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martedì 31 gennaio 2017

La La Land, requiem per il musical

Mariuccia Ciotta

La La Land infuoca i social d'amore e d'odio e viaggia trionfalmente verso l'Oscar (26 febbraio). L'abbaglio nostalgico aveva già stregato la statuetta d'oro con The Artist, e ora i francesi colpiranno ancora con il simulacro di una Hollywood perduta (per loro).

Un americano a Parigi o un francese a Hollywood? Damien Chazelle, 31 anni, nato a Providence, Rhode Island, porta il cognome del padre nato in Francia e studia cinema a Harward dove si insegna Minnelli e il musical fiammeggiante degli anni 50 a giochi cromatici perfetti (Oscar a John Alton), con Gene Kelly che piroetta avvinto a Leslie Caron mentre le fontane zampillano luci e la Senna è un tappeto di acqua ricostruito in Studio.
Los Angeles vista dall'università di Boston ha gli stessi cieli dipinti, panorami vertiginosi dall'alto di Muholland Drive e tramonti rossi sul Sunset Boulevard. In questo cinema “amatoriale” si sente il profumo delle origini, il silent-movie che piaceva a un altro temibile e premiato regista francese, Michel Hazanavocius di The Artist, tanto che Chazelle usa il mascherino di Méliès per inquadrare Ryan Gosling e Emma Stone in La La Land (visto a Venezia).
Valanga di sovrimpressioni con il musical dalle origini a oggi, mappa delle star per turisti cinephiles e un po' jezzofili, così amabile e nostalgico da valere un Oscar, anzi 14. Fotografia che gioca ai colori incrociati di Linus Sandgren. Lui bianco lei nera, e viceversa (come in Grease), lei calda di rosso, lui azzurro cool, e viceversa... Ma nel dittico Jacques Demy i colori pastello danzavano liberi, qui le macchie marroni del completo di Gosling imprigionano, indicano, segnalano.
L'entusiasmo di molti risente della passione per i principianti, prediletti anche da Chazelle, il regista pluripremiato per Whiplash, storia di un giovane batterista ginnasta e militarizzato, qui sostituito da un ambizioso pianista jazz, Sebastian (Gosling), quasi un fondamentalista monkiano, e da un'aspirante attrice del jet set, Mia (Stone).

Il film inizia su una freeway di Los Angeles con un numero di ballo collettivo irrealistico e vitalistico che si rifà ai numeri acrobatici all'aperto, al contagio della joie de vivre di Cantando sotto la pioggia e prima ancora del Mamoulian di Amami stanotte, ma finisce come uno spot pubblicitario della CocaCola con l'orchestrina dixieland in agguato dentro un furgone.
Chazelle sforna cartoline d'epoca – abiti e decappottabili sono vintage – da ogni angolo della città e del cinema, l'Osservatorio di Griffith Park, per esempio, dove Nicholas Ray inquadrò James Dean e Nathalie Wood. Ambienta negli Studios Warner, là sotto la finestra di Casablanca, e attenzione al finale strappalacrime.
In La La Land (La sta per Ellei, e il titolo è una cantilena-presa in giro della città degli angeli) si sente il rumore farraginoso della macchina da presa che tenta invano la ginnastica ritmica di Stanley Donen e incolla performance romantiche su paesaggi cine-leggendari, tipo l'ex locale dei divi, Musso & Frank, sull'Hollywood Boulevard, tutto legno e poltroncine.

I due cantano e ballano, anche loro principianti, senza rompere il tessuto narrativo, one show man e woman, assenti le geometrie corali del musical, assente la jam sassion contagiosa e collettiva dell'amato jazz. Gosling pensa al suo locale e alla sua musica e quando si esibisce in una grande orchestra di jazz rock eretico è solo per denaro. E' l'individuo che deve farcela, proprio come il ragazzino di Whiplash dalle mani sanguinanti. Ma musical e jazz richiedono caos multipli e melodie asincroniche e non l'assolo che porterà la coppia a dividersi. Una miete successi sotto la tour Eiffel, l'altro strimpella il piano in solitudine nel club tutto per lui.
Un rapido resumé finale ci dice come sarebbe stata felice la vita di Mia e di Sebastian se a dirigerli fosse stato un regista che non considera il cinema un gesto atletico né una marea di citazioni irriverenti... non si esce dalla sala dove proiettano Gioventù bruciata, anche se a bruciare è (digitalmente) un fotogramma.

Il mondo posticcio di Chazelle, però, piace per la sua innocente visione del cinema, che fa brillare Los Angeles e Hollywood di una luce ancor più sinistra del Maps to the Stars di Cronenberg. E in quanto ex jazzista fallito (“perciò sono passato al cinema”), il regista si prende la rivincita e spara il suo jazz light, ammiccante, melodico e canzonettistisco, come il suo cinema. Niente a che fare con il pluri-evocato, dannato Thelonious Monk.

lunedì 12 settembre 2016

VENEZIA 73. I figli del Leone. Sul concorso "maggiore" e sui premi

Mariuccia Ciotta

I giurati di Sam Mendes, divisi in tutto, non prendevano neppure il caffé insieme. E se Lav Diaz, l'unico Leone possibile, ha prevalso, i leoncini precipitati a pioggia sui film più disparati ha provocato una forte dispersione critica, anche a causa di un regolamento (assurdo) che non permette a un solo titolo di accumulare premi.
Così, ecco che il più grande cineasta di oggi dopo Diaz, e prima di Terence Malick, è lo stilista Tom Ford che con il suo Nocturnal Animals vince il Leone d'argento – Gran Premio della giuria. In questa opera seconda, Ford, per non rischiare, confeziona due film in uno, il primo distillato di haute couture, come l'elegante esordio di sette anni fa, A single man, e il secondo un “giustiziere della notte” con feroci stupratori dalla camicetta firmata e sceriffi killer, storia che non pone problemi né di stile né morali essendo un racconto che la protagonista legge e visualizza in incubi a occhi aperti, dando fondo alla memoria cinematografica collettiva. Va bene il ritorno dei generi, anche degenerati, ma gli autori di oggi, in prevalenza europei, rischiano la citazione farsesca dei classici, e addirittura di Tarantino.
Un altro Leone d'argento, questa volta alla regia, è stato diviso in due tra il polipo alieno pansessualista del messicano Escalante e la requisitoria in bianco e nero del nazismo, riveduto da dio e da Konchalovsky direttamente in Paradise, la produzione, però, è russo-tedesca, come si può notare dal fascinoso giovane aristocratico che crede negli ideali SS, una specie di Eichmann in bella forma, e dalla seducente aristocratica russa fuggita dai bolscevichi, fatta santa anche se collaborazionista (poi pentita).
Il premio più inconcepibile, però, è andato a Jackie del cileno Pablo Larrain, in cima alle stelline dei critici dopo La La Land di Chazelle, che insegna a fare i musical senza coreografie né ballerini, basta la performance solitaria e atletica, come in Whisplash.
Il premiato, in realtà, è per Noah Oppenheim, autore della sceneggiatura sui quattro giorni dopo l'assassinio di John F. Kennedy vissuti dalla vedova, interpretata da Natalie Portman, che ha perso la Coppa Volpi, andata a Emma Stone (La La Land), sempre nel gioco perverso di incastri. Jackie, infatti, era il miglior candidato per la categoria miglior attrice protagonista, e avrebbe potuto conquistare anche un premio per la regia. E invece gli è toccata lo script, che Larrain ha affidato a Oppenheim, newyorkese, produttore e sceneggiatore di serie tv ambientate in un mondo distopico, The Divergent e Maze Runner, e co-ideatore del programma Mad Money, al quale si ispirò Jodie Foster per Money Monster, contro Wall Street.
La sceneggiatura di Jackie attraversa in segreto l'abbagliante trama visiva di Larrain, al quale non piacciono i film che rispondono alle domande perché è il pubblico a dover riempire i vuoti. Il suo Jackie è un tale cumulo di risposte sbagliate che in effetti è meglio evitare le domande. Oppenheim si affida innanzitutto alla Commissione Warren per raccontare l'assassino di John F. Kennedy, un presidente così fatuo, solo glamour e mondanità, che non si capisce chi può averlo ammazzato se non lo spostato Lee Oswald, il “comunistello”, il quale fu ucciso da un altro fuori di testa, Jack Ruby, mentre Jackie si stava provando i completini Chanel e cercava di dare un po' di sostanza presidenziale al marito sciupafemmine leggendo Lincoln.
L'uomo al quale nel film viene attribuito, dal fratello Bob, il tentativo di invadere Cuba, mentre John si oppose alla Baia dei Porci, e per questo, è l'interpretazione più accreditata, fu ucciso da agenti anti-castristi in combutta con la Cia, era, si legge nella sceneggiatura premiata alla 73 Mostra di Venezia, un vanesio incapace di intervenire su diritti civili, razzismo, guerra in Vietnam. Il presidente che voleva essere Re Artù e ogni mattina ascoltava le musiche di Camelot, il suo mondo ideale, l'America in forma di musical.
Il film ha molto commosso per l'intensità di Natalie Portman, e oscurato l'obiettivo di un regista che ha raccontato superbamente il Cile politico e che a sorpresa sceglie per il suo primo lavoro americano Jacqueline Lee Bouvier. Ma è sul capezzale di Kennedy che si protende, dopo il Post mortem di Allende. E lo fa nel modo più sprezzante possibile e più subdolo, spingendo in primo piano le lacrime di una donna, colpevole di aver condiviso una presidenza di "puro spettacolo", così come i funerali del presidente ucciso a Dallas. La speranza democratica Usa, dopo gli anni del maccartismo, si fermerà con l'omicidio di Bob Kennedy e di Martin Luther King nel 1968, e s'infiammerà nello stesso anno in tutto il mondo.


VENEZIA 73. I figli degeneri del Leone

Mariuccia Ciotta

I giurati di Sam Mendes, divisi in tutto, non prendevano neppure il caffé insieme. E se Lav Diaz, l'unico Leone possibile, ha prevalso, i leoncini precipitati a pioggia sui film più disparati ha provocato una forte dispersione critica, anche a causa di un regolamento (assurdo) che non permette a un solo titolo di accumulare premi.
Così, ecco che il più grande cineasta di oggi dopo Diaz, e prima di Terence Malick, è lo stilista Tom Ford che con il suo Nocturnal Animals vince il Leone d'argento – Gran Premio della giuria. In questa opera seconda, Ford, per non rischiare, confeziona due film in uno, il primo distillato di haute couture, come l'elegante esordio di sette anni fa, A single man, e il secondo un “giustiziere della notte” con feroci stupratori dalla camicetta firmata e sceriffi killer, storia che non pone problemi né di stile né morali essendo un racconto che la protagonista legge e visualizza in incubi a occhi aperti, dando fondo alla memoria cinematografica collettiva. Va bene il ritorno dei generi, anche degenerati, ma gli autori di oggi, in prevalenza europei, rischiano la citazione farsesca dei classici, e addirittura di Tarantino.
Un altro Leone d'argento, questa volta alla regia, è stato diviso in due tra il polipo alieno pansessualista del messicano Escalante e la requisitoria in bianco e nero del nazismo, riveduto da dio e da Konchalovsky direttamente in Paradise, la produzione, però, è russo-tedesca, come si può notare dal fascinoso giovane aristocratico che crede negli ideali SS, una specie di Eichmann in bella forma, e dalla seducente aristocratica russa fuggita dai bolscevichi, fatta santa anche se collaborazionista (poi pentita).
Il premio più inconcepibile, però, è andato a Jackie del cileno Pablo Larrain, in cima alle stelline dei critici dopo La La Land di Chazelle, che insegna a fare i musical senza coreografie né ballerini, basta la performance solitaria e atletica, come in Whisplash.
Il premiato, in realtà, è per Noah Oppenheim, autore della sceneggiatura sui quattro giorni dopo l'assassinio di John F. Kennedy vissuti dalla vedova, interpretata da Natalie Portman, che ha perso la Coppa Volpi, andata a Emma Stone (La La Land), sempre nel gioco perverso di incastri. Jackie, infatti, era il miglior candidato per la categoria miglior attrice protagonista. E invece gli è toccata lo script, che Larrain ha affidato a Oppenheim, newyorkese, produttore e sceneggiatore di serie tv ambientate in un mondo distopico, The Divergent e Maze Runner, e co-ideatore del programma Mad Money, al quale si ispirò Jodie Foster per Money Monster, contro Wall Street.
La sceneggiatura di Jackie attraversa in segreto l'abbagliante trama visiva di Larrain, al quale non piacciono i film che rispondono alle domande perché è il pubblico a dover riempire i vuoti. Il suo Jackie è un tale cumulo di risposte sbagliate che in effetti è meglio evitare le domande. Oppenheim si affida innanzitutto alla Commissione Warren per raccontare l'assassino di John F. Kennedy, un presidente così fatuo, solo glamour e mondanità, che non si capisce chi può averlo ammazzato se non lo spostato Lee Oswald, il “comunistello”, il quale fu ucciso da un altro fuori di testa, Jack Ruby, mentre Jackie si stava provando i completini Chanel e cercava di dare un po' di sostanza presidenziale al marito sciupafemmine leggendo Lincoln.
L'uomo al quale nel film viene attribuito, dal fratello Bob, il tentativo di invadere Cuba, mentre John si oppose alla Baia dei Porci, e per questo, è l'interpretazione più accreditata, fu ucciso da agenti anti-castristi in combutta con la Cia, era, si legge nella sceneggiatura premiata alla 73 Mostra di Venezia, un vanesio incapace di intervenire su diritti civili, razzismo, guerra in Vietnam. Il presidente che voleva essere Re Artù e ogni mattina ascoltava le musiche di Camelot, il suo mondo ideale, l'America in forma di musical.
Il film ha molto commosso per l'intensità di Natalie Portman, e oscurato l'obiettivo di un regista che ha raccontato superbamente il Cile politico e che a sorpresa sceglie per il suo primo lavoro americano Jacqueline Lee Bouvier. Ma è sul capezzale di Kennedy che si protende, dopo il Post mortem di Allende. E lo fa nel modo più sprezzante possibile e più subdolo, spingendo in primo piano le lacrime di una donna, colpevole di aver condiviso una presidenza di "puro spettacolo", così come i funerali del presidente ucciso a Dallas. La speranza democratica Usa, dopo gli anni del maccartismo, si fermerà con l'omicidio di Bob Kennedy e di Martin Luther King nel 1968, e s'infiammerà nello stesso anno in tutto il mondo.


giovedì 1 settembre 2016

VENEZIA 73. No no "La La Land"


Mariuccia Ciotta

VENEZIA

Un americano a Parigi o un francese a Hollywood? Tutte e due. Damien Chazelle, 31 anni, nato a Providence, Rhode Island, porta il cognome del padre nato in Francia e studia cinema a Harward dove si insegna Minnelli e il musical fiammeggiante degli anni 50, a giochi cromatici perfetti (Oscar a John Alton), con Gene Kelly che piroetta avvinto a Leslie Caron mentre le fontane zampillano luci e la Senna è un tappeto di acqua ricostruito in Studio. Los Angeles vista dall'università di Boston ha gli stessi cieli dipinti, panorami vertiginosi dall'alto di Muholland Drive e tramonti rossi sul Sunset Boulevard. In questo cinema “amatoriale” si sente il profumo delle origini, il silent-movie che piaceva a un altro regista francese, Michel Hazanavocius di The Artist, tanto che Chazelle usa il mascherino di Méliès per inquadrare Ryan Goslyng e Emma Stone in La La Land, musical in concorso che ha aperto la 73ma Mostra di Venezia.
Valanga di sovrimpressioni con il musical dalle origini a oggi, mappa delle star per turisti cinephiles e un po' jezzofili, così amabile e nostalgico da valere un Golden Globe quasi certo e un Oscar probabile. Fotografia che gioca ai colori incrociati di Linus Sandgren. Lui bianco lei nera, e viceversa (come in Grease), lei calda di rosso, lui azzurro cool, e viceversa... Ma nel dittico Jacques Demy i colori pastello danzavano liberi, qui le macchie marroni del completo di Goslin imprigionano, indicano, segnalano la flagranza di una star.
L'entusiasmo prima e dopo la proiezione risente della passione per i principianti, prediletti anche da Chazelle, il regista pluripremiato per Whiplash, storia di un giovane batterista ginnasta e militarizzato, qui sostituito da un ambizioso pianista jazz, Sebastian (Gosling), quasi un fondamentalista monkiano, e da un'aspirante attrice del jet set, Mia (Stone).

Il film inizia su una freeway di Los Angeles con un numero di ballo collettivo irrealistico e vitalistico che si rifà ai numeri acrobatici all'aperto, al contagio della joie de vivre di Cantando sotto la pioggia e prima ancora del Mamoulian di Amami stanotte, ma finisce come uno spot pubblicitario della CocaCola con l'orchestrina dixieland in agguato dentro un furgone.
Chazelle sforna cartoline d'epoca – abiti e decappottabili sono vintage – da ogni angolo della città e del cinema, l'Osservatorio di Griffith Park, per esempio, dove Nicholas Ray inquadrò James Dean e Nathalie Wood. Ambienta negli Studios Warner, là sotto la finestra di Casablanca, e attenzione al finale strappalacrime.
In La La Land (La sta per Ellei) si sente il rumore farraginoso della macchina da presa che tenta invano la ginnastica ritmica di Stanley Donen e incolla performance romantiche su paesaggi cine-leggendari, tipo l'ex locale dei divi, Musso & Frank, sull'Hollywood Boulevard.


I due cantano e ballano, anche loro principianti, senza rompere il tessuto narrativo, one show man e woman, assenti le geometrie corali del musical, assente la jam sassion contagiosa e collettiva dell'amato jazz. Gosling pensa al suo locale e alla sua musica e quando si esibisce in una grande orchestra di jazz rock eretico è solo per denaro. E' l'individuo che deve farcela, proprio come il ragazzino di Whiplash dalle mani sanguinanti. Ma musical e jazz richiedono caos multipli e melodie asincroniche e non l'assolo che porterà la coppia a dividersi. Una miete successi sotto la tour Eiffel, l'altro strimpella il piano in solitudine nel club tutto per lui. Un rapido resumé finale ci dice come sarebbe stata felice la vita di Mia e di Sebastian se a dirigerli fosse stato un regista che non considera il cinema un gesto atletico né una marea di citazioni irriverenti... non si esce dalla sala dove proiettano Gioventù bruciata, anche se a bruciare è (digitalmente) un fotogramma. Il mondo posticcio di Chazelle, però, piace per la sua innocente visione del cinema, che fa brillare Los Angeles e Hollywood di una luce ancor più sinistra del Maps to the Stars di Cronenberg. E in quanto ex jazzista fallito (“perciò sono passato al cinema”), il regista si prende la rivincita e spara il suo jazz light, ammiccante, melodico e canzonettistisco, come il suo cinema. Niente a che fare con il plurievocato, dannato Thelonious Monk.