con tanto di Kaddish. Come un simbolo di resistenza e di rivolta. La rivolta scoppia davvero, ma...

Non è tanto importante il racconto degli avvenimenti. Quanto il lavoro con gli attori e con la cinepresa di Nemes. Un estremo naturalismo provoca, secondo la lezione di Pina Baush o di Peter Stein, e utilizzando implacabilmente e claustrofobicamente il primo piano e il “primo piano rovesciato” (cioé il protagonista è spesso inseguito in piano sequenza ad altezza di nuca semovente) un effetto astratto. Da Raffaello Sanzio. Vediamo la violenza nella sua astrazione pura e non una messa in scena. Notevole. Lo stesso effetto di perdita totale dell'identità provocato dalla situazione di un prigioniero nel lager nazi. Spossessati del corpo e del nome, numeri deambulanti, i prigionieri possono diventare qualunque cosa, trasformarsi anche in “rabbino”, per esempio, pur di sopravvivere una mezzora di più, e lo stesso sguardo può opacizzarsi sui morti (sono tutti inquadrati a distanza o in flou perché non si “vedono” più) o metamorfizzare gli spazi e i corpi, come accade al ragazzo trasfigurato in altro (probabilmente Saul non ha mai avuto un figlio, ma la prospettiva di un altro David possibile è l'unica che permette di accettare un altro, più immane, sterminio). Questo gioco tra naturalismo e sacralità è quel che fa il film molto interessante e di Nemes un sicuro talento. Nonostante un finale che perde la tensione “teatrale e documentaristica assieme” dell'inizio rifugiandosi nel narrare standard dello scontro, della fuga e dell'inseguimento. Di cui conosciamo già l'esito atroce.